Il tredicesimo capitolo è pronto.
Buona lettura:
CAPITOLO 13
LA MARCIA NOTTURNA
Venne presto la sera, il sole calò e il
freddo dei lunghi inverni dell’est fece la sua comparsa.
Con la notte ricomparve nuovamente
quell’odore nauseabondo di carne bruciata.
Esso si propagò ovunque, però questa volta
non mi fece l’effetto dei giorni precedenti: l’odore acre non mi turbava più.
Il mio corpo si stava abituando alla
bestialità umana.
La guerra mi aveva fatto divenire ciò che io
detestavo: uno sciacallo e una persona senza scrupoli pronta a fare qualsiasi
cosa al fine di sopravvivere.
Io avevo fatto azioni delle quali un essere
umano non poteva essere fiero …
Guardai i due bambini dinanzi a me e decisi
di aspettare per svegliarli, meglio se avessero riposato ancora un po’.
Nel frattempo i miei pensieri si
concentrarono su ciò che stava accadendo: i primi mesi del 1943 …
Eravamo vicini ai campi di concentramento e
al suo interno si stavano svolgendo i più efferati crimini che mente umana
potesse concepire; al solo pensarci mi si accapponava la pelle e le solite
domande cominciarono a tormentarmi.
Come può un essere umano solo immaginare
quello che in quel periodo stava avvenendo?
Mi rammentai di alcuni documentari che avevo
visto.
Dei testimoni riportavano scene di una
brutalità immensa: cinque o sei prigionieri per volta erano fatti uscire
all’aria aperta e, denudati, attendevano sotto la minaccia di armi con le mani
alzate.
In quel recinto erano lasciati liberi dei
cani; questi ultimi si avventavano sui genitali dei malcapitati che se solo
avessero abbassato le mani per difendersi sarebbero stati uccisi con un colpo
alla tempia; d’altro canto, se non l’avessero fatto, la morte sarebbe stata
ancora più cruenta: si sarebbero dissanguati fra atroci dolori.
I cani erano stati addestrati per attaccare
gli uomini, le donne e i bambini ai genitali; quali barbarie …
Quando poi sentii che tra i carcerieri
c’erano anche donne, e loro per prime si accanivano sui prigionieri che
cercavano di difendersi tirando fuori la pistola e sparandogli alla tempia, fu
allora che mi chiesi se costoro avessero conservato almeno un briciolo di
umanità, poiché quando pensi a una donna, pensi a un essere che dà la vita,
colei che è il pilastro del genere umano, non a un’entità capace di simili atti
spietati.
Sbuffai e cercai di non pensare a ciò che
conoscevo, mi concentrai su quello che dovevo fare; era l’unico modo per uscire
vivo da quella situazione.
Proprio in quel momento si svegliarono Grete
e Joshepp; feci un piccolo sorriso e gli chiesi: «Vi siete riposati
abbastanza?».
Loro annuirono ed io oramai non feci più caso
alla stranezza di cui ero protagonista fin dai primi giorni in Russia:
comprendevo qualunque lingua e riuscivo a farmi capire anche se non l’avevo mai
studiate.
Grete mi disse: «Abbiamo un po’ di fame».
Eh … Normale che avesse detto quelle parole;
era il momento d’usufruire di quello che avevo trovato nella casupola non
distante dal nostro rifugio.
Tirai fuori il pane dallo zaino divenuto
oramai contenitore di qualsiasi cosa, lo spezzai e lo diedi ai due bimbi.
Un pezzo lo presi anch’io; era da più giorni
che non mangiavo e lo stomaco proprio non ce la faceva più.
Lo portai alla bocca e le mie papille
gustative subirono uno shock senza pari: pareva di mangiare muffa, tuttavia la
fame era tanta e qualsiasi cosa sarebbe andata bene; continuai a mangiare.
Diressi il mio sguardo verso i bambini e vidi
che anche loro mangiavano a fatica, ma consapevoli che non c’era altro
continuarono a rifocillarsi.
