È disponibile un altro capitolo.
Lo metto a vostra disposizione affinché
possiate andare avanti con la lettura del romanzo.
Spero vivamente che “lui” sia di vostro
gradimento; ammetto, tuttavia, che lo sforzo richiesto per la correzione di
qualsiasi manoscritto va al di là di quanto mi aspettassi.
Buona lettura:
CAPITOLO 9
VERSO IL RIMPATRIO
«Sai». Mi disse il signore di mezz’età
dinanzi a me.
«Sei veramente un caso strano, forse quello
più bizzarro che mi sia capitato di vedere». Infine affermò.
Pensava che non lo capissi, invero io ero in
grado di decodificare qualsiasi sillaba lui mi dicesse.
Il dottore dondolava la testa e continuava a
controllare il mio petto con uno stetoscopio alquanto vecchio e malandato, poi
si alzò e pose il suo marchingegno su di un appoggio vicino al letto di paglia.
«Non è possibile!». Esclamò pensieroso.
E si portò la mano destra sotto il mento
incominciando a lisciarsi la barbetta che egli aveva.
«Mai in vita mia ho assistito a una cosa
simile». Mi guardò e disse: «Vorrei averti incontrato in altri tempi, proprio
per approfondire ciò che rappresenti».
Quelle parole mi fecero pensare; come mai
stava facendo quelle affermazioni?
Cosa c’era in me che non andava?
E … Soprattutto: perché mi stava dicendo
quelle cose?
Dovevo scoprire cosa volesse dire …
Gli domandai: «Cosa c’è che non va in me?».
Lui mi guardò incuriosito, poi mi rispose:
«Mi dispiace ragazzo, io non parlo l’italiano».
In quell’istante ebbi paura che io avessi
qualcosa di strano e che mi fossi beccato qualche malattia; non so: tifo, peste
…
Mi venne in mente un libro che avevo letto e
dove c’era scritto che durante i combattimenti in Russia le truppe si
ammalavano spesso di tifo e in alcuni casi anche di peste; tutte malattie
trasmissibili per mezzo di pidocchi e di zecche.
Iniziai a cercare le macchie rosse sul mio
corpo, poiché prima di essere trasportato nella isba ero pieno di quegli
insetti.
Lo feci non curandomi del dottore che era
dinanzi a me, e dopo pochi istanti mi chiese: «Cosa stai cercando?». Ponendosi
in modo che io potessi vederlo.
«Le macchie rosse». Risposi io.
«Giovanotto; non capisco proprio la tua
lingua, ma mi pare che tu stia cercando qualcosa …». Ribatté.
Gli feci capire in qualche modo che ero
preoccupato di avere delle macchie.
«Non preoccuparti; non hai nessuna malattia
contagiosa, altrimenti non saresti entrato in questa casa». Mi disse
pacatamente.
Solo allora mi tranquillizzai, ma rimaneva da
scoprire perché avesse fatto quelle affermazioni.
Proprio in quel momento aprì la porta
Anastasia, recava in mano una pila di vestiti ben stirati; quelli però, non
erano i miei vestiti: erano vestiti civili.
Li poggiò sul letto e mi disse: «I tuoi
vestiti li abbiamo dovuti bruciare; erano pieni di pidocchi e di zecche, per
non parlare del cattivo odore e del sangue di cui erano impregnati».
Poi aggiunse: «Ti terranno egualmente caldi,
poiché sono invernali. Dovrai però tenere le tue scarpe perché non ne abbiamo
un paio di ricambio; di questi tempi è già un miracolo averne uno …».
Il profumo del sapone di Marsiglia emanato da
quei panni inondò tutta la stanza e quell’odore che un tempo mi dava fastidio
divenne una piacevole fragranza paradisiaca.
Il mio olfatto aveva dimenticato quegli
odori, aveva però ben registrato il tanfo di cadavere e di quel lerciume di cui
ero pregno fino a pochi giorni prima, quando vagavo per la steppa in cerca
della salvezza.
