La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

giovedì 19 marzo 2015

Disperso nel tempo 1942 – 12° capitolo da leggere online –.

Il dodicesimo capitolo è sistemato; può dunque essere letto da chiunque lo desideri.
Vorrei fare solo una piccola precisazione storica prima di lasciarvi leggere il capitolo.
Il protagonista del romanzo si ritroverà in Polonia, poiché il treno che lo trasportava è esploso.
Giuseppe, alias Andrea, ha incontrato sul suo cammino una donna priva di vita la quale ha sul petto una stella a sei punte di colore giallo (Scudo di David).
Invero è una notizia errata poiché in Polonia le persone di religione ebraica furono costrette a mettere una fascia al braccio con la stella a sei punte (la fecero mettere a tutti dai sei anni in poi).
Lascerò, comunque, le cose come sono poiché in un primo momento la donna era stata pensata come una fuggitiva, non come una persona del posto.
Buona lettura:



CAPITOLO 12
UNA DIFFICILE DECISIONE


I due bambini mangiarono di tutta fretta; invero anch’io avevo appetito, ma ero pur sempre un adulto e sapevo che bisognava essere parsimoniosi in vista dei giorni di marcia che mi aspettavano.
Per quanto concerne l’acqua, non vi fu problema in quanto all’esterno c’era molta neve: bastava farla sciogliere.
I bimbi guardavano tutto ciò che li circondava ed io non avevo esperienze su come bisognava comportarsi in caso di traumi con i minori, tuttavia cercai di rassicurarli.
«Posso sapere il nome della vostra mamma?». Chiesi.
In un primo momento furono restii nel parlarmi, ma poi la più grande si fece coraggio e mi rispose: «Ingrid».
«Hm …». Mugugnai.
«Beh; facciamo una bella cosa. Adesso che conosco il suo nome cercherò nei paraggi e se si aggira nei dintorni io la troverò». Infine affermai.
Udite quelle parole, un piccolo sorriso comparve sulle loro facce tutte sporche.
In verità mentii, di certo non potevo dirgli che la mamma era stata fucilata; non me la sentii di comunicargli la triste notizia.
Però sapevo il nome di quel corpo che avevo ritrovato riverso al suolo e dunque decisi di andare a scolpire il nominativo sulla pietra che avevo precedentemente messo sul cumulo di terra.
«Mi promettete di stare al riparo?». Chiesi.
Loro annuirono senza dire una parola.
Fu allora che uscii dal rifugio fortunoso in cui eravamo arrivati da poco e mi avviai verso la tomba che avevo scavato.
Mi guardai attorno sospettoso, quei ceffi che avevano sparato alla signora potevano ritornare in qualsiasi momento; mi accostai alla pietra, la presi e la portai con me, dietro un muro mezzo crollato che mi offriva un riparo.
Lì presi la baionetta e incisi il nome Ingrid; vicino “Born:” incisi un punto interrogativo.
Poggiai nuovamente la pietra al suo posto e ritornai al rifugio: trovai i bambini abbracciati e avvolti nella coperta militare che io gli avevo lasciato; si erano addormentati.
Guardai bene il loro viso ed era uguale a quello di mio figlio quando dormiva.
Esso era identico al viso cui davo il bacio della buonanotte quando rincasavo, a notte fonda, di ritorno dal mio terzo lavoro nel 2011.
Parevano due angioletti che stavano riposando e, sebbene fossero deperiti per via della fame, le loro guance erano uguali a quelle di Giacomo; mi veniva quasi voglia di dare un pizzicotto a quelle gote.
Fu palese che per quel giorno io non potessi muovermi, i bambini andavano messi in un posto sicuro; di certo non potevo lasciarli al loro destino.
Incominciai a pensare come comportarmi con loro; sapevo bene che non potevo prendere iniziative, in fondo io in quel tempo non dovevo esserci.
Mi assalì la paura di poter apportare danni al corso della storia: dato che io in quel posto non dovevo esistere, i bambini erano dunque destinati alla morte?
Questa triste domanda mi afflisse per un po’ di tempo e io non seppi dare risposta.