Presto finimmo la nostra cena e ci guardammo
in faccia; con un’espressione da adulta Grete mi fece un’altra domanda: «Adesso
inizieremo a camminare?».
«Sì». Ribattei.
Senza dire altro mi affrettai a preparare lo
zaino e, una volta chiuso, rivolsi lo sguardo verso Grete e Joshepp.
«Siete pronti?». Gli domandai.
Loro annuirono, finirono di allacciarsi il
secondo cappotto che avevo procurato, si coprirono il capo con il cappuccio e
si misero una sciarpa di colore non ben definito.
Mi coprii anch’io e subito dopo aprii la
porta pian piano, mi affacciai per scorgere eventuali pericoli e, una volta
capito di poter uscire, diedi il segnale di via libera ai due bambini.
Presi la famosa carrozzina e dissi ai due
miei piccoli amici di accomodarsi su di essa, infine li coprii con la coperta
militare che mi portavo addietro.
In quell’istante iniziai a marciare tirando
verso di me il carretto a ogni mio passo, cosa non facile data la mia
debolezza.
L’oscurità ci ammantava e, poiché il cielo
era nuvoloso, non fu possibile nemmeno sfruttare la luce lunare per distinguere
la giusta via.
In quell’istante mille preoccupazioni si
fecero largo nei miei pensieri, prima fra tutte quella d’incontrare un campo
minato e, giacché di notte non potevo scorgere come di giorno, mi fu
impossibile osservare i cartelli che man mano incontravo.
L’unica cosa che era possibile fare fu quella
di camminare lungo i bordi delle strade facendo attenzione a dove mettevo i
piedi.
Camminai ininterrottamente per non so quanto
tempo e di strada, a mio avviso, ne feci molta; cercai soprattutto di
allontanarmi dalle luci che denotavano la posizione di quel maledetto campo di
concentramento.
D’un tratto vidi dei bagliori in
avvicinamento e un rumore di motore a scoppio si udì in lontananza.
Si stavano avvicinando delle vetture, dovevo
nascondermi …
Mi precipitai distante da quella strada e
provvidenza volle che non lontano di lì ci fosse un cumulo di neve ghiacciata.
Ci nascondemmo dietro di esso, mi acquattai e
strinsi forte a me Grete e Joshepp; in quell’istante mi parve di stringere al petto
il mio bambino e il cuore iniziò a palpitare incontrollato.
Ero felice di aver abbracciato i due bimbi,
anche se sapevo che era un momento pericoloso e che se fossimo stati scoperti
per noi ci sarebbe stata la morte, nient’altro.
Il rumore si fece sempre più vicino, fino ad
essere insopportabile: ci trovammo di fronte a una colonna di mezzi militari;
si capì dal cigolio che alcuni cingoli riproducevano.
Fortuna volle, come al solito, che quella
colonna si fermò proprio a pochi metri da noi; qualcosa aveva attirato la loro
attenzione.
Si sentirono i rumori dei soldati che
balzavano sul suolo.
Fu allora che capii quello che stava
avvenendo: essi scesero probabilmente da un camion; eravamo in grossi guai …
Le voci si fecero sempre più vicine ed esse
arrivavano da più lati.
Noi rimanemmo acquattati e immobili.
Io feci cenno ai due pargoli che stringevo di
non fiatare e di non riprodurre alcun rumore.
«Di qua!». Esclamò una voce con tono
malvagio.
«Sì è il posto giusto». Affermò un suo
compagno.
Un’altra voce in lontananza gli disse:
«Datevi una mossa».
E loro risposero: «Sì; facciamo subito».
I passi si fermarono e si udì un rumore di
liquidi che collidevano contro la terra ghiacciata: stavano urinando; si erano
dunque fermati per quel motivo.
Finito di fare le proprie cose incominciarono
a camminare allontanandosi da noi e dirigendosi verso il posto da dove erano
arrivati.
A un tratto si udì un tonfo, come se qualcuno
avesse urtato contro qualcosa fatta di legno, poi compresi che quel rumore non
era altro che il carrello che avevamo usato per arrivare fin lì.
