Ci siamo; è giunto il giorno in cui sto per
postare l’ultimo capitolo di “Disperso nel tempo 1942”.
Sarei un illuso se vi dicessi che tutto il
testo da me postato fino a questo momento è privo di errori; sono consapevole
che scremarlo da tutti i refusi è un’impresa ardua.
Sono tuttavia convinto d’aver fatto del mio
meglio e di aver reso partecipe il lettore del gran lavoro che c’è dietro alla
costruzione di un libro.
Ciò che voi avete visto, che vedete e che
vedrete sono io senz’alcun filtro o Ghost Writer in incognito.
Potrei, anzi … Teoricamente dovrei, scrivere
di più del solito perché ci sarebbero tante cose da dire, ma non lo farò.
Non lo farò perché oggi sarebbe superfluo
scrivere qualsiasi cosa ed è solo il momento di leggere l’ultimo capitolo del
libro.
Buona lettura:
CAPITOLO 15
IL RITORNO IN ITALIA
La luce si sostituì gradualmente all’oscurità
fino a rimpiazzarla del tutto.
Mi vestii di fretta e svegliai Grete e
Joshepp.
I due bambini si destarono immediatamente.
Tutti e tre c’incamminammo verso la zona dove
avremmo trovato la superiora.
La incontrammo dopo pochi minuti in un
corridoio, pareva essere indaffarata e preoccupata.
«Buongiorno». Dissi quando la vidi.
Lei non mi rispose immediatamente; mi guardò
e, dopo pochi secondi, disse: «Non è affatto un buon giorno. Le cose si mettono
male».
«Come?». Domandai io.
«Questa notte c’è stato un grande caos sul
campo di battaglia e molti uomini stanno arrivando qui in parte feriti, in
parte sbandati. A quanto pare l’esercito russo ha sfondato la linea e sta
muovendo verso questa zona». Affermò.
Rimasi pensieroso per un attimo, poi chiesi:
«Superiora, so che non è una sua priorità, ma per il trasporto che mi aveva
assicurato …».
Lei sbuffò, poi si rivolse a una suora che le
stava vicino.
Non capii cosa le disse, ma subito dopo me lo
fece intendere lei stessa: «È l’ultima occasione che ha per fuggire da questo
posto. Entro dieci minuti partirà un mezzo che vi accompagnerà a un aereo
diretto in Italia».
Guardò i piccoli e mi disse: «Farebbe bene a
portare i bambini con lei; questo posto presto diverrà caotico e pieno di
gente».
Annuii e gli risposi: «Verranno con me».
Solo allora mise la sua mano nella tonaca e
tirò fuori una lettera che mi consegnò, poi aggiunse: «Dai questa al padre che
s’imbarcherà con voi; egli non vi negherà certamente il suo aiuto».
Le presi la mano per ringraziarla, ma lei non
mi diede modo di farlo; mi disse: «Andate adesso».
Guardò la suora alla sua destra e gli fece
cenno d’accompagnarci.
Quella suora mingherlina si staccò
immediatamente dal gruppo e ci disse: «Presto, seguitemi».
Non me lo feci ripetere due volte, presi per
mano i due bambini e mi avviai verso la nostra meta.
Destinazione che raggiungemmo dopo pochi
minuti: davanti allo stabile c’era un piccolo pulmino che era pieno di persone.
La suora andò dinanzi all’entrata di quel
pulmino, parlò con il conducente e poi ci fece cenno di salire su quel bus;
cosa che facemmo immediatamente.
Esso venne subito messo in moto e
s’incominciò a muovere: lasciammo il convento diretti a una probabile pista d’atterraggio.
Passarono un paio d’ore d’allora e, a parte
l’iniziale trambusto delle armi che ben conoscevo, non si udì più alcun rumore;
la guerra pareva lontana.
Dopo poco avvistammo un campo privo di
avvallamenti e perfettamente appiattito; lì c’era un aereo che stava già
facendo girare le sue eliche.
Ci fermammo il più vicino possibile a esso e
il conducente ci consigliò caldamente di affrettarci.
Ci avviammo verso l’aereo ed io strinsi le
mani dei due pargoli saldamente per non perderli nella ressa.
Arrivammo dinanzi al portellone dell’aereo e,
come detto dalla superiora, un prete, un giovane prete, ci chiese chi eravamo.
Gli consegnai immediatamente la lettera
datami dalla suora; nemmeno il tempo di aprirla che ci permise di salire a
bordo di quel veicolo.
Al suo interno ci trovammo una quindicina di
persone e altrettanti prelati, alcuni parevano di alto rango.
Dentro l’aereo c’erano una quarantina di
persone e quello spazio divenne angusto.
L’aereo iniziò a muoversi e a dirigersi verso
il punto di decollo; in mente mia pregai affinché esso prendesse il volo.
Dopo pochi minuti, tra un sobbalzo e uno
scossone, l’aereo iniziò a librarsi in cielo, fino a quando quegli scossoni
scomparvero del tutto.
L’aereo volò stabilmente alzandosi di quota.
Però sapevo che c’era un altro pericolo: i
caccia; essi avrebbero sparato su qualunque oggetto non identificato e in mente
mia mi domandai come avrebbe fatto quell’aereo ad arrivare fino a Roma, dato
che l’Italia era messa a ferro e fuoco dalla guerra tra due eserciti e una
guerra civile.
Ci appoggiamo alle pareti dell’aeroplano e ci
sedemmo sul pavimento.
Tutti ci guardammo in faccia, ma nessuno ebbe
il coraggio di dire nulla.
Passarono quattro ore dal momento in cui
decollammo e ancora non si notava nessun segno dell’abbassamento di quota; ma
cosa positiva: non vi furono episodi ostili, per qualche strano motivo nessun
caccia ci aveva attaccato.
Eppure i celi italiani pullulavano di caccia
alleati …
Poi di colpo l’aero incominciò scendere fino
a giungere quasi radente a un terreno che pareva campagna sterrata.
Uno scossone preannunciò l’avvenuto
atterraggio.
Il mezzo si fermò e il prete che ci aveva
accolti aprì il portellone, poi disse: «Siamo arrivati a destinazione. Potete
scendere».
