Incomincio dunque a far leggere l’ennesimo
libro che ho deciso di rilasciare liberamente su internet.
Prima di iniziare, devo dirvi che al suo
interno non ho potuto fare a meno di scrivere alcuni termini non proprio
consoni a un discorso fra persone civili.
Sì, ci sono parolacce … È ovvio che ci siano,
altrimenti non avrei raggiunto il mio scopo.
C’è, altresì, anche un lieve accenno alla
situazione dei tempi in cui è ambientato il romanzo e quindi ho dovuto parlare della
politica (con mio sommo dispiacere).
La politica è una “cosa” di cui preferisco
non parlare poiché ho imparato che è meglio stare alla larga da essa; non ho
trovato termini abbastanza forti da poterla descrivere in nessun vocabolario e
pertanto è meglio che non scriva nulla su di essa.
È, tuttavia, di dominio pubblico “anzi:
mondiale”, ciò che è accaduto nel ventennio che va dal 1991 al 2011 qui da noi;
quindi, nonostante la storia la scrivano i vincitori, credo che essi non possano
esimersi dallo scrivere la verità.
Pertanto, poiché tutti sono informati dei
fatti, nel libro non c’è nulla che già non sappiate; i telegiornali, anche
esteri (soprattutto esteri), hanno già detto tutto ciò che c’era da dire sulla
classe politica nostrana di quegli anni.
Sapete che nessuno possiede la verità
assoluta e che dunque, a maggior ragione, nemmeno io la conosco; ciò che ho
scritto, l’ho scritto solo perché credo che la vera letteratura debba,
soprattutto, testimoniare e descrivere ciò che è accaduto quando ella è stata
scritta (ciò include rendere partecipe il lettore della situazione vigente nel
luogo ove si svolgono i fatti).
Di conseguenza ho dovuto descrivere in che
situazioni si sono trovate le famiglie italiane in quel periodo e credetemi …
Sono stati anni abbastanza pesanti.
E allora …
Qui, di seguito, potrete leggere il primo
capitolo del libro.
Una sola preghiera …
I capitoli sono stati letti solamente da me
(otto volte) e pertanto potrebbero esserci al loro interno ancora dei refusi;
siate comprensivi.
Ogni post inizierà con la copertina ...
E, finalmente, vi presento il primo capitolo
di “Disperso nel tempo 1942”:
CAPITOLO 1
UN NUOVO GIORNO
L’oscurità notturna stava lasciando il posto
al chiarore dell’alba; quella notte non avevo dormito per niente, qualcosa mi
aveva impedito di prendere sonno ma non sapevo bene cosa fosse.
Guardai verso le finestre della camera da
letto e i primi raggi di sole incominciarono a fare la loro apparizione,
andando a collidere contro le piastrelle di colore marrone e in terra cotta di
cui era formato il pavimento.
Mi rigirai dall’altro lato: accanto a me
c’era mia moglie che dormiva beatamente, quella sera poi non c’era stato
bisogno che lei mi desse calci per farmi smettere di russare.
Sì, avete capito bene: mia moglie tutte le
notti mi scuoteva dolcemente.
Io non li sentivo nemmeno i suoi lievi tocchi,
l’unica cosa che ricordavo era questa frase: «Eh no! Basta; non riesco a
chiudere occhio con questo baccano».
Da quattro anni circa russavo come un ghiro,
tant’è che quando mia moglie mi fece vedere il filmino fatto con il cellulare
mi scandalizzai anch’io …
Quel giorno il suo viso sembrava quello di un
angelo, i suoi capelli neri e lisci le accarezzavano il volto per poi scendere
fino a toccare il cuscino avvolto in una federa rosa.
Di lì a poco suonò la sveglia: era ora di
alzarsi e dare il via alla giornata lavorativa.
I suoi occhi verdi mi fissarono e la sua voce
si udì appena: «Buon giorno».
«Buon giorno a te». Io le risposi.
Lei si alzò e si diresse verso il bagno, io
mi tirai su dal letto e mi avviai verso la cucina; sbrigai le solite faccende:
preparai il caffè e il latte, poi andai a svegliare il motivo per il quale
valeva la pena affrontare tutti i sacrifici che la vita mi avrebbe posto
davanti.