Il carretto era stato colpito da uno di loro
…
«Che cos’è?». Domandò colui che l’aveva
urtato.
Nello stesso momento si sentì il rumore
tipico del percussore dei mitra; fu allora che allungai una mano verso il mio
Carcano 91, lo presi e mi preparai ad armarlo per rispondere al fuoco.
Io sapevo però, che cinque pallottole non mi
sarebbero bastate.
Le facce dei due piccoli si rivolsero verso
di me, in vita mia non avevo mai visto espressioni come quelle: parevano
terrorizzati e, come se sapessero già le intenzioni di quei sodati, chiusero le
palpebre per poi riaprile immediatamente.
I loro occhi si riempirono di liquido e
divennero rossi; in quell’istante pensai che se avessero pianto per noi sarebbe
stata la fine, ma con mia sorpresa non lo fecero: trattennero quelle lacrime,
lecite per bimbi della loro età, dimostrando una maturità senza pari e mi
sembrò di avere a che fare con ragazzi di vent’anni quando entrambi annuirono.
Li lasciai, imbracciai il fucile per poter
sparare in maniera più agevole e mi guardai da entrambi i lati del cumulo di
neve ghiacciata: da quale lato sarebbero spuntati prima?
E … Se fossero invece arrivati da sopra
scavalcando quella catasta di neve?
Con questi interrogativi attesi che qualcuno
di loro si facesse vivo e nel frattempo mi misi dinanzi ai due piccoli che
iniziarono a tremare come dei cuccioli impauriti.
Avrei voluto stringerli al petto per
calmarli, ma dovevo difenderli e l’unico modo per farlo era sparare in quel
momento.
Nell’ambiente si udirono solo i passi sulla
neve, poi si sentì una voce: «Lascia stare; sarà un gioco di qualche zingaro
lasciato lì». Quella voce poi si fermò, ma i passi continuarono a risuonare
cupi in quella notte.
D’un tratto si sentì il tipico click
dell’otturatore di un fucile; i passi si fermarono …
In quel momento temetti il peggio e
raccomandai la mia anima al Signore, poiché dai rumori si capì che erano in
tanti e di certo io non potevo sperare di affrontarli con il fucile più inefficiente
che il mondo abbia mai conosciuto.
In seguito arrivò alle mie orecchie una frase
che in quel momento non mi sarei mai aspettato di udire: «Sì; forse hai
ragione. Saranno solo giochi abbandonati da dei civili».
I passi iniziarono ad allontanarsi e infine
si sentirono i rumori provocati dai balzi su di un camion.
Il motore fu riavviato e il camion partì
nuovamente allontanandosi; con esso tutto il convoglio che lo seguiva e persino
le luci da loro emanate scomparvero dopo solo cinque minuti.
Inizialmente non uscii dal riparo da noi
trovato, feci cenno verso i due bambini di fare silenzio e di non muoversi per
alcun motivo.
Presi coraggio e mi affacciai sul lato
sinistro del cumulo di neve ghiacciata, puntando il fucile verso il posto dove
avevo percepito i rumori.
Mi assicurai che non ci fosse nessuno e, solo
quando mi accorsi che la situazione non era pericolosa, ritornai dove si
nascondevano i bambini e gli feci capire che i soldati erano andati via.
Loro uscirono allo scoperto e corsero verso
di me, abbracciandomi tutt’impauriti.
«Non abbiate timore. Sono andati via». Gli
dissi.
Da loro non arrivò nessuna risposta, ma lo
sguardo che mi fecero testimoniò l’orrore che essi nutrivano.
Anch’io non dissi più niente, mi misi il
fucile a tracolla e presi in braccio prima Joshepp, poi Grete; Dio, pesavano
veramente poco: erano pelle ed ossa e mio figlio in confronto a loro era ben
più ponderoso.
Sbuffai e mi diressi verso il carrellino
abbandonato poc’anzi, misi i due bambini al suo interno e iniziai nuovamente a
trascinarlo.