Un mormorio generale si udì nell’aereo, in
seguito uno dopo l’altro scesero tutti quanti; anch’io feci la stessa cosa.
Appena misi piede a terra tirai un sospiro
lunghissimo, cercai di riempire i miei polmoni di quanta più aria fu possibile.
Guardai Grete e Joshepp e dissi loro: «Siamo
nel mio paese». In seguito un sorriso solcò il mio viso.
Guardai quel giovane prete che stava dinanzi
a noi e gli chiesi: «Che giorno è oggi?».
Lui mi rispose: «È lunedì, 27 Novembre del
1944».
Io annuii e poi compresi perché quei posti
erano privi di fascisti: Roma era stata liberata il 4 Giugno del 1944; per quel
pezzo d’Italia la guerra era finita e le barbarie fasciste parevano
definitivamente allontanate.
Non era così purtroppo per il nord; lì si
sarebbero combattuti aspri scontri fino a maggio del 1945, mese in cui finì la
2° guerra mondiale in Europa.
Era ora per me di ritornare nel posto dov’ero
apparso ben cinque anni prima; le parole del “Duce” risuonavano ancora nelle
mie orecchie, parole che costarono tanti morti all’Italia e tanta sofferenza,
ma di quelle frasi non sarebbe rimasto nulla: solo la barbara visione del suo
corpo e di quello dei suoi gerarchi appesi a testa in giù come un trofeo di
caccia in piazzale Loreto a Milano; persino la sua donna, una ragazzina, non
sarebbe stata risparmiata.
Per quanto odio si possa provare per una
persona, tuttavia, una società civile non può di certo comportarsi in modo
animalesco; ciononostante la gente, provata e ferita dalla guerra, sfogò la sua
rabbia contro corpi privi di vita mancando di rispetto alla morte stessa
facendo la fila per sputare su di essi e per prenderli a calci.
Pensai che l’umanità avrebbe fatto bene a far
tesoro di quel triste periodo, poi mi apparvero nitide le immagini del mio
tempo e mi resi conto che quegli eventi erano stati dimenticati, soprattutto
nel mio paese dove la stessa ideologia e lo stesso stampo di personaggi erano
riusciti ad attecchire nuovamente.
Dondolai la testa, poi mi venne fatta una
domanda: «Cosa c’è che non va?».
Quella voce mi fece ritornare in quel tempo,
abbassai lo sguardo e vidi che la domanda me l’aveva posta Grete.
«Nulla, solo dei ricordi di tempi che ho
vissuto». Gli risposi; e in seguito riprodussi un sorriso forzato.
«Adesso andiamo; dobbiamo camminare per un
bel pezzo». Affermai.
I due bambini furono felici di venire con me
e allo stesso modo io ero contento della loro compagnia.
Tuttavia mi domandai perennemente cos’avrei
fatto nel momento in cui mi sarei trovato di fronte al luogo dov’ero apparso e
in che modo avrei potuto riprodurre quel famoso strappo di cui parlava
Gabriele.
Guardai i due piccoli e mi domandai
innumerevoli volte se fosse stato saggio portarli con me, in un mondo che non
avrebbero compreso.
C’era poi la variabile incognita; sì, il
rischio di non riuscire a ritornare nel mio tempo e rimanere lì, oppure peggio:
andare in un tempo molto più lontano di quello.
In tutto quel caos mi posi molte domande, e
in mente mia non riuscivo a comprendere perché mi stava accadendo tutto quello
e che utilità avrebbe avuto.
Salutammo chi ci aveva aiutato ringraziando
doverosamente e c’incamminammo verso la nostra meta.
Durante il cammino si vide un’Italia sferzata
dai combattimenti e gli abitanti erano provati e stanchi, si leggeva nei loro
occhi.
Ciononostante quegli uomini avevano
un’umanità senza pari: ovunque trovai gente disposta ad aiutarmi e quel poco
che c’era ti era messo a disposizione.
Dopo un’ora di marcia trovammo un signore con
un automezzo disposto a darci un passaggio; salimmo sul cassone del furgoncino
e ci portò nella grande città di Roma.
Essa si presentava dinanzi a noi maestosa e,
di certo, lì avrei trovato un rifugio e del vettovagliamento.
Mi ricordai di avere quelle famose 800.000
lire consegnatemi da Gabriele; era una grande cifra per quei periodi.
Quei soldi mi sarebbero stati utili, anche se
sapevo che in quel periodo c’era la moneta di occupazione in circolazione; ma
non avrei trovato resistenze al momento del pagamento: si potevano pur sempre
cambiare.
Arrivai nei sobborghi della città e, come
c’era d’aspettarsi, anche in quel centro abitato i segni della guerra erano
visibili.
Ero nella stessa zona da dove partii
all’inizio della mia carriera militare forzata, allora decisi di dirigermi
verso l’ostello che mi aveva precedentemente ospitato.
Con mia sorpresa lo trovai così come lo avevo
lasciato; bussai ed entrai, portando con me i due bambini.
All’interno c’era l’oste che avevo conosciuto
tempo addietro e, quando mi vide, mi salutò immediatamente.
«Lei!». Esclamò sorpreso.
Poi si avvicinò a me tendendomi la mano.
Io ricambiai e gliela strinsi.
«È proprio lei; da quanto tempo. Ma dov’è
stato?». Mi domandò.
«È una lunga storia, mi hanno arruolato e
inviato in Russia». Risposi.
«Hm … Deve essere stata una situazione
bruttissima. Ho sentito voci assurde su quei posti». Affermò.
«Lo può dire forte. Abbiamo perso tanti
ragazzi lì». Ribattei.
Si creò un clima freddo e nessuno di noi
disse più nulla dopo quelle parole.
Il ghiaccio fu rotto dall’oste stesso: «Ma
basta chiacchierare; suppongo che siate stanchi. Cosa posso fare per lei?». Mi
domandò.
Io gli risposi con un altro quesito:
«Affittate ancora stanze?».
Lui riprodusse un piccolo sorriso e poi
annuì.
«Certo. Ve ne do immediatamente una». Disse.
Si diresse verso il banco dietro al quale
erano appese un bel po’ di chiavi.
Ne prese una e mi disse: «Seguitemi».