«Pss … Giacomo; svegliati». Dissi a bassa
voce per non spaventarlo.
Un fagotto si mosse nel lettino di legno
color ciliegio e, aggrovigliato nelle lenzuola, si coprì anche la testa per far
capire di non voler essere disturbato.
«Hm …». La sola parola che sentii.
«Giacomo è ora di andare a scuola». Ripetei
con voce calma.
«Presto, altrimenti faremo tardi anche oggi».
Infine gli dissi.
Ma nessuna risposta provenne da quel fagotto
che beatamente stava dormendo avvolto nel caldo intreccio di lenzuola colore
bianco candido.
Se non volevo far tardi anche quel giorno,
dovevo usare le maniere forti altrimenti mi sarei visto nuovamente rimproverare
dall’insegnante; e devo dire con ragione …
Mi misi seduto sul suo letto e incominciai a
disturbarlo facendogli il solletico.
Come al solito lui incominciò a spazientirsi
e, come avremmo fatto tutti, cercò di colpirmi con le sue minuscole mani.
«Papà; sei sempre il solito, mi disturbi ogni
volta!». Esclamò da sotto le lenzuola dove si era rintanato.
Capirete che male possono fare delle
minuscole mani di un bambino di soli otto anni ad un armadio di un metro e
ottantacinque che pesa circa novantanove chili …
Alla fine capii che dovevo agire d’astuzia; e
allora mi ricordai che quando sentiva che in televisione c’erano i cartoni
animati si alzava e, come una scheggia, si fiondava sulla sua sedia, pronto per
guardare la sua serie preferita: i Pokemon.
Non ce la facevo più, ne avevo viste così
tante puntate che odiavo anche parlarne: ero saturo di quei cartoni.
«Eh va bene … Vuol dire che faremo in modo
che tu ti svegli da solo». Furono le mie uniche parole.
Lui non disse nulla, emanò solo il solito
rumore.
«Hm ...». Sentii.
Mi alzai dal suo letto e andai verso la
televisione, la accesi e, non appena la sintonizzai sul canale satellitare
dedicato ai bambini, vidi una scheggia balzare dal letto e posizionarsi sulla
sedia.
I suoi occhi erano fissi sulla tv e una voce
appena percettibile si udì: «Quando iniziano i Pokemon?». Fu la sua domanda.
«Ah … Hai visto come ti sei alzato subito dal
letto?».
«C’era bisogno di fare tante storie? Potevi
alzarti prima …». Gli dissi.
E mentre lui guardava i suoi cartoni
preferiti, io mi misi al lavoro per preparargli la colazione.
Versai il latte nella tazza di porcellana
colore bianco, ci misi dentro della cioccolata e la poggiai sulla tavola
apparecchiata sulla quale avevo messo precedentemente dei cereali, dei biscotti
e anche qualche Brioche.
La porta del bagno si aprì: mia moglie si era
preparata a tempo di record e venne a sostituirmi.
Ci scambiammo i posti: lei terminò di
preparare la colazione, io mi affrettai a occupare il bagno per prepararmi ad
un’altra giornata di lavoro.
Dopo pochi minuti uscii dal bagno, lavato,
vestito e pronto ad intraprendere quella nuova giornata.
All’uscita trovai mia moglie che mi stava
aspettando con la tazza del caffè già pronta, addirittura già zuccherato.
Feci colazione e spronai Giacomo a darsi una
mossa.
«E tu giovanotto: come siamo messi con la
colazione?».
«Dai, su; presto che dobbiamo andare a
scuola». Sottolineai.
«Uffa! Basta andare a scuola; non mi piace.
Voglio rimanere a casa a giocare ai giochi elettronici». Mi rispose Giacomo.
«Quali giochi elettronici. Il tuo dovere è
quello di studiare, come il mio è quello di lavorare. Potrai giocare quando
sarai più grande ai giochi elettronici». Gli dissi brontolando.
