Ho finito di sistemare e impaginare anche il
settimo capitolo.
È, tuttavia, possibile che al suo interno
siano rimasti degli errori; la mole di lavoro incomincia a essere consistente e,
dunque, le possibilità di tralasciare qualcosa si moltiplicano.
Buona lettura:
CAPITOLO 7
IL FRONTE
Camminammo per altri due giorni
ininterrottamente e fummo più guardinghi del solito, poiché non volevamo
ripetere l’esperienza appena vissuta.
Guardai i prigionieri tante volte … Quei tre
ragazzini tutto parevano fuorché pericolosi, eppure erano partigiani; e come
dargli torto, stavano proteggendo il loro paese da un esercito straniero.
A soli sedici anni già sembravano degli
uomini, fu normale per me fare un paragone con i ragazzi del 2011 che a sedici
anni gironzolavano spensierati per le strade e si godevano la pace pagata a
caro prezzo dai loro nonni.
Un altro giorno passò e non ci furono
attacchi.
Ci accampammo presso una boscaglia, ciò era
fatto per mimetizzarci e renderci meno soggetti alle rappresaglie aeree e
partigiane.
Io, Mattia e Primo, montammo la tenda assieme
e come al solito la dividemmo, altri invece fecero la guardia.
Noi non entrammo nella tenda, ma ci
appostammo vicino: non avevamo il coraggio di entrare, ci sentivamo più sicuri
fuori in modo da poter vedere gli eventuali pericoli e reagire prontamente.
Era un giorno di Giugno e il caldo fu
insopportabile.
Ci accompagnavano come sempre i pidocchi e le
zanzare, poiché in quelle zone c’erano degli acquitrini formatisi dopo le
abbondanti piogge; e si sa: esse sono fucine di quelle bestie fastidiose.
Eravamo sporchi e maleodoranti, stanchi e
assonnati, vessati dalle lunghe marce.
I superiori ebbero pietà di noi e ci fecero
sostare qualche ora in più poiché il fronte era vicino, fatto sottolineato dai
rumori che si udivano: boati d’ogni genere.
Ci dissero che erano scaramucce, tuttavia a
me non potevano dire bugie … Certo: avevo perso la cognizione del tempo, ma
Giugno era il mese che precedeva la prima battaglia del Don dove le truppe
italiane avrebbero perso le loro posizioni a sud del fiume Serafimovic e a
Vercne Mamon.
Con Mattia e Primo non parlammo di ciò che
era accaduto nei giorni precedenti, ma quella sera Mattia mi disse: «Giuseppe
dobbiamo parlare assolutamente di quello che è successo». In seguito guardò
Primo.
Primo affermò: «Non puoi arrivare al fronte
in quelle condizioni». Dondolando la testa.
«Ne abbiamo parlato e siamo giunti alla
conclusione che bisogna che tu impari». Asserì Mattia.
«Eh …». Affermai io poiché non avevo capito
ciò che mi stavano dicendo.
«Non fare il finto tonto. Stiamo parlando
dello scontro con i partigiani». Sottolineò Primo.
Mattia aggiunse: «Abbiamo visto che non hai
sparato nemmeno un colpo sai; e tu stesso hai affermato che non sei in grado di
sparare».
«Credi di sopravvivere se non spari?». Mi
chiese infine Primo.
Io annuii e non dissi nulla.
«A questo bisogna porre rimedio; vieni qui».
Disse Mattia.
Io m’incamminai verso di loro; poi Mattia,
con l’indice della mano destra, fece cenno prima verso gli occhi e poi verso il
fucile.
Significava che dovevo osservare ciò che
stava per fare …
Primo annuì e guardò anch’esso.
Mattia imbracciò il fucile, tirò l’otturare
verso di sé e poi fece l’operazione inversa alzando e piegando una sorta di
sporgenza metallica che terminava con una piccola sfera.
Mi guardò e sussurrò: «Se scoprono che non
sai sparare verrai imprigionato».
Poi aggiunse: «Devi imparare».
Egli guardò Primo e fece un cenno d’accordo
che fu ricambiato.
«Entra in quella tenda, io farò da guardia;
se mi sentite tossire vuol dire che sta arrivando qualcuno». Fece presente
Primo.