Mi affacciai nuovamente all’esterno e non vidi anima viva, lì c’erano solo la desolazione e le macerie.
Il sole stava tramontando e quel paesaggio mi ricordò tanto una scena di un film che parlava di un disastro atomico.
Il freddo iniziò a farsi pungente e allora optai per un rientro nel rifugio.
I bambini stavano dormendo come sassi, chissà che spavento si erano presi …
Allargai le braccia e poi le riportai di nuovo dov’erano in precedenza in segno di desolazione.
Anche i bimbi erano vestiti con cappotti che parevano di lana, lunghi fino alle ginocchia e con una stella della stessa dimensione e colore di quella rinvenuta sulla mamma attaccata sopra di esso.
Di certo non potevo fargliela tenere, avrei dovuto chiedere loro di toglierla; quella stella equivaleva a un bersaglio di quei tempi e proprio non mi potevo permettere il lusso di fronteggiare dei soldati ben armati, primo perché avevo solo cinque proiettili poi perché ero solo.
L’oscurità sostituì la luce solare e il vento si alzò dopo poco.
In quella camera eravamo al riparo dal gelo notturno, tuttavia io non avevo coperte con cui avvolgermi e la notte sarebbe stata lunga.
I due cappotti che avevo addosso però, avrebbero fatto lo stesso lavoro delle coperte.
Mi assicurai che i piccoli fossero ben coperti e mi poggiai accanto a loro; mi adagiai con le spalle su di un muro fatiscente che pareva tenersi in piedi per miracolo.
La luce lunare quella sera illuminò quanto bastava l’ambiente ed io, accanto al mio Carcano 91 con baionetta innestata, mi misi a pensare.
Pensai al nome di quei bambini, chissà come si chiamavano, poi mi domandai che fine avesse fatto il padre e se fosse rimasto ucciso; se veramente erano rimasti soli al mondo come avrei fatto a lasciarli in buone mani …
Hm …
Buone mani all’epoca …
Sarebbe stata un’impresa non da poco.
Dove portali e come lasciarli?
Poi mi ricordai che parecchi rifugiati vennero accolti nei conventi e allora mi venne in mente di cercarne uno, lì sarei stato sicuro che i due bimbi avrebbero trovato asilo.
Mi domandai dove fossi, ma non ne avevo la più pallida idea; anche quella domanda l’avrei posta ai due bambini all’indomani quando si sarebbero risvegliati.
Il tanfo nauseabondo che avevo sentito nella mattinata comparve d’improvviso; era un odore che ti si appiccicava addosso in maniera strana.
Mi lacrimarono persino gli occhi da quanto era acre quell’odore, ma per qualche strano motivo sembrò che ai bambini quell’odore non desse alcun fastidio: continuarono a dormire tranquillamente.
La gola s’irritò e mi venne spontaneo riprodurre versi come se qualcosa si fosse bloccata al suo interno ma, quel tentativo di alleviare il disagio provocato dall’odore, non sortì alcun effetto.
Sentii l’odore per almeno un paio d’ore e proprio non mi fece prendere sonno; devo dire che non mi permise nemmeno di pensare.
Ero nauseato e in vita mia non avevo mai sentito un tanfo del genere: fu peggio che trovarsi in una discarica moderna, dove il puzzo dei liquami consumistici non permetteva di sostare più di un minuto.
In seguito quell’odore divenne meno marcato, si alleviò fino a scomparire del tutto; ma devo dire che si era appiccicato addosso e comunque fu percepito dalle mie narici per tutta la nottata, ciononostante la stanchezza vinse ancora una volta: finalmente mi addormentai.

***

Questa volta a risvegliarmi furono le voci dei bambini …
Io, come al solito, scattai in piedi e feci cenno ai bambini di fare silenzio, poi osservai l’ambiente intorno a noi per carpire se ci fossero eventuali pericoli; dopo poco mi accorsi che non c’era anima viva nei dintorni.
«Piccoli». Dissi a bassa voce rivolgendomi ai due fratelli.