… Per non parlare degli escrementi dei
pidocchi che oramai avevo ben imparato a riconoscere.
Solo in quell’istante mi accorsi che quel
tanfo era sparito dal mio corpo: qualcuno mi aveva lavato; a quella famiglia io
dovevo la mia vita, eppure ero un invasore: per colpa mia loro avevano subito
angherie, fame e sofferenze.
Era pertanto comprensibile che mi odiassero …
Ciononostante mi stavano aiutando.
Chiusi le mie palpebre, stavo quasi per
piangere; sì, piangere per la vergogna: non mi ero mai vergognato tanto in
tutta la mia vita.
Nonostante il male arrecato mi venivano
offerti rifugio e cure.
Sui libri avevo letto di battaglie, di onore,
di patria, di razze superiori e inferiori, di spazio vitale per i popoli meritevoli,
di disciplina e di ideologie da sradicare poiché maligne: tutta merda!
Sì, merda data in pasto alla popolazione per
fargli bere ciò che dei pazzi volevano fargli intendere, poiché solo dei pazzi
potevano mandare a morire così tanti ragazzi.
Trattenni le lacrime: ero pur sempre un uomo
e non potevo mostrare le mie debolezze; strinsi addirittura i denti come la
mamma mi aveva insegnato quand’ero bimbo per ovviare al dolore d’una caduta da
niente.
Il pianto però, fu talmente irrefrenabile che
dovetti ricorrere a tutta la mia forza per non lasciarmi sfuggire quelle
disonorevoli gocce di liquido salato.
Mandai giù la saliva e ripresi il controllo,
in quel momento riaprii gli occhi e guardai sia Anastasia, sia il papà; gli
dissi: «Grazie; non dimenticherò ciò che avete fatto».
Si guardarono in faccia e fecero trapelare
che di quelle parole non avevano capito nulla, poi il dottore mi disse: «Come
ti ho già detto mi è impossibile capire ciò che dici».
Io annuii e poi gli feci capire che avrei
voluto vestirmi: ero consapevole che se i partigiani mi avessero trovato in
quella casa avrei messo a repentaglio la vita di quella brava gente.
Il papà fece cenno verso Anastasia che di
rimando abbandonò la stanza; e fu allora che io mi alzai e mi rivestii pian
piano, poiché ero ancora dolorante.
Mi misi un pantalone imbottito di lana, una
canottiera di lana, un maglione dello stesso materiale e infine indossai un
giubbotto lungo che arrivava fino alle ginocchia.
Mi diedero persino un colbacco di colore
marrone scuro e ben imbottito, esso copriva la testa e le orecchie fino ad
arrivare alla base del collo.
Uscii dalla stanza e per la prima volta vidi
tutta la famiglia al completo: la mamma, il papà e Anastasia.
La mamma era anche lei una bella donna: i
suoi capelli erano biondi e le sue guance erano tonde e rosse.
«Devo andare». Dissi ai tre.
Ma anche quelle parole caddero nel vuoto,
poiché non compresero; allora ricominciai a mimare, facendo intuire che volevo
uscire dalla porta.
«Ebbene, dato che sei in grado di camminare,
sarà il caso che tu vada prima che arrivino i partigiani. E dato che la linea
del fronte non è molto lontana, Anastasia ti guiderà nella zona dove ancora ci
sono gli eserciti invasori, in modo che tu possa ricongiungerti ai tuoi». Disse
l’uomo che mi aveva precedentemente visitato.
Annuii per far capire d’aver compreso e fu
allora che il papà fece cenno ancora una volta verso la figlia; essa andò in
una stanza e ne uscì in seguito con il mio zaino.
Me lo diede e disse: «Prendi, sono le cose
che avevi quando ti abbiamo trovato».
Io presi lo zaino e lo misi sulle spalle.
Mi bardai per bene e mi chinai leggermente
con il busto dicendo: «Grazie».
