La magia di narrare storie.

La magia di narrare storie.

La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

venerdì 27 febbraio 2015

Disperso nel tempo 1942 – 8° capitolo da leggere online –.

Ci siamo … Ho svolto un bel po’ di lavoro dal giorno in cui ho deciso di rilasciare gratuitamente il testo del libro in oggetto.
Questa è la metà del manoscritto e … Se avete letto fin qui, vuol dire che il libro è interessante.
Ciò mi riempie di gioia perché significa che non ho lavorato invano.
L’ottavo capitolo di "disperso nel tempo 1942" è dunque sistemato e corretto nel miglior modo possibile, non mi rimane altro che augurarvi una buona lettura:



CAPITOLO 8
DIETRO LE LINEE NEMICHE


Riaprii gli occhi e un flebile fascio di luce rischiarò l’interno del carro armato in cui mi ero riparato.
La luce entrava da una piccola fessura del portellone; era giunta l’alba e dunque dovevo riprendere la mia marcia.
Cercai di uscire dal carro cautamente poiché fuori potevano esserci dei nemici, sollevai il coperchio leggermente e scrutai all’esterno: stava nevicando intensamente e un vento gelido spazzava quelle zone.
Ritirai il capo all’interno del carro e pensai sul da farsi; dopo pochi minuti decisi che non era il caso di avventurarsi all’esterno, almeno fin quando perdurava quel tempo.
Mi raggomitolai su me stesso e mi persi nei miei pensieri, intanto fuori il vento collideva contro il carro e il tepore al suo interno mi faceva sentire al riparo da ogni pericolo.
Presi la candela e la posai sopra un appoggio dopo averla accesa: essa rischiarò quanto bastò quel riparo che era stato una tremenda arma dell’esercito invasore.
Poi il mio occhio si posò su una sorta di diario che era scampato alla distruzione del mezzo; esso era sul pavimento mimetizzato tra la spazzatura ammassata alla rinfusa.
Lo presi e lo aprii, portandolo più vicino possibile al lume che avevo appena acceso.
Con mia sorpresa notai che il suo interno era perfettamente leggibile; tuttavia era redatto in tedesco e, dunque, non fu possibile sapere cosa ci fosse scritto.
Sfogliai il diario fino a quando non arrivai all’ultima pagina e lì mi accorsi della data riportata in calce al testo.
Essa dichiarava: 19/12/1942.
Non riuscivo a crederci … Possibile che erano passati più di quattro mesi dal nostro combattimento?
Io avevo dormito così tanto tempo riuscendo a sopravvivere?
Non era possibile che un uomo dormisse così tanto: pensai al coma, stato in cui potevo essere piombato dopo l’esplosione, ma poi mi convinsi che anche quello stato non dava garanzie di sopravvivenza se non assistiti; e allora furono tante le domande che mi posi.
Quella situazione era davvero incomprensibile: ero stato scaraventato nel passato e con sbalzi di tempo inconcepibili.
Le ultime parole scritte su quel diario erano state stese il diciannove Dicembre del millenovecentoquarantadue e ciò voleva dire che in quel periodo le nostre truppe erano in ripiegamento, incalzate dall’armata rossa che stava cercando di chiuderle in una sacca per poi annientarle.
Questo significava che io ero nelle retrovie e sapevo bene che nella posizione in cui mi trovavo, di certo, avrei incontrato i partigiani russi o addirittura i soldati russi; si fece largo nella mia mente il pensiero che sarei stato fatto presto prigioniero.
Dovevo assolutamente capire dov’ero e cercare di passare oltre le linee per poi avviarmi verso l’Italia.
Sapevo che dopo la battaglia di Nikolajewka , combattuta il 26 Gennaio del 1943, le residue forze dell’asse si sarebbero dirette a Shebekino, sottraendosi così all’accerchiamento e al consecutivo annientamento.
Dovevo cercare di raggiungere quella zona e pregai perché fossi ancora in tempo a farlo: non sapevo però in che giorno mi trovassi, l’unica cosa certa fu che quel carro armato era stato fermato dopo il 19 di Dicembre.
Non c’era tempo da perdere: mi feci coraggio, spensi la candela e la misi via poiché poteva servirmi ancora.
Aprii il portellone dolcemente e non vidi nessun pericolo, allora lo spalancai completamente: quella zona era interamente pervasa dalla neve che aveva inghiottito tutto ciò che si trovava sul terreno; e che freddo …
Quello era un momento delicato; facendo mente locale i russi, nel gennaio del 1943, precisamente il 12 dello stesso mese, avrebbero sferrato la più imponete offensiva che avrebbe provocato il crollo della linea del Don.
C’era da sperare che ancora non fosse quel giorno, ma una cosa era certa: dovevo muovermi.
Sgattaiolai fuori dal carro armato e incominciai a camminare; ma anche se ero bello coperto, il freddo pungente, quasi insopportabile, m’impose enormi sacrifici.
Mi ritrovai dopo poco tempo con i piedi, le mani e la faccia, completamente ghiacciati; ma ciò non poteva fermarmi, se volevo salva la vita dovevo raggiungere la zona di Nikolajewka in tempo per la battaglia e in qualche modo riuscire a passare inosservato.
Ero disarmato; avevo con me solo la baionetta, che era difettosa poiché era a scatto: la molla si era allentata e la lama penzolava.
Pensare che una baionetta innestata potesse penzolare mi fece sorridere ma anche in quel caso sapevo che era la situazione in cui si erano trovati parecchi soldati italiani: caricarono con la baionetta penzolante poiché unica arma in loro possesso e si arrangiarono con il calcio del fucile.
Avevo recuperato persino il mio zaino nel quale c’erano gli effetti che mi portavo dietro dall’inizio, incluso il cellulare.
I miei passi facevano rumore a contatto con il manto della via che stavo percorrendo; talune volte affondavo e fu allora che decisi di rimediare delle racchette per i piedi.
Lì vicino c’era un bosco, pensai subito a dei rami che potessero sostituire gli attrezzi che mi servivano.
Ne trovai due che potevano fare al caso mio, li tagliai a fatica visto lo stato della baionetta che possedevo e li misi ai piedi, fissandoli con dei lacci che avevo sottratto ai soldati morti incontrati nel carro armato.
Strinsi bene quei rami che erano aperti a ventaglio, in modo da occupare più volume ed evitare il mio sprofondamento, e ripresi la marcia.
Camminai per lungo tempo, non saprei quantificarlo però poiché non avevo alcun riferimento.
Lo stomaco venne stretto in una morsa provocata dalla fame e il suo continuo gorgogliare mi accompagnò per tutto il mio cammino, finché non arrivai dinanzi ad un albero; lì trovai strani frutti: parevano ghiande.
Ne assaggiai uno e il sapore era tremendo, ma la fame imponeva di mettere qualcosa all’interno dello stomaco: masticai energicamente e mandai giù, ma dopo un paio di pezzi lignei ovoidali non ce la feci più; non erano commestibili.
Quasi vomitai, ma non ci fu tempo nemmeno per fare quello: dovevo muovermi e camminare più che potevo, la sera si stava avvicinando e c’era bisogno di cercare un riparo.
Passò altro tempo e la mia marcia continuò, tuttavia non riuscivo a regolarmi e l’unica cosa che potevo fare era seguire alcune nozioni che avevo imparato a scuola: se ti perdi in un bosco riesci a orientarti osservando il muschio sui tronchi; esso cresce rivolto verso il nord e, tenendo presente il posto dove fummo inviati l’ultima volta, comparandolo con la cartina che avevo ben impresso nella mia mente, mi diressi verso la zona che credevo fosse esatta.
La sera calò presto ed io non avevo ancora trovato un riparo, se non l’avessi individuato di certo sarei morto assiderato poiché le già basse temperature di sera sarebbero ulteriormente scese.
Camminai ancora per molto tempo … In me la disperazione iniziò a palesarsi e immaginai quello che sarebbe successo di lì a poco; il fiato si ghiacciava come appena usciva dalla bocca e sul naso iniziò a formarsi una sorta di piccola stalattite di ghiaccio, così come nella barba incolta che mi era cresciuta e della quale non riuscivo a liberarmi per mancanza di lamette, fatto che ovviamente non mi penalizzava poiché essa mi riscaldava le parti che non potevo coprire.
Poi vidi qualcosa che non mi sarei mai aspettato di guardare: non lontano da me c’era un mucchio di pietrame.
Al centro del mucchio di pietre c’era un’entrata; mi avvicinai, controllai che non ci fossero nemici al suo interno e, dopo essermi assicurato che fosse sgombero, mi addentrai al suo interno.
Lasciai il freddo e la neve alle mie spalle e imboccai un cunicolo abbastanza grande da permettermi il passaggio.
Feci molta attenzione, in fondo quella poteva essere una tana di qualche animale oppure un rifugio della resistenza russa.
Niente, dentro non c’era nessuno: era solamente buio.
Accesi di nuovo la mia candela e il suo lume mi permise di vedere l’interno del rifugio.
Ero capitato in un deposito di armi sotterranee dei partigiani e al suo interno c’erano le più disparate armi stipate in casse ben chiuse.
Io, a quel punto, aprii quelle casse per capacitarmi del loro contenuto.
Lì dentro c’erano anche casse piene di Vodka liscia e persino delle munizioni calibro 7,35.
Dovevo stare attento con quella fiamma, altrimenti potevo farmi male; e così feci … Misi la candela in un posto dove non avrebbe arrecato danno e mi stesi il più lontano possibile dall’entrata.
Mi addormentai riparato dietro una cassa abbastanza grande da nascondermi del tutto; ovviamente dopo aver spento la candela.