«Non possiamo fare baccano; potrebbero esserci degli uomini cattivi vicino a noi. Dunque, se volete, parlate pure ma non urlate». I due annuirono, segno quello che avevano capito ciò che gli avevo detto.
La bimba mi disse: «Abbiamo fame».
Eh … Come dargli torto.
Presi nuovamente lo zaino, tirai fuori quello che era rimasto al suo interno e, anche se si trattava di poca cosa, lo distribuii ai due bambini.
Entrambi presero le gallette e il pane nero quasi ammuffito, lo portarono alla bocca voracemente e lo finirono in men che non si dica.
Era rimasta solo l’acqua e pochissima altra roba.
Era ora di muoversi e cercare un luogo adatto per loro; non potevano venire con me ed io non ero in grado di difenderli e di assicurargli ciò che deve essere dato a dei bambini della loro età: la stabilità e la presenza continua di una famiglia.
«Dobbiamo spostarci». Gli dissi.
«No». Mi rispose la piccola.
Mi soffermai a pensare un attimo, probabilmente credevano che la loro mamma sarebbe arrivata da un momento all’altro.
«Perché non volete muovervi?». Domandai.
La bimba mi guardò quasi incredula per quella mia domanda, poi ribatté: «La mamma ritornerà!».
Hm … Come temevo.
Guardai anche il bambino che era costantemente tenuto per mano dalla sorella; quella scena mi fece una tenerezza …
Sul piccolo cappotto entrambi avevano la famosa stella gialla a sei punte, segno distintivo della loro religione.
Sbuffai, poi pensieroso bisbigliai: «Quello stemma deve sparire mi sa …». Mi fermai per un attimo poi sussurrai: «Se ci avvistano con quella stella di certo ci spareranno addosso nella migliore delle ipotesi».
«Bambini». Rivolgendomi loro con voce un po’ più alta.
I piccoli mi guardarono aspettando di sentire ciò che gli dovevo dire.
«Io mi chiamo Giuseppe». Dissi loro.
Ovviamente non potevo dirgli il mio vero nome; se ci avessero fermato e i bambini si fossero rivolti a me chiamandomi Andrea, sarebbero stati guai anche con gli italiani: sarei stato scambiato sicuramente per una spia che cerca di celare la sua identità.
«Posso sapere i vostri nomi?». Infine chiesi.
Dopo un attimo di tentennamento la piccola annuì verso il fratello e fu la prima a parlare: «Io mi chiamo Grete». Poi riferendosi al fratellino minore disse: «Il suo nome è Joshepp ».
Inarcai le mie sopraciglia, guardai il piccolo e gli chiesi: «Perché non vuoi parlare con me?». Ma non mi fu data alcuna risposta, anzi lui si nascose dietro la sorella più grande.
Io feci un sorriso e affermai: «Capisco».
«Vorrà dire che lo farai quando ne avrai voglia». Lo dissi inginocchiandomi per avvicinarmi a lui quanto più possibile.
Joshepp continuava a nascondersi dietro la sorella ed io non perseverai con il mio tentativo d’instaurare un discorso con lui.
Mi alzai e ribadii: «Dobbiamo spostaci. So che la mamma potrebbe tornare, ma noi faremo di meglio: l’andremo a cercare».
Nei loro volti mi sembrò di scorgere un sorriso, d’altronde a quell’età la mamma è una figura importantissima.
L’accenno di quel sorriso voleva dire che ero riuscito a convincerli e allora chiesi: «Siete d’accordo?». E loro finalmente annuirono.
Il più era fatto, ora gli dovevo far togliere le stelle a sei punte.
«Possiamo però muoverci solo se togliete quelle stelle appese al petto». Affermai.
Mi rifecero nuovamente una faccia stranita, poi Grete asserì: «Ma così facendo non ci riconosceranno».
«Con queste stelle la mamma ci potrà vedere da lontano». Infine affermò.
L’ingenuità dei bambini si palesava appieno.
Cercai di non far trapelare nulla a riguardo il significato che in quel momento aveva la stella, se solo avessero saputo a che scopo erano stati concepiti quei segni gialli …
Dopo un po’ di tempo li convinsi a toglierli e me li consegnarono; in seguito li feci sparire immediatamente.