Loro fecero cenno d’aver capito poi
annuirono, facendomi intendere che era tempo di andare.
Mi girai e misi le mani sulla porta per
aprirla ma il papà di Anastasia richiamò la mia attenzione: «Aspetta un
attimo». Mi disse.
Egli mise una mano in tasca e tirò fuori
qualcosa.
Dopo aver guardato bene quell’oggetto, mi
accorsi che era il mio telefonino; lo tenevo con me fin dall’inizio della mia
avventura.
Il signore si avvicinò e mi disse: «Questa
diavoleria deve essere una vostra arma. Volevo trattenerlo, ma suppongo che sia
più utile a te».
Riprodussi un sorriso e mi avvicinai a lui,
volevo quasi regalarglielo ma giunsi alla conclusione che quello non era un
oggetto del tempo e pertanto sarebbe stato meglio farlo sparire.
Lo presi, ringraziai nuovamente e lo riposi
nel taschino sotto la giacca, annuii e questa volta lasciai definitivamente
quella casa.
Chiusi la porta e mi ritrovai dinanzi di
nuovo la distesa di neve che avevo lasciato in precedenza.
Una voce attirò la mia attenzione, appena
udibile; essa non arrivava da lontano.
Anastasia era celata dietro un angolo della
casa e mi aveva chiamato.
Lei mi disse: «Presto, da questa parte».
Indicando un bosco lì vicino.
E incominciò a camminare guardandosi intorno.
Così feci anch’io; la seguii cautamente a
debita distanza poiché pensai che se fossimo stati fermati dai partigiani non
l’avrei messa nei guai.
La sua figura sparì nel fitto bosco; è dire
che era lontana da me solo qualche centinaio di metri …
Mi avvicinai a quel bosco inoltrandomi al suo
interno, ma della figura di Anastasia non trovai nessuna traccia.
Poi udii: «Pss … Pss …». Qualcuno mi stava
chiamando e dal tono di voce capii che si trattava della splendida ragazza la
quale mi aveva dato aiuto; tuttavia non riuscii a scorgerla.
A pochi passi da me c’era un cespuglio
ricoperto dalla neve e al suo interno iniziai a percepire del movimento; in
quell’istante ebbi paura: pensavo fossero i soldati russi oppure i membri della
resistenza.
Lì vidi una mano che m’indicava d’avvicinarmi
e non pareva proprio una mano di un uomo.
Aguzzai lo sguardo e avvistai proprio
Anastasia: era lei che mi stava chiedendo di raggiungerla.
Mi avvicinai cautamente, facendo attenzione
che nessuno mi vedesse, mi chinai vicino a quel cespuglio e nulla vidi, solo
neve rappresa e dura che lo ricopriva; poi d’un tratto sentii una voce:
«Attraversa il piccolo passaggio». E ancora una volta vidi spuntare la sua mano
da una fessura di medie dimensioni.
Mi acquattai ed effettivamente c’era un
passaggio angusto là.
Strisciai al suo interno e mi ritrovai in una
sorta di tunnel sotterraneo, fui in grado di inginocchiarmi e alzarmi quasi in
posizione eretta con la schiena.
Lì c’era Anastasia che per mezzo di una
piccola candela illuminava quella galleria.
Se fuori era bella, all’interno di quello
stretto spazio, illuminata da quella flebile luce, apparve una creatura
meravigliosa, quasi irresistibile.
Non nego che m’imbarazzai, quella era una
bellezza a cui ci si doveva inchinare.
Colei che avevo dinanzi era splendida anche
nell’anima: chi avrebbe fatto quello che lei stava facendo per me?
E lì mi feci tante altre domande: perché sta
facendo questo?
Ma lo saprà che sta rischiando la vita?
Quando finii di pormi quelle domande chiesi:
«Dove siamo?».
Eravamo alle solite: Anastasia dondolò la
testa, mi fece capire che il mio linguaggio non era comprensibile.
Però mi rispose: «Non riesco a comprendere
ciò che dici».