Assentii, di certo l’unica soluzione era
quella d’imparare.
Il desiderio di vedere la mia famiglia
m’imponeva di tentare il tutto per tutto pur di uscire da quel guaio; e in
guerra c’è una sola via: saper usare le armi.
Entrammo nella tenda io e Mattia, Primo
rimase fuori.
Mattia tirò fuori una coperta e disse:
«Dobbiamo metterci sotto questa coperta entrambi».
Lo facemmo e, una volta lì sotto, lui accese
una candela; il lume della candela rischiarò quanto bastava e la coperta impedì
che quella luce fosse vista da altri.
Mi guardò e affermò: «Dobbiamo far presto».
Subito dopo aggiunse: «Guarda qui». Facendo cenno verso il fucile.
«Ora ti spiego». Infine disse.
Io annuii e feci intendere che ero
tutt’orecchie.
«Il fucile si carica in questo modo». Prese
la scatola metallica rettangolare e continuò: «Questa è una nastrina, contiene
cinque colpi e va inserita qui».
Fece cenno verso la parte superiore del
fucile.
«Guarda». Asserì.
Tirò la leva che assomigliava a un
chiavistello e un cilindro si ritirò lasciando una fessura sopra il fucile.
«Ecco: la nastrina va qui». Ce la infilò
dentro e portò in avanti quel cilindro eseguendo la stessa mossa fatta in
precedenza, ma in senso inverso.
Si udì un rumore metallico e Mattia affermò:
«Adesso è carica, pronta a sparare».
«Prova tu». Mi disse porgendomi l’arma.
Prima di darmela fece cadere la nastrina
ritirando nuovamente quel cilindro che lui chiamò otturatore.
Recuperò il colpo in canna e lo incastrò
nella nastrina, poi mi passò anche quella.
Feci esattamente ciò che lui mi aveva
mostrato e riuscii a caricare il fucile senza nessun intoppo; il resto sapevo
farlo, d’altronde dovevo solo premere il grilletto e mirare verso la zona
giusta.
«Bravo, hai imparato subito». Affermò Mattia.
Mi fece provare almeno per una mezz’ora ed io
alla fine riuscii a farlo anche a occhi chiusi.
Fu allora che uscimmo fuori dalla tenda dopo
aver spento quel lume e messo nello zaino la coperta.
Primo ci domandò: «Beh; com’è andata?».
«Bene; Giuseppe ha imparato quasi subito».
Ribatté Mattia.
«Meno male, almeno avremo un uomo in più che
ci coprirà». Disse Primo che guardandomi riprodusse una smorfia.
In seguito mi domandò: «Ma come mai non sai
sparare?».
Anche a quella domanda non ero in grado rispondere
onestamente, poiché di certo non potevo dirgli che nella mia epoca non avevo
fatto il soldato.
Ricordai per un attimo le parole che mi
dissero i miei amici quando mi arrivò il congedo: “Che fortuna che hai avuto.
Il congedo … Ah come avrei voluto averlo io!”; invero quel fatto mi aveva
sempre rammaricato poiché il soldato l’avrei voluto fare, tant’è che chiesi
anche di fare il paracadutista ma evidentemente non era il mio destino: non
dovevo fare il militare all’epoca.
Poi mi domandai perché il destino mi affrancò
dal fare il militare allora e mi aveva catapultato in mezzo a una guerra dopo;
ma nessuna risposta fu abbastanza esauriente da darmi pace …
Primo aspettava una risposta ed io gliela
dovevo; pensai un po’, poi dissi: «Mi hanno richiamato d’improvviso ed io
questo nuovo fucile non l’ho mai visto prima d’ora».
Quanto mi dispiacque mentire a quei due
ragazzi, oramai si era instaurato fra noi un legame fraterno.
Era il legame che s’intreccia solamente
quando ci si affida l’uno all’altro; tuttavia non potevo dire la verità, mi
avrebbero scambiato per pazzo poiché se pochi anni prima qualcuno mi avesse
detto qualcosa del genere anch’io avrei
avuto la stessa reazione.
«Ma l’addestramento non l’hai fatto?».
Domandò Mattia.