Mi seguirono passo dopo passo ammantati dai loro giubbotti ed io gli spiegai che quello era tempo di fare attenzione e che non tutti gli uomini avevano buone intenzioni.
Camminammo un paio d’ore e ci allontanammo qualche chilometro dal posto in cui avevo trovato il corpo della loro mamma, tuttavia era palese che quei due bambini, vuoi per l’età, vuoi per la denutrizione che in quel momento era la normalità, non riuscivano a mantenere il mio passo.
I due, di sovente, mi domandavano acqua ed io gliela passavo poiché di certo non potevo negargliela; ma con quell’andamento non potevamo percorrere molta strada.
Urgeva escogitare qualcosa e proprio in quel momento mi si parò dinanzi un piccolo carretto; sembrava un carretto giocattolo, ma aveva quattro belle rotelle che assomigliavano a quelle di una carrozzina.
Lo presi, controllai se fosse in buono stato e, una volta assicuratomi della sua funzionalità, dissi ai due bimbi che mi stavano seguendo: «Salite su questo carrellino; così facendo saremo in grado di viaggiare velocemente. Vi trainerò io».
Nemmeno finite quelle parole i due si accomodarono sul carrellino fatto in legno e logorato dal tempo.
Si appollaiarono sopra, li coprii con la coperta militare che avevo con me in modo che non soffrissero il freddo e incominciai a tirare il carrello; non nascondo che quel carro era pesante, anche per me valeva lo stesso discorso fatto in precedenza per i bambini: non mangiavo come si doveva da molto tempo e le forze scarseggiavano.
Così trascorsero ancora tre o quattro ore, non riuscii però a stabilirlo precisamente.
Ci ritrovammo in uno sperduto paese, anche in esso non sembrava abitare alcuna persona: era tutto deserto.
Che bizzarra però, tutta quella desolazione …
Poi iniziai a sentire nuovamente quello strano odore e per me fu un vero e proprio tormento: i conati di vomito presero il sopravvento e non ce la feci a trattenere.
Lasciai momentaneamente il carretto facendo cenno ai bambini di aspettare un attimo, ovviamente non mi allontanai e tenevo ben saldo tra le mie mani il 91 Carcano; i nemici potevano essere appostati nelle vicinanze.
Mi piegai sulle ginocchia e tirai fuori tutto quello che avevo nello stomaco, in verità non mangiavo nulla da un giorno e i crampi delle ore precedenti lo testimoniavano.
Effettivamente io non avevo solidi nella pancia, ma quell’odore risultò talmente acre che il disgusto accentuò il senso di vomito.
Dopo cinque minuti passati in quella posizione mi alzai, guardai i ragazzi e annuii, facendogli comprendere che si poteva continuare.
«Anche a me i primi tempi mi faceva quell’effetto». Mi disse Grete.
Io assunsi nuovamente un’espressione di stupore e poi domandai: «Ma perché; quest’odore si sente da tanto tempo?».
Lei mi rispose con una naturalezza da fare spavento: «In quella direzione». Facendo cenno con l’indice dinanzi a noi.
«C’è una fabbrica d’armi. La mamma diceva che ci stanno costruendo delle armi particolari». Infine affermò.
Dopo quelle parole capii di cosa si trattava e che quello che stavano facendo in quella “fabbrica” non erano armi, ma l’assassinio.
Mi misi una mano sulla faccia e i conati di vomito iniziarono nuovamente, anche se non avevo in corpo nulla il solo pensare che quell’odore era puzza di carne umana bruciata mi fece stare male.
Dopo pochi istanti mi feci forza e realizzai che se non ci fossimo spostati saremo stati in forte pericolo: eravamo in prossimità dei campi di concentramento, dove circa 6.000.000 di persone furono brutalmente uccise o lasciate morire di stenti e di fame.
Ecco il perché di quell’odore acre che si attaccava addosso e che proprio non voleva andare via.