Poi affermò: «Dobbiamo sbrigarci: vieni!». E
si avviò davanti a me a carponi, in modo da camminare agevolmente in quella
galleria; lo stesso feci io che la seguii cercando di non perderla di vista.
Mentre gattonavo, guardavo quel tunnel;
pareva fosse una sorta di miniera abbandonata poiché tutte le sue pareti erano
ben puntellate con travi di legno e assi.
Gattonammo per circa un paio di ore, fin
quando si sentirono molte esplosioni in lontananza.
Esse erano appena percettibili poiché la
terra insonorizzava quanto bastava.
Subito dopo quei rumori, la terra tremava e
della polvere cadeva verso il basso.
«Dobbiamo muoverci». Affermò Anastasia.
Incominciò a gattonare in modo veloce tant’è
che fui costretto a muovermi in maniera veloce anch’io per non perderla di
vista.
Le ferite in quel momento mi procurarono
forti dolori poiché ancora non erano guarite del tutto, ciononostante riuscii a
tenere il passo.
I rumori si fecero sempre più forti fino a
divenire quasi insopportabili; Anastasia si girò verso di me e asserì: «Forza!
Siamo quasi arrivati».
Ogni tanto guardavo dietro di me e notai che
l’oscurità ci avvolgeva; pensai immediatamente che se fosse crollato il
soffitto della galleria in cui stavamo gattonando saremo morti entrambi.
Camminammo ancora un’oretta e quei rumori
proprio non cessavano, poi a un tratto divennero meno forti.
«Ci siamo». Bisbigliò Anastasia.
E fermandosi si portò in posizione quasi
eretta, inginocchiandosi; lo stesso feci io che nel frattempo l’avevo
raggiunta.
Anastasia mi passò la candela dicendomi:
«Tieni un attimo». Poi si affannò a scavare con le mani dinanzi a lei.
Dopo circa dieci minuti una luce pervase
quella oscura caverna e tutto fu più chiaro: fuori c’era la neve e non lontano
si udirono i cannoni della battaglia.
Anastasia tirò fuori la testa dall’apertura
appena aperta e poi la riportò all’interno del tunnel, mi guardò e fece cenno
con il capo verso l’esterno.
Io feci intendere di non aver compreso e lei
questa volta parlò in russo.
Come al solito in un primo momento non capii
granché, poi mi divenne tutto chiaro: «Siamo dietro le linee dei tuoi amici».
Disse.
Poi continuò: «Io non posso proseguire: se mi
prendessero verrei deportata e uccisa. Ma tu sei arrivato».
Chiusi le palpebre, sbuffai e la fissai, poi
gli dissi: «Ti devo tanto». Ma ero altresì consapevole che più attendevo, più
la esponevo al pericolo di essere presa.
Passai davanti a lei e stavo quasi per uscire
fuori da quel tunnel quando Anastasia richiamò la mia attenzione: «Aspetta».
Disse.
«Devo dirti dove siamo». Infine affermò.
Io mi fermai e annuii per far intendere che
avevo capito ciò che mi aveva detto.
Fu allora che iniziò a parlare a bassa voce:
«Ci troviamo nei pressi di Nikitowka; qui vicino c’è Nikolajewka. Da lì
potresti raggiungere facilmente le retrovie. Ma bada: il paese è pieno di
soldati russi, ti converrebbe girare verso sud e dirigerti a Staronoahewe;
facendo così eviterai i combattimenti».
Ero proprio nel bel mezzo della battaglia
finale che avrebbe rotto l’accerchiamento delle truppe russe ai danni di quelle
italiane; rimaneva da studiare un buon percorso alternativo poiché io non
potevo di certo partecipare a una battaglia: ero disarmato e per di più non
avevo alcun materiale utile.
Giunse dunque il momento di andare e di dire
addio ad Anastasia.
La guardai e annuii senza dire nulla, portai
la mano in avanti per stringere la sua e lei fece la stessa cosa; non so quali
sentimenti io abbia nutrito per lei in quel momento, ma senz’altro vi fu il
rispetto.
