Beh … Il tempo scorre velocemente.
Dico questo perché sembra ieri che ho
iniziato a postare i capitoli del libro sul blog.
È giunta, dunque, quasi la fine del romanzo;
se avete letto fino a questo punto, state per leggere il penultimo capitolo di “Disperso
nel tempo 1942”.
Bando alle ciance però … Buona lettura:
CAPITOLO 14
LA RESISTENZA
«Zitti o sparo». Sussurrò quella persona.
Capii nitidamente ciò che lui mi aveva detto,
ma i due bambini che erano con me non compresero le sue parole.
Grete mi chiese: «Che lingua è?».
«Non sparare, siamo profughi». Dissi in un
primo momento all’uomo che ci stava tenendo sotto tiro.
Lui mi fece intendere che aveva capito, in
seguito mi rivolsi con voce appena udibile ai due bambini: «Grete, Joshepp; non
muovetevi se non ce lo dice lui».
La persona che teneva il mitra mi disse: «Presto,
venite al riparo». Facendo intendere di entrare nella parte di casa ancora in
buone condizioni.
Ci fece entrare tutti e infine controllò i
dintorni, sempre imbracciando il suo mitra.
Appurato che non ci fossero nemici nei
paraggi, ci accompagnò lungo delle scale che scendevano al piano inferiore
della casa distrutta.
Arrivammo dinanzi a una porta chiusa.
L’uomo davanti a noi bussò in maniera strana,
facendo passare del tempo fra un tonfo e l’altro, poi la porta si aprì e con
mia sorpresa, all’interno di quella cantina, vidi altre cinque persone armate
di tutto punto.
Uno di loro domandò al compagno: «Perché hai
portato questa gente qui?».
«Fuori era pericoloso e si tratta di due
bambini e un uomo trasandato». Rispose la persona interpellata.
«Hm … Capisco». Disse l’individuo che aveva
posto la domanda.
In seguito ci fecero accomodare.
Ovviamente quello era un rifugio momentaneo
anche per loro e a quanto pareva si trattava di partigiani, tuttavia ignoravo
di che nazionalità fossero.
Grete mi chiese: «Ci faranno del male?».
L’uomo dinanzi a me domandò: «Cos’ha detto la
bimba?».
Evidentemente la stranezza di cui ero
protagonista fin dalla mia prima apparizione in terra russa continuava a
perseguitarmi.
Fu logico che non si capissero a vicenda, ma
io comprendevo tutti e riuscivo a comunicare con loro.
«La piccola mi ha chiesto se ci farete del
male». Affermai io.
Il signore rise, poi riprodusse una smorfia e
infine aggiunse: «Diamine; sono anch’io un padre di famiglia e di certo non
farei del male a dei bambini».
Tirai un sospiro di sollievo, a quanto pareva
ci eravamo imbattuti in persone buone.
A quel punto tranquillizzai i due miei
compagni di viaggio: «Bambini non preoccupatevi, non ci faranno del male».
Detto quello gli feci cenno di entrare e di mettersi comodi, poiché quello
sarebbe stato il nostro giaciglio per tutta la notte.
Grete e Joshepp si mossero con cautela in un
primo momento, ma quegli uomini si dimostrarono gentili e conquistarono la
fiducia dei due bimbi.
I piccoli si diressero verso una zona dello
scantinato illuminata da una luce artificiale, io invece mi fermai a parlare
con loro; volli chiedere alcune informazioni.
«Dove ci troviamo?». Fu la mia prima domanda.
I cinque si guardarono in faccia increduli,
poi la persona che ci aveva accolti in superficie mi rispose: «Siamo in
Polonia».
In seguito mi fece una domanda: «Da dove
vieni tu?».
Dovevo rispondere, ma era evidente che le mie
parole dovevano essere accurate, poiché facendo parte della resistenza, non
potevo sapere come avrebbero reagito se mi fossi dichiarato italiano.
Mi venne in mente di dirgli che ero francese.
Loro annuirono e parve che non si accorsero
di nulla per mia fortuna …
Se solo avessero sospettato che provenivo da
uno stato fascista, suppongo che avrebbero reagito in maniera diversa da come
mi avevano accolto.
Un altro uomo mi pose l’ennesimo quesito: «Cosa
ci facevi lì fuori tu?».
Poi aggiunse: «E così lontano dalla tua
nazione poi …».