Quale bestialità …
Era inutile domandarmi perché di tutto quello che stava accadendo, pensai solo che quell’odore lo avrebbero dovuto sentire anche le guardie, ma poi mi convinsi che se si riusciva a sopportare tale visione e odore, dovevano aver perso anche l’ultimo barlume di umanità che dimorava dentro di loro.
Urgeva muoversi, dovevamo fuggire da lì o quantomeno cercare un riparo e spostarci di notte; se solo avessi saputo prima …
«Tenetevi forte». Dissi ai bimbi.
E tirai verso di me immediatamente quel carretto, puntando la direzione opposta a quella che Grete mi aveva indicato.
In seguito chiesi alla bambina: «Mi aiuterai?».
«A fare cosa?». Ribatté Grete.
«Tieni forte Joshepp, poiché dovremo correre». Asserii in un primo momento.
«Mi aiuterai se mi indichi la direzione per andare il più lontano possibile da quella fabbrica». Infine dissi.
Lei strinse forte il fratellino e m’indicò la strada con il suo piccolo indice; iniziai a percorrere quella strada più in fretta che potevo poiché allontanarsi da quei posti riduceva il pericolo di brutti incontri.
Cercai di aggirare quel luogo, non sapevo di che posto si trattasse e nemmeno volevo apprendere quella triste notizia; che si trattasse di Auschwitz, di Birkenau, di Monowitz oppure di qualche altro sottocampo, l’importante era allontanarmi e fuggire da quell’orrore.
Passarono ancora un paio d’ore e incominciai a sentire la stanchezza, dovevo trovare un posto dove riposare.
Ben presto incontrai un complesso di casupole sparse a macchia di leopardo, assomigliavano a case di campagna.
Bussai alla porta della prima abitazione che trovai, ma non sentii alcuna risposta; quel posto pareva abbandonato.
Anche in quel caso sapevo il perché: l’esercito che occupava quei territori catturava tutte le persone abili al lavoro.
Tutti dovevano contribuire allo sforzo bellico; solo che in quel caso coloro che venivano catturati erano costretti a farlo in condizioni disumane.
Aprii la porta di quella che pareva una Isba, armato di fucile controllai che non ci fossero pericoli e solo dopo che ne fui sicuro chiamai Grete e Joshepp, i quali uscirono dal loro nascondiglio e mi raggiunsero all’interno di quella casa fatiscente.
Una volta all’interno chiusi la porta e poggiai quel carretto nei pressi di un tavolo fatto di legno.
Lì c’era un camino, ma non potevo servirmene in quanto il fumo da esso riprodotto avrebbe rivelato che in quella casa c’erano delle persone.
Ci accomodammo nella sala principale e di tanto in tanto io scrutavo attraverso le finestre proprio per osservare la situazione all’esterno; mi sentivo impotente e dentro di me cresceva la sensazione di essere in balia di un evento incomprensibile.
Ma guardando i bambini e osservando le loro facce candide mi feci coraggio e gli rivolsi la parola: «Per il momento ci fermeremo in questa casa. Dovremo marciare di notte per evitare che ci scoprano». Affermai.
«Parli di quelle persone cattive con la divisa?». Mi chiese Grete.
«Esatto». Dissi dolcemente.
Anche Joshepp mi guardò con i suoi occhi semichiusi.
I suoi stupendi bulbi oculari erano celati per via di quello che aveva passato; chissà cosa aveva visto …
«Cercate di dormire adesso, poiché questa notte dovremo marciare». Asserii infine.
Loro annuirono dimostrando una maturità che a quell’età era difficile incontrare, parevano essere consapevoli dei pericoli che fuori da quella casa ci aspettavano.
Ispezionai la struttura a fondo per non trovarmi di fronte a qualche brutta sorpresa, poi incominciai a pensare a cosa dovevamo mettere sotto i denti: non mi era rimasta che qualche galletta e un briciolo di pane nero ammuffito.
Andai dai due bambini e diedi loro ciò che avevo, ma in verità il mio stomaco reclamava almeno un po’ di quella roba; non ebbi però il coraggio di sottrarre nutrimento ai bimbi.
Quel misero pasto fu poco anche per loro, tuttavia non potevamo permetterci altro, almeno fino a quando non fossimo arrivati a destinazione.