Sì, il rispetto per una donna forte, forse la
più forte che avessi mai incontrato in vita mia, che a rischio della vita aveva
fatto ciò che era giusto in un’era che di giusto poco aveva.
Se vi è mai stata una civiltà superiore,
Anastasia faceva parte di essa con i suoi familiari: nel tempo buio che stavano
vivendo avevano saputo discernere la cosa giusta da fare dall’odio; e il
salvare vite umane era la più nobile delle azioni in quel momento.
Noi invece rappresentavamo la civiltà della
violenza, dell’odio razziale, dell’autodistruzione, dell’ingordigia e della
corruzione, oltre che della completa inettitudine: la vergogna mi avrebbe
accompagnato per tutto il mio viaggio benché io non fossi responsabile di
quella follia.
Ogni cittadino di una nazione però, di certo
non può dare la colpa a un singolo uomo poiché se egli è stato capace di fare
ciò che ha fatto, vuol dire che ha avuto il benestare della maggior parte della
popolazione; dunque essa è responsabile al pari del folle che l’ha guidata.
Io ebbi un ricordo in quel momento: quando
ero bimbo chiesi a mio nonno perché avesse il crocifisso e lo stemma del
partito socialista fissati sul muro alla stessa altezza.
Mio nonno rispose: «Figlio mio; arriverà il giorno in cui ti accorgerai che per sentirti
vivo dovrai credere in dei valori. Valori che devono essere giusti però; e il
segreto per riconoscerli è semplice: essi non dovranno mai, e dico mai,
professare il male e fare discriminazione fra gli uomini. Al centro di quei
valori ci dovrà essere la vita umana che è sacra, non importa da dove essa
arrivi e la sua religione, siamo tutti uguali e sulla stessa barca. Non
esistono uomini che meritano di regnare su altri, non esistono uomini
superiori; chi afferma ciò ha un solo nome: diavolo».
Mio nonno era un uomo di fede, ma credeva in
una società giusta dove esistesse la proprietà privata, dove si collaborasse
per un fine equo: la crescita collettiva e la prosperità. Questo era il
socialismo per lui, me lo spiegò innumerevoli volte.
Quel ricordo durò una frazione di secondo, ma
a me sembrò che fosse passato più tempo; esso venne interrotto dalla pelle
morbida e dalle mani calde di Anastasia.
Quanto ammirai quella donna in quell’istante
…
Anche lei annuì facendomi intendere che era
giunto il momento di andare ed io feci la stessa cosa.
Le strinsi la sua mano candida e calda con
entrambe le mie mani e non riuscii a trattenere tutte le lacrime: una sfuggì al
mio controllo e solcò il mio viso scendendo verso il basso.
Ma prima che essa finisse di percorrere il
mio viso fu bloccata dall’indice caldo e profumato della splendida figura
dinanzi a me.
Lei asciugò quell’unica infamante goccia di
pianto, la quale palesò i miei sentimenti.
Poi mi guardò e riprodusse un piccolo
sorriso, infine disse: «Sono sicura che tu avresti fatto la stessa cosa per me.
Non c’è motivo di emozionarsi; va, e una volta arrivato nel tuo paese, se
proprio vuoi sdebitarti, lotta contro la tirannia e fai in modo che queste cose
non succedano più».
Aveva appena vent’anni quella ragazza o poco
più, eppure mi fece un discorso che non mi sarei mai aspettato e probabilmente
lo fece perché credeva che io non potessi capire.
Tirai un sospiro e mi resi conto che non
potevo più attendere; lì era pericoloso per entrambi: io dovevo raggiungere la
mia meta, lei doveva ritornare al sicuro nella sua casa.
Guardai un’ultima volta quel viso angelico,
non volevo dimenticarla quella faccia; dopo pochi secondi lasciai la sua mano,
la salutai nel linguaggio universale che tutto il mondo conosce, agitando la
mia mano destra, e uscii dal buco che lei aveva fatto.