«Nessun addestramento; mi hanno prelevato e
spedito qui». Io gli dissi.
Mattia dondolò la testa, fu la prima volta
che gli vidi fare un segno di dissenso verso le autorità.
Poi bisbigliò: «Questa guerra non potremo
vincerla. Persino io mi accorgo che non siamo equipaggiati come si deve. Manca
tutto: munizioni, scarpe, mezzi; e, ciononostante, si ostinano a mandarci al
fronte: proprio non capisco …».
«Perché stiamo facendo questo?». Domandò
Primo.
Sagge parole le sue; ma non era il caso
d’impegnarsi in discorsi complessi, in quel momento dovevamo pensare solo a
salvarci la vita.
I rumori delle battaglie si udivano in
lontananza.
Le truppe dell’alleanza stavano avanzando e
si stavano allungando, sparpagliandosi per un fronte troppo vasto; quello
sarebbe stato solo l’inizio della disfatta.
Di lì a poco, nel mese di Luglio, l’armata
russa avrebbe lanciato il primo attacco alla linea del Don, poi avrebbe stretto
in una morsa la sesta armata tedesca, intrappolandola a Stalingrado dove una
miriade di cecchini attendevano le truppe straniere.
Il regime comunista era ricorso persino alla
guerra psicologica.
Stalin aveva fatto registrare il rumore dei
cingoli di carri armati.
L’esercitò russo usò quelle registrazioni
facendole ascoltare fino allo sfinimento sui campi di battaglia.
In quel pantano parecchi uomini avrebbero
perso la vita … Volevo a tutti i costi salvare sia Mattia, sia Primo, poiché
entrambi erano dei bravi ragazzi; ragazzi che la guerra stava per tramutare
prematuramente in uomini.
L’ordine di prepararsi per la marcia arrivò entro
breve tempo; raccogliemmo le nostre cose, inclusa la tenda, e ci rimettemmo in
cammino.
Dopo un paio d’ore di marcia incominciammo a
incontrare i segni evidenti della guerra e anche l’aria iniziò a cambiare: il
profumo della steppa mutò in puzza acre delle polveri che gli eserciti stavano
usando in combattimento.
Giunse l’alba e la luce ci permise di
scorgere ciò che non avremmo mai voluto vedere: quella che doveva essere stata
la linea del fronte solo pochi giorni prima.
C’erano macerie ovunque e rottami di macchine
sia tedesche, sia russe; i Panzer si alternavano ai T34 russi.
Accanto a quei rottami c’erano i corpi
carbonizzati delle persone che avevano combattuto aspramente ed erano in
posizioni indicibili, probabile conseguenza del dolore che avevano provato; non
ci fu tempo per sotterrarli però, dovevamo proseguire per il fronte.
Dalle fila dei soldati si udì: «Ma quanto
sono grandi i carri armati russi?».
Oppure: «Guarda quello squarcio lì».
Riferendosi alla feritoia aperta da qualche razzo nemico. «Lo spessore
dell’acciaio è imponente; come faremo a perforarli se ci troveremo di fronte
quei macchinari?».
L’idea che i soldati italiani si stavano
facendo delle armi del nemico era giusta: essi possedevano dei marchingegni che
il regime fascista nemmeno sapeva esistessero e da un lato non voleva nemmeno
conoscerli.
Primo mi chiese: «Giuseppe, tu che sai tutto,
ma che razza di macchinari sono quelli?».
Capii cosa mi stava chiedendo Primo e gli
risposi: «Non sono come i nostri carri armati l6/40; i nostri carri sono meno
della metà di quelli russi e anche per quanto riguarda la corazza non possiamo
affermare che siano validi, soprattutto per questo tipo di conflitto: se si
dovessero scontrare i carri italiani con quelli russi, beh … Non ci sarebbe
storia. I carri russi schiaccerebbero i carri armati italiani senz’alcun
problema».
Anche in quel caso risultò palese
l’inesistenza industriale del nostro paese; conoscevo i problemi dei nostri
carri armati: mentre i T34 russi erano assemblati per mezzo di saldatura e
pezzi unici, i carri l6/40 erano ancora imbullonati e, dunque, quando
ricevevano il colpo si sbrindellavano all’istante e lo spessore dell’acciaio,
minimo, completava l’inefficienza di tali armi italiane.