In quel momento non sapevo cosa rispondergli,
poi mi ricordai di una lettura fatta in gioventù; in essa avevo letto che
esistevano collaborazionisti in tutte le nazioni e mi finsi un coscritto
forzato mandato al fronte russo.
«Mi hanno prelevato da casa e arruolato in
particolari formazioni. Fui aggregato a reparti dell’asse e spedito in guerra».
Affermai.
«Hm … Brutta avventura senz’altro». Ribatté
quell’uomo dinanzi a me.
In seguito sottolineò: «Ma d’altronde in
questo periodo non ho visto fatti di cui andar fiero».
Io annuii e ne approfittai per fare più
domande possibili: «Perché c’è tutto quel trambusto lì fuori?».
«Stanno arrivando i russi e l’esercito
invasore sta arretrando». Ribatté la persona con cui stavo parlando.
«In che anno siamo?». Chiesi.
«Novembre 1944». Rispose un compagno del mio
interlocutore.
Non riuscivo a capire come potesse essere
successa una cosa simile ma data la situazione in cui mi trovavo, di certo, non
mi stupiva più nulla.
I conti non tornavano: io avevo preso il
treno nel maggio 1943, quello era Novembre 1944; un lasso di tempo molto lungo.
Mi mancava più di un anno: possibile che ero
rimasto privo di conoscenza per tutto quel tempo sotto i rottami del treno; e
com’era concepibile che io fossi sopravvissuto?
Lo stesso valeva per la fucilazione alla
quale ero stato sottoposto: un essere umano non poteva sopravvivere a tanti
proiettili.
Tuttavia quello non era il momento di
pensarci, di certo non potevo far capire ai miei interlocutori le mie
preoccupazioni.
Guardai Joshepp e Grete che stavano
chiacchierando a bassa voce non lontano da noi e allora mi convinsi che la
priorità era mettere al sicuro quei due pargoli.
Al che dissi ai sei: «Ho incontrato quei
bambini lungo il mio cammino; devono essere messi al riparo dalle barbarie che
si susseguono in questo tempo. Non hanno più nessuno, poiché le persone a loro
care sono tutte state uccise: parte nei campi di concentramento, parte fucilate».
Dissi indicandoli.
Anche negli occhi di quei sei uomini notai
ribrezzo per ciò che stava accadendo e me lo fecero capire annuendo più volte.
In seguito uno di loro affermò: «È inaudito
quello che certi uomini stanno facendo». Si fermò per un attimo e poi disse: «I
bambini possiamo portarli in un convento non lontano da qua. So che danno
rifugio a parecchie persone bisognose lì».
Era un’ottima idea, ciò che avevo in mente
fin dal principio; lì sarebbero stati al sicuro, di certo non potevo portarli
con me in Italia: io dovevo ritornare nel punto in cui ero apparso, sperando
che lo strappo temporale si riproducesse nuovamente come aveva detto Gabriele.
Annuii, poi dissi: «Mi sembra la cosa
giusta».
Anche i sei uomini furono d’accordo con me.
Uno di loro mi fece l’ennesima domanda: «Tu
cosa pensi di fare?».
In un primo momento non risposi, in
quell’istante un suo compagno aggiunse: «C’è sempre bisogno di persone che
sanno usare le armi di questi tempi. Unisciti a noi, combattiamo insieme
l’oppressione e la malvagità».
Sospirai, poi risposi: «Mi dispiace, ma sono
stato già costretto a combattere una volta. Della guerra io non voglio più
saper nulla, adesso m’interessa solo raggiungere mia moglie e mio figlio; e lì
aspettare che i miei giorni finiscano: basta morire a comando».
Tutti e sei annuirono, poi lo stesso uomo che
mi aveva fatto la proposta affermò: «Come ti capisco. Anch’io vorrei fare la
stessa cosa, ma tutti i miei cari sono stati uccisi in questa sporca guerra».
Si fermò per un attimo e poi disse: «Ebbene …
Ti accompagneremo in un punto dal quale potrai raggiungere agevolmente una
stazione ferroviaria. Da lì non avrai problemi a trovare un passaggio per la tua
destinazione; ma ti avverto: anche dalle tue parti infuria battaglia. Pare che
gli Americani e gli Inglesi, con i loro alleati, siano sbarcati in Normandia e
stiano puntando verso la Germania».
Feci capire loro che ne ero consapevole,
tuttavia dimostrai la mia risolutezza nel voler raggiungere la mia casa.