Arrivai dietro quel cumulo di neve, presi la
coperta caduta a terra, la scrollai della neve ghiacciata che si era depositata
sopra di essa e coprii nuovamente i miei due piccoli compagni di viaggio.
Portai il fucile in avanti sempre tenendolo a
tracolla e mi misi lo zaino sulle spalle, subito dopo incominciammo nuovamente
il nostro viaggio ed io tirai quel carretto dietro di me passo dopo passo.
Passò un bel po’ di tempo da quell’episodio e
non mi ero fermato nemmeno per un istante: avevo paura che quei soldati ci
raggiungessero.
Dietro di me i bambini si erano addormentati
raggomitolati in quella coperta e abbracciati l’uno all’altro: quasi non si
vedeva che ci fossero esseri umani in quel carretto, pareva che ci fossero cose
…
La luce del giorno incominciò a sostituire il
buio della notte e tutto l’ambiente fu ben visibile: era il momento di trovaci
un rifugio, camminare con la luce del giorno in quei posti non era
consigliabile.
Ben presto fu del tutto chiaro e in
lontananza vedemmo l’ennesima casupola di campagna; ci dirigemmo verso di essa.
Vicino alla casa c’era un boschetto e
sembrava anch’essa disabitata, poiché dal camino nessun segno di fumo si ergeva
verso l’alto.
Arrivammo vicino alla porta d’ingresso, essa
era fatta di legno, bussai ma come per le altre volte non mi fu data risposta;
allora aprii quell’uscio e come sospettavo dentro non c’era nessuno.
Mi affrettai a portare al suo interno il
carrozzino che conteneva i due bambini completamente coperti, lo misi in un
angolo in modo che fosse al riparo e imbracciai nuovamente il fucile, poi
controllai tutta la casa.
Essa era composta da tre stanze e i mobili al
suo interno erano completamente marci.
La polvere era cosparsa ovunque …
Mi rimisi il fucile a tracolla e mi affrettai
a portare la carrozzina nella stanza da letto: lì sarebbe stata al sicuro,
poiché, anche se fosse entrato qualcuno all’interno di quella casa non ci
avrebbe notato.
Io ero esausto, non ce la facevo nemmeno a
camminare fino alla porta per tentare di chiuderla, ma dovevo farlo.
Mi avvicinai ad essa e feci come quando mi
rintanai nel posto dove incontrai per la prima volta Grete e Joshepp.
Avevo tutto l’occorrente: fil di ferro e
pezzi di legno che potevano fare da fermo a quella porta.
La bloccai, solo allora andai nella stanza da
letto; mi misi appoggiato al muro, vicino ai due bimbi, imbracciai il fucile, e
dopo poco i miei occhi si chiusero.
L’oscurità mi avvolse e un dolce tepore mi
attanagliò facendomi piombare in un sonno profondo.
***
Delle voci mi destarono dal sonno, erano
appena percettibili: «Sveglia». Udii.
I miei occhi si aprirono e vidi che Grete mi
stava scuotendo per farmi svegliare.
«Cos’è successo?». Domandai.
«Ci sono degli strani rumori». Mi rispose lei.
Effettivamente non aveva torto, si udivano
strani rumori in lontananza; rumori che sembravano quelli di una battaglia.
Quel frastuono mi era tristemente noto poiché
lo avevo sentito già in precedenza, quando fummo schierati presso le rive del
Don.
Gli scoppi erano provocati dai cannoni e dai
razzi sovietici: la linea del fronte era dunque giunta fino a quel punto.
Anche se la linea era lontana, i rumori
testimoniavano la presenza dei soldati; se ci avessero scoperto per noi sarebbe
stata la fine.
Avevo dormito per lungo tempo e sembrava che
fosse pomeriggio; non potevamo aspettare la sera, dovevamo metterci in
movimento.
Fu allora che dissi: «Ci muoveremo tra poco».
Grete annuì, lo stesso fece Joshepp.
Ci preparammo di fretta e furia, diedi le
ultime provviste ai due bimbi e gli dissi che l’avrebbero consumate strada
facendo.
Aprii la porta e iniziammo a camminare
nuovamente al fine di allontanarci dalla battaglia.
