Il dodicesimo capitolo è sistemato; può
dunque essere letto da chiunque lo desideri.
Vorrei fare solo una piccola precisazione
storica prima di lasciarvi leggere il capitolo.
Il protagonista del romanzo si ritroverà in
Polonia, poiché il treno che lo trasportava è esploso.
Giuseppe, alias Andrea, ha incontrato sul suo
cammino una donna priva di vita la quale ha sul petto una stella a sei punte di
colore giallo (Scudo di David).
Invero è una notizia errata poiché in Polonia
le persone di religione ebraica furono costrette a mettere una fascia al
braccio con la stella a sei punte (la fecero mettere a tutti dai sei anni in
poi).
Lascerò, comunque, le cose come sono poiché
in un primo momento la donna era stata pensata come una fuggitiva, non come una
persona del posto.
Buona lettura:
CAPITOLO 12
UNA DIFFICILE DECISIONE
I due bambini mangiarono di tutta fretta;
invero anch’io avevo appetito, ma ero pur sempre un adulto e sapevo che
bisognava essere parsimoniosi in vista dei giorni di marcia che mi aspettavano.
Per quanto concerne l’acqua, non vi fu
problema in quanto all’esterno c’era molta neve: bastava farla sciogliere.
I bimbi guardavano tutto ciò che li
circondava ed io non avevo esperienze su come bisognava comportarsi in caso di
traumi con i minori, tuttavia cercai di rassicurarli.
«Posso sapere il nome della vostra mamma?».
Chiesi.
In un primo momento furono restii nel
parlarmi, ma poi la più grande si fece coraggio e mi rispose: «Ingrid».
«Hm …». Mugugnai.
«Beh; facciamo una bella cosa. Adesso che
conosco il suo nome cercherò nei paraggi e se si aggira nei dintorni io la
troverò». Infine affermai.
Udite quelle parole, un piccolo sorriso
comparve sulle loro facce tutte sporche.
In verità mentii, di certo non potevo dirgli
che la mamma era stata fucilata; non me la sentii di comunicargli la triste
notizia.
Però sapevo il nome di quel corpo che avevo
ritrovato riverso al suolo e dunque decisi di andare a scolpire il nominativo
sulla pietra che avevo precedentemente messo sul cumulo di terra.
«Mi promettete di stare al riparo?». Chiesi.
Loro annuirono senza dire una parola.
Fu allora che uscii dal rifugio fortunoso in
cui eravamo arrivati da poco e mi avviai verso la tomba che avevo scavato.
Mi guardai attorno sospettoso, quei ceffi che
avevano sparato alla signora potevano ritornare in qualsiasi momento; mi
accostai alla pietra, la presi e la portai con me, dietro un muro mezzo
crollato che mi offriva un riparo.
Lì presi la baionetta e incisi il nome
Ingrid; vicino “Born:” incisi un punto interrogativo.
Poggiai nuovamente la pietra al suo posto e
ritornai al rifugio: trovai i bambini abbracciati e avvolti nella coperta
militare che io gli avevo lasciato; si erano addormentati.
Guardai bene il loro viso ed era uguale a
quello di mio figlio quando dormiva.
Esso era identico al viso cui davo il bacio
della buonanotte quando rincasavo, a notte fonda, di ritorno dal mio terzo
lavoro nel 2011.
Parevano due angioletti che stavano riposando
e, sebbene fossero deperiti per via della fame, le loro guance erano uguali a
quelle di Giacomo; mi veniva quasi voglia di dare un pizzicotto a quelle gote.
Fu palese che per quel giorno io non potessi
muovermi, i bambini andavano messi in un posto sicuro; di certo non potevo
lasciarli al loro destino.
Incominciai a pensare come comportarmi con
loro; sapevo bene che non potevo prendere iniziative, in fondo io in quel tempo
non dovevo esserci.
Mi assalì la paura di poter apportare danni
al corso della storia: dato che io in quel posto non dovevo esistere, i bambini
erano dunque destinati alla morte?
Questa triste domanda mi afflisse per un po’
di tempo e io non seppi dare risposta.
Mi affacciai nuovamente all’esterno e non
vidi anima viva, lì c’erano solo la desolazione e le macerie.