***

I miei occhi si riaprirono e la luce che filtrava dall’entrata mi permise di vedere senza l’ausilio del mozzicone di candela già scarno che possedevo.
Dovevo muovermi, se quello era un deposito di armi sotterraneo della resistenza presto sarebbero arrivati coloro che l’avevano costruito.
Mi affrettai a uscire allo scoperto e, arrivato nei pressi dell’entrata di quel rifugio, mi assicurai che non ci fossero sgradite sorprese; non notai alcun impedimento alla mia uscita, lasciai quel posto e ripresi il cammino iniziato due giorni prima.
C’era solo neve distesa per quell’interminabile pianura e nessun segno di vita; sperai di raggiungere una stazione ferroviaria nella zona non ancora riconquistata dai russi in modo da poter ritornare in Italia.
Camminai ancora per lungo tempo e persi definitivamente il senso dell’orientamento, poiché ero fuoriuscito dalla boscaglia e tutt’intorno non si vedeva altro che neve; stavo seriamente pensando di lasciarmi andare.
Dopo soli pochi giorni di marcia ero già sfinito: i piedi e le mani erano ghiacciati; il viso era sferzato perennemente dal freddo; ero affamato e pieno di pidocchi che si muovevano tra i vestiti e sulla pelle incessantemente.
Se fosse sopraggiunta la morte sarebbe arrivata anche la pace e le sofferenze sarebbero finite, ma poi pensai a Giacomo e a Simona … Non potevo rinunciare a rivederli ancora una volta: loro furono la mia forza, il mio barlume di speranza in mezzo a quel tetro periodo impregnato di odio e di follia.
Le gambe erano pesanti e quasi non le sentivo più, così come le braccia: sapevo che esse erano le prime a dare segni di assideramento.
Sconsolato guardai innanzi a me e qualcosa vidi effettivamente; là davanti, a qualche chilometro di distanza, c’erano delle strane figure e non erano uomini: sembravano dei mezzi abbandonati.
Pensai nuovamente al rifugio che avevo lasciato poco tempo prima: in quella tormenta sarebbe stata una manna; poi mi affrettai a raggiungere quella zona e con mia sorpresa vidi che i mezzi non erano stati colpiti.
Lì c’erano delle macchine con le porte aperte; erano state abbandonate di tutta fretta.
Mi avvicinai ancora di più fino ad arrivare proprio dinanzi a quei marchingegni e mi domandai se fossero macchine italiane o tedesche, quesito che fu svelato appena dopo quattro minuti.
Quando io fui abbastanza vicino, mi resi conto che si trattava di macchinari tedeschi e tra loro c’era anche una Kommandeurwagen.
Che colpo di fortuna …
Lì, dinanzi a me, c’era una macchina a quattro ruote motrici che poteva raggiungere gli ottanta chilometri orari.
Tirai fuori più neve possibile dalla macchina, poiché essa era penetrata al suo interno per via dello sportello aperto; quando la macchina fu sgombera dalla neve mi avvicinai al cruscotto: lì c’erano le chiavi d’accensione, tuttavia non riuscii ad accenderla.
«Che scemo!». Esclamai.
Cercai dappertutto nell’abitacolo fino a quando non trovai la manovella, quella che serviva per accendere il motore.
Mi diressi davanti alla macchina, cercai il punto d’innesto della manopola e la fissai al suo interno, dopo di che iniziai a ruotarla.
Inizialmente feci un sacco di fatica, pareva ingolfata; poi d’un tratto il motore decise di funzionare e il suo piacevole rumore, che voleva dire salvezza, si udì nell’aria.
La mia espressione, per la prima volta da quando mi ero risvegliato, cambiò: abbozzai un sorriso.
Mi precipitai in macchina, guardai il cruscotto e osservai la lancetta della benzina; nonostante il freddo intenso pareva che il combustibile non fosse ghiacciato e allora provai a farla muovere.
La macchina era impantanata nella neve, ma dopo poco riuscii a sbloccarla percorrendo la strada sterrata disseminata da un manto bianco.
Il serbatoio era metà e dunque avevo una buona autonomia, con quel mezzo avrei dovuto raggiungere almeno un centro abitato.
Dopo circa un paio d’ore di viaggio, durante le quali non incontrai anima viva, incominciai a udire di nuovo i rumori che avevo sentito quando mi avvicinai al fronte per la prima volta.
Ero vicino alla linea dei combattimenti, quello era il momento più delicato; dovevo essere cauto e non mi potevo permettere il lusso di finire nelle mani di nessuno schieramento: i russi mi avrebbero fucilato e i soldati dell’asse mi avrebbero rimesso sul campo di battaglia.
In entrambi i casi sarei morto …
Il motore d’un tratto iniziò a fare le bizze e la macchina si piantò nel luogo dov’ero arrivato; poco male, non avrei potuto usarla lo stesso poiché sarei stato bersaglio dei soldati russi con quel macchinario.
Scesi, misi nuovamente i ramoscelli ben fissati agli scarponi e lasciai la macchina.
Guardai con attenzione sui sedili posteriori e mi fu fatto dono di un’altra perla: al suo interno trovai una sorta di kway bianco più grande della mia corporatura, ma assolse lo stesso il suo compito; con quello addosso, il freddo risultò meno pungente, ma con tre paia di pantaloni l’uno su l’altro, tre paia di giacche messe allo stesso modo, il movimento era difficoltoso fin dall’inizio.
Mi diressi verso i rumori, sapevo che era pericoloso ma non avevo altra scelta: se volevo sfuggire all’inverno e ai soldati, dovevo passare le linee e mettermi sul primo treno per il rimpatrio; era necessario raggiungere il posto dell’incidente e fare ciò che mi aveva detto Gabriele al momento della nostra separazione.
Camminai ancora e la notte scese sul posto, tuttavia le cannonate non accennarono a diminuire: continuarono imperterrite a scuotere quei territori.
Man mano che andavo avanti incominciai a vedere anche le luci che esse producevano e il rumore assordante delle Katyushe si udì incontrastato.
Nel cielo pareva che ci fossero una miriade di stelle che andavano a collidere contro le linee nemiche e il frastuono risultò fastidioso; quelle eccezionali armi stavano letteralmente spazzando la terra dove esse cadevano.
Sapevo che la Katyusha era un’arma portentosa: il sistema d'arma era composto di una motrice avente una struttura di sostegno per il lancio di un numero variabile tra i 16 e i 46 razzi che partivano in colpi consecutivi.
Lo scopo era quello di creare un nutrito fuoco di sbarramento o disseminare una linea densa di distruzione sull'obiettivo.
Alternato a quel rumore si udivano anche spari e raffiche di mitra; c’ero arrivato, avevo trovato la linea del fronte, adesso dovevo escogitare un modo per passarla.
Approfittai dell’oscurità per muovermi furtivamente e cercai di avvicinarmi al posto in cui stavano combattendo; volevo arrivare in una zona dove ci fosse la visuale libera.
Vidi un leggero rialzo del terreno a pochi metri da me e allora decisi di raggiungerlo per cercare di scorgere come stavano i fatti e, soprattutto, capire in che data mi trovassi.
Raggiunsi quel rialzo e mi acquattai al suolo, purtroppo non riuscii a vedere nulla poiché l’oscurità m’impedì di scorgere in lontananza.
Mi alzai e provai a camminare cautamente, ma d’un tratto udii una voce che parlò in una lingua che non capii.
Quello era russo, lo avrei riconosciuto fra mille linguaggi; ero stato pizzicato.
«Porc …». L’unica cosa che riuscii a sussurrare, poi sentii una sventagliata di mitra e un dolore lancinante al livello del petto, della gamba destra e addirittura del cranio: fu come se mille aculei appuntiti mi avessero trafitto in tutti quei punti.
La vista si appannò e poi divenne tutto scuro: non capii più nulla di quello che stava succedendo, percepii solamente un gran freddo che si propagò attraverso tutto il mio corpo, fino ad arrivare a ogni osso che avevo; un bruciore diffuso si cosparse in tutte le mie cellule: fu l’ultima cosa che sentii, poi il nulla …