«Ma papà; i giochi elettronici sono belli, la
scuola è noiosa». Sottolineò Giacomo.
«Hm … Datti una mossa. Questo è il momento di
frequentare le scuole; vedrai che ti serviranno quando sarai grande. E poi: non
è bello apprendere? Vuoi fare cambio: io vado a scuola e tu vai a lavorare a
posto mio?». Gli domandai scherzosamente.
«Nemmeno per sogno. Io ho solo otto anni;
sono piccolo per lavorare. Adesso devo solo giocare». Rispose Giacomo.
Dopo quelle parole rimasi a bocca aperta,
guardai mia moglie e gli dissi: «Andiamo bene! Se incominciamo così, fra poco
toccherà legarlo alla sedia per fargli fare i compiti».
«Vedrai che cambierà con il tempo. Poi
bisogna certamente stargli vicino e fargli capire che lo studio è importante».
Rispose mia moglie mentre stava mettendo a posto tutto il disordine che avevo
fatto per preparare la colazione.
«Sarà Simona; ma sai: non è che ne sia tanto
convinto. Il buongiorno si vede dal mattino, dicevano gli anziani una volta».
Ribattei sconsolato.
«Ma papà: non ti preoccupare; io ti voglio
bene quando fai il bravo e quando mi fai giocare ai giochi elettronici».
Aggiunse mio figlio.
«Ah … Pure … Sono io che devo fare il bravo.
Perché non lo sono?». Chiesi ridendo sotto i baffi.
Non potevo rendere la cosa visibile,
altrimenti che esempio avrei dato a Giacomo: quello di essere maleducato?
«Non sempre: qualche volta fai i versacci, mi
mandi a scuola e non mi fai giocare ai videogiochi». Rispose lui.
Secondo me, Giacomo, a soli otto anni aveva
capito tutto della vita; tuttavia bastava un suo sguardo e i suoi occhioni
colore marrone mi addolcivano immediatamente.
Sapevo che lui amava i pianeti e già mi aveva
fatto presente che da grande voleva fare l’astronauta.
Io gli chiesi: «Ma tu non volevi fare
l’astronauta una volta?».
«Certo! E lo voglio ancora». Sottolineò
Giacomo.
«Come pensi di diventarlo se non studi. Tutti
gli astronauti sono ingeneri, scienziati e piloti di aerei. Per farlo hanno
studiato tanto, poiché se si rompe lo shuttle nello spazio lo debbono
aggiustare loro per poter tornare a casa. E tu come pensi di fare?».
«Tanto ci sei tu. Lo vieni ad aggiustare
tu!». Esclamò ingenuamente il mio bambino.
Quell’affermazione mi disarmò e non riuscii a
trattenere una piccola risata, guardai mia moglie e dondolai la testa in segno
della mia resa.
Anche mia moglie stava sogghignando, cercando
di non far trapelare nulla.
Lei strinse le spalle e disse: «Andrea ho
l’impressione che bisognerà lavorare tanto su Giacomo se vogliamo che s’impegni
nello studio».
Come dargli torto … Le dissi: «Sarà una
strada lunga e difficile, ma non mi chiamo più Andrea se non gli faccio capire
che lo studio è importante».
Poi parlai a Giacomo: «E tu giovanotto: lo
studio serve nella vita; ricordalo sempre. Se vorrai studiare papà farà
qualsiasi sacrificio affinché tu lo possa fare; e quando sarai abbastanza
grande da poterlo capire mi darai ragione. In alternativa potrei comprare
sempre una zappa, costa di meno dell’università … È molto utile sai. Se non
vuoi studiare puoi sempre andare a zappare la terra».
«No, non voglio zappare la terra. Voglio fare
l’astronauta e andare su Plutone». Fu la sua risposta.
«Eh … E allora datti una mossa che la scuola
ti aspetta; mi raccomando: stai attento a quello che dice la maestra e non fare
il monello». Gli raccomandai.
Lui assentì, finì di fare colazione e andò in
bagno a prepararsi; dopo una quindicina di minuti finì di lavarsi.
