La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

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Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

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Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

domenica 31 agosto 2014

L’avventura di Luminos, nono capitolo da leggere.



Ho revisionato l’ennesimo capitolo.
Buona lettura:



CAPITOLO 9




«Ah! Ah! Ah!». Se la sghignazzava un animale peloso dal manto grigio.
«E voi credete che sia sufficiente così poco per aprire quei recipienti?». Ci domandò infine.
«Chi sei?». Chiesi io di rimando.
«Ah … Non abbiate timori. Non sono un nemico». Ribatté quello strano essere.
Poi ci guardò e osservò anche coloro che erano all’interno delle prigioni trasparenti.
«Suppongo che quelli siano vostri amici». Affermò.
«Sì». Rispose Barlume. Poi aggiunse: «Vogliamo liberarli».
«Non riuscirete ad aprire quei barattoli». Disse l’essere appena apparso.
«Barattoli?». Domandai.
«Esatto: barattoli. Non ditemi che non sapete cosa sono». Asserì tutto baldanzoso lo straniero dal pelo grigio.
Poi egli capì che effettivamente non avevamo mai visto quei cosi e ribadì: «Mi sa che non sapete veramente cosa siano. Beh … Poco male; ve lo spiegherò io».
Si fermò per un istante e in seguito continuò il suo discorso: «Non sono altro che barattoli di vetro. Gli umani li usano per conservare il cibo». Si avvicinò al barattolo e guardando al suo interno riprodusse una faccia strana.
Successivamente affermò: «Però mi sa che questa volta li hanno usati per i loro giochi. Poveri diavoli». Lo disse rivolgendosi alle lucciole prive di vita.
Ebbene, quelle lucciole, a detta dell’essere che avevamo davanti, erano state catturate e uccise per puro divertimento.
Quale bestia nel mondo poteva mai concepire uno scempio del genere: uccidere per divertirsi …
«Come facciamo per aprile?». Chiesi all’essere.
«Beh, fatemi pensare; non possono essere aperte: sono tutti morti!». Esclamò ridacchiando.
Noi cambiammo espressione e di tanto in tanto guardavamo Re Neon e gli altri in agonia; ci sentivamo impotenti.
«Mah … Stavo solo scherzando». Aggiunse l’essere a quattro zampe.
«Bene, prima le presentazioni: io mi chiamo Zuzù e sono un topolino di campagna; aggiungerei anche: uno dei pochi fortunati sopravvissuti al veleno che sistematicamente l’essere umano usa per ucciderci».
Egli fece un attimo di pausa e poi affermò: «Ed ora veniamo al problema: guardate in alto; lo notate quel tappo circolare di colore grigio?». Ci chiese.
Noi annuimmo; poi gli facemmo capire che già avevamo provato a raggiungerlo, ma lui ci fermò subito e asserì: «Non preoccupatevi, ci andrò io. Voi di certo non ci riuscireste».
Zuzù si arrampicò senz’alcuna difficoltà sulla parete scivolosa e si andò a sistemare proprio sul tappo.
Ebbene: lui fece in modo che si aprisse girando su se stesso in senso antiorario, poi fece saltare il coperchio che impediva il passaggio dell’aria nella prigione.
«Ti prego: fallo anche con gli altri». Gli dissi.
Lui accennò un sì e aprì anche gli altri due recipienti che contenevano le lucciole vive.
I recipienti in cui erano stipati i corpi delle lucciole morte non vennero aperti però.
Dopo pochi minuti le facce dei prigionieri ripresero colore e, uno ad uno, si alzarono sulle proprie gambe.
Re Neon si svegliò e quando ci vide chiese: «Dove siamo?».
«Sire, ci hanno catturato i Giganti Rosa; siamo in pericolo: dobbiamo fuggire». Affermò Barlume.
Il Re, non appena udì quelle parole, si levò in volo e con l’aiuto degli adulti trasportò tutte le larve fuori dalla prigione, inclusa Gaia.
Le lucciole vive erano tutte al sicuro, respiravano ed era solo questione di tempo prima che si riprendessero del tutto.
Si avvicinò a noi Zuzù e ci disse: «Siete stati fortunati, se non fossi passato di qui difficilmente l’avreste aperte quelle trappole». Riferendosi ai recipienti chiusi.
«Grazie». Ribadii.
«Ah, non c’è di che; sono sicuro che voi avreste fatto lo stesso. Ma ditemi: come vi allontanerete adesso?». Ci chiese in seguito.
«Come ci siamo avvicinati». Risposi io.
«Hm … Alquanto improbabile». Ribatté lui.
In quell’istante si avvicinò Re Neon e ci rivolse la parola: «Vi dobbiamo tanto. Una volta arrivati alla colonia sarete ricompensati».
«E anche tu». Rivolgendosi a Zuzù. «Avrai sempre la nostra riconoscenza per ciò che hai fatto».
«Ah … Maestà, non si preoccupi, adesso vi dovrete concentrare soprattutto sul come riuscire a scappare di qui». Controbatté il topo.
Re Neon annuì e si guardò in giro, poi osservò le larve che c’erano e bisbigliò: «Sarà un’impresa difficile portare via tutte le larve». E pensieroso continuò a guardarsi intorno.
«Per ora cerchiamo un rifugio, poi penseremo a come fuggire. Anche perché l’alba è vicina». Disse infine Re Neon.
«Venite, vi accompagno in una zona che dovrebbe proteggervi». Propose Zuzù; detto quello s’incamminò dinnanzi a noi e ci portò all’interno di un cubo d’erba secca, lì c’era una spaccatura abbastanza capiente da farci stare tutti.
Ci accomodammo al suo interno e ci sdraiammo comodamente; ma ahimè, le sorprese ancora non erano finite: io, Barlume, Gaia e quattro larve presenti, non avevamo una bella cera e non stavamo affatto bene.
Io non sapevo cosa stesse accadendo, ma le gambe erano divenute molli e non riuscivo a tenermi in piedi; la testa mi girava e sentivo uno strano gusto: non potei fare altro che stendermi e sperare di riprendermi.
Lo stesso fecero i miei compagni; Barlume poi lo vidi accanto a me sudato e sofferente.
Mi faceva male dappertutto e la corazza pareva che mi stesse stretta, a quel punto io non resistetti più: mi addormentai poiché lo stato in cui ero non mi permise di andar oltre.


Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 862; caratteri spazi esclusi 4432; caratteri spazi inclusi 5249; paragrafi 48; righe 87.
Vi saluto tutti.
Ciao.

sabato 30 agosto 2014

L’avventura di Luminos, ottavo capitolo da leggere.


Beh, in compenso su questo capitolo non sono dovuto intervenire … Non ho aggiustato nemmeno una virgola, segno questo che nel precedente capitolo la stanchezza accumulata ha influito sulla sua buona riuscita.
Inutile … È vero che se si vuole un lavoro ben fatto bisogna farlo da solo, ma è anche vero che se il lavoro è tanto ci sono più probabilità di sbagliare; e non c’è cosa più brutta di non fare un lavoro come deve essere fatto.
Insomma; una persona lavora tanto su di un progetto per poi accorgersi che ci sono delle imperfezioni … Io direi che questo tipo di situazione farebbe arrabbiare chiunque; non siete d’accordo con me?
È per questo motivo che sto rileggendo tutti i miei libri, proprio per cercare le imperfezioni e correggerle.
Sto, allo stesso tempo, cercando d’allargare la platea di lettori dei miei romanzi.
Io non sono una persona cui piace apparire, ma sono consapevole che se voglio che i miei libri siano letti devo farli conoscere.
Ogni post, dunque, sarà condiviso su google +.
Viste le numerose difficoltà nel trovare un editore e acquisita la consapevolezza di un’improbabile stampa dei miei libri (la situazione però cambierebbe se io mi decidessi a pagare; eh … In tal caso stamperebbero eccome), non mi rimane altro che farli leggere in questo modo.
A me non dispiace che i miei libri siano letti così, li ho scritti affinché “loro” siano consultati e pertanto non importa in quale modo i lettori ci arrivino, l’importante è che i miei manoscritti non muoiano.
Buona lettura dell’ottavo capitolo:



CAPITOLO 8




Riaprii gli occhi e tutto era scuro, anche fuori c’era buio; quello era il momento di avvicinarsi al rifugio dei Giganti Rosa.
Cercai Barlume, ma non lo trovai; si era già svegliato, dunque mi diressi verso l’esterno della cavità in cui avevamo dormito.
Una volta fuori lo trovai con il naso all’insù.
Quando mi vide disse: «Oh. Ti sei svegliato».
Io annuii e mi avvicinai a lui.
Barlume guardava il cielo e le miriadi di luci che da esso si vedevano.
Ad un certo punto affermò: «Chissà se anche noi riusciremo a conquistarci un posto lassù».
Beh … Barlume lo stava chiedendo alla lucciola sbagliata; io non ero in grado di accenderla quella luce, figuriamoci di aspirare a un posto fra le lucciole che illuminano il firmamento.
Allora ribattei: «Ah … Caro amico mio. Non so dirti, io nemmeno l’accendo la mia luce». Dopo quelle parole feci un sorriso.
«Vedrai; quando sarà il momento lo farai anche tu». Rispose lui per consolarmi.
Ma a me non importava se ci riuscissi o meno, sapevo già che non bisognava fissarsi sulle cose; quando devono capitare esse succedono e basta.
Eppure tutti parevano avere fretta e pretendevano che gli altri si adattassero, come se si dovesse essere tutti uguali.
Barlume mi fece un’altra domanda: «Dove pensi che li tengano prigionieri?».
«Non lo so di preciso; dovremo avvicinarci e scoprirlo». Risposi io.
«E se riproducessero di nuovo la nube bluastra?». Domandò ancora.
«Beh … Quello sarebbe un bel problema. Dovremo cercare di nascondere la nostra presenza». Ribattei.
Dopo aver chiacchierato un po’, annuimmo e ci avviammo verso il grande masso all’interno del quale c’era una strana luce continua.
Barlume ed io ci avventurammo nell’erba alta e devo dire che in quell’istante mi aspettavo chissà quali insidie, ma poi mi dovetti ricredere: deserto; non c’era nessuno.
Io e lui ci accordammo che non si doveva riprodurre alcun lume e procedemmo orientandoci con la luce lunare.
La luce della luna era abbastanza forte da permetterci una buona visione quella sera.
Dopo pochi istanti ci ritrovammo dinnanzi alla cruda verità: il campo era pieno di carcasse d’insetti; di ogni tipo.
Essi giacevano al suolo privi di vita con la bocca spalancata: quella nube li aveva avvelenati.
Dopo un po’ di tempo arrivammo proprio davanti al masso illuminato dall’interno, era dunque giunta l’ora di scoprire dove erano stati imprigionati i nostri compagni.
Io e Barlume cercammo ovunque, ma non riuscimmo a trovare un passaggio per entrare in quel rifugio, poi scorgemmo una specie di luce a noi familiare: il suo colore era giallo-verde; non c’era dubbio: quello era il lume che emettevano le lucciole.
Ci dirigemmo entrambi verso quella luce e varcammo una sorta di buco.
All’interno di quella roccia trovammo una situazione un po’ strana: dentro c’era del legno e un sacco di erba secca; quest’ultima era pressata in enormi cubi accatastati uno sull’altro.
La fine di quei cubi di erba non si vedeva … In alto, sopra dei ripiani di legno, c’erano le prigioni trasparenti: finalmente avevamo trovato le gabbie che cercavamo.
Le gabbie contenevano delle lucciole, ma non vedemmo di chi si trattava.
Gli appoggi di legno erano tuttavia molto in alto e non immaginavamo come arrivarci.
Barlume e io guardammo bene l’ambiente; e arrivammo alla conclusione che quei cubi di erba secca ci avrebbero aiutato nell’impresa: essi portavano proprio all’altezza dei ripiani.
Entrambi ci adoperammo subito per risalirle e non vi dico che fatica …
Dopo un po’ di tempo riuscimmo ad arrivare a metà del percorso; là s’incominciò a vedere chiaramente ciò che c’era nelle prigioni: c’erano in tutto otto prigioni trasparenti su quel ripiano.
Ma non tutte quelle prigioni ospitavano insetti vivi, solo tre recipienti contenevano lucciole deboli ma ancora in vita.
Tra le lucciole vive c’era anche Re Neon, comunque si notava che era allo stremo delle forze; era come se gli mancasse l’aria.
Le lucciole all’interno delle prigioni di vetro erano appoggiate a quelle mura trasparenti e di tanto in tanto boccheggiavano proprio per inspirare più aria possibile.
«Dobbiamo muoverci». Dissi a Barlume.
«Direi proprio di sì». Ribatté lui; e fu allora che salimmo quella ripida formazione di erba secca con più impegno.
Finalmente giungemmo sul ripiano; di lì si vedeva il pavimento della stanza ed era una bella altezza, se fossimo cascati di sicuro saremmo morti.
Ci dirigemmo immediatamente verso la prigione che conteneva Re Neon; assieme a lui c’erano almeno dieci lucciole, fra cui anche Gaia.
Gaia era riversa sul pavimento della prigione, anch’esso trasparente, e non dava alcun segno di vita.
Ci avvicinammo alle pareti e cercammo di attirare l’attenzione di Re Neon, ma di lui non pareva essere rimasto granché: era completamente dimagrito, il viso scavato e lo sguardo spento.
«Niente!». Esclamai. «Non sono coscienti». Infine affermai.
«Bisogna tirarli fuori, prima che muoiano». Disse Barlume.
Provai ad arrampicarmi ma fu tutto inutile: scivolai; le pareti erano viscide e non riuscivo ad avere una buona presa.
Lo stesso fu per Barlume, che sconsolato mi disse: «Siamo spacciati. Non possiamo salvarli». Lui si era arreso …
Io non potevo lasciar morire tutte quelle lucciole, dovevo tentare il tutto per tutto.
Cercai di arrampicarmi muovendo le zampe in modo frenetico, però feci soltanto pochi millimetri di progresso e poi caddi; mi rialzai subito e guardai sconsolato la parete.
D’un tratto un rumore ci disturbò e fu come se udissimo una risata, appena percettibile; poi essa divenne forte, fino a essere fastidiosa.
Una sagoma apparve poco lontano da noi ed era una sagoma dieci volte più grande di una lucciola, condizione quella che ci allarmò: eravamo finiti in un bel pasticcio; cosa era apparso di fronte a noi?
Quell’essere ci stava per attaccare: eravamo in grado di difenderci?
Tutte quelle domande mi frullarono per la testa in una frazione di secondo, ma non feci in tempo a pensare altro: la sagoma uscì dall’oscurità in cui si trovava e una visione piuttosto strana apparve chiaramente.

Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 986; caratteri spazi esclusi 5047; caratteri spazi inclusi 5980; paragrafi 53; righe 96.
Vi saluto tutti.
Ciao.

venerdì 29 agosto 2014

L’avventura di Luminos, settimo capitolo da leggere.



Hm … Nonostante le mie innumerevoli letture del testo ho trovato ancora degli errori.
È vero: scrivere un libro correttamente non è una cosa semplice.
Alcuni dicono che io pretendo molto da me stesso, ma io ho sempre affermato che, se si deve fare un lavoro, si deve fare bene altrimenti meglio lasciar perdere.
Ho reso il capitolo più scorrevole; quello che mi fa arrabbiare, purtroppo, è che sono dovuto intervenire nuovamente su di esso sia dal punto di vista logico, sia dal punto di vista grammaticale e persino sulla punteggiatura.
Spero che sia stata la stanchezza … Me ne renderò conto andando avanti con il lavoro di revisione del testo.
Buona lettura del settimo capitolo:



CAPITOLO 7




Io però, prima di prendere sonno, volevo vedere dove eravamo arrivati: misi fuori la testa dal buco dove avevamo trovato riparo e la scena che mi apparve fu incomprensibile per me.
Il grosso masso era colorato, la parte superiore pareva marrone, mentre quella immediatamente sotto era di colore bianco.
Esso era immerso nel verde e si notavano dei fiori che lo circondavano: c’erano margherite, violette, persino girasoli con il loro colore giallo intenso.
Un campo di grano si vedeva in lontananza e una strana sagoma si trovava al suo interno. Là c’era un essere che assomigliava ai Giganti Rosa coperto di stracci penzolanti; ma non aveva la loro carnagione: essa era marrone.
La sagoma se ne stava immobile sotto un sole cocente e teneva le due braccia scheletriche spalancate.
Io pensai che sarebbe stato saggio tenersi alla larga da quel mostro …
Anche gli uccelli sembravano d’accordo con me: svolazzavano intorno al campo, ma non atterravano.
Lì, di tanto in tanto, si udiva un tonfo assordante, reso ancor più fastidioso dall’eco che si percepiva.
Dopo un po’ di tempo io vidi finalmente i giganti che cercavamo; il loro colore roseo era inconfondibile, per non parlare poi dei versi terrificanti che emettevano.
I giganti sembravano in tanti dentro il masso colorato, infatti, da esso, per mezzo di uno strano marchingegno richiudibile e di colore marrone, uscirono quattro “cosi” rosa.
Io non riconobbi i loro volti, erano molto lontani e stavano correndo per il campo all’impazzata, tenendo uno spesso cordone che era legato a qualche diavoleria la quale volava in alto; talmente in alto che non si vedeva.
La cosa che mi fece sobbalzare, però, fu che da quel marchingegno mobile di colore marrone uscì un altro Gigante Rosa; esso era tre volte più grande di quelli già usciti in precedenza: mastodontico.
Le sue mani erano rosa, ma il volto era di colore verde scuro con grandissimi occhi vitrei e non si vide né la sua bocca, né il suo naso.
Al posto del naso e della bocca c’era un muso allungato e un enorme disco obliquo.
Quell’essere aveva qualcosa sulle spalle; pareva un cilindro di immani proporzioni: al suo interno ci poteva stare l’intera nostra colonia.
Una sua mano reggeva un bastone che luccicava, con l’altra muoveva una leva anch’essa luccicante.
D’un tratto incominciò a comparire una nube di colore blu, la quale si posò sul terreno dove il gigante passava; e, a quel punto, si sentirono chiaramente delle urla d’insetti.
A me parve di sentire versi di lumache, grilli, formiche, vermi, api, zanzare, mosche e addirittura versi di serpenti.
Quegli insetti imploravano aiuto e affermavano che gli mancasse il respiro.
La nuvola avvolse buona parte del terreno ed era molto fitta, tanto da scomparire dopo un bel po’ di tempo dal passaggio del gigante strano.
