Penso di aver sistemato anche il secondo capitolo
del libro in questione e, dato che son passati un po’ di giorni dall’ultimo
post, reputo che sia ora di farvelo leggere.
Io direi di non scrivere null’altro poiché, se
andrete avanti, ci sarà un bel po’ da leggere.
È dunque opportuno che sia conciso.
Solo due righe ...
Per chiunque visualizzi questo post: prima di
leggerlo, è opportuno che leggiate il primo capitolo che troverete all'indirizzo qui sotto.
Buona lettura a tutti
(meglio non dilungarsi):
CAPITOLO 2
L’INTERNAMENTO
Mi svegliai dal torpore e mi accorsi che ero
attaccato al sedile anteriore; ero pieno di schegge di vetro, non avevo forze e
non riuscivo a muovermi: era come se qualcosa mi tenesse inchiodato a quel
sedile.
Poi notai una stranezza: tutto l’ambiente
intorno a me divenne intangibile, come se fosse sfocato e distorto da una
potentissima forza incomprensibile.
Per un lasso di tempo non ben definito io
assistetti ad uno spettacolo inconsueto e non mi resi conto del tempo trascorso
in quell’abitacolo, poiché non solo ero immobilizzato ma gli occhi, unici
organi in grado di muoversi, si fissarono sull’orologio meccanico del cruscotto
che era completamente impazzito: le lancette giravano vorticosamente a velocità
impensabile.
Quando tutto finì, ripresi il controllo del
mio corpo.
La prima cosa che feci fu quella di guardarmi
i palmi delle mani che mi portai dinnanzi alla faccia.
Essi erano pieni di sangue e le ferite
causate dai vetri procuravano una buona dose di dolore.
Me le asciugai addosso e subito dopo
incominciai a tastare il mio cranio e le altre parti del corpo, incluso le
arti, per vedere se avessi riportato ferite gravi o peggio: amputazioni.
Le mie dita si poggiarono ovunque con un fare
spasmodico, ma il corpo pareva non aver riportato alcuna ferita preoccupante.
Differente fu per il cranio, dove uno
squarcio era ben visibile appena sopra la mia fronte; da esso sgorgava del
sangue rosso vivo che inesorabilmente si dirigeva verso i miei occhi offuscando
la vista e io, di tanto in tanto, provavo a pulire quelle zone al fine di non
perdere la percezione visiva.
«Porc … Che botta! Brutto deficiente.
Lasciare il volante in quel modo; e per chi poi? Per dei lestofanti cui
interessa solo riempire le proprie tasche». Furono le mie prime parole.
Pensai subito a mio figlio appena lasciato a
scuola: meno male che in macchina con me lui non c’era …
Ero molto arrabbiato e imprecavo verso me
stesso, poiché mi ritenevo il solo colpevole di quello che era accaduto.
Cercai di districarmi dalle lamiere contorte,
mi tolsi la cintura di sicurezza che aveva fatto bene il suo lavoro e diedi
alcune gomitate alla portiera per aprirla, ma niente da fare: era bloccata.
Guardai il parabrezza dell’auto e capii che
era l’unico modo per uscire dall’abitacolo; e dovevo fare in fretta, poiché dal
cofano degli strani fumi si ergevano verso il cielo.
Mi diedi da fare e mi districai dalla morsa
che mi teneva fermo al sedile.
Un dolore indicibile percosse tutto il mio
ventre per poi innalzarsi verso lo sterno: probabilmente mi ero rotto qualche
costola facendo quel movimento, sensazione sottolineata dalla difficoltà
respiratoria che percepivo dopo quella brusca azione.
Non so come feci, ma mi districai e fra non
poche difficoltà riuscii ad uscire fuori dalla macchina.
Misi i miei piedi sul cofano e inspirai anche
un po’ di quel fumo nerastro e acre che l’auto emanava.
Poi toccai terra e mi diressi a distanza di
sicurezza dal veicolo che continuava ad emanare quello strano fumo.
A circa duecento metri dalla macchina mi
accasciai letteralmente al suolo senza forze, mi girai con la faccia verso il
cielo e vidi che esso non era più sgombro da nuvole ma ne era pervaso ed erano
anche cumulonembi carichi di pioggia.
In quell’istante innumerevoli tuoni squarciarono
il cielo e il loro fragore si propagò ovunque.
I miei occhi furono nuovamente pregni di
sangue e non riuscii a tenerli spalancati, chiusi le palpebre e persi
conoscenza: l’ambiente divenne di nuovo scuro.
