Dopo tante peripezie, salti mortali, privazioni e dopo essermi lasciato alle spalle innumerevoli stati d’animo, come dire … poco incoraggianti, anzi diciamo la verità: ci sono stati giorni in cui definire il morale sotto i piedi sarebbe stato fargli un complimento, ecco finalmente terminato il lavoro che mi ero prefissato.
Disperso nel Tempo – 1942 – è finito e credetemi: questo lavoro l’ho sì terminato in un breve lasso di tempo, ciò nonostante sono stato impegnato in ricerche iniziate un paio di anni fa; dunque per quanto concerne il lavoro svolto … anche su questo testo è stato tantissimo.
Ho incominciato questo lavoro con obiettivi ben precisi, tuttavia lungo il percorso mi sono dovuto arrendere a determinate circostanze e soprattutto alle situazioni narrate, esse mi hanno imposto di sfoltire un bel po’ il lavoro; dalle iniziali 430 pagine in b5 mi sono fermato a 360 pagine in b5.
Se dovessi descrivervi ciò che ho provato non ci riuscirei, ma d’altronde la guerra è stata sempre un abominio difficile da spiegare ed io di certo non posso rendere l’idea di ciò che è avvenuto (nemmeno ne ho avuto mai intenzione: quello è compito degli storici e questo lavoro è un testo fantasy basato su fatti storici realmente accaduti, niente di più), anche se in esso vi sono testimonianze velate di esperienze vissute da persone del tempo (mio nonno, persone anziane che hanno narrato volentieri ciò che è accaduto e lo stato d’animo di quel periodo, libri di testo, diari di soldati partiti per il fronte etc. Tutto lavoro raccolto nel corso degli anni).
Di tutte le chiacchierate fatte mi ha colpito soprattutto una; il fante D. M. partito per il fronte Russo e rimpatriato a piedi dal teatro delle operazioni belliche, mi disse che all’atto della dichiarazione di guerra fu sorpreso dalla reazione che la popolazione ebbe: mentre l’ambiente universitario Italiano, figli di gente ricca, festeggiava la guerra e inneggiava al martirio, la popolazione, la vera Italia, piangeva già i suoi figli; come al solito la guerra era stata decisa dai ricchi, ma la dovevano combattere i poveri e il loro sangue avrebbe bagnato terre lontane.
La cosa più bella che mi disse fu: «noi non eravamo in grado di gestire la nostra terra poiché in arretratezza, ci domandavamo perché andare a combattere in altri posti per altre terre che sicuramente eravamo incapaci di amministrare. Mentre gli universitari festeggiavano la guerra, gli anziani ci avvertirono che non sarebbe stata come la guerra del 15/18; questa volta sarebbe stata devastante … col senno di poi dovetti dargli ragione. Noi non volevamo andare in guerra, non era una guerra giusta quella, ma se ci rifiutavamo c’era la fucilazione e in quel tempo giravano bande di assassini fascisti che non disdegnavano torture di alcun genere su chi rifiutava di partire e sulla sua famiglia. Dall’altro lato c’erano alcuni gruppi di delinquenti non fascisti che si spacciavano in modo mendace per “Partigiani”, abusando di quel titolo e rubando, nel vero senso della parola, alla popolazione civile: dei veri e propri briganti; costoro infangarono anche il nome dei veri Partigiani, coloro che hanno dato la vita per la libertà: i veri eroi di questa storia. Un caos generale: non rimaneva che partire per la guerra nell’estremo tentativo di non essere fucilato e di porre al sicuro la famiglia dai fascisti per avere almeno una possibilità di sopravvivere; c’era guerra ovunque, non solo al fronte».
Ma questa frase con cui terminò il suo racconto racchiude tutta la saggezza che un uomo della sua età possiede: «figlio mio (nel meridione d’Italia, qualsiasi persona anziana che si rivolge ad un bambino usa “figlio mio”, è una sorta di regola non scritta che testimonia la saggezza di colui che parla) la guerra non è solo andare al fronte e sparare; è sopravvivere in quell’inferno dove gli uomini diventano bestie e la fame e la sete sono il pane quotidiano. La vera guerra è cercare di non farsi uccidere e camminare per tre mesi senza sosta tra il ghiaccio e la neve, nei pantani, nelle paludi, attanagliati dalla fame e dalla sete con il nemico alle calcagna che ti spara, abbandonati dalla tua patria, la stessa che ti ha mandato a morire mettendoti tra le mani fucili che s’inceppano e ti ha spedito ad offendere territori lontani. La guerra la perdi se essa riesce a cambiarti, allora morirai lontano dai tuoi cari; la vinci se non smarrisci la tua umanità e conservi la dignità, solo in questo caso riuscirai a raggiungere la tua famiglia, coloro che vorrai accanto fino alla fine dei tuoi giorni. Riguardo a quei disgraziati che l’hanno provocata dichiarandola, beh … io non giudico, ma so che se esiste un inferno essi saranno rinchiusi lì per l’eternità poiché quelle non sono persone, ma Diavoli».