Alla fine ci accordammo che all’indomani ci
avrebbero accompagnato dapprima al convento dove Grete e Joshepp sarebbero
stati accolti, poi mi avrebbero detto come raggiungere il posto di cui mi
avevano parlato.
Io guardai i due bambini che stavano
confabulando a bassa voce non lontano da noi e, dopo aver salutato e ringraziato
nuovamente quei sei uomini, m’incamminai verso i miei due compagni di
avventura; seppur piccoli oramai, ci facevamo compagnia a vicenda da lungo
tempo e tra noi si era instaurato un rapporto profondo.
«Allora: andiamo a dormire?». Domandai a
bassa voce.
I bambini annuirono e compresi che anche loro
due erano stanchi: era dunque giunta l’ora di riposare.
Prima di dormire però, volevo spiegargli dove
ci saremo diretti all’indomani: «Grete, Joshepp». Bisbigliai.
In quel momento mi prestarono attenzione.
«Domani ci dirigeremo in un posto dove voi
dovrete rimanere». Affermai.
«Perché?». Domandò Grete.
Joshepp rimase muto senza dire nulla come al
solito.
«Voi non potete venire con me nel posto dove
io sono diretto». Risposi.
«Ma perché non aspettare la mamma e poi
venire con te?». Ribatté lei.
«Grete; io ho famiglia e anche un bambino
della vostra età, pressappoco». Dissi in un primo momento.
«Anche lui starà aspettando il papà, come voi
state aspettando la mamma». Infine asserii.
Dopo quelle parole non mi dissero più nulla,
si guardarono solo l’uno con l’altro.
Io annuii e diedi loro la coperta che oramai
ci faceva compagnia fin dall’inizio del nostro cammino.
La presero, si coprirono, infine si
poggiarono a un muro che delimitava la stanza.
Il tempo passò in fretta e anch’io iniziai a
sentire la stanchezza; mi poggiai al muro vicino ai due bambini e cercai di
prendere sonno.
Non riuscii a chiudere occhio però, eppure la
stanchezza la percepivo …
Fu in quell’istante che i miei pensieri si
focalizzarono su quello che mi era accaduto nelle giornate precedenti.
Mentre cercavo di capire ciò che mi era
successo mi toccavo le ferite completamente rimarginate e, se non fosse stato
per una leggera escrescenza carnosa in corrispondenza di ognuna di esse, nemmeno
mi sarei accorto che erano presenti sul mio corpo.
Pensai e ripensai, persino agli avvenimenti
che mi avevano visto protagonista anni prima, quando fummo bombardati lungo il
Don; era impossibile uscirne vivi, perché ero sopravvissuto solo io?
Anche sul treno … Quello scoppio fu di enorme
potenza, eppure io ne ero uscito vivo; infine, la fucilazione testimoniava che io
dovevo essere morto.
D’improvviso mi balzarono alla mente alcune
parole dette da Gabriele quando eravamo detenuti nel manicomio.
Tutto mi fu più chiaro in quell’istante: io
non appartenevo a quel tempo, dunque con molta probabilità non potevo morire poiché
non ero ancora nato.
Ahimè, una triste consapevolezza si fece
largo nei miei pensieri: sarebbe stato difficile uscire da quella situazione.
Finalmente le mie palpebre si chiusero e il dolce
sonno mi portò via da quella brutta realtà che oramai vivevo da lungo tempo;
almeno nei sogni non sarei stato costretto a osservare gli orrori della guerra
e magari avrei sognato addirittura di riabbracciare i miei cari …
***
Una flebile luce si posò sulla mia fronte
rendendo quel punto un po’ più caldo del resto del corpo.
Quello strano calore mi fece risvegliare e mi
accorsi che la nottata era passata veloce.
I sei uomini non erano nella stanza ed io
diedi un’occhiata ai due bambini che dormivano accanto a me: stavano riposando
come dei ghiri.
Decisi allora di uscire all’esterno per controllare
cosa stesse accadendo.
Percorsi le scale che portavano in superficie
e, cautamente, mi affacciai all’esterno per scorgere eventuali pericoli.
Dopo quasi cinque minuti, durante i quali io non
vidi nulla, le sagome dei partigiani che la notte precedente ci avevano dato
ospitalità si videro in lontananza.
Acquattati nei più impensabili ripostigli
stavano man mano avvicinandosi, guardinghi e con in mano i mitragliatori che
possedevano.