Mi ritrovai nuovamente in mezzo alla steppa …
Non mi girai e non mi resi conto se Anastasia
mi stesse osservando; incominciai a camminare con passo veloce dirigendomi
verso sud come lei mi aveva consigliato.
Degli spari di fucile interruppero la calma
apparente e dei colpi di mortaio caddero in lontananza; dovevo sbrigarmi,
altrimenti avrebbero potuto notarmi.
Passarono circa tre ore dall’inizio della mia
marcia; i rumori dei combattimenti si allontanarono da me, tuttavia il mio
pensiero andò alle 40.000 persone: alpini, fanti, bersaglieri e a ogni singolo
uomo che stava marciando in quella colonna nel tentativo di salvarsi la vita.
Ah … Quanto avrei voluto aiutarli, ma non ero
in grado di fare proprio nulla; nello stato in cui mi trovavo dovevo solamente
evitare il contatto con il nemico … E il nemico era proprio alle calcagna di
quella colonna di persone.
Più camminavo, più quei rumori si
allontanavano da me.
Io stavo marciando in solitudine verso la
zona dove sarebbe avvenuto l’ultimo scontro fra l’esercito italiano e l’armata
rossa.
Il mio pensiero, mentre scrutavo attentamente
tutto l’ambiente che mi circondava, andò ai libri che leggevo un tempo, libri
che adoravo: quelli di storia.
Era come se aprissi una finestra dalla quale
assistevo a tutto ciò che avveniva quando li leggevo; chi mai avrebbe pensato
che sarei stato catapultato dentro di essa e che sarei finto al fronte
orientale durante la seconda guerra mondiale.
Pensai persino di essere pazzo, ma poi
guardai le foto di Giacomo e di Simona che custodivo all’interno di un ciondolo
ben fissato a una catenina e allora rinsanii e aumentai il passo: dovevo
rivederli entrambi.
Non sapevo che giorno fosse; ma dai testi che
avevo letto, avevo anche appreso che quei luoghi erano stati teatro di scontri
intorno al 25 di gennaio del 1943.
La ritirata dalla linea del Don era iniziata
il 15 di Dicembre del 1942, e furono i fanti i primi ad arretrare poiché circa
750 carri armati T34 gli piombarono addosso.
I fanti, privi di armamento anticarro, di artiglieria
e di materiale, furono costretti al ripiegamento per non essere schiacciati; si
stima che le forze russe ammontavano a sei volte quelle italiane in quel
momento sul campo e se si aggiunge la superiorità tecnologica che essi avevano,
si deduce che per quei ragazzi italiani non c’era speranza: sul campo essi
lasciarono all’incirca 55.000 uomini tra morti e feriti.
Mentre i fanti si ritiravano, gli alpini
ricevettero l’ordine di rimanere sulla linea del Don proprio per non essere
accerchiati.
Il 13 Gennaio del 1943 però, i russi
lanciarono la terza possente ondata verso quella linea, travolgendo il fronte
nord tenuto dagli ungheresi e quello sud tenuto dai tedeschi; con una manovra a
tenaglia l’armata rossa aveva accerchiato l’intero corpo d’armata alpino,
rimaneva anche per essi una sola alternativa: il ripiegamento.
Il 17 di Gennaio 1943, alla sera, il generale
Nasci diede l’ordine di ritirata e anche per gli alpini, accerchiati in una
vasta sacca, iniziò il ripiegamento costellato di eventi drammatici.
Il corpo d’armata alpino, equipaggiato per
combattere in montagna e schierato in modo inetto in pianura, si batté
disperatamente per circa 15 giorni senza sosta e marciando per 200 km.
Dopo il ripiegamento la sola divisione
tridentina, forte di circa 16.000 uomini, era in grado di combattere poiché
ancora in possesso delle sue armi; ciononostante tutti combatterono contro le
forze russe e i partigiani sovietici che cercarono di sbarrare la loro
ritirata.