***
Un rumore assordante mi fece rinvenire di
botto e i miei occhi si spalancarono d’improvviso.
C’era un cielo cupo e l’acqua piovana mi
accarezzava il viso scivolando poi verso il basso e lavandolo dal sangue che
era rimasto su di esso dopo l’incidente.
Giacevo completamente zuppo su di un prato
con dell’erba lunga almeno quattro centimetri.
Lo potevo vedere bene: l’acqua piovana aveva
lavato il mio viso e dunque gli occhi erano liberi dal sangue che in precedenza
mi impediva di guardare.
Osservai ancora una volta le mie mani
portandomele dinnanzi alla faccia, però notai una stranezza: le ferite non
c’erano più; così come il dolore che era completamente sparito.
Mi tastai frettolosamente la zona dove si
trovava la ferita che in precedenza avevo localizzato, ma anche in quel posto
non c’era nulla; nemmeno una cicatrice.
Pensai: “Possibile che mi sia sognato
tutto?”.
Mi alzai di scatto e, sotto la pioggia
scrosciante, a circa duecento metri da me, la mia macchina giaceva in una
cunetta profonda all’incirca un paio di metri.
Mi avvicinai velocemente e vidi che del fumo
fuoriuscito dal cofano in precedenza non c’era più traccia, probabilmente era
stato disperso dalla pioggia.
Osservai bene l’auto, le girai intorno e
altro non vidi che rottami.
Mi ricordai che era mio solito portare un
ricambio di vestiti e un ombrello nel cofano i quali, in caso di necessità,
sarebbero tornati utili; aprii il cofano con molta fatica e presi sia i
vestiti, sia l’ombrello.
Mi diressi verso il più vicino albero e lì
sotto mi cambiai tutto, persino le calze e le scarpe.
Aprii l’ombrello e risalii la cunetta per
ritrovarmi su di una strada non asfaltata.
Mi venne spontanea una domanda detta ad alta
voce: «Dove sono andato a finire?».
Non riconobbi quella zona e pensai che
probabilmente la forza centrifuga a cui era stata sottoposta l’auto mi aveva
portato lontano dalla strada asfaltata; era dunque necessario ritrovarla e
chiamare soccorso.
Infine mi ricordai del cellulare … Misi la
mano nella bisaccia colore senape da cui non mi separavo mai e tirai fuori il
mio telefonino oramai logoro e fuori moda: era spento.
Lo accesi frettolosamente e aspettai che
ricercasse il segnale, ma dopo circa dieci minuti passati sotto la pioggia
scrosciante, dovetti prendere atto che in quella zona non v’era campo per i
telefoni; non rimaneva che incamminarmi verso un’area abitata e cercare
soccorso.
Presi la direzione opposta a quella in cui
sembrava aver marciato l’auto e, passo dopo passo, incominciarono a comparire
le prime case; tuttavia mi sembravano alquanto strane quelle costruzioni:
parevano non recenti e il materiale di cui erano fatte sembrava tufo.
Erano costruzioni povere e il borgo doveva
essere un paesino di campagna; provai a pensare di quale paese si trattasse, ma
non mi venne in mente nulla.
La pioggia finalmente si placò e anche il mio
marciare divenne più facile, dato che richiudendo l’ombrello potevo affrettare
il passo.
Fui in vista dell’entrata del paese e vidi
anche un cartello con scritto “Benvenuti a Mosello”; m’incuriosì il fatto che quel
segnale di benvenuto era letteralmente crivellato da colpi di fucile: parevano
colpi di una doppietta e dai buchi sembravano proiettili fini, quelli usati per
i piccoli uccelli dai cacciatori.
Già quella prima impressione mi destò
sospetto e divenni prudente; fu per quello che decisi di separarmi dalla mia
bisaccia e portare con me solo il cellulare.
La borsa la interrai, nonostante il terreno
bagnato, nei pressi d’un groviglio di sterpaglie non lontane dal cartello di
benvenuto.
Addentratomi nel paese mi accorsi che non
c’era anima viva e mi guardai da un lato e dall’altro per scorgere presenza di
vita.
Niente, non c’era nulla …
Camminando arrivai nella piazza centrale e
lì, finalmente, mi ritrovai davanti a un bar che pareva abbastanza affollato:
tutti stavano imperterriti ad ascoltare la voce che proveniva da una grossa
cassa lignea.
La voce annunciava probabilmente un lieto
evento, vista anche l’enfasi con cui alcuni giovani, a prima vista
universitari, la stavano ascoltando.