Il sole stava tramontando e quel paesaggio mi
ricordò tanto una scena di un film che parlava di un disastro atomico.
Il freddo iniziò a farsi pungente e allora
optai per un rientro nel rifugio.
I bambini stavano dormendo come sassi, chissà
che spavento si erano presi …
Allargai le braccia e poi le riportai di
nuovo dov’erano in precedenza in segno di desolazione.
Anche i bimbi erano vestiti con cappotti che
parevano di lana, lunghi fino alle ginocchia e con una stella della stessa
dimensione e colore di quella rinvenuta sulla mamma attaccata sopra di esso.
Di certo non potevo fargliela tenere, avrei
dovuto chiedere loro di toglierla; quella stella equivaleva a un bersaglio di
quei tempi e proprio non mi potevo permettere il lusso di fronteggiare dei
soldati ben armati, primo perché avevo solo cinque proiettili poi perché ero
solo.
L’oscurità sostituì la luce solare e il vento
si alzò dopo poco.
In quella camera eravamo al riparo dal gelo
notturno, tuttavia io non avevo coperte con cui avvolgermi e la notte sarebbe
stata lunga.
I due cappotti che avevo addosso però,
avrebbero fatto lo stesso lavoro delle coperte.
Mi assicurai che i piccoli fossero ben
coperti e mi poggiai accanto a loro; mi adagiai con le spalle su di un muro
fatiscente che pareva tenersi in piedi per miracolo.
La luce lunare quella sera illuminò quanto
bastava l’ambiente ed io, accanto al mio Carcano 91 con baionetta innestata, mi
misi a pensare.
Pensai al nome di quei bambini, chissà come
si chiamavano, poi mi domandai che fine avesse fatto il padre e se fosse
rimasto ucciso; se veramente erano rimasti soli al mondo come avrei fatto a lasciarli
in buone mani …
Hm …
Buone mani all’epoca …
Sarebbe stata un’impresa non da poco.
Dove portali e come lasciarli?
Poi mi ricordai che parecchi rifugiati
vennero accolti nei conventi e allora mi venne in mente di cercarne uno, lì
sarei stato sicuro che i due bimbi avrebbero trovato asilo.
Mi domandai dove fossi, ma non ne avevo la
più pallida idea; anche quella domanda l’avrei posta ai due bambini
all’indomani quando si sarebbero risvegliati.
Il tanfo nauseabondo che avevo sentito nella
mattinata comparve d’improvviso; era un odore che ti si appiccicava addosso in
maniera strana.
Mi lacrimarono persino gli occhi da quanto
era acre quell’odore, ma per qualche strano motivo sembrò che ai bambini
quell’odore non desse alcun fastidio: continuarono a dormire tranquillamente.
La gola s’irritò e mi venne spontaneo
riprodurre versi come se qualcosa si fosse bloccata al suo interno ma, quel
tentativo di alleviare il disagio provocato dall’odore, non sortì alcun
effetto.
Sentii l’odore per almeno un paio d’ore e
proprio non mi fece prendere sonno; devo dire che non mi permise nemmeno di
pensare.
Ero nauseato e in vita mia non avevo mai
sentito un tanfo del genere: fu peggio che trovarsi in una discarica moderna,
dove il puzzo dei liquami consumistici non permetteva di sostare più di un
minuto.
In seguito quell’odore divenne meno marcato,
si alleviò fino a scomparire del tutto; ma devo dire che si era appiccicato
addosso e comunque fu percepito dalle mie narici per tutta la nottata,
ciononostante la stanchezza vinse ancora una volta: finalmente mi addormentai.
***
Questa volta a risvegliarmi furono le voci
dei bambini …
Io, come al solito, scattai in piedi e feci
cenno ai bambini di fare silenzio, poi osservai l’ambiente intorno a noi per
carpire se ci fossero eventuali pericoli; dopo poco mi accorsi che non c’era
anima viva nei dintorni.
«Piccoli». Dissi a bassa voce rivolgendomi ai
due fratelli.
«Non possiamo fare baccano; potrebbero
esserci degli uomini cattivi vicino a noi. Dunque, se volete, parlate pure ma
non urlate». I due annuirono, segno quello che avevano capito ciò che gli avevo
detto.