***

Una linea orizzontale apparve nel mio campo visivo, poi pian piano si allargò fino a divenire una visuale sfocata, infine essa diventò più nitida: ero in qualche rifugio.
Ero steso su di un letto con della paglia che faceva da materasso ed ero coperto da una sorta di pelle di qualche animale strano; ma devo dire che essa teneva caldo.
Guadai in giro e mi accorsi che non era un rifugio quello, bensì una capanna: una isba.
Sentii delle voci in lontananza; parevano russi, poi un’altra stranezza si presentò dinnanzi a me, come se già la situazione in cui versavo non fosse abbastanza strana.
Quelle voci che parlavano in russo d’un tratto si tramutarono in italiano: io comprendevo quel linguaggio, eppure ero sicuro che stessero parlando una lingua incomprensibile prima.
Bene, esse dicevano: «Non possiamo tenerlo qui!». Esclamò una voce di un uomo che pareva di mezz’età.
Poi continuò: «Dovremo consegnarlo ai partigiani, se dovessero trovarlo in casa nostra verremo tutti fucilati».
Gli rispose una voce d’una fanciulla: «Papà non possiamo farlo».
«Ma ragiona figlia». Ribatté una voce femminile che sicuramente era la mamma di colei che aveva parlato poc’anzi.
«Papà sei stato tu a insegnarmi che gli uomini sono uguali e non c’è distinzione fra essi. Se lo riconsegniamo sarà fucilato». Affermò quella splendida voce.
Poi continuò: «Ricorda il giuramento che hai fatto papà:  Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività. In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili. E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro».
Ci fu un attimo di silenzio, poi la voce dell’uomo disse: «Lo so; non ho paura per me, ma per voi».
«Se vi succedesse qualcosa non me lo perdonerei mai». Infine affermò.
«Papà non appena sarà in grado di muoversi farò il possibile per accompagnarlo dai suoi». Asserì quella ragazza.
«Hm …». Si sentì.
Poi la voce che apparteneva alla donna più anziana disse: «Ma perché sono venuti?».
Ci fu nuovamente un momento in cui non parlò nessuno, in seguito si udì: «Cosa stanno cercando?». Fu la stessa voce di prima a porre quella domanda.
In verità quelle domande me l’ero poste anch’io; pure coloro che erano periti nei vari combattimenti non sapevano del perché fummo inviati in una regione remota e soprattutto non sapevano che scopo avesse quella spedizione.
Quella gente parlò ancora per lungo tempo, alla fine giunsero all’accordo che io dovevo andar via prima possibile onde evitare ritorsioni sulla famiglia.
Io mi sentivo veramente un verme, mai in vita mia avevo provato quella sensazione: ero un invasore e per colpa mia la gente stava patendo la fame e vivendo la guerra, ciononostante essi mi stavano offrendo riparo e assistenza.
Sbuffai e poi cercai di alzarmi, se ci fossi riuscito sarei voluto andare via in modo che quella famiglia non avesse grane per colpa mia; ma non ce la feci: il dolore risultò ancora lancinante e dovetti desistere.
Mi rimisi nuovamente sotto quella pelle di un non ben definito animale e mi addormentai.
Le ferite dolevano eccome …
Riaprii nuovamente gli occhi e vidi una donna che mi stava medicando; aveva appena fatto dei bendaggi attorno al mio braccio.
Lei era una splendida ragazza; una delle più belle ragazze che avessi mai visto: i suoi occhi erano castani, la sua carnagione era chiara e le sue guance erano rosse; i suoi capelli erano lisci e neri; le sue splendide labbra, il suo sguardo pieno di vita e l’esplosione di gioia che provai quando me la trovai dinanzi, mi fecero sobbalzare il cuore come se avessi quindici anni.
La ragazza mi parlò in russo; inizialmente non la capii, poi, man mano che parlava, accadde nuovamente quello strano fenomeno: la sua lingua divenne perfettamente comprensibile, come se non stesse parlando in russo.
Capii: «Ti sei svegliato; come va?». Mi domandò.
Io le risposi: «Grazie infinite». E lo dissi con un fil di voce.
Lei però, non mi capì; si vide chiaramente poiché riprodusse una smorfia che palesò l’incomprensione.
Allora cercai di tirarmi su da quel giaciglio di paglia ma lei mi fece cenno di rimanere sdraiato e poi sottolineò: «Non puoi alzarti poiché sei stato ferito gravemente. Aspetta, sii paziente, non appena ti rimetterai sarai accompagnato dai tuoi amici».
Pareva un volto angelico il suo; per un attimo dimenticai la guerra e m’incantai quasi, poi feci segno verso di me e dissi: «Giuseppe». Cercando di far comprendere che quello era il mio nome; e anche lì dovetti dire una bugia, ma effettivamente il mio vero nome non lo usavo oramai da circa tre anni: stavo abituandomi al nome preso in prestito.
«Ah; il tuo nome è Giuseppe. Hm … Direi che è proprio un tipico nome italiano». Lei affermò.
Io poi feci cenno verso la sua figura con la mano sinistra, l’unica in grado di muoversi in quel momento.
«Vuoi sapere come mi chiamo?». Mi domandò.
Annuii.
Lei mi rispose: «Il mio nome è Anastasia».
Un nome stupendo per una ragazza bellissima …
Poi pensai a mia moglie: se mi avesse sentito mi avrebbe spezzato le gambe, tuttavia non feci nulla di male e mi limitai a osservare lo splendore della vita che dimorava nella ragazza dinanzi a me.
E … Nella bruttura della guerra, vile, inumana, la quale ti trasforma in una bestia, incontrare una persona simile non è poca roba.
Rimasi letteralmente con la bocca aperta e non dissi più niente.
Lei se ne accorse e riprodusse un sorriso, poi mi chiese: «Che c’è, hai perso la lingua?».
Come glielo spiegavo io che ero rimasto sbalordito dalla sua figura?
Non parlavo il russo e a stento mi facevo capire gesticolando.
Anastasia riprodusse un altro sorriso e a ogni suo accenno di smorfia il mio cuore sobbalzava.
Lei mi disse: «Prendi questi; ti daranno forza». Passandomi del pane duro e del miglio.
Io li presi con la mano sinistra e li poggiai sul letto, un pezzo per volta portai alla bocca quel cibo e lo divorai letteralmente.
Lei mi fece cenno di aspettare e andò nell’altra stanza, subito dopo ricomparve con un recipiente di colore bianco pieno di acqua.
Anche in quel caso presi il recipiente, lo portai alla bocca e tracannai tutta l’acqua; lei continuava a guardarmi come se fosse il mio angelo custode.
In seguito mi disse: «Hai bisogno di riposo, non puoi muoverti per adesso».
Io annuii per far intendere che avevo capito cosa avesse detto.