Mia moglie lo preparò per la scuola e, dopo
avergli messo il grembiule azzurro con il colletto bianco e lo zaino sulla
spalla, finalmente eravamo pronti per uscire da casa e andare di filato verso
la scuola.
Controllammo che tutto fosse a posto in casa:
il gas era chiuso; la televisione era spenta; le tapparelle erano ben fissate e
abbassate, poiché da poco in zona c’erano stati dei furti – a quanto pareva
avevano svuotato una decina di appartamenti, portando via ogni cosa –.
Io e mia moglie ci guardammo, assentimmo e
chiudemmo la porta blindata; d’obbligo di quei periodi.
Il rumore delle mandate del chiavistello si udì
come tonfi assordanti.
In seguito mia moglie disse: «Il motorino lo
prendo io; tu prendi l’auto e accompagni Giacomo a scuola. Questo pomeriggio lo
andrò a prendere io».
Eh sì; ci stavamo dando le consegne, poiché
quello era l’unico momento in cui potevamo parlarci prima del lavoro.
Ci saremmo rivisti la sera, non prima, poiché
il mio lavoro si protraeva per tutto il giorno – beh, effettivamente non si
poteva parlare di lavoro, bensì di molteplici lavori: nell’Italia del 2011 con
un solo lavoro si moriva di fame tale era alta la pressione fiscale sulle buste
paghe. E cosa poteva mai fare un capo famiglia responsabile se non lavorare di
più per poter sfamare suo figlio? –.
Misi il mio zaino sulle spalle, il quale
conteneva tutti i miei attrezzi di lavoro: quelli del primo, che erano pezzi di
ricambio per PC – sì il mio primo lavoro è quello di responsabile informatico
presso un’azienda – e quelli del secondo – la divisa completa da cuoco, ivi
inclusi i sandali antiscivolo di colore bianco.
Quella sera, dopo aver prestato servizio per
sette ore, mi aspettavano circa duecento persone da far mangiare alla carte.
I panni del terzo lavoro li avevo lasciati a
casa, poiché il fisico incominciava a risentire dello stress e, logorato dalla
fatica, reclamava un po’ di pace.
Pensate: c’è stato un periodo in cui il mio
lavoro medio si aggirava intorno alle tredici ore giornaliere e lo stesso
faceva mia moglie, che dopo il suo primo lavoro, correva a farne altri fino
alle quattro del pomeriggio, ora in cui Giacomo usciva dalla scuola.
Ebbene, come avrete capito, non sono figlio
di un politico; se lo fossi stato, il mio stipendio si sarebbe aggirato intorno
alle ottocentomila euro all’anno, poco importava che fossi un asino a scuola e
mi avessero bocciato quattro volte in quinta superiore.
Assentii, diedi un bacio a mia moglie e gli
dissi: «Ci vediamo questa sera».
«Se … Questa sera … Vorresti dire questa
notte!». Mi rispose lei.
«Simona hai ragione, effettivamente stiamo
lavorando tanto; ma come facciamo a pagare le tasse altrimenti: lo stato non
vuole sentire ragioni, è diventato uno strozzino. Ma abbi fiducia, prima o poi
le cose cambieranno». Affermai.
«Sarà, ma qui le cose cambiano solo per quei
lestofanti che riescono a fare i furbi e mettere nei posti di lavoro rilevanti
i propri parenti incompetenti. Ci vediamo stanotte».
Mi diede poi anche lei un bacio, salutò Giacomo
e si diresse verso il motorino che accese subito dopo.
Si mise il casco bianco con striature nere e
mi salutò con la mano, dirigendosi verso il luogo del suo lavoro.
Io guardai Giacomo e gli dissi: «Forza
giovanotto!».
«Si parte per la scuola …».
«Uffa!». Esclamò Giacomo.
«Io voglio stare a casa». Infine affermò.
«Muoviti e non fare storie. Guarda che vita
fanno mamma e papà: se avessimo studiato non saremmo costretti a fare turni di
lavoro massacranti ed io avrei potuto avere più tempo da dedicarti; magari
andare anche qualche volta in ferie ...». Sottolineai.