I rumori echeggiavano incontrastati in
quell’ambiente e dopo un istante si riuscivano a percepire persino i colpi
delle mitragliatrici, se solo si faceva abbastanza attenzione.
Rimembrando quello che avevo appreso sui
testi di storia, notai che c’era qualcosa di strano nel filo logico del tempo:
se io avevo preso il treno per il rimpatrio nel maggio 1943, mi ero risvegliato
dopo l’incidente ancora in quell’anno.
La linea del fronte non poteva essere
arrivata fin lì; c’era qualcosa che non quadrava, ammesso che in quella storia
ci fosse mai stato qualcosa di logico.
Quanto tempo era passato tra l’incidente
ferroviario e il mio risveglio?
Un botto fragoroso attirò la mia attenzione:
un colpo di cannone era caduto non lontano dal rifugio che ci aveva ospitato,
dovevo muovermi poiché di lì a poco si sarebbero visti i soldati in quel luogo
ed entrambi gli schieramenti in quel momento non sarebbero stati i migliori
carcerieri per me e i bambini.
Accelerai il passo tirando il carrettino con
tutte le mie forze, fino ad arrivare dentro un boschetto pieno di alberi che
parevano pioppi.
Lì mi resi conto che Grete e Joshepp erano
impauriti all’inverosimile, i loro occhi erano sgranati e mi guardavano
terrorizzati; non ebbero il coraggio di dire nulla, si stringevano l’uno
all’altro speranzosi che quei soldati non ci avrebbero raggiunto.
«Non abbiate paura; non permetterò che vi
accada nulla di male». Dissi ai due per tranquillizzarli.
Quelle parole non ebbero effetto, d’altronde
in quell’occasione tutti si sarebbero chiesti se quello fosse il loro ultimo
giorno di vita.
Anch’io ebbi paura, e molta, ma non potevo
farla trasparire, poiché dovevo dare l’esempio: non mi rimaneva che camminare e
allontanarmi il più possibile da quel luogo.
Persino l’odore acre di carne bruciata era
svanito, probabilmente i soldati che presidiavano quei tetri posti erano
fuggiti per paura di cadere nelle mani dell’armata rossa, ma sapevo che ciò
voleva dire l’imminente fine della guerra e che quello era il 1944.
Tante domande si susseguirono nella mia
testa: perché quello sbalzo di tempo?
Ed esso accadeva sempre quando perdevo i sensi
…
Come avrei fatto a raggiungere l’Italia in
quel periodo?
L’affanno si incominciò a fare pesante e la
fatica divenne quasi insopportabile; arrivai in un punto ben nascosto del
bosco, un punto nel quale credevo di essere al sicuro.
Ero attorniato da un rialzo di terra con gli
alberi di pioppo tutt’attorno.
Mi riposai per un attimo poiché le mie
intenzioni erano di ripartire al più presto dirigendomi verso sud-ovest.
Il freddo era pungente anche di quel periodo
e la neve in via di scioglimento dava oltremodo fastidio in quanto rendeva
fanghiglia il terreno boschivo.
Le ruote della carrozzina affondavano nella
melma e pertanto era più faticoso tirarla.
D’un tratto si udirono delle voci le quali
non erano distanti da noi; l’angoscia di essere scoperti si ripresentò
nuovamente.
Quelle voci si fecero sempre più vicine, fino
ad arrivare pericolosamente a sfiorare il leggero rialzo di terra che ci
proteggeva.
Grete e Joshepp mi guardarono sempre più
spaventati e quelle voci parevano di innumerevoli uomini.
Il fucile che stringevo nelle mie mani non mi
sarebbe stato di nessuna utilità e allora lo lanciai lontano da me, in seguito
mi accinsi ad abbracciare quei due bambini.
Ci accovacciamo il più possibile ed io
strinsi i due pargoli al mio petto come se fossero i miei figli; volevo fare di
più, mi sentii impotente e nella mia mente si fece largo il pensiero che fosse
finita.