La bimba mi disse: «Abbiamo fame».
Eh … Come dargli torto.
Presi nuovamente lo zaino, tirai fuori quello
che era rimasto al suo interno e, anche se si trattava di poca cosa, lo
distribuii ai due bambini.
Entrambi presero le gallette e il pane nero
quasi ammuffito, lo portarono alla bocca voracemente e lo finirono in men che
non si dica.
Era rimasta solo l’acqua e pochissima altra
roba.
Era ora di muoversi e cercare un luogo adatto
per loro; non potevano venire con me ed io non ero in grado di difenderli e di
assicurargli ciò che deve essere dato a dei bambini della loro età: la
stabilità e la presenza continua di una famiglia.
«Dobbiamo spostarci». Gli dissi.
«No». Mi rispose la piccola.
Mi soffermai a pensare un attimo,
probabilmente credevano che la loro mamma sarebbe arrivata da un momento
all’altro.
«Perché non volete muovervi?». Domandai.
La bimba mi guardò quasi incredula per quella
mia domanda, poi ribatté: «La mamma ritornerà!».
Hm … Come temevo.
Guardai anche il bambino che era
costantemente tenuto per mano dalla sorella; quella scena mi fece una tenerezza
…
Sul piccolo cappotto entrambi avevano la
famosa stella gialla a sei punte, segno distintivo della loro religione.
Sbuffai, poi pensieroso bisbigliai: «Quello
stemma deve sparire mi sa …». Mi fermai per un attimo poi sussurrai: «Se ci
avvistano con quella stella di certo ci spareranno addosso nella migliore delle
ipotesi».
«Bambini». Rivolgendomi loro con voce un po’
più alta.
I piccoli mi guardarono aspettando di sentire
ciò che gli dovevo dire.
«Io mi chiamo Giuseppe». Dissi loro.
Ovviamente non potevo dirgli il mio vero
nome; se ci avessero fermato e i bambini si fossero rivolti a me chiamandomi
Andrea, sarebbero stati guai anche con gli italiani: sarei stato scambiato
sicuramente per una spia che cerca di celare la sua identità.
«Posso sapere i vostri nomi?». Infine chiesi.
Dopo un attimo di tentennamento la piccola
annuì verso il fratello e fu la prima a parlare: «Io mi chiamo Grete». Poi
riferendosi al fratellino minore disse: «Il suo nome è Joshepp ».
Inarcai le mie sopraciglia, guardai il
piccolo e gli chiesi: «Perché non vuoi parlare con me?». Ma non mi fu data
alcuna risposta, anzi lui si nascose dietro la sorella più grande.
Io feci un sorriso e affermai: «Capisco».
«Vorrà dire che lo farai quando ne avrai
voglia». Lo dissi inginocchiandomi per avvicinarmi a lui quanto più possibile.
Joshepp continuava a nascondersi dietro la
sorella ed io non perseverai con il mio tentativo d’instaurare un discorso con
lui.
Mi alzai e ribadii: «Dobbiamo spostaci. So
che la mamma potrebbe tornare, ma noi faremo di meglio: l’andremo a cercare».
Nei loro volti mi sembrò di scorgere un
sorriso, d’altronde a quell’età la mamma è una figura importantissima.
L’accenno di quel sorriso voleva dire che ero
riuscito a convincerli e allora chiesi: «Siete d’accordo?». E loro finalmente
annuirono.
Il più era fatto, ora gli dovevo far togliere
le stelle a sei punte.
«Possiamo però muoverci solo se togliete
quelle stelle appese al petto». Affermai.
Mi rifecero nuovamente una faccia stranita,
poi Grete asserì: «Ma così facendo non ci riconosceranno».
«Con queste stelle la mamma ci potrà vedere
da lontano». Infine affermò.
L’ingenuità dei bambini si palesava appieno.
Cercai di non far trapelare nulla a riguardo
il significato che in quel momento aveva la stella, se solo avessero saputo a
che scopo erano stati concepiti quei segni gialli …
Dopo un po’ di tempo li convinsi a toglierli
e me li consegnarono; in seguito li feci sparire immediatamente.