Arrivati dinanzi al rifugio mi videro e uno
di loro disse: «Possiamo incamminarci verso la zona di cui ti parlavamo».
Io annuii e risposi: «Vado a svegliare i due
bimbi».
Con un cenno del capo mi fecero capire che
avrebbero aspettato lì fuori ed io mi avviai verso la cantina per svegliare
Grete e Joshepp.
Arrivato nella cantina li trovai già svegli.
Grete mi guardò e chiese: «È successo
qualcosa?».
«Niente di cui aver paura». Gli risposi.
«Siamo pronti per partire. Ci dirigeremo
verso un luogo sicuro». Infine affermai.
I due non dissero una parola e guardandomi
annuirono.
Prendemmo le nostre cianfrusaglie e le
mettemmo nello zaino; io lo caricai sulle mie spalle, guardai i due miei
compagni d’avventura, e feci cenno verso le scale dinanzi a noi.
Le imboccammo percorrendole di fretta,
arrivammo davanti alla porta d’uscita e feci capire ai due bambini di fermarsi.
Io diedi uno sguardo all’esterno e vidi i sei
uomini nascosti tra le macerie.
Quegli uomini mi fecero cenno che era tutto
libero, potevamo uscire senza paura che ci sparassero.
Mi girai verso Grete e Joshepp e domandai: «Ce
la fate a correre fin dove ci sono quelle macerie?». Facendo cenno verso il cumulo
che dava riparo ai sei.
Grete mi disse di sì, ma Joshepp tentennò per
un attimo; fu allora che capii il messaggio.
Mi abbassai leggermente sulle ginocchia, lo
presi in braccio e domandai: «Adesso va bene?».
Come al solito non mi diede risposta, annuì
solamente.
Guardai Grete e gli dissi: «Stai vicino a
me».
«Andiamo». Infine asserii.
Ci dirigemmo verso quelle macerie e, quando
fummo nei pressi degli uomini che ci avrebbero scortato al famoso convento, ci
acquattammo anche noi riparandoci da occhi indiscreti.
«Bene; ora seguiteci». Ci fece capire colui
che pareva il loro capo.
Strisciammo fino ad arrivare in un punto
coperto, ci alzammo e ci avviammo verso il convento non distante da lì.
I rumori della guerra non cessarono nemmeno per
un istante e a quanto pareva erano più vicini del giorno precedente.
Dopo aver fatto un po’ di strada, vedemmo in
lontananza un complesso di case; pareva che ci fosse gente in mezzo ad esse.
I sei uomini dinanzi a noi non avevano detto
una parola durante quelle due ore di marcia, così come me e i due pargoli.
Giungemmo proprio davanti a quell’agglomerato
di case e si avvicinarono quattro figure femminili: erano suore.
Il loro cappello appariscente le rendeva
riconoscibili.
Appena arrivarono davanti a noi, una di loro
ci salutò e chiese: «Da dove venite?».
L’uomo che aveva parlato con me in
precedenza, all’inizio della nostra marcia, rispose: «Arriviamo dal luogo degli
scontri».
La faccia dell’anziana signora si fece seria.
«Sono dunque arrivati». Affermò in seguito volgendo
lo sguardo verso il posto da dove provenivano i rumori provocati dalle bombe
che collidevano al suolo.
«Presto, accomodatevi all’interno dello
stabile. Qui potrebbe essere pericoloso». Infine affermò.
Ci fece cenno verso quello che pareva una
sorta di collegio con mura alte almeno tre metri.
Passammo l’entrata con le quattro suore
davanti a noi e il portone spalancato fu subito chiuso.
Ci trovammo in un atrio abbastanza grande da
sembrare un campo da calcio.
Sotto i porticati che erano lungo tutto il
perimetro del cortile c’erano un sacco di ragazzi, di tutte le età.
I ragazzi erano accompagnati da una suora:
pareva una maestra …
Lì dentro sembrava che la guerra fosse solamente
un ricordo lontano, poi quei boati facevano ritornare alla realtà ricordando
che fuori infuriava battaglia.
Guardai Grete e Joshepp e finalmente
immaginai per loro un futuro tranquillo; in quel posto sarebbero stati al
sicuro, la guerra di lì sarebbe solo passata.
I sei uomini che ci avevano accompagnato
parlarono con la superiora poco distante da noi ed io non riuscii a comprendere
nulla del loro discorso poiché non si udì niente.