Le voci erano proprio sopra le nostre teste e
fu inevitabile che gli uomini a cui appartenevano ci scoprissero.
Dei soldati con la divisa completamente nera,
e con un berretto il cui stemma era quello di un teschio, circondarono il fosso
in cui noi giacevamo.
«Maiali!». Fu l’ultima parola che udii.
In seguito uno di loro puntò verso di noi la
mitragliatrice e iniziò a sparare.
D’istinto mi buttai sui bambini cercando di
proteggerli con il mio corpo: diamine, erano solo dei bambini; con che coraggio
gli si sparava contro …
Cercai di coprirli più che potevo, ma non
ebbi modo di comprendere nulla: dei dolori lancinanti si cosparsero lungo tutta
la mia schiena e persino dietro la mia nuca, accompagnati da un senso di
congelamento e seguiti da una sorta di scarica elettrica diffusa; mi mancò il
respiro.
Questa volta ero stato centrato in pieno e
l’intero mio corpo era stato letteralmente crivellato di colpi.
Raccolsi le forze per sussurrare alcune
parole a Grete e Joshepp: «State immobili e non fiatate; è l’unico modo per
rimanere in vita».
In seguito il torpore s’impadronì del mio
corpo e il mio campo visivo si annebbiò; riuscivo solo a percepire del liquido
che dalle mie carni sgorgava irrefrenabilmente verso la terra e si miscelava
alla melma di cui era pregno il posto.
Ci fu ancora spazio per un’ultima sensazione
stomachevole: qualcosa risalì dal mio ventre verso la bocca; dopo non sentii
più nulla, percepii solo tetra e sconsolante oscurità.
***
Un alito appena percettibile sfiorò le mie
labbra e quella sensazione mi fece rinvenire.
Ero pur sempre debole però: non riuscivo a
muovermi, il mio corpo non rispondeva agli ordini che il mio cervello gli
impartiva.
Grete; Joshepp; che fine avevano fatto?
Non ero riuscito a proteggerli e di questo mi
vergognai, era come se non avessi dato aiuto al mio Giacomo.
I due bambini che io avevo costretto a venire
con me avevano perso la vita per colpa mia.
“Dio mi perdoni per ciò che ho fatto”, questo
fu il mio costante pensiero.
Ma qualcosa si mosse sotto di me, poi man
mano che il torpore svaniva sentii che quel qualcosa erano proprio i due
pargoli che avevo coperto; sperai che non fossero feriti, tuttavia non riuscii
a controllare poiché non ero in grado di muovermi.
Le voci dei soldati erano sparite e non si
udiva più nulla, solo scoppi in lontananza.
Il freddo iniziò a sentirsi di più poiché la
notte stava scendendo e se fossi rimasto in quella posizione sicuramente sarei
morto assiderato.
Di colpo qualcosa mi coprì, pareva che fosse
la mia coperta e un corpo freddo s’infilò sotto di me, unendosi a un altro che
già prima giaceva lì.
Infine udii una voce: «Il suo cuore batte
ancora».
La riconobbi, era la voce di Grete quella …
In seguito sentii una voce flebile, appena
percettibile; essa sibilò così dolcemente e risuonò al mio orecchio con una
tenerezza mai udita prima: «Quei cattivi sono andati via?». Domandò.
«Certo; sono scomparsi da almeno tre ore».
Rispose Grete.
«Ho avuto tanta paura …». Asserì quella
debole voce.
«Lo so. Anch’io ho avuto terrore che ci
accadesse qualcosa di brutto, ma ora è tutto passato». Infine affermò Grete.
«Come sta lui?». Chiese ancora la voce che
non riuscii a riconoscere.
«Non temere, non è morto. Il suo cuore
batte». Rispose Grete, poi aggiunse: «ma dobbiamo cercare aiuto oppure morirà».
Capii che si stavano rivolgendo a me e che
temevano per la mia vita.
Tuttavia io già sapevo che le ferite
infertemi non mi avrebbero lasciato scampo, poiché disseminate lungo tutto il
corpo e il dolore che percepivo non lasciava dubbi: erano sulla nuca, sul
tronco, su entrambe le gambe e persino sulle braccia.