Mi seguirono passo dopo passo ammantati dai
loro giubbotti ed io gli spiegai che quello era tempo di fare attenzione e che
non tutti gli uomini avevano buone intenzioni.
Camminammo un paio d’ore e ci allontanammo
qualche chilometro dal posto in cui avevo trovato il corpo della loro mamma,
tuttavia era palese che quei due bambini, vuoi per l’età, vuoi per la
denutrizione che in quel momento era la normalità, non riuscivano a mantenere
il mio passo.
I due, di sovente, mi domandavano acqua ed io
gliela passavo poiché di certo non potevo negargliela; ma con quell’andamento
non potevamo percorrere molta strada.
Urgeva escogitare qualcosa e proprio in quel
momento mi si parò dinanzi un piccolo carretto; sembrava un carretto
giocattolo, ma aveva quattro belle rotelle che assomigliavano a quelle di una
carrozzina.
Lo presi, controllai se fosse in buono stato
e, una volta assicuratomi della sua funzionalità, dissi ai due bimbi che mi
stavano seguendo: «Salite su questo carrellino; così facendo saremo in grado di
viaggiare velocemente. Vi trainerò io».
Nemmeno finite quelle parole i due si
accomodarono sul carrellino fatto in legno e logorato dal tempo.
Si appollaiarono sopra, li coprii con la
coperta militare che avevo con me in modo che non soffrissero il freddo e
incominciai a tirare il carrello; non nascondo che quel carro era pesante,
anche per me valeva lo stesso discorso fatto in precedenza per i bambini: non
mangiavo come si doveva da molto tempo e le forze scarseggiavano.
Così trascorsero ancora tre o quattro ore,
non riuscii però a stabilirlo precisamente.
Ci ritrovammo in uno sperduto paese, anche in
esso non sembrava abitare alcuna persona: era tutto deserto.
Che bizzarra però, tutta quella desolazione …
Poi iniziai a sentire nuovamente quello
strano odore e per me fu un vero e proprio tormento: i conati di vomito presero
il sopravvento e non ce la feci a trattenere.
Lasciai momentaneamente il carretto facendo
cenno ai bambini di aspettare un attimo, ovviamente non mi allontanai e tenevo
ben saldo tra le mie mani il 91 Carcano; i nemici potevano essere appostati
nelle vicinanze.
Mi piegai sulle ginocchia e tirai fuori tutto
quello che avevo nello stomaco, in verità non mangiavo nulla da un giorno e i
crampi delle ore precedenti lo testimoniavano.
Effettivamente io non avevo solidi nella
pancia, ma quell’odore risultò talmente acre che il disgusto accentuò il senso
di vomito.
Dopo cinque minuti passati in quella
posizione mi alzai, guardai i ragazzi e annuii, facendogli comprendere che si
poteva continuare.
«Anche a me i primi tempi mi faceva
quell’effetto». Mi disse Grete.
Io assunsi nuovamente un’espressione di
stupore e poi domandai: «Ma perché; quest’odore si sente da tanto tempo?».
Lei mi rispose con una naturalezza da fare
spavento: «In quella direzione». Facendo cenno con l’indice dinanzi a noi.
«C’è una fabbrica d’armi. La mamma diceva che
ci stanno costruendo delle armi particolari». Infine affermò.
Dopo quelle parole capii di cosa si trattava
e che quello che stavano facendo in quella “fabbrica” non erano armi, ma
l’assassinio.
Mi misi una mano sulla faccia e i conati di
vomito iniziarono nuovamente, anche se non avevo in corpo nulla il solo pensare
che quell’odore era puzza di carne umana bruciata mi fece stare male.
Dopo pochi istanti mi feci forza e realizzai
che se non ci fossimo spostati saremo stati in forte pericolo: eravamo in
prossimità dei campi di concentramento, dove circa 6.000.000 di persone furono
brutalmente uccise o lasciate morire di stenti e di fame.
Ecco il perché di quell’odore acre che si
attaccava addosso e che proprio non voleva andare via.
Quale bestialità …
Era inutile domandarmi perché di tutto quello
che stava accadendo, pensai solo che quell’odore lo avrebbero dovuto sentire
anche le guardie, ma poi mi convinsi che se si riusciva a sopportare tale
visione e odore, dovevano aver perso anche l’ultimo barlume di umanità che
dimorava dentro di loro.