Ci accompagnò dinanzi a una porta del primo
piano, la aprì e ci fece vedere la stanza che sarebbe stata la nostra.
Poi ci lasciò dirigendosi verso il piano
inferiore.
Eravamo rimasti solo io, Grete e Joshepp.
I due bambini si guardarono in giro, poi si
diressero alla finestra incuriositi dalla grande città.
Io posai il mio zaino davanti a uno dei tre
letti della stanza e mi avvicinai alla finestra.
«Vi piace questo posto?». Domandai.
Entrambi risposero di sì, poi si
concentrarono di nuovo sulle strade della città.
Mi venne un’idea e la comunicai ai due
bambini: «Perché non andiamo a fare un giro per la città?». Gli chiesi.
Non mi dissero di no, e allora ci preparammo
e uscimmo dalla stanza.
Scendemmo al piano terra e andammo fuori
dallo stabile salutando l’oste e dicendo che saremo tornati dopo poco.
Girando per le vie della città vedemmo un bel
po’ di gente, soprattutto soldati alleati che vagavano per Roma.
I bambini furono intimoriti in un primo
momento, d’altronde i soldati per loro equivalevano alla guerra e allo
sterminio.
Li rassicurai: «Non temete; la guerra è quasi
finita e questi soldati non ci faranno del male: sono soldati buoni».
Le mie parole sembravano avere avuto effetto
e, dopo un attimo di tentennamento, i due rincominciarono a camminare senza
timori.
Venne presto sera e noi, dopo avere mangiato
qualcosa, pagata rigorosamente con i soldi che il buon Gabriele mi aveva
lasciato, rincasammo nell’ostello.
Ci dirigemmo verso la camera e ci preparammo
per andare a letto.
I bambini erano incuriositi dalle luci che
c’erano in quella città; come dargli torto, dopo anni di guerra, buio notturno,
paura di essere catturati, finalmente la pace e la tranquillità.
Non pareva vero nemmeno a me …
«Allora, vogliamo andare a letto?». Domandai.
Questa volta mi risposero di no entrambi.
«Vogliamo stare ancora in piedi». Disse
Grete.
«Io vorrei giocare un po’». Affermò Joshepp.
Che emozione … Il piccolo che non aveva
proferito parola per tutto il viaggio e che avevo visto tremare come una foglia
dinanzi alla divisa nera dei soldati, si era sbloccato: voleva addirittura
giocare.
Viva Dio … Finalmente la fanciullezza in quei
due pargoli poteva rifiorire; la stessa spensieratezza che era stata uccisa da
uomini col cappello il cui segno distintivo era quello del teschio umano e le
ossa incrociate.
Il gas nervino non era più un pericolo
costante e i forni crematori non avrebbero più offeso i corpi già martoriati
della povera gente indifesa.
Ma la codardia … Ah, quella riecheggerà nei
secoli; come si può aver nuociuto a dei bambini, a delle anziane signore, a dei
corpi scarni e privi di forze, a degli uomini che chiedevano solo un po’ di
umanità.
Gli occhi di Grete e Joshepp mi fissarono
come per implorarmi di non mandarli a dormire, un po’ come faceva Giacomo
quando lo sgridavo e gli intimavo di andare a letto.
Fui come al solito disarmato da quegli
sguardi, non resistetti a lungo.
Cedetti e dissi: «E va bene … Tanto domani
non è che si deve andare a scuola. Giocate pure fin quando lo desiderate; ma
senza fare baccano, altrimenti ci cacciano dall’ostello».
I due acconsentirono e mi fissarono con
quegli occhioni spalancati: occhi desiderosi di vivere giorni spensierati e
bramosi di vita; quanto era bello quello sguardo, lo sguardo che possiedono tutti
i bambini.
Dopo pochi secondi, con mia sorpresa,
tirarono fuori il telefono cellulare e Joshepp lo usò come un robottino
immaginando le più disparate scene.
Grete gli faceva buona compagnia,
riproducendo il suono di una macchinina e mimando il suo movimento su di una
sorta di autostrada immaginaria.
Non rimaneva altro che gustarmi quella
spettacolare scena cui non assistevo da lungo tempo: la morte, il dolore, la
fame, l’angoscia, la paura, l’orrore, l’ardore della fuga, furono sostituiti
dalla gioia di quell’istante.
Non mi pareva vero, eppure quella brutta
avventura stava finendo.
Ancor di più fu il mio stupore per ciò di cui
venni a conoscenza: il tempo poteva essere ingannato ed io accidentalmente ne
ero la testimonianza.
Il problema fu che io non ne avevo alcuna
intenzione e non sapevo come fare per tornare al mio tempo, in più avevo avuto
strani effetti a seguito dell’incidente: parevo comprendere tutte le lingue e
nonostante le ferite mortali che avevo ricevuto non ero morto.
Osservavo i due bimbi che giocavano con il
telefonino e d’un tratto mi balzò all’occhio qualcosa di cui mi ero
dimenticato: quel telefonino … Uguale in tutto e per tutto a quello mostratomi
dai due signori anziani che incontrai dopo essere uscito dal tabacchino il
giorno del mio incidente.
Incominciai a riflettere su quel particolare
e dopo una decina di minuti scoprii di chi si trattava; avevo il nome dei due
vecchietti che mi avevano salutato così calorosamente.
Se solo avessi saputo …
Li avrei abbracciati e stretti forte a me, in
quanto quei due signori anziani altro non erano che i miei due compagni
d’avventura, ma in un tempo diverso: essi erano invecchiati ma i loro occhi
erano gli stessi.
Quegli occhi li avrei riconosciuti anche dopo
un milione di anni.
Grete e Joshepp erano venuti ad avvertirmi di
ciò che stava per accadere; io non gli diedi retta, pensai che fossero due
persone anziane un po’ pazze … Ah quanto avrei voluto tornare indietro e porgli
un sacco di domande.
Quella situazione quasi mi fece commuovere
nuovamente, ma una cosa di buono c’era: ciò voleva dire che la loro vita
sarebbe stata lunga e, a quanto vidi, anche agevole.
Fu in quell’istante che capii ciò che dovevo
fare con i due bambini: essi non potevano venire con me, ma mi domandai anche
come fare in modo che loro sapessero ciò che era successo e che quel giorno
dunque venissero a cercarmi.