Presi Giacomo per mano, aprii la mia
Wolkswagen Golf – rigorosamente comprata a rate: ben settantadue rate (chi me
l’aveva fatta fare … ) –, lo fissai al seggiolino, misi in moto e mi avviai
verso la scuola che raggiunsi dopo pochi minuti – sì, esatto: la scuola distava
da casa solo trecento metri –.
Scendemmo dalla macchina e, in quella bella
giornata d’inizio primavera, presi per mano Giacomo e mi avviai verso il
portone della scuola, che come al solito era già chiuso: erano le otto e
quarantacinque di mattina … L’orario di entrata era alle otto e trenta.
Mi avvicinai alla porta, bussai e ad aprirmi
venne la bidella che mi guardò con aria di rimprovero.
«Giuro che è l’ultima volta». Promisi.
«Signor Santi venga che le faccio firmare la
giustifica per il ritardo». Mi rispose lei.
Io, sconsolato e senza fiatare, mi avviai
verso il banchetto nell’atrio.
La bidella prese il modulo, me lo diede e
subito dopo chiese a Giacomo: «Andiamo Giacomo; entriamo in classe».
Giacomo mi guardò, come per chiedermi: «Che
faccio; vado?».
Io annuii, poi dissi: «Vai giovanotto, fai il
tuo dovere».
Mi chinai, gli diedi un bacio e subito dopo
lui si avviò verso la sua classe, sparendo dietro l’angolo del corridoio.
Io nel frattempo compilai e firmai il modulo
che mi aveva dato la bidella, lo riposi sul banchetto, aspettai che lei facesse
ritorno e, dopo averla salutata, uscii dalla struttura dirigendomi verso la mia
auto.
Risalii a bordo della macchina, guardai
un’altra volta la scuola, come se fosse l’ultima volta che io la vedessi e,
riproducendo un piccolo sbuffo, pensai che mio figlio mi sarebbe mancato per
tutta la giornata.
Mi sarebbero mancate le continui liti fatte
con lui, la competizione che si era venuta a creare fra noi, la complicità che
c’era quando giocavamo assieme e la sua voce piena di felicità; la gioia di
vivere del mio bambino riempiva quella casa che altrimenti sarebbe stata
tristemente vuota.
Ero, però, consapevole che mi dovevo
accontentare di quel poco tempo che riuscivo a strappare dalle giornate
faticosamente portate a termine per mandare avanti la famiglia.
Quello era un periodo bruttissimo … La
confusione regnava sovrana; la cattiva gestione della cosa pubblica aveva fatto
sì che la differenza tra il povero e il ricco si ampliasse e facesse in modo
che il ricco divenisse sempre più ricco e il povero divenisse sempre più
povero.
Il povero era costretto a pagare tutto quello
cui accedeva, poiché impossibilitato ad evadere le tasse; cosa che il ricco poteva
fare poiché impunito.
Sbuffai ancora una volta e misi in moto la
macchina, non prima di aver dato un’ultima occhiata alla scuola in cui mio
figlio stava apprendendo la cultura.
Poi dissi: «E va bene … S’inizia».
Innestai la prima e mi mossi in direzione del
luogo di lavoro che distava circa quaranta chilometri da casa.
D’un tratto mi folgorò un pensiero: «Porc …
Mi sto dimenticando la ricarica del telefono».
Frenai di botto e fermai la macchina vicino
al solito tabacchino – eh sì, sono un tipo ripetitivo; mi piace frequentare
sempre i soliti posti: posti che io conosco alla perfezione. Tanti mi dicevano
che era una prerogativa del mio segno zodiacale: il toro (che stupidaggine. Chi
mai ci avrebbe creduto? Su queste cose io sono scettico: non credo alla magia e
cose simili che sono pura immaginazione e finzione) – .
Parcheggiai la Golf e mi diressi verso il
tabacchino dopo aver chiuso l’auto.
Misi la mano sulla porta fatta di vetro la
quale rifletteva tutto ciò che era alle mie spalle.
D’un tratto mi accorsi che ero osservato: in
lontananza due sagome mi guardavano con occhi sgranati.