Avvicinandomi di più fui in grado di
ascoltare il succo del discorso che proveniva da quella grossa e vecchia radio;
mi soffermai dinnanzi all’entrata del bar e dalla radio si udì:
“Scendiamo
in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente, che,
in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza
medesima del popolo italiano. La parola d’ordine è una sola, categorica ed
impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi
all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo
di pace con giustizia all’Italia, all’Europa e al mondo. Popolo italiano! Corri
alle armi, e dimostra il tuo coraggio, il tuo valore!”.
Lì finì quel discorso e iniziarono gli
scroscianti applausi … Dalla radio si udivano imperiosi quegli applausi, invece
nel bar solo i giovani inneggiavano con queste parole: «Evviva! Si fa la
guerra!». Mentre festosi tracannavano vino.
I vecchi presenti nel bar, scuri in volto, si
guardavano timorosamente in faccia; quei volti divennero bianchi a un certo
punto.
Mentre i ragazzi “colti” festeggiavano, altri
accorsero nel bar quasi investendomi; i loro abiti erano ancora sporchi di
lavoro.
Uno di loro chiese: «Cosa è successo?».
Un giovane ben vestito e con la camicia bianca
gli rispose: «Andiamo a fare la guerra!». E detto quello uscì fuori dal bar con
i suoi amici che precedentemente avevano esultato.
Il giovane che aveva posto la domanda si
avvicinò ai vecchietti che, sgranati gli occhi e pallidi in viso, continuavano
a guardarsi.
Egli domandò nuovamente: «Guerra?».
Uno dei signori anziani lo guardò e gli
rispose: «Esatto … Quel pazzo nato a Predappio ha appena dichiarato guerra al
mondo». Chinando prima lo sguardo e successivamente la testa verso il basso.
La mia faccia assunse connotati di sorpresa,
possibile che ero giunto su di un set dove stavano girando un film sulla
seconda guerra mondiale?
Incominciai a guardarmi in giro per scorgere
dove fossero gli uomini della produzione e un po’ mi vergognai, poiché intrufolandomi
sul set probabilmente avrebbero dovuto ripetere la scena; eppure pareva che non
dessi alcun fastidio: passai inosservato.
Dopo pochi istanti giunsero nuovi giovani nel
bar tutti sporchi di lavoro; probabilmente lavoro duro dei campi.
I ragazzi corsero all’interno del bar
passandomi dinnanzi e non guardandomi nemmeno.
Erano una quindicina e tutti allarmati
chiesero quasi simultaneamente: «Cosa succede?».
In un primo momento non rispose nessuno, poi
il giovane arrivato prima di loro gli disse: «I fascisti hanno dichiarato
guerra e il Re, a quanto pare, non ha nulla in contrario».
«Guerra!». Esclamarono tutti in gruppo.
«Esatto. A partire da oggi ci manderanno al
fronte a sparare». Sottolineò lo stesso ragazzo che gli aveva rivolto la parola
in precedenza.
«Rocco la guerra è una brutta bestia e noi
non siamo preparati per lasciare le nostre case». Affermò uno del gruppo.
Con mio stupore constatai che quegli attori
erano veramente bravi: pareva tutto vero e le loro espressioni non lasciavano
trasparire alcun segno della recitazione.
Qualsiasi cosa stesse accadendo in quel
posto, io dovevo allontanarmi prima che mi beccassero gli uomini della
produzione e che mi cacciassero in malo modo poiché stavo rovinando le riprese.
Mi stavo quasi per ritirare dalla soglia
della porta, quando alle mie spalle comparvero quattro uomini in divisa: era
quella delle forze dell’ordine in dotazione nel 1940.
Uno di essi, avvicinandosi a me, chiese: «E
tu dove credi di andare?». Guardandomi in modo severo.
Non potevo che scusarmi e risposi:
«Scusatemi, non era mia intenzione rovinare le riprese; ma andrò via subito».
Guardai l’orologio appeso alla parete di quel
bar ed esso segnava le 18:10; avevano persino riprodotto l’orario della
dichiarazione di guerra: incredibile …
«Hm … Maresciallo … Quest’uomo si comporta in
maniera strana. Venga un po’ a vedere».
Si avvicinò a me un uomo con i gradi sulle
spalle e mi chiese: «Da dove vieni?».
«Ho avuto un incidente in macchina e mi sono
perso. Potete aiutarmi?». Gli chiesi dopo aver risposto alla sua domanda.