Giustamente lei non poteva sapere che per qualche arcano motivo io veramente riuscivo a comprendere ciò che diceva, ma al contrario non riuscivo a farmi intendere e a parlare la loro lingua.
«Papà». Chiamò Anastasia.
Dopo poco arrivò nella camera il signore di cui avevo sentito la voce in precedenza.
Il signore appena arrivato si avvicino al letto e mi guardò in maniera curiosa, a tratti anche stupita.
Poi si affrettò a prendere il mio polso e a controllare i battiti del cuore.
Riprodusse un’espressione stranita, fece qualche sorta di segno alla figlia che si avvicinò prendendomi anch’essa il polso che poc’anzi era nelle mani del padre.
Io non avevo alcuna forza, non riuscivo a muovere il braccio in quel momento.
Anche lei riprodusse la stessa espressione del padre; in un primo momento non disse nulla, poi guardò quell’uomo anziano e bisbigliò: «Com’è possibile una cosa simile». Sgranò infine gli occhi.
Il padre riprodusse una smorfia e le fece cenno di andare nella stanza accanto alla mia.
Si allontanarono da me e uscirono dalla camera in cui ero, poi si udirono voci appena percettibili.
«È una cosa che non ho mai visto in vita mia». Disse il padre di Anastasia.
Poi aggiunse: «Quell’uomo ha subito ferite mortali, dovrebbe essere morto; eppure le sue funzioni vitali paiono non aver risentito minimamente di quelle pallottole».
«Papà è come se il suo corpo non avesse avuto nessun trauma». Concluse Anastasia.
«Pensavo che sarebbe morto in poco tempo, eppure si è ripreso in soli tre giorni …».  Si fermò per un attimo e poi disse: «Continuo a non capire; è fuori da ogni umana logica». Affermò il papà.
Quelle parole mi fecero preoccupare, incominciai a controllare con il braccio buono cosa mi fosse successo e alzai quella coperta di pelle; seppur a fatica.
Guardai il mio corpo e parve che fosse tutto a posto, non mancava nulla: le mie arti erano presenti, lo stesso fu per il mio busto che non presentava nessuna ferita vistosa e sotto le bende non notai alcuna traccia di sangue.
Ciò voleva dire che le ferite di cui parlavano non erano così gravi; probabile che si fossero sbagliati.
In quel momento mi tranquillizzai e, dopo aver sbuffato, mi poggiai al muro che faceva da schienale; guardai in alto e sperai di potermi rimettere quanto prima affinché potessi muovermi e raggiungere la tanto desiderata libertà.
Intanto il discorso delle persone di cui ero ospite continuò: «Dobbiamo assolutamente portarlo via». Disse il padre di Anastasia.
Non gli fu data risposta in un primo momento, poi gli fu posta una domanda: «Quanto tempo ci vorrà affinché si riprenda completamente?». Fu la voce della donna più anziana che pose quel quesito.
«Non saprei dirlo con precisione. So per certo che fra non molto s’incominceranno a vedere i partigiani da queste parti; e se loro si accorgono che ospitiamo un invasore ci fucileranno». Asserì l’uomo.
«Non appena sarà in grado di muoversi lo porterò via». Affermò infine Anastasia.
Non dissero più nulla, si udì solamente il rumore che riprodussero quando si diressero a fare le loro commissioni.
Dopo circa un’ora mi accorsi di un’altra stranezza: d’improvviso recuperai la sensibilità di tutto il corpo, compreso la mano che in precedenza pareva priva d’ogni forza.
Mi tolsi la coperta da dosso, scesi dal letto toccando il suolo con i piedi e sentii un brivido diffuso provocato dalle bassissime temperature della stagione; potevano esserci -22° come minimo.
Fui, però, talmente contento d’aver recuperato la mobilità che non ci feci caso in un primo momento, poi fui costretto a ritornare sotto quel manto di pelle.
Era palese che stessi guarendo e con mio sommo piacere già immaginavo il treno che mi avrebbe trasportato in Italia.
Dopo poco ritornò in camera Anastasia, si avvicinò e chiese: «Come va?». Facendo alcuni cenni affinché io capissi meglio ciò che lei aveva detto.
Le feci capire che andava bene e, per mezzo di gesti, mi sforzai di comunicargli che ero in grado di muovermi; cosa riuscitami dopo qualche minuto poiché lei non capiva bene ciò che dicevo.
Io, d'altronde, non potevo palesare che riuscivo a capirli, altrimenti non avrebbero parlato liberamente e non sarei riuscito a carpire alcuni segreti che mi sarebbero tornati utili in caso di bisogno.
Feci finta di non capire ciò che lei mi diceva, però al solo guardarla continuavo a rimanere imbambolato e penso che fu chiaro anche a lei, ma tenne sempre un comportamento dignitoso: in lei scorgevo tanta forza; essa zampillava da ogni suo poro e il solo avvicinarsi di quella figura angelica mi riempiva di positività.
Il suo volto sorridente, il suo continuo mettersi a disposizione, mi fecero sentire tanto piccolo e in me pensai: “La persona che ti sposerà sarà un uomo fortunato”.
Tuttavia mi resi conto anche che finché sarei rimasto in quella casa avrei messo in pericolo i suoi abitanti e per questo dovevo assolutamente uscire e dirigermi verso le retrovie dell’asse; e il prima possibile.
Feci cenno ad Anastasia di voler scendere dal letto, lei comprese e mi disse, riproducendo dei segni con le mani al fine di farmi capire: «Non puoi; sei ancora troppo debole». Ma non le diedi ascolto e mi misi seduto sul letto, poi mi alzai in piedi.
Vidi nei suoi occhi lo stupore provocato da quel che avevo fatto; fu come se avesse visto un evento inspiegabile, poi disse: «Non è possibile». Rimase a bocca aperta.
«Papà!». Esclamò.
Il padre venne in camera di corsa e, dopo che fu entrato, anch’esso rimase a bocca aperta.
«Eh …». Accennò.
«Si è alzato di già!». Esclamò rivolgendosi alla figlia.
Anastasia rispose: «Sì papà, proprio in questo momento».
Il padre si affrettò a raggiungermi e mi guardò con minuzia, pareva stesse visitandomi.
Mi venne il dubbio che mi trovassi dinanzi un dottore; allora provai a chiederlo, ovviamente mimando il segno dello stetoscopio.
«Mi chiedi se sono un dottore?». Mi domandò.
Io gli feci cenno di sì.
«Sì; io sono un dottore». Mi confermò in seguito.
Fu allora che mi feci visitare e non opposi nessuna resistenza.
Alla fine della visita chiesi i vestiti e cercai di farmi capire con i gesti; lui parve comprendermi e chiese ad Anastasia di andare a prenderli.
Lei uscì dalla camera lasciandoci soli, io mi rimisi a letto e mi coprii con quella coperta di pelle.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il nono capitolo).

lunedì 23 febbraio 2015

Disperso nel tempo 1942 – 7° capitolo da leggere online –.