Rimasi un po’ stupito, non capivo il perché
di quel comportamento; erano due persone anziane: un uomo e una donna.
Il mio sguardo fu per un attimo accecato dal
sole che avendo buona presa sulla mia testa calva e lucida si riflesse nel
vetro della porta e di rimando nei miei occhi.
La luce era talmente forte che fui costretto
a chiudere gli occhi.
Aprii la porta non prestando più attenzione
alle due figure che mi osservavano, attraversai l’uscio e chiusi la porta
dietro di me, dirigendomi verso la cassa per chiedere la famosa ricarica.
«Buon giorno». Dissi al negoziante.
Lui mi rispose allo stesso modo, poi mi
chiese: «Desidera?».
«Sì; vorrei una ricarica telefonica». Feci
presente.
«Da quanto? Le ho da 50€, da 25€ e da 10€».
Mi domandò subito dopo.
Io pensai: “Con sto chiaro di luna che c’è,
da 50€ e 25€ non se ne parla proprio; con quei soldi ci compro qualcosa da
vestire per Giacomo: non sono mica un riccone io …”.
Gli risposi: «Da dieci euro va bene».
Lui prese il piccolo cedolino rettangolare e
me lo diede; io gli pagai i dieci euro.
Presa la ricarica uscii nuovamente dal
negozio e di tutta fretta mi avviai verso la mia macchina.
Ero quasi giunto ad essa, quando con sorpresa
vidi che vicino alla Golf c’erano quei due signori anziani i quali mi
continuavano a fissare: era ora di chiedere delle spiegazioni ai due; tanto
erano vicini alla macchina e dunque era obbligatorio passargli accanto.
Mi avvicinai a loro e mi ritrovai di fronte
due persone vissute: all’incirca di ottant’anni.
Lei era una bellissima signora anziana con
dei capelli bianchi e ricci che scendevano lungo la sua nuca fino ad arrivare
all’anca.
I suoi capelli erano curatissimi, parevano
seta.
Gli occhi erano spalancati, come a voler
mostrare senza remore la sua anima; il loro colore era azzurro limpido.
Il suo volto era pieno di rughe e la sua
faccia era scarna, logorata dal tempo: in gioventù doveva essere stata una
splendida ragazza.
Lui era un signore alto circa un metro e
ottanta, aveva capelli corti e bianchi, il suo viso era scavato e aveva la
corporatura robusta.
Egli era vestito elegantemente, con una
giacca color grigio e i pantaloni dello stesso colore; mi guardava con occhi
quasi di ammirazione.
Io feci uno sguardo stranito, mi avvicinai ancora
di più e li salutai: «Buongiorno».
Dalla signora si sentì un bisbiglio: «È
proprio lui …». E in seguito tirò lievemente la manica della giacca di colui
che sembrava il marito.
Il marito si fece coraggio e mi rispose:
«Buongiorno a lei».
Dopo un attimo di pausa continuò: «Ci perdoni
per esserci presentati così, ma eravamo ansiosi di vederla».
«Posso chiedere qual è il motivo di tale
ansia?». Chiesi incuriosito da quell’affermazione.
L’uomo mi rispose: «Lei non lo sa, ma noi ci
siamo già visti».
Ancora una volta quelle parole mi parvero
senza senso: io non avevo mai visto prima di quel giorno i due gentili signori;
di questo ero sicuro.
«Siete sicuri di non aver sbagliato
persona?». Gli domandai.
La signora, vestita anche lei elegantemente,
aveva gli occhi gonfi di lacrime che a fatica non rilasciò e ogni tanto si
girava per asciugarseli con un fazzoletto di lino bianco che stringeva nella
mano destra, cercando di non darlo a vedere.
Beh, la mia espressione si fece sempre più
stranita: cosa mai volevano due signori distinti di quell’età da me?
Dal loro abbigliamento si capiva che
disponevano di molti mezzi di sostentamento, fatto sottolineato dalla macchina
nuova di grossa cilindrata con targa tedesca che li stava aspettando non
lontana di lì.
Al suo interno c’era un autista con tanto di
divisa e stemma sul cappello: quello stemma sembrava di un’antica casata.