«Appuntato; lo porti in caserma. Lì gli
chiederemo maggiori spiegazioni». Comandò con voce decisa quell’uomo
dall’aspetto burbero e dal mento ricoperto da una folta barbetta.
D’un tratto il signore anziano, che aveva
parlato al baldo giovanotto entrato per prima, si rivolse a quell’uomo in
divisa: «Maresciallo ha sentito?».
«Come no! È per questo che sono venuto al
bar. Ho visto baccano e mi sono precipitato qui». Fu la risposta del maresciallo.
«Manderemo i nostri ragazzi a morire; lo
sa?». Questa volta il signore anziano guardò il maresciallo diritto negli
occhi.
«Sono ordini del nostro Re e non possiamo
disubbidire. E poi dovrebbe essere un onore morire per la propria patria».
Ribatté l’uomo in divisa.
«Lei lo sa che siamo totalmente impreparati
alla guerra e che non abbiamo modo di difendere il nostro paese. Quei ragazzi
mandati al fronte non avranno scampo; non con quello che gli darà lo stato
fascista». Ribatté quell’uomo che pareva sapere molto sull’argomento.
«Capitano. So bene che è stato in guerra nel
1914 e ha visto tanto; ciononostante, se continua con questo comportamento, mi
costringe a non tener conto dei suoi anni e della sua carriera militare. Anche
se pensionato la devo arrestare per sovversione». Guardandolo con aria
minacciosa.
«Hm …
Sovversione. Un vecchio di sessant’anni … E cosa mai potrei fare io? Non
ho più la forza di fare nulla: ho dato tutto alla nazione». E mostrando la sua
gamba destra fece notare l’amputazione che aveva subito.
Poi continuò: «Voi non immaginate
lontanamente quello che succede nelle trincee; già nella guerra affrontata
abbiamo dovuto fare enormi sacrifici. E mi creda: con quello che si sono
inventati adesso non sarà più una guerra di logoramento, ma sarà una guerra
mobile e dunque la popolazione civile verrà colpita duramente. Ci aspettano
anni nefasti, e solo perché un maestro elementare ha avuto la brillante idea di
buttarsi a capofitto in una guerra di cui non si vede la fine».
«Basta!». Tuonò il maresciallo. «Non voglio
sentire più nulla. Se non la smette verrà in caserma con noi. Per questa volta,
anche tenendo conto dei suoi servigi alla patria, farò finta di non aver udito;
ma le assicuro che è l’ultima volta». Infine terminò.
«Può dire quello che vuole maresciallo. Ma la
verità la sappiamo entrambi: questa guerra, così come siamo organizzati, non la
possiamo vincere. E se crede il contrario presto se ne accorgerà». Disse il
vecchio capitano.
In quell’istante il maresciallo fece cenno ai
suoi uomini e, guardando verso di me, mi intimò: «Ci segua in caserma».
Fui subito affiancato da due uomini in divisa
e scortato presso uno stabile a due piani fatto interamente in tufo.
Durante il tragitto udii molti discorsi, ma
quello che sentii maggiormente fu il lamento delle donne: disperate imprecavano
verso il duce che di lì a poco avrebbe costretto i loro figli a partire verso
il fronte per una guerra che nessuno voleva.
“Che realismo” pensai.
Poi chiesi: «Che titolo ha questo film?».
Rivolgendomi ai due che mi avevano scortato fino a quello stabile.
Entrambi mi guardarono con aria stranita e
poi si scambiarono un cenno strano, come a far intendere: questo è pazzo.
Uno di loro aprì un portone di legno scuro e
mi fece cenno di entrare, l’altro era appostato alle mie spalle e, guardingo,
teneva la mano sulla sua pistola riposta per il momento nel fodero.
Io mi incamminai in un corridoio e
percorrendolo mi avvidi di un calendario che recava la data del dieci giugno
del millenovecentoquaranta.
Arrivai in una stanza dove vi era una
scrivania, sopra di essa c’era un giornale: “La rivoluzione fascista”.
Sotto al nome del giornale c’era una data, la
stessa del calendario: 10 giugno 1940.
Il giornale era nuovo di zecca e pareva che
nessuno lo avesse letto.
Anche quell’episodio mi sembrò strano e mi
posi tante domande: come avevano fatto a reperire un giornale così nuovo con
quella data e quel tipo di carta?
Chiesi nuovamente: «I produttori di questo
film non badano a spese eh?».