Cosa più importante però, fu quello che Grete
mi disse prima che io andassi via da loro; ricordavo quelle parole nitidamente:
“Faremo ciò che ci hai chiesto”.
Cosa gli avevo chiesto?
Poi finalmente capii tutto, cosa mai avrei
potuto chiedere io …
«Grete; Joshepp». Dissi.
Entrambi smisero di giocare per un istante e
si avvicinarono a me.
Eccoli: gli stessi occhi che vidi quel
giorno, gli stessi occhi che mi disarmarono quando li trovai, gli stessi occhi
che avrebbero fatto di me ciò che volevano.
Quando furono al mio cospetto tirai un
sospiro, mi feci coraggio e mi decisi a parlargli di quello che mi era
accaduto: «Bambini devo chiedervi un grande favore».
Grete arricciò le sue sopracciglia e ribatté:
«Di che favore parli?».
«È una cosa che potrà sembrarvi strana,
poiché alla vostra età non si concepiscono alcune cose. Vi assicuro però che
anch’io sono spaventato, e molto …». Affermai.
Dopo un attimo di pausa ripresi a parlare con
loro ed ebbi la completa attenzione di quei bambini: «Potrebbe verificarsi un
fatto strano; un fatto che mi trascinerebbe lontano da voi».
Non appena dissi quelle parole i loro occhi
divennero nuovamente luccicanti e rigonfi di lacrime; al che anch’io provai
molta tristezza: volevo portarli con me, ma ciò che era successo testimoniava
che loro non erano venuti nel mio tempo.
«Faccio appello al piccolo ometto che è in te
Joshepp». Dissi guardando quel bellissimo bambino scarno che stava per abbracciarmi.
«E alla piccola donna che ho conosciuto nei
giorni che ho passato con te Grete».
Rivolgendo lo sguardo verso la splendida bambina che era lì davanti.
Sospirai, poi mi fermai un attimo, infine mi
decisi: «State attenti, poiché sto per spiegarvi ciò che è accaduto …».
Entrambi trattennero le lacrime, gli sfuggì
soltanto qualche singhiozzo.
Io incominciai a spiegare: «Oramai mi
conoscete bene, di certo non vi direi delle bugie. Sappiate che quello che mi è
accaduto ha dell’incredibile e che non ho idea di come uscirne; so solo che
devo raggiungere un posto, il luogo dove feci un incidente tempo fa».
I loro volti assunsero un’aria stranita;
ciononostante non dissero nulla, si posero all’ascolto: «Tempo fa ebbi un
incidente, una disgrazia inconcepibile per qualsiasi mente umana. Io in verità
non sono nato in questi anni bensì negli anni 70 e provengo dal 2011; e che voi
ci crediate o no, sapevo già come sarebbe andata a finire la guerra e i
relativi vincitori. Sapevo persino che la spedizione italiana in Russia sarebbe
stata un disastro e che le vostre terre sarebbero state devastate dallo scontro
dei vari eserciti».
In un primo momento non parevano credermi e
mi guardarono anche in modo strano.
Allora decisi di dirgli alcune cose che
sarebbero accadute: «Quello che sto per dirvi vi farà cambiare idea».
«Però prima promettetemi che non rivelerete a
nessuno ciò che vi sto per dire». Dissi alla fine.
Entrambi promisero solennemente che non
avrebbero fiatato.
«Ascoltatemi: la guerra in Europa terminerà
l’otto Maggio del 1945; Hitler si ucciderà il 30 Aprile del 1945 e Mussolini
verrà ucciso il 28 di Aprile del 1945. Non vi darò solo queste informazioni, ma
anche altre ancora più nefaste: il 6 e il 9 agosto del 1945 il mondo conoscerà
un’arma che non avrà pari nella storia. Sto parlando della bomba atomica e il
Giappone sarà il bersaglio di queste bombe. Se ciò che vi ho appena riferito si
avvererà, voi dovrete venire a vedermi il giorno che ho segnato su questo
foglietto e all’ora scritta su di esso; ovviamente in esso c’è segnato anche
l’anno».
Gli passai un foglietto su cui avevo annotato
tutto quello che mi era capitato.
Poi gli feci la richiesta di cui Grete mi
aveva accennato quando la vidi dinanzi al tabacchino: «Voglio però che facciate
una cosa per me». Dissi.
«Cosa?». Mi domandò Grete.
Joshepp mi guardò incuriosito.
«Dovete promettermi che aiuterete la mia
famiglia». Gli dissi.
«Come possiamo farlo?». Chiese Grete.
«Semplice; adesso vi dirò come».
Frugai nella mia borsa e tirai fuori il
gruzzolo che avevo ricevuto anni prima, lo liberai dal fazzoletto in cui era
avvolto e lo posi dinanzi a loro due.
Ne presi pochi di quei soldi, il resto lo
risigillai e lo diedi a Grete dicendo: «Questi sono tanti soldi, vi serviranno
nel momento che le cose miglioreranno, ma fino ad allora dovranno rimanere
nascosti: nessuno dovrà sapere della loro esistenza; ci sarebbero uomini
disposti a tutto pur di impossessarsene, persino a uccidere due bambini come
voi».
La guardai in modo serio e domandai:
«Intesi?».
Lei mi fece cenno di aver capito.
Allora io ribadii: «Questi soldi verranno
messi in una cassetta di sicurezza in Svizzera intestata ad entrambi e solo al
vostro 18° anno di età potrà essere aperta. La maggior parte dei soldi sarà
custodita al suo interno, quelli necessari al vostro sostentamento verranno
lasciati a te».
Grete annuì, lo stesso fece Joshepp.
«Voi verrete iscritti a un collegio in cui
starete fino al compimento dell’anno 18°, in seguito vi contatterà un notaio
svizzero. Per quanto riguarda il collegio verrà pagato da un notaio mese per
mese e i soldi per pagarlo saranno su di un conto corrente che io vi lascerò.
Ma tutto ciò si potrà fare solo dopo la fine della guerra, giorno in cui
capirete che non vi ho detto delle bugie. Fino ad allora io starò con voi, ma
oltre quella data dovrò raggiungere il luogo dove ho avuto l’incidente».