Io ero appostato vicino a una finestra, in modo da non farmi scorgere dal di fuori; mi rivolsi nuovamente ai bambini: «Grete; questa è la Polonia vero?». Domandai.
La piccola annuì e i miei sospetti si dimostrarono giusti: dovevo marciare ancora per molti chilometri senza farmi scorgere dai soldati, altrimenti sarei stato schierato nuovamente in linea nella migliore delle ipotesi, fucilato nella peggiore; si avvicinava Luglio 1943 e la resa dell’Italia non era una bella notizia da quelle parti: i tedeschi non l’avrebbero presa bene.
«Ok». Affermai.
«Riposate; questa notte ci rimetteremo in viaggio». Infine dissi.
Sapevo già che di notte la temperatura sarebbe calata tanto, ma era l’unico momento in cui ci si poteva muovere aiutati dall’oscurità.
I bambini annuirono e mi fecero intendere che avevano recepito il messaggio.
Fu allora che anche io mi acquattai nei pressi di quella finestra e pensai sul da farsi: di certo quella non era una bella situazione e il pensiero di fare più di mille chilometri mi tormentò per circa mezz’ora; non potevo fare tutto quel tragitto a piedi: questa volta sarei morto.
Era necessario trovare un mezzo per far ritorno in Italia e stavo perdendo molto tempo, mi dovevo muovere.
Guardai nuovamente i due fratelli abbracciati e appoggiati poco lontani da me; e fu allora che decisi di muovermi.
Mi rivolsi nuovamente a Grete che era la più grande: «Piccola; saresti in grado di badare al tuo fratellino per circa un paio d’ore?». Le chiesi.
La bambina mi guardò stranita in un primo momento, poi ribatté: «Ci stai abbandonando?».
«Assolutamente!». Esclamai tenendo un tono di voce basso.
Poi aggiunsi: «C’è bisogno di cercare cibo e acqua. Questo è un piccolo paese e pertanto ci deve essere qualcosa al suo interno; o meglio: qualche suo abitante che ci possa aiutare».
Solo allora Grete annuì e mi fece comprendere che avrebbe fatto ciò che io gli avevo domandato.
Mi alzai cautamente dalla mia postazione, mi portai presso la porta di legno e, girandomi ancora una volta verso di loro, dissi: «Dovrete nascondervi. C’è la possibilità che qualcuno entri qui e vi scopra».
«Va bene. Ci nasconderemo non appena sarai uscito». Lei mi rispose.
Ovviamente Joshepp non disse nulla, la sua voce non mi era ancora nota, ma si vide che anch’egli era dello stesso parere di Grete.
Annuii anch’io e subito dopo uscii cautamente da quella porta, richiudendola in modo da non provocare dei rumori che attirassero l’attenzione di gente indesiderata.
Fuori da quella casa si percepì la differenza di clima, anche se constatai un minore freddo rispetto alla Russia.
Imbracciai ben stretto il mio fucile e, riparo dopo riparo, mi affrettai a raggiungere delle case nelle vicinanze; volevo vedere se ci fosse qualcosa al loro interno.
Arrivai dinanzi alla prima casa, mi portai nei pressi della porta e l’aprii dolcemente.
Al suo interno non vidi nulla e non trovai niente di commestibile.
Era il momento di passare all’altra casa un po’ più distante e quindi più pericolosa da raggiungere.
I cecchini mi spaventavano e ciò che avevo letto sui libri di storia nel mio tempo mi faceva essere cauto: sapevo che ce n’erano molti di quei tempi disseminati tra le rovine delle città oppure nascosti nelle case.
Feci una corsa sfrenata verso quella costruzione fatiscente e mi ritrovai dinanzi alla porta; mi acquattai nei pressi di un piccolo muro di pietra e lì mi sentii abbastanza protetto, poi corsi verso la porta, la aprii di tutta fretta ed entrando con il fucile spianato, controllai che al suo interno non vi fosse la presenza di persone ostili.