Ho finito di sistemare e impaginare anche il settimo capitolo.
È, tuttavia, possibile che al suo interno siano rimasti degli errori; la mole di lavoro incomincia a essere consistente e, dunque, le possibilità di tralasciare qualcosa si moltiplicano.
Buona lettura:



CAPITOLO 7
IL FRONTE


Camminammo per altri due giorni ininterrottamente e fummo più guardinghi del solito, poiché non volevamo ripetere l’esperienza appena vissuta.
Guardai i prigionieri tante volte … Quei tre ragazzini tutto parevano fuorché pericolosi, eppure erano partigiani; e come dargli torto, stavano proteggendo il loro paese da un esercito straniero.
A soli sedici anni già sembravano degli uomini, fu normale per me fare un paragone con i ragazzi del 2011 che a sedici anni gironzolavano spensierati per le strade e si godevano la pace pagata a caro prezzo dai loro nonni.
Un altro giorno passò e non ci furono attacchi.
Ci accampammo presso una boscaglia, ciò era fatto per mimetizzarci e renderci meno soggetti alle rappresaglie aeree e partigiane.
Io, Mattia e Primo, montammo la tenda assieme e come al solito la dividemmo, altri invece fecero la guardia.
Noi non entrammo nella tenda, ma ci appostammo vicino: non avevamo il coraggio di entrare, ci sentivamo più sicuri fuori in modo da poter vedere gli eventuali pericoli e reagire prontamente.
Era un giorno di Giugno e il caldo fu insopportabile.
Ci accompagnavano come sempre i pidocchi e le zanzare, poiché in quelle zone c’erano degli acquitrini formatisi dopo le abbondanti piogge; e si sa: esse sono fucine di quelle bestie fastidiose.
Eravamo sporchi e maleodoranti, stanchi e assonnati, vessati dalle lunghe marce.
I superiori ebbero pietà di noi e ci fecero sostare qualche ora in più poiché il fronte era vicino, fatto sottolineato dai rumori che si udivano: boati d’ogni genere.
Ci dissero che erano scaramucce, tuttavia a me non potevano dire bugie … Certo: avevo perso la cognizione del tempo, ma Giugno era il mese che precedeva la prima battaglia del Don dove le truppe italiane avrebbero perso le loro posizioni a sud del fiume Serafimovic e a Vercne Mamon.
Con Mattia e Primo non parlammo di ciò che era accaduto nei giorni precedenti, ma quella sera Mattia mi disse: «Giuseppe dobbiamo parlare assolutamente di quello che è successo». In seguito guardò Primo.
Primo affermò: «Non puoi arrivare al fronte in quelle condizioni». Dondolando la testa.
«Ne abbiamo parlato e siamo giunti alla conclusione che bisogna che tu impari». Asserì Mattia.
«Eh …». Affermai io poiché non avevo capito ciò che mi stavano dicendo.
«Non fare il finto tonto. Stiamo parlando dello scontro con i partigiani». Sottolineò Primo.
Mattia aggiunse: «Abbiamo visto che non hai sparato nemmeno un colpo sai; e tu stesso hai affermato che non sei in grado di sparare».
«Credi di sopravvivere se non spari?». Mi chiese infine Primo.
Io annuii e non dissi nulla.
«A questo bisogna porre rimedio; vieni qui». Disse Mattia.
Io m’incamminai verso di loro; poi Mattia, con l’indice della mano destra, fece cenno prima verso gli occhi e poi verso il fucile.
Significava che dovevo osservare ciò che stava per fare …
Primo annuì e guardò anch’esso.
Mattia imbracciò il fucile, tirò l’otturare verso di sé e poi fece l’operazione inversa alzando e piegando una sorta di sporgenza metallica che terminava con una piccola sfera.
Mi guardò e sussurrò: «Se scoprono che non sai sparare verrai imprigionato».
Poi aggiunse: «Devi imparare».
Egli guardò Primo e fece un cenno d’accordo che fu ricambiato.
«Entra in quella tenda, io farò da guardia; se mi sentite tossire vuol dire che sta arrivando qualcuno». Fece presente Primo.
Assentii, di certo l’unica soluzione era quella d’imparare.
Il desiderio di vedere la mia famiglia m’imponeva di tentare il tutto per tutto pur di uscire da quel guaio; e in guerra c’è una sola via: saper usare le armi.
Entrammo nella tenda io e Mattia, Primo rimase fuori.
Mattia tirò fuori una coperta e disse: «Dobbiamo metterci sotto questa coperta entrambi».
Lo facemmo e, una volta lì sotto, lui accese una candela; il lume della candela rischiarò quanto bastava e la coperta impedì che quella luce fosse vista da altri.
Mi guardò e affermò: «Dobbiamo far presto». Subito dopo aggiunse: «Guarda qui». Facendo cenno verso il fucile.
«Ora ti spiego». Infine disse.
Io annuii e feci intendere che ero tutt’orecchie.
«Il fucile si carica in questo modo». Prese la scatola metallica rettangolare e continuò: «Questa è una nastrina, contiene cinque colpi e va inserita qui».
Fece cenno verso la parte superiore del fucile.
«Guarda». Asserì.
Tirò la leva che assomigliava a un chiavistello e un cilindro si ritirò lasciando una fessura sopra il fucile.
«Ecco: la nastrina va qui». Ce la infilò dentro e portò in avanti quel cilindro eseguendo la stessa mossa fatta in precedenza, ma in senso inverso.
Si udì un rumore metallico e Mattia affermò: «Adesso è carica, pronta a sparare».
«Prova tu». Mi disse porgendomi l’arma.
Prima di darmela fece cadere la nastrina ritirando nuovamente quel cilindro che lui chiamò otturatore.
Recuperò il colpo in canna e lo incastrò nella nastrina, poi mi passò anche quella.
Feci esattamente ciò che lui mi aveva mostrato e riuscii a caricare il fucile senza nessun intoppo; il resto sapevo farlo, d’altronde dovevo solo premere il grilletto e mirare verso la zona giusta.
«Bravo, hai imparato subito». Affermò Mattia.
Mi fece provare almeno per una mezz’ora ed io alla fine riuscii a farlo anche a occhi chiusi.
Fu allora che uscimmo fuori dalla tenda dopo aver spento quel lume e messo nello zaino la coperta.
Primo ci domandò: «Beh; com’è andata?».
«Bene; Giuseppe ha imparato quasi subito». Ribatté Mattia.
«Meno male, almeno avremo un uomo in più che ci coprirà». Disse Primo che guardandomi riprodusse una smorfia.
In seguito mi domandò: «Ma come mai non sai sparare?».
Anche a quella domanda non ero in grado rispondere onestamente, poiché di certo non potevo dirgli che nella mia epoca non avevo fatto il soldato.
Ricordai per un attimo le parole che mi dissero i miei amici quando mi arrivò il congedo: “Che fortuna che hai avuto. Il congedo … Ah come avrei voluto averlo io!”; invero quel fatto mi aveva sempre rammaricato poiché il soldato l’avrei voluto fare, tant’è che chiesi anche di fare il paracadutista ma evidentemente non era il mio destino: non dovevo fare il militare all’epoca.
Poi mi domandai perché il destino mi affrancò dal fare il militare allora e mi aveva catapultato in mezzo a una guerra dopo; ma nessuna risposta fu abbastanza esauriente da darmi pace …
Primo aspettava una risposta ed io gliela dovevo; pensai un po’, poi dissi: «Mi hanno richiamato d’improvviso ed io questo nuovo fucile non l’ho mai visto prima d’ora».