Alla notizia che sarei rimasto con loro
ancora molti mesi quegli occhi si sgonfiarono e le lacrime furono scongiurate.
Dopo un’oretta di chiacchiere però, ci
accorgemmo che si era fatto tardi e andammo tutti a letto poiché stremati.
Otto
mesi dopo …
Con i soldi che avevamo a disposizione, non
facemmo nessuna fatica per vivere; anzi, non ne toccammo poi tanti e riuscii a
cambiarli tutti in franchi svizzeri e con un buon risultato.
La stessa banca svizzera dove li depositammo
fece in modo di investirne una parte.
La metà, invece, venne messa in una cassetta
di sicurezza e conservata per il 18° anno di Grete e Joshepp.
Tuttavia, supponendo che gli investimenti che
avevo detto di fare sarebbero stati fruttuosi nel tempo, ero certo che di quei
soldi non ce ne sarebbe stato bisogno; erano lì solo in caso di emergenza.
Stando ai calcoli, quegli investimenti
comandati alla banca avrebbero fruttato un sacco di soldi; sapevo su cosa
investirli poiché conoscevo il futuro: Grete e Joshepp potevano vivere una vita
agiata.
Mi ero messo in contatto con un notaio cui
affidai la tutela dei due bambini e l’incarico di vigilare sul loro conto
corrente e sulla corretta condotta del collegio che io avevo scelto per loro.
Tutto era pronto affinché io partissi, era
giunto per me il momento di ritornare dalla mia amata famiglia.
Venne anche il giorno dell’entrata dei due
bambini in collegio ed io li accompagnai spacciandoli per figli miei; in guerra
era andato tutto perso, figuriamoci se erano in grado di risalire alla verità.
In quegli otto mesi poi, mi accertai che
Grete e Joshepp imparassero alla perfezione l’italiano.
Eravamo dinanzi all’entrata del collegio; lì,
li attendevano il rettore e gli insegnanti.
Io avevo già discusso con il rettore e gli
avevo detto che la retta gli sarebbe stata versata mensilmente da un notaio di
ottima fama e persona onorevole.
Egli conosceva chi era il notaio e allora non
fece nessuna obiezione, dunque tutto era pronto per dirci addio.
E questa volta non stavano per piangere solo
loro, ma anch’io …
«Grete, Joshepp; mi raccomando: divenite
delle brave persone. Non dimenticate mai questi momenti e fatene tesoro, solo
così eviterete di fare gli stessi errori che l’uomo ha fatto in questi anni.
Studiate, poiché solo apprendendo vi conquisterete il futuro e badate:
un’ideologia buona è colei che mette al centro di tutto la vita umana
senz’alcuna distinzione di credo o di razza. Tutte le altre sono pattume;
questo è il modo di riconoscere la giustizia: la vita dell’uomo è preziosa e
vale più di qualsiasi cosa; non c’è finanza che tenga, non c’è nazione che
tenga, non c’è nessun altra cosa più importante. Se qualcuno vi dirà il
contrario: state lontano da lui, poiché è un cialtrone e i pasticcioni fanno
morire la gente; noi italiani ne sappiamo qualcosa».
Loro mi abbracciarono per l’ennesima volta e
Grete disse: «Lo so che non sei il mio papà; ma ti ho sempre considerato come
lui e so che anche mamma e papà ti staranno ringraziando dal posto dove sono».
Poi pianse.
Io le lacrime le trattenni a malapena.
Joshepp affermò: «Grazie per tutto quello che
hai fatto. Ho sempre pregato che arrivasse un angelo a salvarci da tutta quella
cattiveria e alla fine è stato mandato: sei arrivato tu».
Eh; quanto mi costò trattenere le lacrime …
Non ce la facevo più, stavo quasi per cedere
quando mi decisi a dire: «Adesso andate prima di far piangere anche me».
Facendo segno verso l’entrata del collegio.
I due bambini si stavano quasi per allontanare,
quando mi venne in mente di comunicargli quello che avevo messo assieme ai
soldi: «Ragazzi ricordate che nella cassetta di sicurezza c’è anche una mia
lettera indirizzata a voi due».
Mi fecero cenno di aver compreso e si
diressero verso l’ingresso del collegio.
Arrivati all’entrata si girarono un’ultima
volta e mi salutarono con la mano destra entrambi, poi la porta venne chiusa ed
io mi diressi verso l’ostello che ormai mi ospitava da lungo tempo.
Era ora di partire, ma non prima di aver
controllato che tutto andasse come preventivato; all’indomani avrei fatto un
ultimo sopralluogo intorno al collegio e poi sarei partito alla volta del
paesino che mi aveva visto arrivare in quel tempo.
Arrivai nell’ostello e l’oste mi salutò, poi
si accorse che i bambini non erano con me e mi chiese: «I bambini dove li ha
lasciati?».
«Eh … È giunta l’ora che siano istruiti; e
quale posto più appropriato di un collegio?». Ribattei.
«La capisco; anch’io se avessi un figlio lo
farei studiare». Mi rispose.
A quel punto salutai l’oste e andai in camera
per preparare le mie cose.
Le misi nello zaino che oramai mi teneva
compagnia da lungo tempo e quando finii mi mancarono subito i bambini, oramai
ero abituato al trambusto che facevano quando giocavano.
Non rimaneva che organizzarmi per il viaggio
che mi attendeva.
A dir la verità percepivo un po’ d’ansia: se
le cose fossero andate secondo i calcoli avrei abbracciato i miei cari di lì a
poco.
Sperai che Gabriele avesse ragione e che
quando mi sarei avvicinato al luogo del mio arrivo in quel tempo, si sarebbe
ripetuto quello strano fenomeno riportandomi nel 2011.
Mi appoggiai sul letto e ripensai alla
lettera che avevo lasciato a Grete e Joshepp.
La ricordavo nitidamente e ciò che c’era
scritto pareva lì, dinanzi ai miei occhi:
Ciao
Grete;
Ciao
Joshepp.
Quando
voi starete leggendo questa lettera sarete divenuti dei bei giovanotti.