In quel posto ebbi una brutta sorpresa: non trovai alcun segno di esseri viventi, ma qualcosa la vidi …
Riverse al suolo c’erano delle persone, parevano mummie e alcune avevano stampato sul viso un’espressione di sofferenza che in precedenza non avevo mai visto: chissà cosa avevano patito …
Mi feci avanti tenendo il fucile puntato verso gli angoli bui di quella catapecchia, controllai bene che non vi fossero persone nascoste e solo quando mi avvidi che era tutto sgombro mi avvicinai a quei corpi.
Una triste visione si parò dinanzi ai miei occhi: quella era un’intera famiglia.
Lì c’erano un uomo, una donna e tre bambini proni al suolo e con le mascelle aperte come se stessero ancora urlando di dolore.
Sbuffai e non ebbi il coraggio di chinarmi su di loro, in quanto i loro corpi erano del tutto prosciugati: il freddo li aveva bruciati.
Addosso avevano abiti pesanti, ma non pareva che al momento della loro morte avessero cappotti; allora pensai che essi dovessero trovarsi da qualche parte e mi misi a frugare per la casa.
La prima camera dove cercai fu la stanza da letto.
Lì c’era una specie di guardaroba tutto impolverato e con le ante semichiuse: qualcuno aveva frugato prima di me in quell’armadio.
Quando aprii le ante vidi che al suo interno non c’era molto, ma qualcosa di utile lo trovai.
C’erano un paio di cappotti imbottiti di lana, essi erano per adulti, e accanto c’erano due cappottini per bambini; giusto quello che ci sarebbe servito per viaggiare di notte: avremo messo quei cappotti sopra quelli che già avevamo diminuendo la dispersione termica del nostro corpo.
Presi quei soprabiti e in più trovai anche una sciarpa di lana tutta impolverata; acchiappai anche quella e mi preparai a tornare nella casupola dove mi aspettavano i due pargoli.
Ma mentre stavo per uscire avvistai qualcosa di strano, pareva una busta di cartone come quelle che i panettieri davano quando si andava a comperare il pane.
Mi avvicinai e con sorpresa constatai che era proprio pane quello al suo interno; mi abbassai per prenderlo e lo tirai su da terra, precisamente era celato dietro un mobile antico nella sala dove giacevano privi di vita i proprietari della casa.
Quando lo presi mi accorsi che il peso era all’incirca di un paio di chili, lo tirai fuori da quella busta ed esso risultò completamente indurito, in alcune parti pregno di muffa.
Eh … Cosa dovevo fare?
In tempi normali quel mangiare sarebbe stato buono per la pattumiera, ma quel periodo non era il tempo di fare lo schizzinoso, tutto andava bene purché alleviasse il senso di fame.
Presi la baionetta e cercai di togliere quanta più muffa fui capace, poi lo misi al sicuro tra il cappotto che indossavo e gli altri vestiti.
Mi vennero in mente le parole che mio nonno mi diceva ogni qualvolta che gli chiedevo di raccontarmi una storia: “Figlio mio. Pregate di non vedere alcuna guerra, poiché in essa si vedono cose spaventose”. Diceva in un primo momento, poi continuava: “Quando andammo vicino al fronte e il nostro treno fu bombardato, ben pochi di noi  riuscirono a salvarsi, proprio perché accortisi in tempo delle bombe che stavano cadendo su quel convoglio saltarono giù dal treno, in alcuni casi anche fratturandosi le ossa delle gambe; tuttavia se c’è da scegliere, penso che ognuno scelga le ossa rotte alla perdita della vita. Beh, come ti dicevo, la guerra non è solo andare a sparare al fronte, oppure venire colpiti al fronte, ma anche rimanere mesi e mesi isolati e lottare tutti i giorni per sopravvivere. Eravamo talmente attaccati alla vita che mangiavamo di tutto: frugavamo nell’immondizia, mangiavamo cavallette e altri insetti; e quando trovavamo le bucce di patate era festa”.
Al sentire quelle parole io di solito inorridivo poiché non riuscivo a immaginare come si potessero mangiare schifezze del genere.
Adesso può sembrarvi una cosa lontana, ma a quei tempi non c’era nulla” infine aggiungeva.