A quel punto l’uomo più robusto della mia
scorta mi disse: «Basta dire cazzate. Siediti e aspetta il maresciallo; e
soprattutto: non aprire più bocca».
Poi si girò verso il suo collega e gli disse:
«Questo deve essere un pazzo sfuggito ai manicomi. Sarà opportuno
riportarcelo». E sogghignando diede una pacca sulla spalla al collega,
anch’esso baldanzoso e allegro.
Dopo pochi istanti comparve il maresciallo.
La prima parola che disse fu: «Beh; allora:
come la mettiamo con questo signore». Facendo cenno verso di me.
Raggiunse la sua scrivania e si sfilò i
guanti neri, poi mi fissò e per un attimo non disse nulla; mi accorsi solo di
quello sguardo carico d’odio che si percepiva nitidamente.
Si sedette e prese il giornale stampato su
carta bianca, lo aprì e lo mise dinnanzi a lui.
In seguito si rivolse a me: «Come ti
chiami?». Mi chiese tutto scontroso.
Pensai bene prima di rispondergli; di certo
non potevo dare il mio vero nome, soprattutto ad una persona sconosciuta.
Chiunque egli fosse, non aveva il diritto di
chiedermi quelle informazioni.
Io risposi con un’altra domanda: «Lei come si
chiama?».
A quella domanda seguì una reazione
sproporzionata: «QUI LE DOMANDE LE FACCIO IO!». Urlò tutto irritato.
Poi abbassò di nuovo il tono della voce, come
se si trattasse di una persona squilibrata che parla con più voci.
Egli mi chiese nuovamente: «Il tuo nome?».
«Non glielo dirò fin quando lei non mi avrà
detto il suo e non si sarà qualificato». Fu la mia risposta.
A quel punto sentii prima il rumore della
sedia che veniva scaraventata lontano, poi un dolore fortissimo al livello
della mia guancia sinistra: ero stato colpito da qualcosa.
In mano il maresciallo aveva un frustino,
quello che stringono tra le mani i fantini e che usano per spronare i cavalli;
dalla mia guancia iniziò a colare del sangue: ero ferito.
«Non te lo ripeto più: come ti chiami? Non mi
costringere ad adottare metodi più cruenti». Mi ammonì.
«Lei non ha il diritto di fare questo!».
Esclamai tutto contrariato e in seguito aggiunsi: «voglio fare una telefonata
al mio avvocato».
Non finii nemmeno di parlare che fui
costretto al suolo dai due figuri che erano alle mie spalle; con la faccia
attaccata al pavimento osservai gli stivali del maresciallo che si avvicinavano
a me.
Poi egli s’inginocchiò, si avvicinò con la
sua faccia alla mia e mi chiese: «Chi sei?».
Ero capitato fra le mani di pazzi furiosi,
dovevo agire d’astuzia e di certo non potevo rivelare che mi chiamavo Andrea
poiché avrei messo in pericolo anche mia moglie e mio figlio.
Fu allora che fui folgorato da un’idea: mia
nonna aveva un fratello morto in giovane età, pressappoco in quel periodo, e mi
convinsi a dare il suo nome.
«Mi chiamo Santi Giuseppe e vengo da Idrio,
un paesino del meridione». Affermai.
«Ah … Hai visto che con le buone maniere si
ottiene tutto. Ha ragione il nostro duce nell’affermare che il rispetto delle
persone si ottiene quando li si prende a calci nel culo».
Poi si alzò in posizione eretta e comandò ai
suoi sottoposti: «Mettetelo seduto».
Ed essi mi alzarono di peso e mi fecero accomodare
sulla sedia dove ero seduto precedentemente.
Anche il maresciallo si sedette nuovamente e
con il frustino ben saldo fra le mani mi chiese: «Perché sei qui?».
«Gliel’ho già detto: ero in auto, stavo
andando al lavoro quando ho perso il controllo e ho avuto un incidente. Sono
venuto qui in paese per cercare aiuto e medicamenti». Risposi ancora.
«Ebbene Giuseppe … Se dici la verità, presto
lo scopriremo». Affermò il maresciallo.
In seguito si rivolse a un suo sottoposto e
gli comandò: «Chiedi informazioni al comando centrale su Santi Giuseppe da
Idrio. Di certo non possiamo rischiare che una spia se ne vada in giro per il
nostro paese; per le spie c’è solo una fine giusta: la fucilazione». Lo disse
guardandomi con odio.
«Io non sono una spia». Affermai con
convinzione.