Tu
Joshepp sarai certamente un gran bel ragazzo e tu Grete sarai una splendida
ragazza: fortunato colui che avrà l’onore di accompagnarti lungo la strada che
farai.
Spero
che questi anni non siano stati tempi duri per voi poiché vi assicuro che ciò
mi dispiacerebbe tanto.
Mi
scuso se non sono stato coraggioso al punto da portarvi con me, ma se avrete la
pazienza di continuare a leggere vi spiegherò il perché non mi sono assunto
tale responsabilità.
Tempo
fa vi dissi quello che mi era capitato e credo che vi siate resi conto che non
mentivo; avrete certamente notato le parole veritiere sul futuro che io vi
dissi.
Ma
bando alle ciance, è ora di spiegarvi ciò che è accaduto: nell’anno 2011, nel
mese appuntato sul foglietto che vi consegnai nel 1944, ebbi un incidente
strano.
Sbandai,
uscii di strada con la mia macchina e persi conoscenza.
Quando
mi risvegliai, fui sbalordito e incredulo di constatare che quello non era il
2011: ero piombato indietro nel tempo, quello era il 1940, precisamente il mese
di Giugno.
Da quel
giorno mi sono successe un sacco di cose, belle e brutte; tra le belle c’è
l’incontro che ho avuto con voi, fatto che mi ha dato enorme forza e mi ha
fornito un obiettivo.
Di
questo io vi devo ringraziare …
Tuttavia
avevo urgenza di tornare nel posto dov’ero apparso, poiché un uomo incontrato
nel 1940 mi aveva fatto presente che prima o poi il posto nel quale è avvenuto
un fatto simile avrebbe nuovamente visto quell’evento.
Era
l’unico modo di ritornare da mio figlio Giacomo e mia moglie Simona …
Ah, già
…
Mi
scuso con voi ulteriormente ma ho dovuto darvi un falso nome, poiché capirete
che quello vero mi avrebbe messo in pericolo e indirettamente sareste stati in
pericolo anche voi.
Il mio
nome è Santi Andrea, non Giuseppe; quello era il nome di un fratello di mia
nonna morto nel 1940; suppongo però, che non importi il nome della persona: ciò
che ha fatto è importante.
Questa
lettera che vi ho lasciato ha anche lo scopo di ricordarvi ciò che avete
promesso; temo che lo squarcio temporale non si presenti nuovamente, oppure che
mi uccida.
Se ciò
dovesse accadere, vi prego: prendetevi cura della mia famiglia, dategli almeno
un’opportunità.
Sono sicuro
che conoscendo Giacomo vi renderete conto che somiglia molto a voi quando
avevate la sua stessa età; l’ho rivisto tutti i giorni nelle vostre azioni e
alla fine voi siete divenuti i miei figli adottivi.
Mia
moglie Simona è la donna più dolce del mondo è merita di più dalla vita.
Io non
sono riuscito a dargli ciò che volevo purtroppo; se avviene ciò che temo, spero
che abbia anche lei una vita felice.
In
quanto a Giacomo …
Avrei
tanto voluto vederlo adulto, ciò che ogni genitore desidera.
Se non
riuscissi a tornare, vi prego: ditegli che gli voglio tanto bene e che è nei
miei pensieri ogni giorno, come lo siete voi costantemente.
Di voi
conservo un ricordo di due splendidi bambini a cui ho voluto un sacco di bene.
Confido
di riabbracciarvi in un altro tempo, tuttavia devo mettere in conto che ciò non
potrebbe avverarsi; so che farete quello che vi ho chiesto, lo so perché vi ho
incontrati quel giorno in cui ebbi l’incidente.
Ahimè
però, vi ho scambiato per due persone sole e non vi ho dato retta.
Ah, quanto
avrei voluto abbracciarvi …
Se
dovesse ripetersi il nostro incontro, vi prego di non fermarmi; se lo fate,
potrebbe cambiare il vostro futuro.
… E se
è avvenuto tutto, vuol dire che doveva accadere.
A me
basta che teniate fede alla vostra promessa.
Vi
ringrazio tantissimo per quello che farete e vi porterò sempre nel mio cuore.
Il
vostro
Andrea
Santi
Il tempo volò ed io mi appisolai.
***
Un cinguettio mi disturbò e quando aprii gli
occhi, mi accorsi che si era fatto giorno: dovevo sbrigarmi e arrivare al
collegio per controllare quello che stava avvenendo.
Mi lavai, mi misi lo zaino sulle spalle e mi
diressi verso il piano terra; chiusi per l’ultima volta la porta della stanza
che mi aveva ospitato per parecchio tempo.
Arrivai presso il bancone dove il
proprietario attendeva l’arrivo dei clienti e consegnai le chiavi, ci salutammo
per l’ennesima volta ed io uscii dallo stabile dirigendomi verso il collegio:
chissà com’era andata la prima notte di Grete e di Joshepp …
Dopo un’oretta di cammino arrivai vicino allo
stabile; di lì però, non riuscivo a scorgere nulla: dovevo cercare un punto da
dove poter vedere all’interno del cortile di quel collegio.
Mi guardai in giro e a pochi passi vidi un
palazzo alto quattro piani, era abbastanza elevato da poter vedere cosa stava
accadendo nella scuola.
Mi avvicinai al portone e chiesi al custode
se potevo salire sul terrazzo; mi spacciai per un fotografo.
Ovviamente dovetti pagarlo altrimenti non mi
avrebbe fatto passare, ma me la cavai con pochi spicci.
Mi diressi sul terrazzo e quando lo raggiunsi
vidi che, com’era usanza del tempo, esso era pieno di panni stesi ad asciugare.
Mi avviavi verso il lato da dove era
possibile osservare la scuola e quando arrivai lì, non fu difficile scrutare
all’interno del collegio; addirittura si potevano vedere le finestre delle
classi da quel posto, alcune volte trasparivano gli alunni che si avvicendavano
alla lavagna.
Una signora non lontana da me stava stendendo
i panni, mi vide e si avvicinò; mi chiese: «È interessato a quel collegio?». In
modo anche guardingo.
«No, in verità ieri ho accompagnato i miei
figli lì. Volevo solo constatare che stessero bene e che fossero trattati come
si deve». Risposi io.