Urgeva muoversi, dovevamo fuggire da lì o
quantomeno cercare un riparo e spostarci di notte; se solo avessi saputo prima
…
«Tenetevi forte». Dissi ai bimbi.
E tirai verso di me immediatamente quel
carretto, puntando la direzione opposta a quella che Grete mi aveva indicato.
In seguito chiesi alla bambina: «Mi
aiuterai?».
«A fare cosa?». Ribatté Grete.
«Tieni forte Joshepp, poiché dovremo
correre». Asserii in un primo momento.
«Mi aiuterai se mi indichi la direzione per
andare il più lontano possibile da quella fabbrica». Infine dissi.
Lei strinse forte il fratellino e m’indicò la
strada con il suo piccolo indice; iniziai a percorrere quella strada più in
fretta che potevo poiché allontanarsi da quei posti riduceva il pericolo di
brutti incontri.
Cercai di aggirare quel luogo, non sapevo di
che posto si trattasse e nemmeno volevo apprendere quella triste notizia; che
si trattasse di Auschwitz, di Birkenau,
di Monowitz oppure di qualche altro sottocampo, l’importante era allontanarmi e
fuggire da quell’orrore.
Passarono ancora un
paio d’ore e incominciai a sentire la stanchezza, dovevo trovare un posto dove
riposare.
Ben presto
incontrai un complesso di casupole sparse a macchia di leopardo, assomigliavano
a case di campagna.
Bussai alla porta
della prima abitazione che trovai, ma non sentii alcuna risposta; quel posto
pareva abbandonato.
Anche in quel caso
sapevo il perché: l’esercito che occupava quei territori catturava tutte le
persone abili al lavoro.
Tutti dovevano
contribuire allo sforzo bellico; solo che in quel caso coloro che venivano
catturati erano costretti a farlo in condizioni disumane.
Aprii la porta di
quella che pareva una Isba, armato di fucile controllai che non ci fossero
pericoli e solo dopo che ne fui sicuro chiamai Grete e Joshepp, i quali
uscirono dal loro nascondiglio e mi raggiunsero all’interno di quella casa
fatiscente.
Una volta
all’interno chiusi la porta e poggiai quel carretto nei pressi di un tavolo
fatto di legno.
Lì c’era un camino,
ma non potevo servirmene in quanto il fumo da esso riprodotto avrebbe rivelato
che in quella casa c’erano delle persone.
Ci accomodammo
nella sala principale e di tanto in tanto io scrutavo attraverso le finestre
proprio per osservare la situazione all’esterno; mi sentivo impotente e dentro
di me cresceva la sensazione di essere in balia di un evento incomprensibile.
Ma guardando i
bambini e osservando le loro facce candide mi feci coraggio e gli rivolsi la
parola: «Per il momento ci fermeremo in questa casa. Dovremo marciare di notte
per evitare che ci scoprano». Affermai.
«Parli di quelle
persone cattive con la divisa?». Mi chiese Grete.
«Esatto». Dissi
dolcemente.
Anche Joshepp mi
guardò con i suoi occhi semichiusi.
I suoi stupendi
bulbi oculari erano celati per via di quello che aveva passato; chissà cosa
aveva visto …
«Cercate di dormire adesso, poiché questa
notte dovremo marciare». Asserii infine.
Loro annuirono dimostrando una maturità che a
quell’età era difficile incontrare, parevano essere consapevoli dei pericoli
che fuori da quella casa ci aspettavano.
Ispezionai la struttura a fondo per non
trovarmi di fronte a qualche brutta sorpresa, poi incominciai a pensare a cosa
dovevamo mettere sotto i denti: non mi era rimasta che qualche galletta e un
briciolo di pane nero ammuffito.
Andai dai due bambini e diedi loro ciò che
avevo, ma in verità il mio stomaco reclamava almeno un po’ di quella roba; non
ebbi però il coraggio di sottrarre nutrimento ai bimbi.
Quel misero pasto fu poco anche per loro,
tuttavia non potevamo permetterci altro, almeno fino a quando non fossimo
arrivati a destinazione.