Quel mastodonte di ferro invece incuteva rispetto
solo a guardarlo: i T34 erano davvero dei grandi carri armati.
Passammo quella zona e marciammo spediti
verso la base tattica, a detta degli ufficiali non lontana da lì.
Da quel posto saremo dovuti partire per
rinfoltire la linea del fronte che in quei giorni era fatta oggetto di continui
attacchi da parte dell’armata rossa.
Marciammo ancora per una giornata, poi
avvistammo delle case; alcuni dissero che quella era la nostra meta, altri
imposero cautela.
Ci acquattammo sul ciglio della strada e
imbracciammo il fucile; camminammo verso quell’agglomerato di case, poi si
videro le uniformi italiane e allora due di noi si fecero riconoscere.
Constatato che quella era la base tattica,
uscimmo allo scoperto e ci apprestammo a raggiungerla.
Quando fummo al suo interno i nostri
ufficiali andarono a colloquio con gli ufficiali veterani, i quali dovevano
passare gli ordini e dare la destinazione finale alla nostra compagnia.
Furono ore di ansia tremenda quelle e il
cuore batteva all’impazzata; le nostre facce erano tutte dello stesso colore:
pallide.
Aspettammo gli ordini sparpagliati, c’era il
timore di attacchi aerei benché ci fossero le batterie contraeree dispiegate.
Non dicemmo nulla, ci guardammo solo negli
occhi tutti quanti finché arrivò l’ordine: partire immediatamente per
rinfoltire la linea attaccata dal nemico.
I prigionieri vennero consegnati al comando e
la marcia iniziò nuovamente.
I rumori si fecero sempre più vicini, fino a
che non vedemmo nuvole di fumo ergersi verso l’alto, segno dei combattimenti;
in seguito udimmo i rumori dei cingolati e dei cannoni che tuonavano di
sovente.
«PRONTI A SPARARE!». Fu l’ordine che ci venne
dato.
Impugnammo il nostro fucile e penso che tutti
raccomandammo la nostra anima al buon Dio.
Dopo circa tre ore di marcia giungemmo
proprio vicino a un posto che si chiamava Meschkoff; lì c’era la terza celere.
Ci accolsero frettolosamente e ci dissero che
le cose non erano messe bene, poiché a sud l’attacco imponente delle forze
russe aveva fatto sì che i sodati italiani arretrassero lasciando terreno e
permettendo ai russi di stabilire delle teste di ponte.
Sapevo che quelle teste di ponte, che erano
dei luoghi in territorio nemico facilmente difendibili per mezzo
dell’artiglieria, sarebbero state il punto di partenza della grande
controffensiva che si sarebbe svolta in Dicembre dello stesso anno;
precisamente il 17 di Dicembre …
Tuttavia avevo imparato anche che a Nord la
prima battaglia del Don stava ponendo le basi per la vittoria schiacciante di
un esercito superiore in mezzi e in uomini: dei 209.008 soldati italiani
mandati in quel pantano, 84.830 uomini non avrebbero fatto ritorno a casa.
Il mio pensiero fu quello di non essere
conteggiato in quelle quasi 85.000 persone e lo stesso desideravo per i miei
compagni.
In quel luogo arrivavano feriti in
continuazione e ciò che vedevamo di certo non era d’incoraggiamento; ci
guardavamo l’un con l’altro, fino a quando non arrivò l’ordine di dirigersi
verso il fronte per rimpiazzare una compagnia che aveva bisogno di riposo.
E così facemmo … Raggiungemmo la linea che
tanto avevamo temuto.
Durante il nostro cammino un’altra sorpresa
ci avrebbe scioccati: ci ritrovammo dinanzi a una miriade di corpi umani; era
una distesa dove non si vedeva la terra, ma soltanto corpi riversi al suolo e
la cosa che mi scandalizzò di più fu che essi erano stati privati delle scarpe.
«Cosa hanno fatto?». Chiesi turbato ai miei
due inseparabili compagni.
«Questi sono soldati in attesa di sepoltura».
Rispose Mattia.
«E che fine hanno fatto le loro scarpe?».
Domandai.