Chi mi aveva sparato era un gran tiratore,
però si era dimostrato senza pietà.
Non riuscivo a muovermi, le forze mi avevano
abbandonato; temetti che entro breve tempo sarei morto.
Ero tuttavia contento di aver coperto i due
bambini e sperai con tutte le mie forze che quei due pargoli riuscissero a
mettersi al riparo.
Subito dopo persi nuovamente conoscenza,
sentii solamente le due figure sotto di me che in un certo senso mi
riscaldavano.
La coperta con la quale i due bimbi mi
avevano avvolto mi riparò in parte dalle temperature basse.
Quelle due condizioni mi avrebbero salvato
dall’assideramento; ma a quel punto lo sforzo era vano: il sangue che avevo
perso, unito alle ferite, presto mi avrebbero ucciso …
Si fece nuovamente tutto buio e non capii più
nulla.
***
Un cinguettio di uccelli destò la mia
attenzione, non ero ancora morto … Però non percepii più i corpi dei ragazzi
sotto di me: erano andati via?
Sperai che lo avessero fatto e che a quel
punto fossero giunti il più lontano possibile da lì.
Il posto era pericoloso, e in quanto a me
pensai che fosse solo questione di tempo.
Non mi riuscii a spiegare però per quale
motivo ero ancora vivo: un miracolo?
Nella situazione in cui ero, di certo, non
potevo parlare di buona sorte, dunque dovetti prendere atto che, impossibilitato
a muovermi e con le ferite su tutto il corpo, non avevo via di scampo;
probabilmente non avrei avuto via di scampo nemmeno se mi avessero dato
soccorso e propinato gli antibiotici che in quegli anni erano stati appena
scoperti.
Notai una nuova stranezza, come se ce ne
fosse bisogno di altre: il dolore era svanito; e allora provai a muovermi.
Con mia sorpresa riuscii a muovere la mano
destra …
La mossi con molto sforzo ma fui in grado di
portarla vicino al corpo; lì cercai di toccare le ferite che mi erano state
inferte.
Tastando mi accorsi che erano tante ed ero
pieno di buchi di proiettile, da essi però non usciva sangue; allora pensai di
essere morto, era l’unica cosa logica che spiegava quella situazione.
Pensai che di lì a poco mi sarebbe venuto
incontro il mio angelo custode e che mi avrebbe detto: «Alzati».
Una linea bianca orizzontale comparve
d’improvviso nel mio campo visivo, subito dopo apparve sfocato qualcosa.
Era il muro di terra che si ergeva dinanzi a
me: avevo riacquisito la vista, ciò significava che non ero morto.
Chiusi un paio di volte le mie palpebre per
schiarire la vista ancora di più e poi girai la testa dal lato opposto; vidi
l’avvallamento del terreno nel quale mi avevano colpito.
Provai in seguito ad alzarmi, ma fu inutile:
ero ancora molto debole e non ce la feci a fare quello sforzo ulteriore.
Mi accontentai di poter controllare in che
condizioni era il mio corpo e mi accorsi che ero sì pieno di ferite, tuttavia
esse erano cicatrizzate e ben chiuse.
Mi rammentavo però che all’atto della
fucilazione esse grondavano sangue, fatto sottolineato anche dal plasma
riversato sul terreno: esso era in parte raggrumato, in parte ancora fresco.
Cosa diamine stava accadendo?
Era un sogno?
Se tali avvenimenti erano un incubo, perché
non mi svegliavo?
Il respiro era ripreso affannosamente e d’un
tratto mi vidi dinanzi quattro scarponi consumati all’inverosimile e tutti
lerci di creta.
Alzai lo sguardo e vidi le facce di Grete e
Joshepp; riprodussi un sorriso, che venne ricambiato.
«Siamo contenti che tu stia bene». Mi disse
Grete.
Al che cercai di rispondere ma la voce
proprio non voleva venire fuori dalla mia gola: le corde vocali non erano in
grado di riprodurre alcun suono.