Poi la stessa persona si diresse verso di noi
e, arrivata vicino a me, chiese: «Sei sicuro di non volerti unire a noi?».
Io ribadii: «Mi dispiace … L’unica cosa che
desidero è ritornare a casa mia e riabbracciare i miei cari».
L’uomo annuì, poi disse: «Capisco».
Mi tese la mano e infine affermò: «Sono
sicuro che riuscirai a ritornare nel tuo paese. Per quanto riguarda il posto da
dove sarà possibile raggiungere la stazione … Beh, a quello penserà la
superiora».
Mi salutò e richiamò i suoi compagni;
anch’essi fecero un saluto con la mano e si avviarono verso l’esterno dello
stabile.
Intanto si avvicinò anche la superiora, si
fermò dinanzi a me e disse: «Mi hanno già detto tutto i signori che sono appena
usciti. Le fa onore ciò che ha fatto».
«E cos’altro avrei potuto fare?». Domandai
io.
«Ah; mi creda, c’è gente che avrebbe pensato
solo a sé stessa in quel momento. D’altronde siamo in un periodo cupo e
distorto». Affermò lei.
«Che Dio ci aiuti e ci faccia superare questi
tempi di tristezza». Infine disse.
Abbozzai un sorriso, poiché mi ricordò tanto
la suora che ci faceva catechismo quando io avevo pressappoco l’età di Grete.
Per noi, bambini di allora, quei momenti
erano davvero delle splendide occasioni di svago e di apprendimento.
Non ebbi dubbio alcuno che quello fosse il
posto giusto dove lasciare i due pargoli.
«Se sa già tutto, allora sa che gli chiederò
di prendersi cura dei due bambini». Asserii.
Lei annuì e rispose: «Come vede questo è il
lavoro che la provvidenza ci ha assegnato in questo periodo. Il convento è
pieno di orfani e di gente bisognosa».
«Questa guerra ha distrutto tutto ciò che era
possibile demolire; anche le coscienze della gente. Tuttavia ci deve pur essere
qualcuno che mostri la giusta via e faccia da esempio». Affermò la suora.
«Abbiamo l’obbligo di testimoniare la bontà
che ancora c’è nel mondo». Poi disse.
Aveva ragione ed io che conoscevo ciò che era
successo, sapevo anche che di lì a poco quella sporca guerra sarebbe terminata;
ma quei posti non avrebbero ancora visto la libertà, poiché un’altra tenebrosa
ombra si stava affacciando su quei territori.
Ciononostante per i miei due piccoli compagni
di avventura sarebbe stato meglio rimanere lì anziché giungere in Italia con
me.
Mi aspettava un lungo viaggio e all’arrivo in
patria avrei assistito persino a una sorta di guerra civile tra Repubblichini e
Partigiani.
Annuii, poi mi girai verso Grete e Josheppp e
dissi loro: «Bambini è arrivato il momento di separarci».
Non finii nemmeno di dire quelle parole che i
loro occhi si riempirono di lucciconi e quasi stavano per scoppiare in lacrime,
quando io ribadii: «Sono consapevole che vi siate affezionati a me. Sappiate
che è lo stesso per quanto mi riguarda; tuttavia il viaggio che mi aspetta sarà
pericoloso e dovrò passare in mezzo a battaglie e in territori dove si annidano
delinquenti d’ogni genere».
Mi fermai un attimo e mi accorsi che le
lacrime stavano scendendo da quei visi infangati; i loro occhi apparvero più
grandi di quello che erano.
Allora mi convinsi che dovevo persuaderli.
«Non posso portarvi con me; una volta
arrivati a destinazione io dovrò cercare i miei cari e questo vuol dire che mi
allontanerò molto. Pensate a cosa succederebbe se mi capitasse qualcosa».
I due non vollero sentir ragioni, corsero ad
abbracciarmi immediatamente e mi strinsero talmente forte che non mi capacitai
dove prendessero la forza due esili corpi come quelli, per giunta denutriti.
«Ragionate». Dissi.
«Non è possibile sottoporvi a un viaggio
lungo come quello che sto per fare. Soprattutto in previsione che esso sarà
fatto a piedi». Affermai.