Quanto mi dispiacque mentire a quei due ragazzi, oramai si era instaurato fra noi un legame fraterno.
Era il legame che s’intreccia solamente quando ci si affida l’uno all’altro; tuttavia non potevo dire la verità, mi avrebbero scambiato per pazzo poiché se pochi anni prima qualcuno mi avesse detto qualcosa del genere anch’io  avrei avuto la stessa reazione.
«Ma l’addestramento non l’hai fatto?». Domandò Mattia.
«Nessun addestramento; mi hanno prelevato e spedito qui». Io gli dissi.
Mattia dondolò la testa, fu la prima volta che gli vidi fare un segno di dissenso verso le autorità.
Poi bisbigliò: «Questa guerra non potremo vincerla. Persino io mi accorgo che non siamo equipaggiati come si deve. Manca tutto: munizioni, scarpe, mezzi; e, ciononostante, si ostinano a mandarci al fronte: proprio non capisco …».
«Perché stiamo facendo questo?». Domandò Primo.
Sagge parole le sue; ma non era il caso d’impegnarsi in discorsi complessi, in quel momento dovevamo pensare solo a salvarci la vita.
I rumori delle battaglie si udivano in lontananza.
Le truppe dell’alleanza stavano avanzando e si stavano allungando, sparpagliandosi per un fronte troppo vasto; quello sarebbe stato solo l’inizio della disfatta.
Di lì a poco, nel mese di Luglio, l’armata russa avrebbe lanciato il primo attacco alla linea del Don, poi avrebbe stretto in una morsa la sesta armata tedesca, intrappolandola a Stalingrado dove una miriade di cecchini attendevano le truppe straniere.
Il regime comunista era ricorso persino alla guerra psicologica.
Stalin aveva fatto registrare il rumore dei cingoli di carri armati.
L’esercitò russo usò quelle registrazioni facendole ascoltare fino allo sfinimento sui campi di battaglia.
In quel pantano parecchi uomini avrebbero perso la vita … Volevo a tutti i costi salvare sia Mattia, sia Primo, poiché entrambi erano dei bravi ragazzi; ragazzi che la guerra stava per tramutare prematuramente in uomini.
L’ordine di prepararsi per la marcia arrivò entro breve tempo; raccogliemmo le nostre cose, inclusa la tenda, e ci rimettemmo in cammino.
Dopo un paio d’ore di marcia incominciammo a incontrare i segni evidenti della guerra e anche l’aria iniziò a cambiare: il profumo della steppa mutò in puzza acre delle polveri che gli eserciti stavano usando in combattimento.
Giunse l’alba e la luce ci permise di scorgere ciò che non avremmo mai voluto vedere: quella che doveva essere stata la linea del fronte solo pochi giorni prima.
C’erano macerie ovunque e rottami di macchine sia tedesche, sia russe; i Panzer si alternavano ai T34 russi.
Accanto a quei rottami c’erano i corpi carbonizzati delle persone che avevano combattuto aspramente ed erano in posizioni indicibili, probabile conseguenza del dolore che avevano provato; non ci fu tempo per sotterrarli però, dovevamo proseguire per il fronte.
Dalle fila dei soldati si udì: «Ma quanto sono grandi i carri armati russi?».
Oppure: «Guarda quello squarcio lì». Riferendosi alla feritoia aperta da qualche razzo nemico. «Lo spessore dell’acciaio è imponente; come faremo a perforarli se ci troveremo di fronte quei macchinari?».
L’idea che i soldati italiani si stavano facendo delle armi del nemico era giusta: essi possedevano dei marchingegni che il regime fascista nemmeno sapeva esistessero e da un lato non voleva nemmeno conoscerli.
Primo mi chiese: «Giuseppe, tu che sai tutto, ma che razza di macchinari sono quelli?».
Capii cosa mi stava chiedendo Primo e gli risposi: «Non sono come i nostri carri armati l6/40; i nostri carri sono meno della metà di quelli russi e anche per quanto riguarda la corazza non possiamo affermare che siano validi, soprattutto per questo tipo di conflitto: se si dovessero scontrare i carri italiani con quelli russi, beh … Non ci sarebbe storia. I carri russi schiaccerebbero i carri armati italiani senz’alcun problema».
Anche in quel caso risultò palese l’inesistenza industriale del nostro paese; conoscevo i problemi dei nostri carri armati: mentre i T34 russi erano assemblati per mezzo di saldatura e pezzi unici, i carri l6/40 erano ancora imbullonati e, dunque, quando ricevevano il colpo si sbrindellavano all’istante e lo spessore dell’acciaio, minimo, completava l’inefficienza di tali armi italiane.
Quel mastodonte di ferro invece incuteva rispetto solo a guardarlo: i T34 erano davvero dei grandi carri armati.
Passammo quella zona e marciammo spediti verso la base tattica, a detta degli ufficiali non lontana da lì.
Da quel posto saremo dovuti partire per rinfoltire la linea del fronte che in quei giorni era fatta oggetto di continui attacchi da parte dell’armata rossa.
Marciammo ancora per una giornata, poi avvistammo delle case; alcuni dissero che quella era la nostra meta, altri imposero cautela.
Ci acquattammo sul ciglio della strada e imbracciammo il fucile; camminammo verso quell’agglomerato di case, poi si videro le uniformi italiane e allora due di noi si fecero riconoscere.
Constatato che quella era la base tattica, uscimmo allo scoperto e ci apprestammo a raggiungerla.
Quando fummo al suo interno i nostri ufficiali andarono a colloquio con gli ufficiali veterani, i quali dovevano passare gli ordini e dare la destinazione finale alla nostra compagnia.
Furono ore di ansia tremenda quelle e il cuore batteva all’impazzata; le nostre facce erano tutte dello stesso colore: pallide.
Aspettammo gli ordini sparpagliati, c’era il timore di attacchi aerei benché ci fossero le batterie contraeree dispiegate.
Non dicemmo nulla, ci guardammo solo negli occhi tutti quanti finché arrivò l’ordine: partire immediatamente per rinfoltire la linea attaccata dal nemico.
I prigionieri vennero consegnati al comando e la marcia iniziò nuovamente.
I rumori si fecero sempre più vicini, fino a che non vedemmo nuvole di fumo ergersi verso l’alto, segno dei combattimenti; in seguito udimmo i rumori dei cingolati e dei cannoni che tuonavano di sovente.
«PRONTI A SPARARE!». Fu l’ordine che ci venne dato.
Impugnammo il nostro fucile e penso che tutti raccomandammo la nostra anima al buon Dio.
Dopo circa tre ore di marcia giungemmo proprio vicino a un posto che si chiamava Meschkoff; lì c’era la terza celere.
Ci accolsero frettolosamente e ci dissero che le cose non erano messe bene, poiché a sud l’attacco imponente delle forze russe aveva fatto sì che i sodati italiani arretrassero lasciando terreno e permettendo ai russi di stabilire delle teste di ponte.
Sapevo che quelle teste di ponte, che erano dei luoghi in territorio nemico facilmente difendibili per mezzo dell’artiglieria, sarebbero state il punto di partenza della grande controffensiva che si sarebbe svolta in Dicembre dello stesso anno; precisamente il 17 di Dicembre …