«Vedremo, vedremo …». Mi rispose il
maresciallo e, rivolgendosi a un suo uomo, gli disse: «Portatelo in cella; e
che non esca fin quando non abbiamo informazioni dettagliate».
L’uomo al quale si era rivolto mi prese per
un braccio e mi scortò in modo violento verso le prigioni che raggiungemmo dopo
solo pochi minuti.
Egli aprì una cella e mi spinse al suo
interno, poi mi parlò: «Pazzo furioso; questo è il posto dove meriti di stare.
Goditelo, poiché il prossimo tuo giaciglio sarà in manicomio. Hm … Girare un
film, roba dell’altro mondo». E se ne andò di tutta fretta dopo aver chiuso per
bene la cella.
Io mi rialzai e mi guardai intorno.
Non c’era anima viva in quelle prigioni,
dunque mi stesi sul letto che c’era.
Il letto era fatto con tavole di legno ed era
senza materasso; ma andava più che bene, poiché la stanchezza incominciava a
farsi sentire.
Mi asciugai il sangue che colava dalla ferita
sulla guancia e con mia sorpresa mi accorsi che quel taglio da cui sgorgava non
era più una ferita, ma una cicatrice.
Che strano, non avevo mai avuto una
guarigione così veloce … Anche il dolore era cessato in modo definitivo.
I militari, stranamente, non mi avevano
perquisito e pertanto avevo ancora il mio cellulare.
Lo presi e lo nascosi nei calzini poiché
avevo la speranza che prima o poi avesse campo; se ciò fosse successo avrei
chiamato immediatamente Simona e gli avrei chiesto aiuto.
Mi stesi sul letto di legno e mi appisolai
mettendomi le mani dietro la nuca per fare in modo che almeno la mia testa
fosse comoda.
***
Mi risvegliai di colpo poiché delle urla
umane rimbombarono nella stanza; esse si avvicinavano sempre di più, fino a
quando comparvero nuovamente i miei aguzzini ma questa volta accompagnavano un
altro ragazzo dell’età di circa vent’anni.
Lo scaraventarono nella cella e gli dissero:
«Ti è andata male: domani parti per il fronte». E, sghignazzando, i due
pazzoidi se ne andarono nuovamente; non prima di aver chiuso la serratura della
cella però.
Guardai il ragazzo e non era affatto messo
bene; anche lui era stato pestato.
Al che mi avvicinai alle sbarre che mi
dividevano dalla sua cella e gli domandai: «Stai bene?».
Dopo aver tossito per due o tre volte mi
rispose: «Sì grazie, sto bene».
Io, poi, gli posi la domanda fatidica: «Perché
ti hanno imprigionato?».
«Perché questa è la guerra dei fascisti, non
la mia. Io non mi faccio ammazzare perché lo dice il duce». Replicò nuovamente.
«Duce, guerra, fascismo. Non è ora di finire
di recitare». Dissi con tono di voce pacato.
Infine chiesi: «Chi sono quei pazzoidi
travestiti da militari che si divertono a malmenare le persone?».
Il ragazzo si alzò dal pavimento e si sedette
sul letto di legno poggiando le sue spalle al muro.
Lui mi guardò e rispose: «Sei capitato in un
paese dove un fascistone è il capo della forza locale. Non disdegna torture e
chi non è fascista è spesso oggetto di sevizie e olio di ricino. Ora che il
regime ha dichiarato guerra a mezzo mondo ci stanno costringendo a partire per
il fronte».
«Oh … Ma insomma! Basta recite! Voglio sapere
la verità: dove mi trovo? E che giorno è?». Domandai disperato.
«Ti trovi in un grosso pasticcio; in un paese
governato dalla corruzione e dalle persone che non rispettano la vita umana,
trattandola come merce di scambio. Oggi, dieci giugno millenovecentoquaranta,
abbiamo dichiarato guerra alle più grosse potenze economiche mondiali e presto
partiremo tutti per la guerra».
La sensazione che provai fu quella di
sconcerto, possibile che mi stessero prendendo per i fondelli?
«Mi stai prendendo per il culo?». Domandai
guardando in modo minaccioso il mio compagno di cella.
«Se lo stai facendo mi pare che non sia il
caso, vista la situazione». Dissi poi facendo riferimento a quello che ci stava
accadendo.
«Non sto prendendo in giro nessuno. Non so se
tu abbia problemi mentali come affermano qui al comando; ma sappi che se si
avvedono di una tua mancanza intellettiva, verrai internato in qualche
manicomio, o peggio: ucciso. Non è un bel periodo per le persone diverse
questo».