Appena udite quelle parole la sua espressione
cambiò e un sorriso apparve sul quel faccione tondo.
Lei ribatté: «Ah … Non si preoccupi. Io vivo
qui da prima della guerra e le assicuro che è il miglior collegio d’Italia. Al
suo interno insegnano i migliori maestri che io abbia mai conosciuto, tutte
persone rispettabilissime. Credo che non potesse fare scelta migliore. Lì
dentro saranno trattati bene e avranno tutte le attenzioni possibili».
Quelle parole mi rincuorarono, ma volevo
vedere con i miei occhi ciò che stava avvenendo dentro quello stabile.
Non dovetti attendere tanto: all’improvviso
un numero imprecisato di alunni si riversò nell’atrio e, protetti dalle mura di
cinta, facevano i più disparati giochi mentre gli alunni più grandi sedevano su
delle panchine attorniati dal verde di cui era pieno quello spazio.
Poi ebbi la felice visione: vidi entrambi i
bambini che avevo accompagnato il giorno prima; all’iniziale staticità dei due
seguì il movimento, ognuno di loro si aggregò a dei bambini che parevano della
stessa età e incominciarono a giocare.
Le risate si sentivano fin sopra quel piano.
«Cosa le avevo detto». Mi disse la signora
accanto a me che guardava anch’essa quella scena.
«I bambini sono trattati bene lì. Peccato che
non possa essere accessibile a tutti quel collegio». Infine affermò.
Avevo visto e sentito abbastanza, il mio
viaggio iniziava in quell’istante.
Salutai silenziosamente per l’ennesima volta
i miei due bambini; sì, li consideravo oramai come figli … Feci lo stesso con
la signora e mi avviai verso il piano terra.
Uscii dallo stabile, diedi ancora un’occhiata
nostalgica a quel collegio e poi, passo dopo passo, mi allontanai dalla zona
fino ad uscire dalla città.
Il viaggio sarebbe stato lungo e la strada
impervia: la guerra era finita da poco e il pericolo di calpestare mine e bombe
inesplose aleggiava tetramente nell’aria.
***
Passò un mese da quel giorno ed io sperai di
raggiungere presto la mia meta.
D’un tratto riconobbi la zona, poi dopo pochi
passi vidi il cartello che molti anni priva avevo già osservato; fu allora che
capii la direzione che dovevo prendere.
In seguito il mio sguardo fu attirato da un
volantino; quella faccia disegnata lì sopra non mi era nuova.
Il volantino recava una scritta: “Ricercato per crimini di guerra”.
Sotto la scritta c’era una taglia di 25.000
lire.
La faccia apparteneva al maresciallo che
pochi anni prima mi aveva imprigionato, vessato, torturato e infine spedito in
manicomio.
Tirai un sospiro, anche se quell’uomo era
malvagio e probabilmente meritava di essere catturato, il mio pensiero fu colmo
di tristezza: ero saturo di sofferenza, non ne volevo sentir più parlare.
Io volevo dimenticare tutto, persino quelle
persone malvagie le quali diedero sfogo a ogni sorta di cattiveria: xenofobia,
razzie, soprusi e tutto ciò che rappresenta il lato oscuro del genere umano;
l’Italia non si fece mancare proprio nulla …
Lasciai stare il manifesto e mi diressi dal
lato opposto, zona dove tempo addietro io avevo già camminato.
Dopo mezz’ora di cammino riconobbi il
sentiero: ero vicino alla mia Wolkswagen Golf.
Individuai il pantano dove era precipitata la
mia macchina da lontano.
D’un tratto si udirono delle voci in
lontananza: esse appartenevano a molte persone.
«Uccidiamolo!». Esclamò una voce maschile.
«Bastardo … Quanta gente hai ammazzato».
Disse un’altra.
«Assassino!». Asserì con enfasi uno di loro;
poi un mormorio generale coprì tutte quelle voci e non si capì più nulla.
Io non continuai a camminare, anzi: ero lì
per nascondermi poiché bande di delinquenti si aggiravano ancora per le varie
zone e se ne avessi incontrata una mi avrebbero sparato.
In seguito mi accorsi che coloro i quali
stavano parlando erano partigiani; armati di moschetto automatico beretta
stavano scontando una persona ben legata e a quanto pareva picchiata in modo
pesante.
Costui era ferito e i suoi vestiti erano
macchiati di sangue, ma parve che a nessuno importasse nulla di quel
disgraziato.
Presto arrivarono nei miei pressi e si
fermarono, alcuni puntarono il mitra verso di me e quello che pareva fosse il
capo della combriccola mi chiese: «Chi sei?».
«Sono un reduce della Russia che è appena
arrivato. Sto andando a casa». Risposi un po’ impaurito.
Gli uomini abbassarono i mitra e mi
guardarono con degli occhi compassionevoli, a sottolineare che la triste storia
di quei ragazzi era giunta fino a loro.
Il loro capo mi disse: «Vai pure; ti sei
certamente meritato il ricongiungimento con la tua famiglia».
Nessuno di loro mi prestò più attenzione e
con passo lento iniziarono a dirigersi verso il centro abitato.
Quando quel poveraccio fu vicino a me lo
riconobbi: era legato con delle funi ben strette ai polsi e le mani erano
dietro la schiena.
Egli stava zoppicando vistosamente poiché era
stato ferito da una pallottola alla gamba destra.
Lui mi fissò; era il maresciallo fascista che io conoscevo bene …
Io lo guardai minacciosamente, erano ancora
ben impresse nella mia mente le torture che eseguì sul mio corpo; giuro che
avrei voluto pestarlo fino a che non fossi stato stanco.
Il capo del gruppo si accorse del mio
sguardo, fece fermare nuovamente la combriccola e mi chiese: «Lo conosci?».
Io annuii; in quel momento lo sguardo del
maresciallo, che nell’anno 1940 era arrogante, spavaldo, minaccioso e spietato,
mi apparve terrorizzato e quegli occhi risultarono persi: aveva paura di essere
ucciso.
«Certo che conosco questo personaggio; ancora
riecheggiano le sue parole mentre mi torturava». Risposi.
Poi continuai a guardarlo minacciosamente in
modo fisso.