«Probabilmente gliel’hanno prese. A loro non
servono più». E dopo aver detto quelle parole abbassò lo sguardo in segno di
sconforto.
Quei ragazzi erano pure privi di cappotti,
anche quelli non erano più utili a loro; essere morti per il fascismo non gli
dava diritto nemmeno ad essere sepolti con un minimo di vestiario: questa era
la gratitudine del condottiero che ci stava spingendo nel baratro più oscuro.
Ma sapevo anche che in guerra si perde la
coscienza e le azioni più barbare appaiono come necessarie alla sopravvivenza;
tuttavia non potevo essere d’accordo, i morti hanno il diritto di essere
rispettati, sia essi amici, sia essi nemici, poiché tutti appartenenti al
genere umano e non colpevoli delle ideologie che fecero esplodere quella violenza.
Mi fece senso pensare che i responsabili di
quegli eccidi stavano mangiando comodamente nelle proprie case, sollazzandosi
nei più lussuosi contesti: il nostro “genio”, poi, aveva altro a cui pensare …
Stava certamente festeggiando con le sue donne.
Superammo quella triste zona e ci sistemarono
lungo la linea; fummo dispiegati a circa sette metri l’uno dall’altro e dalle
nostre postazioni si vedeva solo il fiume dinanzi a noi: quel giorno
stranamente tutto fu tranquillo.
Sulla mia destra c’era Mattia acquattato
nella buca che si era scavato, alla mia sinistra c’era Primo, anch’esso nella
stessa posizione; tutti e tre eravamo ben attenti a ciò che stava per accadere.
Lì, in quella buca poco profonda, il pensiero
volava spesso e volentieri a casa da mia moglie e mio figlio; e come non notare
lo stato in cui mi trovavo, sembravo un barbone: sporco, pidocchioso e
affamato.
Passarono tre giorni senza che ci fosse alcun
movimento, entrambi gli schieramenti si stavano riorganizzando.
Di tanto in tanto uno di noi lasciava la sua
buca, sempre attento a non sporgersi troppo, per andare a controllare come
andava in quella vicina.
Quel giorno venne Mattia nella mia, e mi
bisbigliò: «Come va?».
«Come vuoi che vada. È un manicomio; prima o
poi verranno avanti e non oso immaginare cosa succederà». Risposi io con un fil
di voce.
«Sai: inizio ad avere anch’io il timore che
quest’avventura non si concluderà bene per noi». Mi confidò Mattia.
A quel punto chiesi: «Ma tu mi devi spiegare
come mai sei fascista. Sai cosa stanno facendo quei signori?».
«È che in Italia non c’è più nessuno da
votare. Solo Mussolini ha il carisma da condottiero, gli altri parlano solo».
Ribatté Mattia.
Hm … Mi sembrò d’aver già udito quelle
parole, le stesse frasi che dicevano i midia nella mia epoca; quando si afferma
che solo un uomo può risolvere i problemi di un’intera nazione, beh … Quella
nazione è morta, poiché un solo uomo altro non può fare che i propri interessi
e la storia l’ha sempre evidenziato.
«Mattia sveglia. Tu sei un ragazzo ventenne e
ti ritrovi in guerra a combattere contro Dio solo sa quali armi e uomini. Colui
in cui credi se ne frega di te e di tutta la nazione, il suo interesse sono le
donne e vivere come un signore medievale». Non ce la feci più, mi dovevo
sfogare.
«Nessuno detiene la verità assoluta, poiché
nessuno la conosce. Bada: quando un’ideologia predica la soppressione di vite
umane e si arroga il diritto alla superiorità, non può essere altro che merda.
Quella merda che porterà il mondo alla distruzione. Tutti i popoli sono uguali,
non c’è differenza di credo o di quant’altro: abbiamo tutti due mani, due
braccia e un cervello che pensa. E per quanto riguarda la sopravvivenza, io
penso che l’intera umanità abbia già abbastanza problemi nel vivere e
combattere tutti i giorni contro le malattie, per crearsene altri asserendo che
esistono razze superiori e combattere per imporle». Quelle furono le mie
parole.