Grete sollevò il viso e rispose: «Siamo
bambini, ma non siamo stupidi. Immaginiamo quello che è successo a mamma,
poiché ti abbiamo visto scrivere qualcosa su di una pietra e poggiarla su una
tomba. L’unica persona che ci è rimasta sei tu, se ti perdiamo rimarremo soli».
«Ma non è vero, qui ci sono tanti bambini e
poi le suore che si occuperanno di voi nel migliore dei modi». Ribattei.
Non c’era ragione di fargli cambiare idea …
I due piansero ancora.
Io guardai la superiora e gli feci cenno che
dovevo andare via, poi lei mi chiese: «È sicuro che sia un bene per i bambini
rimanere qui?».
Tirai un sospiro e le risposi: «Non posso
proprio portarli con me. La strada sarà lunga e i piccoli non possono farla a
piedi».
«E se le dicessi che ho il modo per farvi
arrivare a destinazione senza che voi facciate alcun passo?». Mi domandò.
Sarebbe stato bello, ma supposi che i sei
partigiani gli avessero detto che io ero francese e dunque pensai che lei
potesse farmi arrivare in Francia.
Al che dovetti dirgli la verità: «Suora io
non sono francese, bensì italiano».
Con mia sorpresa lei mi disse: «Non c’era
bisogno di dirmelo, si vede lontano un miglio che non sei francese».
Poi aggiunse: «Proprio perché vai in Italia
posso farti arrivare con facilità».
Le sue parole attirarono la mia attenzione.
«Come?». Domandai.
«Semplice: domani partiranno alla vota di
Roma delle nostre consorelle con dei nostri fedeli. Tu potresti immischiarti in
mezzo a loro». Ribatté la superiora.
Io non me lo feci ripetere una seconda volta,
acconsentii immediatamente.
Pensai bene alla situazione in cui ero: i due
bambini non potevo proprio portarli con me; se fossi riuscito a tornare al mio tempo,
avrei di certo combinato qualche pasticcio conducendoli nel 2011.
Dissi alla superiora che non ero in grado di portare
i bambini via e lei annuì, facendo intendere che capiva la mia decisione.
Ci volle un bel po’ di tempo affinché Grete e
Joshepp si calmassero, poi entrammo in una sorta di refettorio, ci fecero
accomodare e ci diedero una brodaglia; quello fu il primo pasto decente che mangiavo
dall’inizio della guerra.
Lo mangiai assaporandone ogni singolo boccone
e le mie papille gustative festeggiarono in continuazione quel giorno; le avevo
abituate alle più disgustose pietanze che un uomo possa immaginare, ero persino
arrivato a mangiare le cavallette poiché la fame non mi concesse tregua.
Mi saziai e anche i due bambini fecero la
stessa cosa, poi la superiora si rivolse a me e disse: «Beh, a questo punto vi
obbligherò a fare un bagno; non potete rimanere in quelle condizioni».
Con un gesto indicò tutti noi; e come darle
torto, puzzavamo tutti e tre … Io personalmente l’acqua non la vedevo da almeno
sei mesi e i pidocchi avevano rincominciato a fare festa.
«Portateli nei locali appositi e fategli fare
un bagno». Disse rivolgendosi alle suore presenti e indicando i due bambini.
Poi si rivolse a me: «Capirà che non possiamo
farle fare la doccia nei locali dei bambini».
Io annuii.
Lei aggiunse: «C’è il locale del custode, lui
le farà fare un bagno. Ovviamente si dovrà accontentare di un piccolo pezzo di
sapone».
«La ringrazio superiora, le devo
probabilmente la vita». Affermai.
«No, non ringrazi me. Piuttosto ringrazi la
provvidenza, io sono solo un suo strumento». Rispose con voce dolce.
Un uomo magro si diresse verso il luogo dove
stavamo discutendo; si fermò dinanzi a noi e disse: «Sono pronto. L’ospite può
venire con me».
La suora annuì ed io mi rivolsi a Grete e
Joshepp: «Piccoli c’è bisogno di lavarci; ci rivediamo qui».
I due non fecero una piega, d’altronde anche loro
erano pieni di terriccio e sporchi.
Ognuno di noi si diresse verso il luogo dove
avrebbe fatto il bagno.
Io quel bagno me lo gustai con molto piacere;
finalmente uno scampolo di civiltà e l’acqua mi diede l’impressione di
scaricarmi di tutta la tensione che avevo accumulato lungo quel viaggio.
Arrivò il custode che, fermatosi dinanzi alla
tinozza nella quale io ero immerso, teneva degli indumenti.