Io ero appostato vicino a una finestra, in
modo da non farmi scorgere dal di fuori; mi rivolsi nuovamente ai bambini:
«Grete; questa è la Polonia vero?». Domandai.
La piccola annuì e i miei sospetti si
dimostrarono giusti: dovevo marciare ancora per molti chilometri senza farmi
scorgere dai soldati, altrimenti sarei stato schierato nuovamente in linea
nella migliore delle ipotesi, fucilato nella peggiore; si avvicinava Luglio
1943 e la resa dell’Italia non era una bella notizia da quelle parti: i
tedeschi non l’avrebbero presa bene.
«Ok». Affermai.
«Riposate; questa notte ci rimetteremo in
viaggio». Infine dissi.
Sapevo già che di notte la temperatura
sarebbe calata tanto, ma era l’unico momento in cui ci si poteva muovere
aiutati dall’oscurità.
I bambini annuirono e mi fecero intendere che
avevano recepito il messaggio.
Fu allora che anche io mi acquattai nei
pressi di quella finestra e pensai sul da farsi: di certo quella non era una
bella situazione e il pensiero di fare più di mille chilometri mi tormentò per
circa mezz’ora; non potevo fare tutto quel tragitto a piedi: questa volta sarei
morto.
Era necessario trovare un mezzo per far
ritorno in Italia e stavo perdendo molto tempo, mi dovevo muovere.
Guardai nuovamente i due fratelli abbracciati
e appoggiati poco lontani da me; e fu allora che decisi di muovermi.
Mi rivolsi nuovamente a Grete che era la più
grande: «Piccola; saresti in grado di badare al tuo fratellino per circa un
paio d’ore?». Le chiesi.
La bambina mi guardò stranita in un primo
momento, poi ribatté: «Ci stai abbandonando?».
«Assolutamente!». Esclamai tenendo un tono di
voce basso.
Poi aggiunsi: «C’è bisogno di cercare cibo e
acqua. Questo è un piccolo paese e pertanto ci deve essere qualcosa al suo
interno; o meglio: qualche suo abitante che ci possa aiutare».
Solo allora Grete annuì e mi fece comprendere
che avrebbe fatto ciò che io gli avevo domandato.
Mi alzai cautamente dalla mia postazione, mi
portai presso la porta di legno e, girandomi ancora una volta verso di loro,
dissi: «Dovrete nascondervi. C’è la possibilità che qualcuno entri qui e vi
scopra».
«Va bene. Ci nasconderemo non appena sarai
uscito». Lei mi rispose.
Ovviamente Joshepp non disse nulla, la sua
voce non mi era ancora nota, ma si vide che anch’egli era dello stesso parere
di Grete.
Annuii anch’io e subito dopo uscii cautamente
da quella porta, richiudendola in modo da non provocare dei rumori che
attirassero l’attenzione di gente indesiderata.
Fuori da quella casa si percepì la differenza
di clima, anche se constatai un minore freddo rispetto alla Russia.
Imbracciai ben stretto il mio fucile e,
riparo dopo riparo, mi affrettai a raggiungere delle case nelle vicinanze;
volevo vedere se ci fosse qualcosa al loro interno.
Arrivai dinanzi alla prima casa, mi portai
nei pressi della porta e l’aprii dolcemente.
Al suo interno non vidi nulla e non trovai
niente di commestibile.
Era il momento di passare all’altra casa un
po’ più distante e quindi più pericolosa da raggiungere.
I cecchini mi spaventavano e ciò che avevo
letto sui libri di storia nel mio tempo mi faceva essere cauto: sapevo che ce
n’erano molti di quei tempi disseminati tra le rovine delle città oppure
nascosti nelle case.
Feci una corsa sfrenata verso quella
costruzione fatiscente e mi ritrovai dinanzi alla porta; mi acquattai nei
pressi di un piccolo muro di pietra e lì mi sentii abbastanza protetto, poi
corsi verso la porta, la aprii di tutta fretta ed entrando con il fucile
spianato, controllai che al suo interno non vi fosse la presenza di persone
ostili.