«Sono pienamente d’accordo con te. Anch’io
penso ciò che hai detto e non credere che non veda quello che avviene. Quando
vedo donne, bambini e vecchi imprigionati mi piange il cuore. I bambini poi,
quelli dovrebbero giocare e basta; invece guarda qui …». Mi fece cenno verso il
fiume, sottolineando la situazione in cui eravamo, poi aggiunse: «Quando la
guerra finirà avremo modo di sistemare le cose». Disse infine.
«Hm … Mi dispiace dirlo, ma questa guerra non
finirà così presto e l’unico modo per porre fine a questa pazzia è proprio
l’annientamento di quelle ideologie malvagie e dannose per il mondo. E se vuoi
saperlo, le leggi razziali fasciste mi fanno ancora vergognare: il cinque
settembre del 1938 fu un giorno nero per l’intero paese; italiani che
disconoscono altri italiani … E il manifesto della razza poi … Mi domando se si
debba studiare così tanto, come hanno fatto gli scienziati che vi hanno
aderito, per avallare una pazzia simile». Dissi indispettito.
Mattia annuì, ma non fece in tempo a darmi
risposta poiché in quel momento si scatenò l’inferno: dopo aver udito dei
fischi lontani, una miriade di proietti d’artiglieria caddero tutt’intorno a
noi coprendo qualunque altro rumore.
Io e Mattia ci acquattammo al suolo tenendoci
l’elmetto ben saldo sulla testa con una mano, quasi ci abbracciamo; ma fu un
vero e proprio manicomio, poiché fummo bombardati per lungo tempo e le urla di
dolore e strazio a malapena si udivano, coperti dagli scoppi delle bombe e i
rumori delle mitragliate.
«CHE CAVOLO!». Esclamò Primo.
Quella fu l’ultima parola che udimmo, poi si
sentì un boato indescrivibile e fu il nulla …
La vista si appannò e fu come se una nebbia
fitta si cosparse dappertutto.
Le forze vennero a mancare: non vidi più
nessuno e persi i sensi, i miei occhi si chiusero.
Ero incapace di muovermi e di sentire
alcunché; giacevo al suolo inerme attendendo il mio destino.
In quell’istante pensai: “È finita, non
rivedrò più la mia famiglia”.
***
Una linea orizzontale apparve d’improvviso
nel mio campo visivo.
Delle immagini sfocate iniziarono a farsi
breccia nell’oscurità in cui ero piombato: vidi tutto bianco; ero sotto qualcosa
di estremamente freddo.
Iniziai a farmi largo in mezzo a quella cosa
molle e fredda di colore biancastro e d’istinto mi rialzai in piedi: intorno a
me c’era nient’altro che neve.
Provai un senso di abbandono; eppure eravamo
in piena stagione estiva quando i Russi avevano iniziato a bombardare …
Ma l’evidenza era quella: lì c’era una
distesa di neve che si perdeva a vista d’occhio per tutto il panorama.
Cercai immediatamente i miei compagni, ma di
loro non c’era nessuna traccia; scavai dove giacevo in precedenza e la triste
realtà balzò prepotentemente dinnanzi a me: disteso sotto la neve c’era Mattia.
Quella era la sua divisa, l’avrei
riconosciuta fra mille.
Scavai freneticamente, fino a quando non
scoprii completamente il suo corpo; i suoi occhi mi fissarono spalancati e
privi di quell’alito di vita che normalmente mostravano.
Il suo corpo era completamente freddo e
ghiacciato.
Piansi … Piansi più che potei poiché quello
era il corpo di un mio amico: un uomo illuso dal Fascismo e che fu mandato a
morte dal dittatore solo per avere in cambio dei guadagni facili.
Lì giaceva un ragazzo privo di vita, uno dei
buoni che aveva la sola colpa di aver creduto a un menzognero impegnato con le
sue amanti.
I miei occhi rigonfi di lacrime non
riuscirono a trattenerle, m’inginocchiai e guardai il cielo, poi mi ricordai
che a pochi passi da noi c’era Primo e mi portai in quella zona, pressappoco
dov’era la sua buca.
Era palese un rigonfiamento della neve lì e
già immaginai ciò che avrei trovato sotto di essa; i miei occhi questa volta
erano annebbiati dalle lacrime.