Si rivolse a me dicendo: «Questo è quello che
sono riuscito a trovare, dovrebbe andare bene».
Poggiò quegli indumenti su di una sedia fatta
di vimini e uscì dalla stanza.
Appena andò via mi alzai e mi avvolsi con il
telo che mi avevano procurato; mi asciugai e mi coprii finalmente con dei
vestiti puliti.
Non rimaneva altro che radermi e tagliarmi i
capelli i quali erano cresciuti a chiazze, poiché la chioma l’avevo persa
all’età di ventitré anni.
C’era un coltello di fronte allo specchio, ne
approfittai e cercai di radermi; pensate: ci riuscii dopo mezz’ora.
Ero di nuovo bello pulito come all’inizio di
quella strana storia …
Mi lavai la faccia e la testa, mi asciugai e,
dopo aver messo tutto a posto, mi avviai verso la zona in cui avrei trovato
Grete e Joshepp.
Arrivai all’interno del refettorio e lì già
mi attendevano i miei due compagni di viaggio.
Quando li vidi belli puliti mi sembrarono
altri bambini.
La loro bellezza superava di gran lunga le
mie aspettative, ma d’altronde si sa: i bimbi sono tutti belli e fanno tanta
tenerezza.
«Allora, siamo tutti più puliti». Affermai.
Grete rispose: «Quasi non ti riconoscevamo».
«Sai: lo stesso vale per me». Ribattei.
Joshepp rimase in silenzio come al solito.
La suora che presenziava ci disse: «Bene; è
ora che vi faccia vedere la vostra stanza. Seguitemi».
Si incamminò lungo un corridoio e si fermò
dinanzi a una porta.
«Questa sarà la vostra stanza stanotte».
Disse.
Poi si rivolse a me: «Ci pensi bene. I
bambini potrebbero venire con lei senz’alcun problema».
Io annuii, poi entrammo nella stanza che ci
avevano dato.
Era una stanza con i più elementari confort,
ma a quel tempo era un lusso: io non dormivo su un letto da tempo immemore.
I due bimbi si adattarono subito e si misero
a loro agio.
Io invece mi avvicinai alla finestra presente
in quella camera e il mio sguardo si volse verso la zona da dove arrivavano i
rumori delle esplosioni.
Ero preoccupato, pensai che se i soldati
fossero arrivati in quel convento le mie speranze di ritornare a Mosello
sarebbero state vanificate.
Giunse la sera in quel luogo e fu il momento
di andare a cenare, fatto sottolineato dal custode che venne a chiamarci.
Arrivati in sala da pranzo, fummo sorpresi
dalla quantità di bambini che c’erano e, seppur in ristrettezza, ci fu dato un
piatto di minestra abbondante.
Dopo quella cena ebbi modo di parlare con la superiora;
volevo dirgli di più ma non potevo espormi poiché, se avesse saputo della mia
esperienza, mi avrebbe scambiato per pazzo.
Si fece tardi e andammo tutti a letto.
Temetti di non riuscire a dormire quella sera
...
La paura di veder arrivare i militari era
tanta ed io non mi riuscivo a spiegare la tranquillità che le suore
dimostravano: fu come se sapessero che quei territori non sarebbero stati
toccati dai soldati.
Mentre stavo pensando a cosa fare, urtai lo
zaino e da esso cadde il mio telefono cellulare riproducendo un tonfo
considerevole.
La batteria schizzò fuori dall’involucro e,
come avveniva ogni qual volta mi cascava, il copri batteria volò lontano.
Mi alzai dal letto e cercai di recuperare i
pezzi che si erano staccati da esso.
La batteria la trovai immediatamente, il copri
batteria pareva scomparso nell’oscurità della stanza.
D’un tratto la voce di Grete attirò la mia
attenzione: «Cerchi questo?». Mi chiese.
Tese il suo braccino scarno e mi passò il
copri batteria.
Presi quel pezzo e ricomposi il cellulare,
ringraziai Grete e gli domandai: «Non avete sonno?».
«No. Questa sera proprio non riusciamo a
dormire». Ribatté.
In seguito fissò il telefonino e mi chiese:
«Cos’è quel marchingegno?».
Non sapevo cosa rispondergli, mi venne in
mente di dire che era un giocattolo di mio figlio; di certo non potevo dirgli
che era un telefono, per giunta senza fili.