Tuttavia avevo imparato anche che a Nord la prima battaglia del Don stava ponendo le basi per la vittoria schiacciante di un esercito superiore in mezzi e in uomini: dei 209.008 soldati italiani mandati in quel pantano, 84.830 uomini non avrebbero fatto ritorno a casa.
Il mio pensiero fu quello di non essere conteggiato in quelle quasi 85.000 persone e lo stesso desideravo per i miei compagni.
In quel luogo arrivavano feriti in continuazione e ciò che vedevamo di certo non era d’incoraggiamento; ci guardavamo l’un con l’altro, fino a quando non arrivò l’ordine di dirigersi verso il fronte per rimpiazzare una compagnia che aveva bisogno di riposo.
E così facemmo … Raggiungemmo la linea che tanto avevamo temuto.
Durante il nostro cammino un’altra sorpresa ci avrebbe scioccati: ci ritrovammo dinanzi a una miriade di corpi umani; era una distesa dove non si vedeva la terra, ma soltanto corpi riversi al suolo e la cosa che mi scandalizzò di più fu che essi erano stati privati delle scarpe.
«Cosa hanno fatto?». Chiesi turbato ai miei due inseparabili compagni.
«Questi sono soldati in attesa di sepoltura». Rispose Mattia.
«E che fine hanno fatto le loro scarpe?». Domandai.
«Probabilmente gliel’hanno prese. A loro non servono più». E dopo aver detto quelle parole abbassò lo sguardo in segno di sconforto.
Quei ragazzi erano pure privi di cappotti, anche quelli non erano più utili a loro; essere morti per il fascismo non gli dava diritto nemmeno ad essere sepolti con un minimo di vestiario: questa era la gratitudine del condottiero che ci stava spingendo nel baratro più oscuro.
Ma sapevo anche che in guerra si perde la coscienza e le azioni più barbare appaiono come necessarie alla sopravvivenza; tuttavia non potevo essere d’accordo, i morti hanno il diritto di essere rispettati, sia essi amici, sia essi nemici, poiché tutti appartenenti al genere umano e non colpevoli delle ideologie che fecero esplodere quella violenza.
Mi fece senso pensare che i responsabili di quegli eccidi stavano mangiando comodamente nelle proprie case, sollazzandosi nei più lussuosi contesti: il nostro “genio”, poi, aveva altro a cui pensare … Stava certamente festeggiando con le sue donne.
Superammo quella triste zona e ci sistemarono lungo la linea; fummo dispiegati a circa sette metri l’uno dall’altro e dalle nostre postazioni si vedeva solo il fiume dinanzi a noi: quel giorno stranamente tutto fu tranquillo.
Sulla mia destra c’era Mattia acquattato nella buca che si era scavato, alla mia sinistra c’era Primo, anch’esso nella stessa posizione; tutti e tre eravamo ben attenti a ciò che stava per accadere.
Lì, in quella buca poco profonda, il pensiero volava spesso e volentieri a casa da mia moglie e mio figlio; e come non notare lo stato in cui mi trovavo, sembravo un barbone: sporco, pidocchioso e affamato.
Passarono tre giorni senza che ci fosse alcun movimento, entrambi gli schieramenti si stavano riorganizzando.
Di tanto in tanto uno di noi lasciava la sua buca, sempre attento a non sporgersi troppo, per andare a controllare come andava in quella vicina.
Quel giorno venne Mattia nella mia, e mi bisbigliò: «Come va?».
«Come vuoi che vada. È un manicomio; prima o poi verranno avanti e non oso immaginare cosa succederà». Risposi io con un fil di voce.
«Sai: inizio ad avere anch’io il timore che quest’avventura non si concluderà bene per noi». Mi confidò Mattia.
A quel punto chiesi: «Ma tu mi devi spiegare come mai sei fascista. Sai cosa stanno facendo quei signori?».
«È che in Italia non c’è più nessuno da votare. Solo Mussolini ha il carisma da condottiero, gli altri parlano solo». Ribatté Mattia.
Hm … Mi sembrò d’aver già udito quelle parole, le stesse frasi che dicevano i midia nella mia epoca; quando si afferma che solo un uomo può risolvere i problemi di un’intera nazione, beh … Quella nazione è morta, poiché un solo uomo altro non può fare che i propri interessi e la storia l’ha sempre evidenziato.
«Mattia sveglia. Tu sei un ragazzo ventenne e ti ritrovi in guerra a combattere contro Dio solo sa quali armi e uomini. Colui in cui credi se ne frega di te e di tutta la nazione, il suo interesse sono le donne e vivere come un signore medievale». Non ce la feci più, mi dovevo sfogare.
«Nessuno detiene la verità assoluta, poiché nessuno la conosce. Bada: quando un’ideologia predica la soppressione di vite umane e si arroga il diritto alla superiorità, non può essere altro che merda. Quella merda che porterà il mondo alla distruzione. Tutti i popoli sono uguali, non c’è differenza di credo o di quant’altro: abbiamo tutti due mani, due braccia e un cervello che pensa. E per quanto riguarda la sopravvivenza, io penso che l’intera umanità abbia già abbastanza problemi nel vivere e combattere tutti i giorni contro le malattie, per crearsene altri asserendo che esistono razze superiori e combattere per imporle». Quelle furono le mie parole.
«Sono pienamente d’accordo con te. Anch’io penso ciò che hai detto e non credere che non veda quello che avviene. Quando vedo donne, bambini e vecchi imprigionati mi piange il cuore. I bambini poi, quelli dovrebbero giocare e basta; invece guarda qui …». Mi fece cenno verso il fiume, sottolineando la situazione in cui eravamo, poi aggiunse: «Quando la guerra finirà avremo modo di sistemare le cose». Disse infine.
«Hm … Mi dispiace dirlo, ma questa guerra non finirà così presto e l’unico modo per porre fine a questa pazzia è proprio l’annientamento di quelle ideologie malvagie e dannose per il mondo. E se vuoi saperlo, le leggi razziali fasciste mi fanno ancora vergognare: il cinque settembre del 1938 fu un giorno nero per l’intero paese; italiani che disconoscono altri italiani … E il manifesto della razza poi … Mi domando se si debba studiare così tanto, come hanno fatto gli scienziati che vi hanno aderito, per avallare una pazzia simile». Dissi indispettito.
Mattia annuì, ma non fece in tempo a darmi risposta poiché in quel momento si scatenò l’inferno: dopo aver udito dei fischi lontani, una miriade di proietti d’artiglieria caddero tutt’intorno a noi coprendo qualunque altro rumore.
Io e Mattia ci acquattammo al suolo tenendoci l’elmetto ben saldo sulla testa con una mano, quasi ci abbracciamo; ma fu un vero e proprio manicomio, poiché fummo bombardati per lungo tempo e le urla di dolore e strazio a malapena si udivano, coperti dagli scoppi delle bombe e i rumori delle mitragliate.
«CHE CAVOLO!». Esclamò Primo.
Quella fu l’ultima parola che udimmo, poi si sentì un boato indescrivibile e fu il nulla …
La vista si appannò e fu come se una nebbia fitta si cosparse dappertutto.
Le forze vennero a mancare: non vidi più nessuno e persi i sensi, i miei occhi si chiusero.
Ero incapace di muovermi e di sentire alcunché; giacevo al suolo inerme attendendo il mio destino.
In quell’istante pensai: “È finita, non rivedrò più la mia famiglia”.