Scavai e dopo pochi minuti anche il corpo di
Primo, straziato, quasi a brandelli, venne alla luce.
Quel corpo era ridotto ad una poltiglia, come
se fosse stato centrato da una granata e i suoi occhi proprio non c’erano in
quello scheletro scarnificato e ustionato dall’esplosione.
Mi accasciai vicino ad esso e urlai:
«PERCHÉ!».
«DANNATO UOMO; SPERO CHE VAGHERAI PER I
MEANDRI PIÚ OSCURI DELL’INFERNO DOPO LA
TUA MORTE!». Infine dissi.
Poi abbassai il tono della voce: «Che male
hanno fatto questi ragazzi?». Domandai con il viso rivolto verso l’alto; sì,
esatto: cercai di parlare con il Signore, poiché un conto è leggerla la guerra,
un conto è farla e assistere alla sua crudeltà; essa ti fa capire quanto
piccolo è l’uomo.
Seduto letteralmente sulla neve, non ebbi il
coraggio di muovere un dito per almeno mezz’ora; poi mi decisi, la smisi di
piangere e cercai di capire cos’era accaduto.
Prima però dovevo dare sepoltura ai morti …
Mi alzai e decisi che Primo doveva essere
colui da sotterrare subito poiché era il corpo più straziato, ma in verità fu
una decisione dettata anche dal fatto che non riuscivo a sopportare lo sguardo
spento di Mattia che pareva fissarmi.
Avevo una paletta per scavare le trincee e la
usai immediatamente per solcare una buca; più facile a dirsi che a farsi,
poiché il terreno risultava ghiacciato e difficile da perforare.
Riuscii a scavare una buca non molto
profonda, presi il corpo di Primo o per lo meno ciò che trovai, visto lo stato
in cui era.
Tirai via la piastrina dal collo e, dopo aver
recitato un padre nostro, iniziai a ricoprilo.
Presi due pezzi di legno che trovai e ne feci
una croce, poi la piantai sul cumulo di terra che risaltava fra la neve candida
caduta in quel posto.
Era arrivato il momento di far riposare in
pace anche Mattia … Mi feci coraggio e cercai di non guardarlo negli occhi;
provai a chiuderli ma il ghiaccio rendeva impossibile quell’operazione.
Scavai un’altra fossa della stessa profondità
di quella in cui avevo seppellito Primo, presi Mattia, coprii il suo volto con
un fazzoletto che mi ritrovai in tasca, non volevo che la terra andasse a
finire nei suoi occhi aperti, lo adagiai sul fondo della buca profonda un solo
metro e incominciai a ricoprirla.
Quando finii, misi una croce fatta con dei
rami anche su quel cumulo di terra; dovevo però trovare il modo di lasciare il
nome dei miei compagni su quelle tombe.
Ci pensai un po’ su, poi decisi di scrivere i
nomi su pietre abbastanza grandi da poter resistere all’usura del tempo.
Ne trovai due che facevano al caso mio, presi
la baionetta e iniziai ad incidere; su una scrissi: “qui giace Mattia, soldato
italiano della 301° fanteria” sull’altra incisi: “qui giace Primo, soldato
della 301° fanteria”, infine misi la data, quella che ricordavo: 30 luglio
1942.
Ciò che avevo fatto mi aveva portato via
mezza giornata e la notte presto calò su quel posto; la temperatura andò giù di
molti gradi e sentii un gelo indescrivibile: dovevo trovare un riparo e dei
vestiti più appropriati, altrimenti sarei morto anch’io.
M’incamminai verso le retrovie e cercai di
seguire il sentiero che ricordavo d’avere percorso con la mia compagnia; dopo
solo un paio d’ore incontrai uno strano scenario: c’erano molte carcasse di
carri armati.
In quella zona doveva esserci stata una dura
battaglia e cercai di capire dov’ero, ma non ci riuscii.
Mi avvicinai a un carro tedesco, quello che
pareva il meno danneggiato.
Sembrava che fosse stato abbandonato, infatti
era intatto: non vi erano aperture nella sua corazza.
Mi diressi verso il portellone sopra la
torretta, guardai al suo interno, ovviamente feci attenzione a non imbattermi
in qualche soldato malintenzionato, ma come avevo presupposto, quella zona
risultò completamente deserta.