Quei pensieri furono interrotti da una visione:
in lontananza vidi qualcosa, non riuscivo a distinguere cosa fosse e pertanto
dovevo essere cauto.
Mi acquattai sulla neve e pian piano iniziai
a gattonare verso quel posto.
Quelle erano truppe russe ed erano truppe
bene armate …
Mi fermai immediatamente e trattenni il
respiro: non nascondo che ebbi paura di essere fatto prigioniero.
Passarono a circa un chilometro da me e
fortunatamente non si accorsero della mia presenza; si stavano dirigendo
probabilmente verso Nikolajewka per sbarrare la ritirata alla colonna di
disperati la quale cercava di porsi in salvo.
Li vidi nitidamente all’inizio, poi non ebbi
il coraggio di rialzate il mio capo: esso era radente alla neve e il mio
colbacco s’inzuppo poiché rimasi steso per circa un’ora.
Quando non udii più rumori, alzai la testa e
mi accorsi che i soldati erano defluiti verso il nord.
Li avevo visti bene ed erano numerosi: il mio
pensiero andò al giorno successivo, il 26 di Gennaio quelle forze appena
scomparse avrebbero opposto una feroce resistenza al passaggio dei militari
italiani, cercando di intrappolarli.
Era giunto il momento di rimettermi in
cammino, non potevo proprio permettermi il lusso di stare fermo lì; e fu in
quell’istante che ricominciai a marciare e, passo dopo passo, mi allontanai da
quella zona dirigendomi verso sud.
Lì c’era il posto che mi avrebbe permesso di
aggirare gli scontri che ci sarebbero stati.
Camminai fino al calar del sole, ero
consapevole che bisognava trovare un rifugio per la notte: stando a ciò che si
leggeva sui libri, in quel posto la temperatura sarebbe calata fino a trenta o
quaranta gradi sotto zero; rischiavo l’assideramento.
Incominciai a cercare in giro, qualunque
riparo sarebbe andato bene, ma non vidi nessuna costruzione poiché lì c’era
solo una distesa di neve a perdita d’occhio.
Camminai ancora per circa un paio d’ore,
orami la notte era calata su quel posto.
Nonostante io fossi completamente coperto,
tremavo come una foglia, il gelo s’infiltrò tra i vestiti e le ossa si
impregnarono di esso.
Non riuscivo nemmeno a dare un passo, quando
improvvisamente vidi una costruzione per metà ricoperta dalla neve.
Mi precipitai verso di essa e cercai di
capire se fosse abitata, ovviamente feci in modo da non far notare la mia
presenza nascondendomi tra la neve.
Essa sembrava disabitata, era tutto buio e
nessuna voce si udiva dal suo interno.
Mi affacciai a una finestra semiaperta e al
suo interno effettivamente non c’era anima viva; mi avvicinai alla porta ed
entrai, solo allora mi accorsi che si trattava di una vecchia stalla.
La puzza però c’era rimasta eccome …
Ma non fu nulla paragonata al tanfo cui mi
aveva abituato la guerra fascista; trovai posto lontano dalla porta e cercai di
rendere quell’ambiente vivibile almeno per una sera.
Poggiai il mio zaino e tirai fuori la paletta
dataci in dotazione per scavare le trincee.
Tolsi un po’ di detriti e sgombrai quel
posto; fu allora che mi acquattai.
Portai vicino a me lo zaino, tirai fuori
quello che mi serviva e venne nuovamente alla luce il mozzicone di candela che
avevo usato in precedenza, sia nel deposito di munizioni, sia nel carro armato.
Cosa stavo facendo … Se avessi acceso quella
candela avrei segnalato la mia posizione ai malintenzionati.
Pensai un po’, poi convenni che era
consigliabile desistere dal fare quell’azione e rimisi a posto il mozzicone di
candela, di certo mi sarebbe servito in qualche altra occasione.