«Guardi: non ci crederà, ma lei è proprio la
persona che noi abbiamo conosciuto. E noi le dobbiamo tanto … La nostra stessa
esistenza».
La signora con i capelli bianchi annuiva ad
ogni parola dell’uomo accanto a sé, ma non disse nulla.
Era, tuttavia, ora di muovermi se non volevo
fare tardi al lavoro; non avevo più tempo.
A quel punto gli dissi: «Senta: secondo me
c’è stato uno scambio di persona. Io non ho fatto proprio nulla che possa
giustificare il vostro comportamento. Ma suppongo che la persona la quale ha
fatto tanto per voi sarebbe felice di sentire quelle parole. Cercatelo con più
accuratezza, vedrete che riuscirete a trovarlo. Ma ora devo salutarvi; è
proprio ora che vada a lavorare».
Stavo quasi per mettermi in auto e, prima che
aprissi la portiera, mi sentii nuovamente rivolgere la parola; questa volta fu
la signora a parlare.
«Noi non possiamo trattenerti, hai qualcosa
da fare; qualcosa di molto importante. Ma sappi che qualsiasi cosa succeda, noi
manterremo la promessa che ti abbiamo fatto». Poi mise le mani nella sua borsa
di pelle nera e tirò fuori un oggetto: sembrava un oggetto di vecchia data da com’era
conservato.
Era proprio un telefonino cellulare identico
al mio, ma aveva molti anni; addirittura alcune parti erano visibilmente
ossidate, altre logorate dal tempo.
In mente mia pensai: “Beh, di telefonini
della stessa marca e modello ne esistono a milioni: certo che questo è conciato
davvero male”; poi mi rivolsi nuovamente a loro, cercando di essere più gentile
possibile: «Mi dispiace non poter chiacchierare con voi ancora, ma devo
veramente andare».
«Arrivederci». Infine gli dissi
Mi misi in macchina, accesi il motore e andai
via; ma prima che mi allontanassi abbastanza, diedi un’ultima occhiata allo
specchietto retrovisore.
La scena che vidi fu: i due signori che si
stringevano l’un l’altro e che mi osservavano mentre mi allontanavo senza
distogliere lo sguardo dalla mia macchina.
In mente mia pensai: “Mah; che strano. Quei
due vecchietti mi hanno fatto tenerezza. Mi avranno scambiato per qualche altra
persona. Se avessi potuto sarei rimasto volentieri a fare quattro chiacchiere
con loro, magari avrei potuto aiutarli nella ricerca dell’uomo che stanno
cercando”.
A quel punto mi concentrai sulla guida e dopo
pochi istanti i due vecchietti scomparvero dalla visuale, in quanto mi ero
allontanato abbastanza.
Ero nel rettilineo che portava alla strada principale
del paese, di lì mi sarei poi diretto verso la città: se non volevo fare tardi
mi dovevo sbrigare.
Accesi lo stereo ed esso si sintonizzò in
automatico sul radio giornale.
La sua prima notizia fu sulla manovra
economica che si apprestava a varare il governo per far fronte ad una crisi
senza precedenti.
La crisi … Sul lavoro, oltre ad essere un
tecnico informatico, talune volte coadiuvavo i vari uffici e controllavo la
condizione dei redditi dell’utenza che noi avevamo.
Io non avevo parole per quello che saltava
fuori dalle dichiarazioni dei redditi: la totale non curanza delle regole e la
sfrontatezza di coloro che avevano il coraggio di chiedere la gratuità e
l’accesso a servizi con dichiarazioni palesemente mendaci.
Potrei raccontare del medico chirurgo,
assieme alla moglie impiegata, che, avendo due differenti residenze, riuscivano
a dichiarare la modica somma di € 10,000 all’anno e dunque riuscivano ad
accedere alla gratuità per molti servizi.
Oppure dell’agente di borsa e della moglie
impiegata che addirittura dichiaravano zero.
O anche degli innumerevoli commercianti che
pretendevano servizi gratuiti dichiarando zero.