***

Una linea orizzontale apparve d’improvviso nel mio campo visivo.
Delle immagini sfocate iniziarono a farsi breccia nell’oscurità in cui ero piombato: vidi tutto bianco; ero sotto qualcosa di estremamente freddo.
Iniziai a farmi largo in mezzo a quella cosa molle e fredda di colore biancastro e d’istinto mi rialzai in piedi: intorno a me c’era nient’altro che neve.
Provai un senso di abbandono; eppure eravamo in piena stagione estiva quando i Russi avevano iniziato a bombardare …
Ma l’evidenza era quella: lì c’era una distesa di neve che si perdeva a vista d’occhio per tutto il panorama.
Cercai immediatamente i miei compagni, ma di loro non c’era nessuna traccia; scavai dove giacevo in precedenza e la triste realtà balzò prepotentemente dinnanzi a me: disteso sotto la neve c’era Mattia.
Quella era la sua divisa, l’avrei riconosciuta fra mille.
Scavai freneticamente, fino a quando non scoprii completamente il suo corpo; i suoi occhi mi fissarono spalancati e privi di quell’alito di vita che normalmente mostravano.
Il suo corpo era completamente freddo e ghiacciato.
Piansi … Piansi più che potei poiché quello era il corpo di un mio amico: un uomo illuso dal Fascismo e che fu mandato a morte dal dittatore solo per avere in cambio dei guadagni facili.
Lì giaceva un ragazzo privo di vita, uno dei buoni che aveva la sola colpa di aver creduto a un menzognero impegnato con le sue amanti.
I miei occhi rigonfi di lacrime non riuscirono a trattenerle, m’inginocchiai e guardai il cielo, poi mi ricordai che a pochi passi da noi c’era Primo e mi portai in quella zona, pressappoco dov’era la sua buca.
Era palese un rigonfiamento della neve lì e già immaginai ciò che avrei trovato sotto di essa; i miei occhi questa volta erano annebbiati dalle lacrime.
Scavai e dopo pochi minuti anche il corpo di Primo, straziato, quasi a brandelli, venne alla luce.
Quel corpo era ridotto ad una poltiglia, come se fosse stato centrato da una granata e i suoi occhi proprio non c’erano in quello scheletro scarnificato e ustionato dall’esplosione.
Mi accasciai vicino ad esso e urlai: «PERCHÉ!».
«DANNATO UOMO; SPERO CHE VAGHERAI PER I MEANDRI  PIÚ OSCURI DELL’INFERNO DOPO LA TUA MORTE!». Infine dissi.
Poi abbassai il tono della voce: «Che male hanno fatto questi ragazzi?». Domandai con il viso rivolto verso l’alto; sì, esatto: cercai di parlare con il Signore, poiché un conto è leggerla la guerra, un conto è farla e assistere alla sua crudeltà; essa ti fa capire quanto piccolo è l’uomo.
Seduto letteralmente sulla neve, non ebbi il coraggio di muovere un dito per almeno mezz’ora; poi mi decisi, la smisi di piangere e cercai di capire cos’era accaduto.
Prima però dovevo dare sepoltura ai morti …
Mi alzai e decisi che Primo doveva essere colui da sotterrare subito poiché era il corpo più straziato, ma in verità fu una decisione dettata anche dal fatto che non riuscivo a sopportare lo sguardo spento di Mattia che pareva fissarmi.
Avevo una paletta per scavare le trincee e la usai immediatamente per solcare una buca; più facile a dirsi che a farsi, poiché il terreno risultava ghiacciato e difficile da perforare.
Riuscii a scavare una buca non molto profonda, presi il corpo di Primo o per lo meno ciò che trovai, visto lo stato in cui era.
Tirai via la piastrina dal collo e, dopo aver recitato un padre nostro, iniziai a ricoprilo.
Presi due pezzi di legno che trovai e ne feci una croce, poi la piantai sul cumulo di terra che risaltava fra la neve candida caduta in quel posto.
Era arrivato il momento di far riposare in pace anche Mattia … Mi feci coraggio e cercai di non guardarlo negli occhi; provai a chiuderli ma il ghiaccio rendeva impossibile quell’operazione.
Scavai un’altra fossa della stessa profondità di quella in cui avevo seppellito Primo, presi Mattia, coprii il suo volto con un fazzoletto che mi ritrovai in tasca, non volevo che la terra andasse a finire nei suoi occhi aperti, lo adagiai sul fondo della buca profonda un solo metro e incominciai a ricoprirla.
Quando finii, misi una croce fatta con dei rami anche su quel cumulo di terra; dovevo però trovare il modo di lasciare il nome dei miei compagni su quelle tombe.
Ci pensai un po’ su, poi decisi di scrivere i nomi su pietre abbastanza grandi da poter resistere all’usura del tempo.
Ne trovai due che facevano al caso mio, presi la baionetta e iniziai ad incidere; su una scrissi: “qui giace Mattia, soldato italiano della 301° fanteria” sull’altra incisi: “qui giace Primo, soldato della 301° fanteria”, infine misi la data, quella che ricordavo: 30 luglio 1942.
Ciò che avevo fatto mi aveva portato via mezza giornata e la notte presto calò su quel posto; la temperatura andò giù di molti gradi e sentii un gelo indescrivibile: dovevo trovare un riparo e dei vestiti più appropriati, altrimenti sarei morto anch’io.
M’incamminai verso le retrovie e cercai di seguire il sentiero che ricordavo d’avere percorso con la mia compagnia; dopo solo un paio d’ore incontrai uno strano scenario: c’erano molte carcasse di carri armati.
In quella zona doveva esserci stata una dura battaglia e cercai di capire dov’ero, ma non ci riuscii.
Mi avvicinai a un carro tedesco, quello che pareva il meno danneggiato.
Sembrava che fosse stato abbandonato, infatti era intatto: non vi erano aperture nella sua corazza.
Mi diressi verso il portellone sopra la torretta, guardai al suo interno, ovviamente feci attenzione a non imbattermi in qualche soldato malintenzionato, ma come avevo presupposto, quella zona risultò completamente deserta.
Essa era cosparsa di derelitti: c’erano sia T34 russi, sia Tiger tedeschi.
Non avevo altra scelta che rifugiarmi dentro il carro armato dinnanzi a me: la notte era giunta e il freddo non mi avrebbe risparmiato se fossi rimasto all’esterno.
M’infilai dentro di esso e in mezzo all’oscurità che c’era non vidi nulla, però sentivo che lì dentro c’era qualcosa; provai a domandare: «Chi c’è?». Ma nessuna risposta mi fu data.
Poi mi ricordai che io avevo in tasca quella candela usata da Mattia nel momento in cui mi insegnò a usare il fucile.
La presi, cercai di accenderla con i cerini che trovai in tasca.
I primi fecero cilecca, ma poi uno, forse per grazia del buon Dio, forse perché destino, si accese.
Portai la fiamma immediatamente alla candela e dinnanzi a me comparve nuovamente una scena orribile: all’interno del carro c’erano tre corpi di altrettanti soldati.
Questa volta non feci una piega, ormai ero abituato a quelle visioni, ma mi parve strano che i soldati avessero ancora il vestiario intatto: era equipaggiamento invernale quello; avevo trovato riparo e anche materiale con cui scaldarmi.
Approfittai della notte per tirare fuori i corpi dei morti dal carro, li svestii e presi il loro abbigliamento che indossai immediatamente; caso strano, due di quei tre soldati avevano la taglia leggermente superiore alla mia.
Poi osservai le scarpe e allora feci ciò che non avrei nemmeno pensato un tempo: guardai il numero e un paio erano proprio uguali alle mie.
Erano scarponi nuovi di zecca e foderati all’interno con la lana.
Guardai i miei che erano anfibi estivi tutti inzuppati e fu allora che mi piegai alla logica della guerra: presi gli scarponi a quel povero soldato e senza pensarci due volte l’infilai ai miei piedi, mettendo ai suoi quelli che prima portavo io.
Ciò che mi scandalizzò in precedenza fu esattamente quello che feci io dopo poco tempo; divenni così anch’io una bestia, un animale da battaglia interessato alla mia sopravvivenza, pronto a fare tutto quello che sarebbe servito per uscirne vivo.
Mi bardai con i loro vestiti mettendoli sui miei, in modo da avere tre paia di pantaloni e tre giacche l’una su l’altra; ci riuscii e subito ne ebbi giovamento: il mio corpo iniziò a riscaldarsi, tuttavia l’odore di putrefazione che quei vestiti portavano con sé mi avrebbe accompagnato per lungo tempo.
Dopo essermi vestito pesantemente uscii fuori e cercai di dare la migliore sepoltura possibile ai tre malcapitati; in seguito rientrai nel carro, chiudendo il portellone e mettendomi al riparo dalla tormenta che stava per arrivare.
Il vento spirò con un’intensità mai vista, pareva quasi sollevare il carro, ma dopo poco ci feci l’abitudine e spensi la candela che era per me un tesoro inestimabile in quel momento.
Io cercai di prendere sonno …
Il sonno non arrivava e allora i ricordi viaggiarono incontrastati e la faccia di Giacomo mi apparve d’improvviso, così come quella di Simona.
Cosa mi stava accadendo? 
Perché a me?
Quello non era il mio tempo eppure ero costretto a viverlo e non riuscivo a capire come fare per tornare indietro; perire in quel periodo sarebbe stato il mio destino?
Non volevo assolutamente, era mia intenzione osservare il mio bambino divenuto adulto e autosufficiente; il sogno di tutti i genitori della terra.
Volevo fuggire da quella triste realtà, tempo in cui non v’era alcun futuro per le persone giuste.
Chiusi gli occhi e, anche aiutato dal rumore del vento forte, mi addormentai protetto dalla corazza di quel carro armato.
I vestiti pesanti che avevo trovato contribuirono a tenermi abbastanza caldo per sopravvivere un’ennesima notte nella steppa ghiacciata.


Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche l’ottavo capitolo).