Puntellai la porta con alcune travi che
trovai all’interno di quello stabile fatiscente e, assicuratomi che essa fosse
ben sbarrata, mi andai a sdraiare nel posto che avevo ripulito.
Fuori infuriava un vento gelido e la
temperatura era proibitiva; mai avevo percepito quel fretto, forse quella sera
era proprio la serata più fredda che quell’avventura sciagurata mi aveva fatto
vivere.
Il vento conciliava il sonno e la stanchezza
dava una buona mano, tuttavia la situazione imponeva uno stato vigile: se fossi
stato scoperto dovevo scappare per evitare la cattura e la consecutiva
deportazione nei campi di prigionia.
Fissai il soffitto, in alcuni punti esso era
aperto e si vedeva il cielo di Russia; lo guardai per lungo tempo e i miei
pensieri volarono lontano, nel posto dove avrei voluto essere: da mia moglie e
da mio figlio.
Pensai a cosa stesse facendo Giacomo e lo
immaginai cresciuto di due anni: chissà che ometto era divenuto.
Poi i miei occhi non ce la fecero più: le
palpebre calarono sui bulbi oculari e l’oscurità pervase il mio campo visivo.
***
Un rumore assordante disturbò il mio sonno,
aprii gli occhi e mi avvicinai alla porta, tolsi i paletti che
bloccavano l’entrata e guardai all’esterno tenendomi al riparo.
Sulla steppa ghiacciata non vidi nulla,
eppure quei rumori li avevo sentiti bene e parevano proprio i colpi di un
mitra.
In seguito un rumore forte si udì in cielo, e
finalmente capii di cosa si trattava: erano due aerei russi che stavano
sorvolando quelle zone, viravano e poi ritornavano per ripetere la stessa
operazione; essi mitragliavano un punto senza risparmiarsi.
Hm … Compresi che era l’alba del 26 gennaio
1943 e che quei due aerei erano i famigerati caccia russi che fin dalle prime
ore del mattino avevano bersagliato le colonne in ritirata verso Nikolajewka;
dovevo sbrigarmi, i combattimenti erano già incominciati e sarebbero perdurati
per tutta la giornata fino a sera, quando l’assalto degli alpini avrebbe
spezzato l’accerchiamento.
Io dovevo approfittare di quell’episodio per
passare la linea ferroviaria la quale delimitava la zona che i russi avevano
adibito a linea di sbarramento.
Osservai tutt’intorno e vidi che nessun nemico
era nei paraggi; mi preparai, misi lo zaino sulle spalle e mi avviai verso la
mia meta: Staronoahewe.
I rumori della battaglia si sentivano eccome.
Le mitragliatrici russe cantavano di
continuo, come anche quelle italiane; gli scoppi delle bombe e dei proietti dei
mortai si udivano spesso.
L’artiglieria poi era inconfondibile …
Non potevo però soffermarmi a lungo, dovevo
muovermi: era una corsa contro il tempo … Se non avessi trapassato quella zona
entro le 21:00, sarei rimasto lì e, probabilmente, mi avrebbero fatto
prigioniero.
Mi avvicinai alla zona che dovevo
oltrepassare e in un primo momento non sembrava che essa fosse presidiata.
Poi in lontananza vidi delle sagome bardate e
armate di tutto punto.
Non erano in molti, a occhio e croce si
trattava di una cinquantina di soldati ed erano proprio stanziati su un rialzo
delle linee ferroviarie: stavano utilizzando quel rialzo di terra come difesa.
Riconobbi due mitragliatrici a poca distanza
l’una dall’altra; anche in quel caso mi nascosi, questa volta rischiavo di
essere veramente ucciso.
Pensai come aggirare quell’ostacolo ma non mi
venne in mente nessuna idea, anche perché i soldati erano dislocati in maniera
da non permette il passaggio inosservato.
Si fece largo in me il pensiero di non poter
eludere quel serrato controllo; pensai e ripensai, ma non mi venne in mente
nulla.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il decimo capitolo).