Accennai un sorriso anch’io e i due pargoli
corsero vicino a me abbracciandomi entrambi; che emozione che provai, il mio
cuore si riempì di gioia: quei due bambini non erano stati uccisi.
Dopo un attimo ritornai in me e annuii per
far capire loro che stavo bene.
Entrambi si affrettarono ad andare a prendere
un recipiente di fortuna.
Lì dentro c’erano alcuni frutti che io non
avevo mai visto, ma non feci in tempo a opporre resistenza che i due mi
imboccarono
Il sapore di quei frutti era buono; forse
perché non mangiavo da tanto, forse perché ormai ero abituato al pane raffermo
e alle scatolette, quei frutti li gustai come un pasto prelibato.
Passarono un paio d’ore da quel momento ed io
ancora non ero in grado di alzarmi, ero però consapevole che non potevo
rimanere lì per tanto tempo poiché presto o tardi qualche soldato sarebbe
arrivato in quel posto; e se ci avessero trovato lì, non avrebbero avuto alcun
problema a spararci di nuovo.
Raccolsi tutta la forza che avevo in corpo,
provai nuovamente ad alzarmi e finalmente ci riuscii, poggiandomi di schiena a
quella parete che per un paio di giorni mi aveva offerto riparo.
Sbuffai per lo sforzo fatto, poi mi rivolsi
ai piccoli cercando di emanare qualche verso.
Con mia sorpresa riuscii a parlare: «Dove
sono andati i soldati?». Domandai.
«Non sappiamo; noi abbiamo fatto come ci hai
detto, siamo rimasti nascosti sotto di te immobili. Sono andati via quasi
subito, avevano paura di qualcosa». Mi rispose Grete.
Immaginai che avessero avuto paura
dell’arrivo imminente dei russi.
Annuii, poi dissi: «Dobbiamo spostarci quanto
prima».
Ingenuamente entrambi vennero vicino a me,
cercando di aiutarmi a stare in piedi.
Risultò più difficile del previsto mettermi
in piedi ma ce la feci, guardai i miei vestiti ed erano tutti bucati, segno dei
proiettili che mi avevano colpito.
Controllai minuziosamente ogni singolo buco
che avevo sugli indumenti, a ognuno di essi corrispondeva una cicatrice
completamente guarita.
Pensai e ripensai a come poteva essere
possibile una cosa simile … Io dovevo essere morto, eppure ero in piedi vivo e
vegeto pronto per ricominciare la marcia alla volta dell’Italia.
Quello però non era il luogo per pensare,
dovevamo muoverci.
Feci capire ai bambini che era ora di
muoversi e loro mi risposero annuendo.
C’incamminammo prendendo la direzione
sud-ovest regolandoci come si fa nei boschi.
Anche se muovermi risultava faticoso, riuscii
a tenere il passo e alla fine ci allontanammo da quel posto.
Marciammo fino alla sera e quando scese la
notte giunse il tempo di trovare un rifugio.
Il mio zaino lo avevo recuperato e al suo
interno c’erano tutti i gingilli, compreso la famosa coperta che fino a quel
momento aveva alleviato le nostre
nottate.
In lontananza si videro ancora dei ruderi,
resti delle battaglie che si erano susseguite in quei posti; andammo di filato
verso di essi e quando arrivammo di fronte a loro vedemmo una costruzione:
parte di quella casa era ancora in piedi, dunque poteva essere usata come
nascondiglio.
Un rumore però attirò la nostra attenzione.
Si udì: «Alt!». Poi si sentì il suono che mi
era tristemente noto, quello di un otturatore che caricava la canna di un
fucile.
Ci trovavamo nuovamente nei guai e coloro
rifugiatisi dentro quelle rovine divennero presto un pericolo mortale per noi.
Mi venne spontaneo chiedere: «Chi siete?».
«Fermi o sparo». Si sentì nuovamente.
In seguito una sagoma, rischiarata dalla luce
lunare, venne fuori dall’oscurità: lì c’era un uomo armato di mitragliatore.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il quattordicesimo capitolo).