Si fermò per un attimo e mi disse nuovamente:
«Consiglio caldamente di non farti dichiarare pazzo». In seguito si ammutolì e
si mise sdraiato sul quel duro giaciglio cercando di calmierare il dolore
infertogli dai nostri aguzzini.
Tirai un sospiro e mi misi anch’io seduto,
poi ascoltai il rumore di una radio che proveniva dalla sala dov’ero stato
interrogato.
***
Passarono due giorni e quella voce si udì
nuovamente; questa volta le parole erano nitide e si capirono tutte.
Il testo diceva:
Alle
ore 24 del giorno 10 il previsto schieramento delle forze di terra, del mare e
dell'aria era ordinatamente compiuto. Unità da bombardamento della Regia
Aeronautica, scortate da formazioni da caccia, hanno effettuato alle prime luci
dell'alba di ieri ed al tramonto violenti bombardamenti sugli impianti militari
di Malta, con evidenti risultati, rientrando incolumi quindi alle rispettive
basi. Nel frattempo altre unità si sono spinte in ricognizione sul territorio e
sui porti dell’Africa settentrionale. Al confine della Cirenaica un tentativo
di incursione da parte della aviazione inglese è stato respinto; due velivoli
nemici sono stati abbattuti.
Era, secondo quella voce, il dodici giugno
del millenovecentoquaranta.
Il primo bollettino di guerra che io
conoscevo bene, poiché lo avevo letto nei libri di storia che non disdegnavo.
Ed erano due giorni che ero rinchiuso in
quella cella, così come il mio compagno di ventura che si era completamente
ristabilito.
Il suo nome era Rocco e avevamo instaurato
una buona amicizia, forse perché costretti, forse perché avevamo pressappoco le
stesse idee.
Io ero un socialista incallito, lui era di
idee simili alle mie ma un po’ più liberali.
Rocco era un baldo giovane di vent’anni, con
i capelli corti e di colore castano, aveva il naso a patata ed era di
bell’aspetto.
Egli era alto almeno un metro e ottanta.
Quel giorno, erano all’incirca le nove di
mattina, ci alzammo e ci salutammo; era una giornata bella e dalla finestra
occlusa parzialmente dalle sbarre si vedeva nitidamente il cielo azzurro e il
sole che troneggiava nella volta celeste.
D’un tratto sentimmo delle voci che
provenivano dall’ufficio del maresciallo: «Allora marescià; dov’è il pazzo?».
La voce che conoscevo bene rispose: «È di là
in cella. Mi dia un momento che l’accompagno da lui». Poi non si udì null’altro
e si sentì solo rumore di oggetti spostati.
Dopo pochi minuti si udirono dei passi
pesanti che si avvicinavano alle nostre celle e dalla porta entrarono prima la
figura del maresciallo, vestito con la sua uniforme, poi un ripugnante uomo
grasso e pieno di brufoli anch’esso con un’uniforme che riconobbi come quella
tristemente nota delle camice nere, famose per il loro fanatismo estremo.
Dietro di loro comparvero i quattro uomini
del maresciallo e almeno sei altre camice nere.
Era ovvio che fosse successo qualcosa nel
momento dell’incidente e che quello non era un set cinematografico …
Che fossi capitato in un paese di fanatici
fascisti i quali giocavano alla guerra?
Il problema era che questi fanatici,
delinquenti, parevano fare sul serio ed erano disposti a tutto; incominciai a
temere fortemente per la mia vita.
Tutti si dispiegarono vicino alla mia cella e
mi guardarono con odio per almeno cinque minuti senza dire nulla.
Poi il signore robusto, vestito di camicia nera
e pantaloni dello stesso colore, si rivolse al maresciallo: «Silvio; noi ci
conosciamo fin dall’infanzia ed è per questo che mi fido ciecamente di te.
Bisogna acchiapparli tutti, se li trovate in giro per il vostro territorio
fermateli con ogni mezzo. Se c’è bisogno sparategli, non posso fare brutta
figura con il partito; in fondo a chi importa di loro: sono sub uomini
null’altro, solo impiastri».
Il maresciallo annuì e poi rispose: «Lo sai
Giulio che io sono fedele al partito e disposto a fare qualsiasi cosa per il
fascio. Se passano di qui li acciufferemo tutti quei pazzi che sono fuggiti dal
manicomio».