In quel posto ebbi una brutta sorpresa: non
trovai alcun segno di esseri viventi, ma qualcosa la vidi …
Riverse al suolo c’erano delle persone,
parevano mummie e alcune avevano stampato sul viso un’espressione di sofferenza
che in precedenza non avevo mai visto: chissà cosa avevano patito …
Mi feci avanti tenendo il fucile puntato
verso gli angoli bui di quella catapecchia, controllai bene che non vi fossero
persone nascoste e solo quando mi avvidi che era tutto sgombro mi avvicinai a
quei corpi.
Una triste visione si parò dinanzi ai miei
occhi: quella era un’intera famiglia.
Lì c’erano un uomo, una donna e tre bambini
proni al suolo e con le mascelle aperte come se stessero ancora urlando di
dolore.
Sbuffai e non ebbi il coraggio di chinarmi su
di loro, in quanto i loro corpi erano del tutto prosciugati: il freddo li aveva
bruciati.
Addosso avevano abiti pesanti, ma non pareva
che al momento della loro morte avessero cappotti; allora pensai che essi
dovessero trovarsi da qualche parte e mi misi a frugare per la casa.
La prima camera dove cercai fu la stanza da
letto.
Lì c’era una specie di guardaroba tutto
impolverato e con le ante semichiuse: qualcuno aveva frugato prima di me in
quell’armadio.
Quando aprii le ante vidi che al suo interno
non c’era molto, ma qualcosa di utile lo trovai.
C’erano un paio di cappotti imbottiti di
lana, essi erano per adulti, e accanto c’erano due cappottini per bambini;
giusto quello che ci sarebbe servito per viaggiare di notte: avremo messo quei
cappotti sopra quelli che già avevamo diminuendo la dispersione termica del
nostro corpo.
Presi quei soprabiti e in più trovai anche
una sciarpa di lana tutta impolverata; acchiappai anche quella e mi preparai a
tornare nella casupola dove mi aspettavano i due pargoli.
Ma mentre stavo per uscire avvistai qualcosa
di strano, pareva una busta di cartone come quelle che i panettieri davano
quando si andava a comperare il pane.
Mi avvicinai e con sorpresa constatai che era
proprio pane quello al suo interno; mi abbassai per prenderlo e lo tirai su da
terra, precisamente era celato dietro un mobile antico nella sala dove
giacevano privi di vita i proprietari della casa.
Quando lo presi mi accorsi che il peso era
all’incirca di un paio di chili, lo tirai fuori da quella busta ed esso risultò
completamente indurito, in alcune parti pregno di muffa.
Eh … Cosa dovevo fare?
In tempi normali quel mangiare sarebbe stato
buono per la pattumiera, ma quel periodo non era il tempo di fare lo
schizzinoso, tutto andava bene purché alleviasse il senso di fame.
Presi la baionetta e cercai di togliere
quanta più muffa fui capace, poi lo misi al sicuro tra il cappotto che
indossavo e gli altri vestiti.
Mi vennero in mente le parole che mio nonno
mi diceva ogni qualvolta che gli chiedevo di raccontarmi una storia: “Figlio mio. Pregate di non vedere alcuna
guerra, poiché in essa si vedono cose spaventose”. Diceva in un primo
momento, poi continuava: “Quando andammo
vicino al fronte e il nostro treno fu bombardato, ben pochi di noi riuscirono a salvarsi, proprio perché
accortisi in tempo delle bombe che stavano cadendo su quel convoglio saltarono
giù dal treno, in alcuni casi anche fratturandosi le ossa delle gambe; tuttavia
se c’è da scegliere, penso che ognuno scelga le ossa rotte alla perdita della
vita. Beh, come ti dicevo, la guerra non è solo andare a sparare al fronte,
oppure venire colpiti al fronte, ma anche rimanere mesi e mesi isolati e
lottare tutti i giorni per sopravvivere. Eravamo talmente attaccati alla vita
che mangiavamo di tutto: frugavamo nell’immondizia, mangiavamo cavallette e
altri insetti; e quando trovavamo le bucce di patate era festa”.
Al sentire quelle parole io di solito
inorridivo poiché non riuscivo a immaginare come si potessero mangiare
schifezze del genere.
“Adesso
può sembrarvi una cosa lontana, ma a quei tempi non c’era nulla” infine
aggiungeva.