Tra loro c’erano anche avvocati che
denunciando € 6000 all’anno si sedevano al tavolo dell’assistenza pubblica per
partecipare al lauto pasto.
Costoro, all’atto della presentazione dei
documenti, non avevano nemmeno la decenza di venire con un’utilitaria: alcuni
si presentavano con il Cheyenne, altri con il BMV, altri ancora con il SUV,
altri ancora addirittura sfoggiando orologi d’oro.
Ma l’episodio che mi fece quasi vomitare fu
quando vidi la dichiarazione di un commerciante pari a zero Euro annui ed
allegata vi era una denuncia di furto: egli dichiarava che pochi giorni prima
della domanda gli era stata trafugata da casa mercanzia personale pari ad un
valore di € 30.000 ed un salvadanaio del figlio con € 5000 al suo interno.
Costui, incurante come uno sciacallo,
reclamava la gratuità per la propria famiglia.
Era un lavoro che odiavo fare, poiché da quei
documenti si evinceva che il cinquanta per cento dell’utenza era costretta a
pagare anche l’aria che respirava, in quanto stipendiati con busta paga non
potevano sfuggire ai controlli; l’atra metà, temerariamente e totalmente priva
d’onore, dimostrava la completa disaffezione ad un paese che veniva retto
unicamente dalle spalle degli stipendiati e degli operai.
Ovviamente costoro erano segnalati
immediatamente, ma l’anno successivo ritornavano ancora più sprezzanti
dell’anno precedente, facendo intuire che non gli era successo nulla.
Poi qualcosa mi distolse da quei pensieri:
dal radio giornale fu detta ancora un’altra notizia.
Personaggi importanti della vita pubblica
erano stati pizzicati a mercanteggiare Escort e Dio sa quale altra cosa.
A quel punto non ce la feci più; pensai: “Le
Puttane vengono chiamate Escort. Come il mondo si è evoluto così anche il
mestiere più antico del mondo: adesso le chiamano Escort”.
Quella fu la goccia che fece traboccare la
mia ira fuori dal contenitore saturo; ero pieno di disprezzo per questi
personaggi.
Costoro sferzavano il mio paese di continuo
con un comportamento poco corretto, facendolo apparire agli occhi degli altri
un paese poco credibile.
Il mio cuore era stretto in una morsa di
dolore; sì, dolore, in quanto io avevo fin da piccolo un grande difetto: io
amavo quel paese, e quell’amore era un sentimento tramandatomi dalla mia
famiglia.
Coloro che dovevano guidare il paese stavano
facendo tutt’altro e la gente pareva non accorgersi di nulla; si fece largo
nella mia mente un nefasto pensiero: di quel paese non importava niente a
nessuno visto il comportamento dei suoi abitanti, i quali non battevano ciglio
alle malefatte dei suoi governanti.
E non c’è cosa più stupida che amare qualcosa
di cui non importa nulla a nessuno: si finisce solo per soffrire.
Allargai le braccia in segno di dissenso e
dissi: «Non ci posso credere: siamo ridotti veramente male. La cosa che mi fa
arrabbiare di più poi, è quella che nessuna voce si erge a difesa del diritto
ad aspirare a un futuro migliore».
Lasciai per un attimo il volante, fu solo questione
di un secondo, tempo che bastò affinché la strada impazzisse; persi il
controllo della mia auto …
La macchina iniziò a girare su se stessa ed
io fui sbalzato contro lo sterzo e solo grazie alle cinture di sicurezza non
andai a finire contro il parabrezza; dopo un infinito volteggiare la mia corsa
si arrestò in una cunetta profonda almeno un paio di metri.
All’atto dello schianto vi fu un’intensa luce
di colore arancione che durò un po’ di tempo.
Io, poi, non vidi granché oltre al sangue che
scorreva sul mio naso.
Quando fui in grado di mettere a fuoco ciò
che era successo, vidi che il parabrezza era esploso in piccoli pezzi e il muso
della macchina era irriconoscibile.
In quel momento mi resi conto che avevo avuto
un terribile incidente …
***
Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra una settimana (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il secondo capitolo).