Ah, quanto lo capivo in quel momento: la fame era talmente acuta che non ti faceva comprendere nulla e si era disposti a mettere sotto i denti qualsiasi cosa capitasse a tiro; reputai il ritrovamento di quel pane come una manna caduta dal cielo.
Mi ricordai anche di alcuni documentari che avevo visto in gioventù; essi parlavano di Stalingrado e di come per sottrarsi alla morsa della fame si ricorreva persino al cannibalismo: i più reconditi e disumani comportamenti dell’uomo affioravano in tutta la loro brutalità in quei periodi; l’imperativo era la sopravvivenza.
Mi affrettai a prendere tutto ciò che avevo trovato e lo strinsi sotto il braccio sinistro, con il destro reggevo il Carcano pronto per l’eventuale difesa.
Aprii dolcemente la porta, scrutai tutto il panorama, e accortomi che nessun essere vivente si aggirava per quei posti spettrali, mi diressi nuovamente verso la casa dove mi attendevano Grete e Joshepp.
Feci la strada di corsa e arrivai in men che non si dica dinanzi alla porta del nostro rifugio momentaneo.
Entrai, poi sprangai la porta e dissi: «Sono ritornato».
Dopo quelle parole i due bambini uscirono dal loro nascondiglio e si diressero verso di me.
«Ho trovato dei vestiti». Gli feci presente.
Entrambi guardarono ciò che avevo trovato.
Grete prese il cappotto che sembrava della sua taglia e se lo misurò; lo stesso fece Joshepp.
Quei cappotti erano un pochino grandi per entrambi; avrebbero però assolto al loro compito, poiché eravamo destinati a viaggiare con il buio e dunque al freddo.
Ci dirigemmo in un luogo della casa riparato e lì cercammo di riposare.
I bambini presero sonno dopo poco ed io rimasi nuovamente solo con i miei pensieri.
Erano dunque passati tre anni dal mio incidente; e quante ne avevo viste …
Quanti ragazzi erano morti in quegli anni; quanta sofferenza; quante famiglie private dei loro cari; quanti soprusi furono commessi e quanti innocenti immischiati in una guerra che nulla aveva di umano.
I visi di quei bambini mi rasserenavano in un certo qual senso.
Mi ricordai di quando Giacomo prendeva sonno ed io andavo a sincerarmi che lui effettivamente dormisse; in quell’istante feci un sorriso.
In genere aspettavo che lui non fosse cosciente per dargli un bacio, proprio perché non volevo viziarlo troppo.
Il mio amore per lui era incondizionato e solo in quell’istante capii che la sua presenza era fondamentale per la mia vita.
Io vivevo per lui, ho sempre vissuto in funzione della sua formazione e nella speranza di vederlo autosufficiente.
Immaginai che anche i genitori dei due bambini avessero avuto lo stesso pensiero e lì m’intristii un po’.
Io non avevo idea di cosa fare di Grete e di Joshepp, non potevo portarli con me in quanto non ero in grado di dargli un futuro, e temevo che non avrebbero capito se gli avessi spiegato la verità; ma allo stesso tempo non me la sentivo di abbandonarli: sarebbero morti da soli.
L’unica cosa sensata che potevo fare era camminare fino a quando non si sarebbe presentata una buona occasione; così decisi di fare …
Cercai di resistere quanto più a lungo, dopo un paio d’ore non ce la feci più e crollai anch’io immergendomi in un sonno profondo; ovviamente mi ero assicurato che la porta della casa fosse sigillata bene e il mio fucile lo strinsi in modo energico al punto da addormentarmi con esso in mano e con la baionetta innestata.
Non udii più nulla; forte dei due cappotti che mi proteggevano dal freddo, mi addormentai sognando il giorno in cui avrei rivisto nuovamente la mia famiglia, consapevole che al calar del sole dovevamo metterci in marcia e cercare di aggirare quei campi di prigionia e i soldati posti a guardia di essi.
L’ultima cosa che ricordai fu quella di non riuscire più a trattenere il peso della testa e di averla poggiata contro la parete che mi sorreggeva.


Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il tredicesimo capitolo).