Ah, quanto lo capivo in quel momento: la fame
era talmente acuta che non ti faceva comprendere nulla e si era disposti a
mettere sotto i denti qualsiasi cosa capitasse a tiro; reputai il ritrovamento
di quel pane come una manna caduta dal cielo.
Mi ricordai anche di alcuni documentari che
avevo visto in gioventù; essi parlavano di Stalingrado e di come per sottrarsi
alla morsa della fame si ricorreva persino al cannibalismo: i più reconditi e
disumani comportamenti dell’uomo affioravano in tutta la loro brutalità in quei
periodi; l’imperativo era la sopravvivenza.
Mi affrettai a prendere tutto ciò che avevo
trovato e lo strinsi sotto il braccio sinistro, con il destro reggevo il
Carcano pronto per l’eventuale difesa.
Aprii dolcemente la porta, scrutai tutto il
panorama, e accortomi che nessun essere vivente si aggirava per quei posti
spettrali, mi diressi nuovamente verso la casa dove mi attendevano Grete e
Joshepp.
Feci la strada di corsa e arrivai in men che
non si dica dinanzi alla porta del nostro rifugio momentaneo.
Entrai, poi sprangai la porta e dissi: «Sono
ritornato».
Dopo quelle parole i due bambini uscirono dal
loro nascondiglio e si diressero verso di me.
«Ho trovato dei vestiti». Gli feci presente.
Entrambi guardarono ciò che avevo trovato.
Grete prese il cappotto che sembrava della
sua taglia e se lo misurò; lo stesso fece Joshepp.
Quei cappotti erano un pochino grandi per
entrambi; avrebbero però assolto al loro compito, poiché eravamo destinati a
viaggiare con il buio e dunque al freddo.
Ci dirigemmo in un luogo della casa riparato
e lì cercammo di riposare.
I bambini presero sonno dopo poco ed io
rimasi nuovamente solo con i miei pensieri.
Erano dunque passati tre anni dal mio incidente;
e quante ne avevo viste …
Quanti ragazzi erano morti in quegli anni;
quanta sofferenza; quante famiglie private dei loro cari; quanti soprusi furono
commessi e quanti innocenti immischiati in una guerra che nulla aveva di umano.
I visi di quei bambini mi rasserenavano in un
certo qual senso.
Mi ricordai di quando Giacomo prendeva sonno
ed io andavo a sincerarmi che lui effettivamente dormisse; in quell’istante
feci un sorriso.
In genere aspettavo che lui non fosse
cosciente per dargli un bacio, proprio perché non volevo viziarlo troppo.
Il mio amore per lui era incondizionato e
solo in quell’istante capii che la sua presenza era fondamentale per la mia
vita.
Io vivevo per lui, ho sempre vissuto in
funzione della sua formazione e nella speranza di vederlo autosufficiente.
Immaginai che anche i genitori dei due
bambini avessero avuto lo stesso pensiero e lì m’intristii un po’.
Io non avevo idea di cosa fare di Grete e di
Joshepp, non potevo portarli con me in quanto non ero in grado di dargli un
futuro, e temevo che non avrebbero capito se gli avessi spiegato la verità; ma
allo stesso tempo non me la sentivo di abbandonarli: sarebbero morti da soli.
L’unica cosa sensata che potevo fare era
camminare fino a quando non si sarebbe presentata una buona occasione; così
decisi di fare …
Cercai di resistere quanto più a lungo, dopo
un paio d’ore non ce la feci più e crollai anch’io immergendomi in un sonno
profondo; ovviamente mi ero assicurato che la porta della casa fosse sigillata
bene e il mio fucile lo strinsi in modo energico al punto da addormentarmi con
esso in mano e con la baionetta innestata.
Non udii più nulla; forte dei due cappotti
che mi proteggevano dal freddo, mi addormentai sognando il giorno in cui avrei
rivisto nuovamente la mia famiglia, consapevole che al calar del sole dovevamo
metterci in marcia e cercare di aggirare quei campi di prigionia e i soldati
posti a guardia di essi.
L’ultima cosa che ricordai fu quella di non
riuscire più a trattenere il peso della testa e di averla poggiata contro la
parete che mi sorreggeva.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il tredicesimo capitolo).