«Posso giocarci?». Mi domandò.
Anche Joshepp mi guardò e pareva che mi
stesse chiedendo la stessa cosa.
Non potevo rifiutare …
Annuii e glielo passai, raccomandandomi di
non accenderlo.
Come ci avrebbero giocato?
Ero estremamente curioso di vederlo …
Poi mi convinsi che quell’aggeggio non mi
sarebbe stato di nessuna utilità, poiché di certo i satelliti non sapevano
nemmeno cosa fossero a quei tempi.
Glielo lasciai dicendo: «È un regalo, potete
tenerlo. Ma badate: nessuno deve vederlo, conservatelo come un vostro grande
tesoro».
Entrambi annuirono e Grete rispose: «Lo
terremo come se fosse il nostro più grande patrimonio». I suoi occhi in
quell’istante brillarono nuovamente.
A quel punto presi coraggio e provai a
rincuorare i due bambini: «Non temete. Guardate il lato positivo della cosa;
qui avrete tanti compagni con cui giocare e sarete accuditi amorevolmente».
Grete fece cenno di no.
Anche Joshepp dondolò la testa e i suoi occhi
si gonfiarono nuovamente riempiendosi di lacrime.
Ahimè, volevo tanto portarli con me;
purtroppo sapevo già che non c’era modo di fare una cosa del genere e tanti
interrogativi mi frullarono per la mente.
La gola si strinse e incominciai a
commuovermi anch’io.
Tuttavia ero un uomo e dovevo fare la parte
del duro, allora pensai di imporre quello che avevamo deciso in sala pranzo.
«Non c’è altro modo. Dovrete rimanere qui».
Dissi con aria seriosa.
Non l’avessi mai fatto, si misero a piangere
e corsero ad abbracciarmi.
Io allagai le braccia disperato e poi le
poggiai dolcemente sui loro capi.
Cos’altro gli dovevo dire?
Grete affermò: «Noi verremo con te. Non ci
interessano i pericoli che dovremo affrontare».
«No!». Esclamai.
Subito dopo mi pentii poiché vidi il loro
volto cambiare e l’espressione che apparve mi fece comprendere tutta la
delusione di quei due bambini.
Cercai di porvi rimedio ma inutilmente,
oramai avevo fatto il guaio.
A quel punto lasciarono la presa e si
allontanarono un po’.
Io non ebbi il coraggio di guardarli, allora
mi girai e stavo per arrivare al letto quando udii nuovamente quella voce che
avevo sentito mentre ero privo di sensi e giacevo nel fosso dov’ero stato
colpito.
Era una voce maschile, una voce di un
bambino: «Ti voglio tanto bene». Sussurrò.
In quel momento un forte dolore attraversò il
mio sterno.
Il cuore parve battere senza controllo; fu
come se qualcuno avesse trafitto in mio petto.
Poi un nodo attanagliò la mia gola e,
nonostante avessi chiuso i miei occhi per trattenere le lacrime, non riuscii a
contenerle; una di esse sfuggì al mio controllo e solcò il mio viso.
Quella voce era di Joshepp e fu la prima
volta che la udii così indistintamente.
Caso volle che mi dicesse le stesse parole di
mio figlio Giacomo: tutte le mattine, quando lo accompagnavo a scuola, lui mi
diceva che mi voleva bene.
Le parole da lui dette mi disarmarono
completamente, ormai i due bambini potevano fare di me quello che volevano a
quel punto.
Mi rigirai dopo essermi asciugato quella
dannata lacrima ribelle, mi abbassai e dissi: «E va bene …».
Poi affermai: «Venite qua». Allargando le mie
braccia e aspettando che entrambi arrivassero.
Dopo pochi istanti tutti e due erano tra le
mie braccia; senza accorgermene mi ero legato sia a Grete, sia a Joshepp.
Sbuffai e dissi: «D’accordo; verrete con me.
Ma vi avverto: vedrete alcune cose che non capirete inizialmente».
Entrambi mi guardarono e un sorriso
finalmente comparve sulle loro facce.
«Ora andate a letto, domani sarà una giornata
lunga». Gli dissi.
I bimbi fecero ciò che gli avevo suggerito.
Io invece rimasi a fissare la zona dove c’era
la battaglia; lì si udivano scoppi d’ogni genere e si vedevano luci forti,
segno che in quel luogo si era scatenato l’inferno.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche l’ultimo capitolo del libro).