In quell’istante capii due cose: il nome dei
due pazzi che avevo di fronte; e che la situazione era alquanto pericolosa:
dovevo assecondare quei malati di mente dinnanzi a me, altrimenti la mia stessa
vita sarebbe stata in pericolo.
Non dissi una parola e feci finta di non
capire quello che si erano detti.
L’uomo paffuto mi fissò nuovamente e mi
disse: «La scampagnata è finita. Si ritorna in manicomio».
Poi si rigirò verso il maresciallo e
riprodusse una risata di scherno; l’uomo in divisa fece la stessa cosa, così
come il restante degli uomini al loro seguito.
Quando ebbero finito di sollazzarsi con
quelle risate, si avvicinarono alla cella di Rocco e il personaggio che si
chiamava Giulio gli disse: «Oggi tu parti per il fronte francese».
Si girò verso i suoi sottoposti anch’essi
vestiti di nero e gli fece un cenno con il capo.
Gli uomini si affrettarono ad aprire la
cella, immobilizzarono Rocco e lo portarono via.
Egli non fece alcuna resistenza ma il suo
sguardo, che incrociò il mio, fece trasparire tutto il timore che il ragazzo
aveva.
Io non dissi nulla, non era il caso di
protestare, mi trovavo pur sempre dinnanzi a dei folli armati con pistole e dunque
ero impossibilitato ad oppormi.
Poi i due compagnoni fascisti si rivolsero a
me.
Il maresciallo baldanzoso mi disse: «Ora
tocca a te». Ridendo.
Poi aggiunse: «Una pallottola sarebbe stata
meno dispendiosa. Portarlo in manicomio costerà di più».
E l’uomo grasso gli rispose: «Sì, non nego
che hai ragione. Ma questi signori saranno utili alla scienza una volta
internati nel manicomio, pertanto qualcuno lo dovremmo pur trascinare dentro
quei posti». E continuò la sua orrida risata da Orco.
In seguito fece cenno ai suoi che aprirono la
porta della cella e si diressero verso di me, immobilizzandomi.
Mi tirarono su di peso e mi portarono
all’esterno, sbattendomi letteralmente in una specie di furgoncino il quale
aveva sopra una gabbia abbastanza grossa da poterci entrare.
Richiusero con un lucchetto quella cella,
misero in moto ed altro non udii che il frastuono del motore che il mezzo
emanava, per non parlare dei sobbalzi che spesso esso aveva per via della
strada disconnessa.
Mi stavano portando da qualche parte, lontano
dal posto dove avevo avuto l’incidente, e se volevo ritornare a casa era di
vitale importanza raggiungere nuovamente quel luogo: lì c’era la soluzione al
fitto mistero che quella situazione rappresentava per me.
Dopo circa tre ore di marcia il mezzo si
arrestò e sentii un rumore metallico, come se un grande cancello si aprisse.
In seguito il mezzo si mosse lentamente per
poi fermarsi definitivamente dopo pochi minuti.
Fu allora che si riaprì il lato posteriore di
quel furgone, così come la mia gabbia che pareva quella di un animale; lercia
allo stesso modo.
I due che in precedenza mi avevano preso mi
riacchiapparono e mi fecero scendere.
Ebbi, in quell’istante, una visione
sconcertante: mi trovavo all’interno di un grosso stabile tutto recintato da
mura alte almeno tre metri e al centro di esso vi era un caseggiato tutto bianco con sopra scritto
“manicomio”.
Ero nel più totale sconcerto: quei lestofanti
mi avevano portato veramente in un manicomio;
Perché?
Tuttavia non potevo opporre resistenza,
dovevo stare al loro gioco per poi fuggire alla prima occasione propizia.
Mi tirarono con forza all’interno di quello
stabile e mi trascinarono in un ufficio dove c’era un uomo di media età vestito
con un camice bianco.
Egli disse: «Bene, portatelo nella sua
celletta; il suo compagno lo sta già aspettando».
E coloro che mi tenevano immobile così
fecero: mi scortarono fino a una celletta uguale a tante altre, dislocate su un
unico piano.
Quegli uomini mi scaraventarono letteralmente
al suo interno e chiusero la serratura dando addirittura cinque mandate.
Mi guardai intorno e vidi che lì c’era un
altro uomo oltre a me; celato nell’ombra canticchiava una sorta di canzoncina.
Mi avvicinai e provai a chiedere: «Chi sei?».
Lui, tuttavia, non mi diede alcuna risposta:
continuava a canticchiare quella filastrocca.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra una settimana (tempo necessario affinché io corregga e impagini
anche il terzo capitolo).