Essa era cosparsa di derelitti: c’erano sia
T34 russi, sia Tiger tedeschi.
Non avevo altra scelta che rifugiarmi dentro
il carro armato dinnanzi a me: la notte era giunta e il freddo non mi avrebbe
risparmiato se fossi rimasto all’esterno.
M’infilai dentro di esso e in mezzo
all’oscurità che c’era non vidi nulla, però sentivo che lì dentro c’era
qualcosa; provai a domandare: «Chi c’è?». Ma nessuna risposta mi fu data.
Poi mi ricordai che io avevo in tasca quella
candela usata da Mattia nel momento in cui mi insegnò a usare il fucile.
La presi, cercai di accenderla con i cerini
che trovai in tasca.
I primi fecero cilecca, ma poi uno, forse per
grazia del buon Dio, forse perché destino, si accese.
Portai la fiamma immediatamente alla candela
e dinnanzi a me comparve nuovamente una scena orribile: all’interno del carro
c’erano tre corpi di altrettanti soldati.
Questa volta non feci una piega, ormai ero
abituato a quelle visioni, ma mi parve strano che i soldati avessero ancora il
vestiario intatto: era equipaggiamento invernale quello; avevo trovato riparo e
anche materiale con cui scaldarmi.
Approfittai della notte per tirare fuori i
corpi dei morti dal carro, li svestii e presi il loro abbigliamento che
indossai immediatamente; caso strano, due di quei tre soldati avevano la taglia
leggermente superiore alla mia.
Poi osservai le scarpe e allora feci ciò che
non avrei nemmeno pensato un tempo: guardai il numero e un paio erano proprio
uguali alle mie.
Erano scarponi nuovi di zecca e foderati
all’interno con la lana.
Guardai i miei che erano anfibi estivi tutti
inzuppati e fu allora che mi piegai alla logica della guerra: presi gli
scarponi a quel povero soldato e senza pensarci due volte l’infilai ai miei
piedi, mettendo ai suoi quelli che prima portavo io.
Ciò che mi scandalizzò in precedenza fu
esattamente quello che feci io dopo poco tempo; divenni così anch’io una
bestia, un animale da battaglia interessato alla mia sopravvivenza, pronto a
fare tutto quello che sarebbe servito per uscirne vivo.
Mi bardai con i loro vestiti mettendoli sui
miei, in modo da avere tre paia di pantaloni e tre giacche l’una su l’altra; ci
riuscii e subito ne ebbi giovamento: il mio corpo iniziò a riscaldarsi,
tuttavia l’odore di putrefazione che quei vestiti portavano con sé mi avrebbe
accompagnato per lungo tempo.
Dopo essermi vestito pesantemente uscii fuori
e cercai di dare la migliore sepoltura possibile ai tre malcapitati; in seguito
rientrai nel carro, chiudendo il portellone e mettendomi al riparo dalla
tormenta che stava per arrivare.
Il vento spirò con un’intensità mai vista,
pareva quasi sollevare il carro, ma dopo poco ci feci l’abitudine e spensi la
candela che era per me un tesoro inestimabile in quel momento.
Io cercai di prendere sonno …
Il sonno non arrivava e allora i ricordi
viaggiarono incontrastati e la faccia di Giacomo mi apparve d’improvviso, così
come quella di Simona.
Cosa mi stava accadendo?
Perché a me?
Quello non era il mio tempo eppure ero
costretto a viverlo e non riuscivo a capire come fare per tornare indietro;
perire in quel periodo sarebbe stato il mio destino?
Non volevo assolutamente, era mia intenzione
osservare il mio bambino divenuto adulto e autosufficiente; il sogno di tutti i
genitori della terra.
Volevo fuggire da quella triste realtà, tempo
in cui non v’era alcun futuro per le persone giuste.
Chiusi gli occhi e, anche aiutato dal rumore
del vento forte, mi addormentai protetto dalla corazza di quel carro armato.
I vestiti pesanti che avevo trovato
contribuirono a tenermi abbastanza caldo per sopravvivere un’ennesima notte
nella steppa ghiacciata.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche l’ottavo capitolo).