A quel punto quegli occhi pervasi da safene
rossastre e spalancati oltremodo, i quali sembravano quasi che schizzassero
fuori dalle orbite, si abbassarono in segno di sottomissione.
In quell’istante ebbi pietà di lui e
dell’ideologia che esso rappresentava, dondolai la testa e non dissi niente.
Fu, però, il partigiano che comandava quel
gruppo che parlò: «Ah, non temere, costui sarà consegnato alla legge e pagherà
per tutto il male che ha commesso».
Dopo aver detto quelle parole si mossero
nuovamente, diretti verso il famoso paese di Mosello.
A me non rimaneva altro che incamminarmi
verso la zona in cui ero apparso per la prima volta in quel tempo.
Dopo dieci minuti arrivai dinanzi alla
cunetta che mi aveva visto protagonista dell’incidente.
Essa era cosparsa di rovi e la macchina non
era visibile dalla strada.
Il cuore mi batteva forte e uno stato d’ansia
mi pervase: di lì a poco avrei scoperto se ciò che mi disse Gabriele nel 1940
rispondeva a verità.
Mi tirai su le maniche e impugnai la mia
baionetta, unico souvenir militare che mi era rimasto.
Incominciai a tagliare i rovi fino a quando
non scoprii parte della mia macchina, precisamente il cofano: la Golf c’era
ancora, nessuno l’aveva scoperta e rimossa.
Un sorriso apparve sul mio viso e le forze
sembrarono ritornate: le facce di Simona e Giacomo erano già lì, dinanzi ai
miei occhi.
Gabriele aveva detto che quando le stesse
condizioni si sarebbero susseguite, l’evento che mi aveva scaraventato nel 1940
si sarebbe ripetuto.
Dopo tre ore di fatica riuscii a ripulire
tutta la zona e la visione della mia macchina suscitò in me angoscia, poiché
essa era arrugginita e irriconoscibile.
Pensai a cosa dovessi fare, ma non ne avevo
idea; presi lo zaino e mi avvicinai alla macchina assumendo un’espressione
dubbiosa.
Io stesso mi aspettavo che non succedesse
nulla.
Misi la mano sul cofano e percepii una strana
sensazione: d’un tratto un fragore insopportabile si diffuse nell’ambiente
circostante.
Il rumore fu tanto forte che non resistetti:
mi dovetti proteggere le orecchie, poi caddi inginocchiato al suolo.
Sentii dolore alle orecchie e dietro la nuca:
fu come se qualcuno mi stesse infilzando con degli aghi in quei posti.
Alla fine una luce gialla si propagò per
tutto l’ambiente, poi calò l’oscurità; non vidi più nulla …
***
Sentii una sostanza umidiccia sfiorarmi la
faccia, fino a pervaderla del tutto.
I miei occhi si riaprirono e mi ritrovai
steso con la faccia rivolta verso l’alto; stava piovendo.
Mi alzai di tutta fretta e la macchina era
dinanzi a me che stava ancora emanando il fumo, segno che l’incidente era
appena avvenuto.
Ci ero riuscito, avevo nuovamente ingannato
il tempo …
Corsi all’impazzata verso il lato superiore
della strada, ma ebbi una brutta sorpresa: non c’era l’asfalto lì e persino la
strada sterrata che avevo visto al mio precedente risveglio era svanita.
Mi misi la mano sinistra sulla faccia in
segno di disperazione, esplorai l’ambiente intorno a me e a quel punto capii
cos’era successo: ero finito nuovamente nei
meandri del tempo e non ero giunto nel 2011; ma allora dov’ero?
«NOOO!». Gridai.
Il rimbombo della mia voce pervase quella
zona completamente deserta e a quanto pareva inesplorata dall’uomo.
In quell’istante mi assalì un’angoscia senza
pari, avrei ripetuto tutto ciò che avevo già vissuto in precedenza; gli stessi
eventi, gli stessi uomini che avevo visto morire, la stessa sofferenza …
A quel punto desiderai la morte, la desiderai
con tutto me stesso; eppure io l’avevo sempre temuta, tuttavia l’avrei
preferita a quella situazione, a quel tempo dove l’umanità espresse tutta la
sua malvagità e la palesò con le ideologie che presero il comando in quel
periodo.
Ma sapevo anche che non potevo morire … La
morte non aveva potere su di me: se ancora non ero nato mi era preclusa la
morte, nessuna ferita era in grado di uccidermi.
Ero condannato a vagare nei meandri temporali
e, immortale, sarei stato costretto ad assistere a nefande azioni e a
indicibili situazioni.
Ero dunque intrappolato nel tempo e dovevo
cercare un’uscita da quel circolo chiuso che si sarebbe ripetuto per
l’eternità; mio figlio Giacomo e mia moglie Simona …
Le due persone da me amate oltremodo: non le
avrei riviste più.
Beh … Se avete letto fino a questo punto,
sappiate che avete appena letto un romanzo rifiutato dalla maggior parte delle
case editrici italiane.
È per questo che ho maturato la decisione di
farlo leggere gratuitamente.
Qualunque sia la vostra opinione, io non ho
avuto il coraggio di buttarlo via.
Ora voi potete giudicare: il libro è tanto
brutto da non essere preso nemmeno in considerazione?
Ebbene … Traetene le dovute conclusioni e
immaginate il perché un giovane (adesso tendo a non esserlo più purtroppo ma
quando ho iniziato a scrivere, lo ero) si senta fuori posto in alcuni luoghi.
Nel prossimo post vi farò vedere come intendo
assemblare il romanzo e che tipo di grafica ho disegnato; state assistendo alla
nascita di un libro e siete stati testimoni di tutte le difficoltà che si
incontrano durante i lavori di stesura, di correzione, di assemblaggio, ecc.
Esatto … Esiste un blog nel quale è reso pubblico
ogni sforzo fatto per far vivere un romanzo.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (devo lavorare sulla grafica e l’impaginazione).
PS … Ovviamente il romanzo è finito, ma la
storia continua in questo nuovo libro:
Per adesso, però, non è in progetto una sua
revisione e pertanto, chiunque abbia intenzione di leggerlo, dovrà attendere
che sistemi altri lavori più urgenti di cui vi metterò al corrente nei prossimi
post.