Beh, a questo punto immaginate un bambino di nove anni che ascoltava con la bocca spalancata e gli occhi sgranati; quel bambino ammirò tanto quell’uomo, un uomo buono che ogni qual volta lo incontrava gli offriva un ovetto di cioccolata probabilmente preso apposta per l’occasione, un uomo a cui la guerra aveva portato via cinque anni della sua vita, un occhio e che gli aveva procurato un bel po’ di ferite, alcune visibili sulla sua stessa faccia, ma che non si fece depredare l’umanità che possedeva: la difese con tutto se stesso.
Egli era buono prima della guerra, rimase buono durante la guerra, fu buono anche dopo la guerra, fino a morire così com’era nato: di animo gentile.
Però non riuscì a finire i suoi giorni con i propri cari, quello che la guerra non era riuscita a fare lo fecero i fascisti: i suoi cari sparirono in circostanze poco chiare e lui rimase solo; tornando dalla guerra non trovò nessuno ad attenderlo.
Il bambino che ancora vive ha ben impresse le sue parole, questa volta però tocca a lui analizzare ciò che è successo: “se esiste il paradiso senz'altro egli dimora lì, questa volta con l’intera sua famiglia. Il male che le ideologie malvagie gli hanno arrecato non potrà più scalfirlo”.
Tuttavia quel pargolo continua a chiedersi come sia possibile che, dopo un’esperienza simile, un paese possa essere ancora governato da delinquenti del calibro, se non peggiori, di quelli del 1922 – 1945.
Se ciò avviene vuol dire che da quei periodi non si è imparato nulla, oppure che quell’ideologia si è impadronita del paese o peggio: quell’ideologia è nel midollo osseo dei suoi abitanti.
Se quanto scritto sopra risponde a verità, la società in questione diverrà presto una zavorra che porterà a fondo anche le altre …
Ovviamente egli crede nella bontà delle persone e sa che ve ne sono tante che hanno lottato perché la libertà fosse una costante; per questo motivo vuole sperare che l’ignoranza, la furbizia e la corruzione, zoccolo duro di quei pensieri, siano frenate e che la vera libertà (non la mendace) possa ancora aleggiare nell’aria incontrastata.
Per quanto concerne il libro finito, esso verrà spedito al pubblico registro e solo dopo aver ricevuto l’attestato di deposito vi posterò dettagli aggiuntivi e la copertina.
Io …
Hm … io ho bisogno di comprendere ciò che è importante per me; sono tuttora in un periodo nel quale sto smaltendo le tossine di questa esperienza settennale, poiché vi assicuro che non è bello essere scambiati per quello che non si è.
Vi spiego meglio: ogni qualvolta tenti di proporti la risposta è sempre la stessa ed infastidita, ad un certo punto una persona con un minimo d’intelligenza si pone quantomeno un po’ di domande e, poiché l’essere pensante elabora i dati che percepisce, egli arriva a delle conclusioni.
La mia?
Non la dico, poiché risulterebbe impopolare e verrei certamente tacciato come un piagnucolone, ma di fatto non mi reputo tale; ho solo preso atto della reale situazione che persiste nel mio paese.
In verità ho un altro progetto su cui lavorare; un progetto ambizioso ma allo stesso tempo difficile e di lunga lavorazione.
Tuttavia voglio allo stesso modo parlarvene:
Il progetto in mente mia prevede la stesura di cinque libri Fantasy …
Esatto; è una nuova saga che da lungo tempo mi frulla per la testa, ho addirittura già steso i titoli di tutti e cinque gli episodi e la storia già ha incominciato a premere per essere stesa.
Però i manoscritti mi prenderanno altri anni e di certo voi sapete che non solo non possiedo editore, ma che non vivo nemmeno di scrittura e dunque sarà un lavoro in più da esplicare in orari impossibili.
Non è che non voglia farlo, se una cosa ti piace il tempo lo trovi, voglio però capire fino a che punto mi piaccia raccontare storie e l’aggravante di tutto ciò sta nel fatto che i miei manoscritti non possono essere letti (cosa che mi dispiace più di tutto).
Dopo aver postato la copertina e la presentazione del mio 4° libro mi ci vorrà un periodo di riflessione mi sa …