Il gigante, indisturbato, spargeva la sua nube tossica e lo fece per tutto il perimetro del masso in cui abitava; poi si diresse lontano da quel rifugio e percorse la strada che portava al terreno coltivato.
L’essere si guardò bene però dall’inoltrarsi nel campo di grano dov’era presente la sagoma con le braccia spalancate; “forse perché gli incuteva terrore” pensai.
Quando il gigante finì di percorrere la strada, avendo sparso la nube ovunque, si calmò e non mosse più la leva luccicante che fino a quel momento aveva abbassato e alzato continuamente.
Il bastone grigiastro da cui proveniva la nebbia bluastra fu abbassato e il gigante camminò verso il masso con lunghi passi.
Le richieste d’aiuto dei vari insetti, nel frattempo, si moltiplicarono; fu chiaro che nessuno di loro era in grado di volare: in quel posto non c’era più nemmeno un insetto che solcasse l’aria.
Le lamentele, in seguito, cessarono di colpo e si udirono solamente i versi terrificanti dei giganti minori.
Il mastodonte rosa passò accanto al campo di grano e quasi sperai che il mostro con le braccia spalancate gli si avventasse contro, ma non accadde; ebbi l’impressione che anche il mostro nel campo avesse paura del mastodonte rosa in quel momento … Egli rimase immobile ed esposto al sole.
«Hai visto?». Mi domandò Barlume.
«Certo: quale ferocia». Ribattei io.
«Sono praticamente invulnerabili». Affermò il mio amico.
Io non risposi, anche perché aveva ragione … Di quella moltitudine di voci che imploravano pietà non c’era più traccia e dunque compresi che gli insetti erano tutti morti.
Il mastodonte rosa, armato di una diavoleria luccicante, aveva sterminato intere colonie di insetti in pochi istanti e senz’alcuna fatica.
A quel punto ringraziai che non fosse arrivato fino al sasso dove noi ci eravamo rintanati, guardai Barlume e gli dissi: «Meglio riposare. Questa notte dovremo avvicinarci alla roccia che li ospita».
Barlume annuì ed entrammo nel nostro nascondiglio, ci mettemmo comodi e cercammo di prendere sonno.
Io personalmente non riuscii a dormire subito, ma a quanto vidi neanche Barlume ci riuscì.
La luce di Barlume illuminava ad intermittenza la caverna dove ci eravamo rintanati; era evidente la nostra preoccupazione: stavamo per andare verso la casa di spietati esseri giganteschi a cui sarebbe bastato un niente per polverizzare delle piccole lucciole come noi.
Io volevo dire qualcosa a Barlume, ma avrei solo peggiorato la situazione; non rimaneva che cercare di riposare poiché nella notte il nostro cammino verso il grosso masso sarebbe ripreso.
Dovevamo trarre in salvo sia Re Neon, sia Gaia ed eventuali lucciole ancora prigioniere dei Giganti Rosa …


Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 898; caratteri spazi esclusi 4584; caratteri spazi inclusi 5445; paragrafi 39; righe 88.
Vi saluto tutti.
Ciao.

mercoledì 27 agosto 2014

L’avventura di Luminos, sesto capitolo da leggere.



Ebbene, ecco giunto il momento nel quale due minuscole lucciole decidono di seguire altrettanti enormi esseri per cercar di salvare i loro simili.
La lucciola meno dotata della colonia, colei che non è in grado di accendere nemmeno la sua luce, parte con un suo amico alla ricerca del Re catturato da alcuni giganti.
Come andrà a finire?
Buona lettura del sesto capitolo:


CAPITOLO 6




«Stai scherzando?». Mi chiese Barlume.
«No, per niente». Ribattei io.
In un primo momento guardai verso il posto che occupavamo in precedenza, poi mi rivolsi nuovamente a lui: «La colonia è devastata. Dobbiamo cercare il Re, perché solo lui potrà condurci verso posti più tranquilli».
«Ma non abbiamo speranza contro quei giganti». Affermò lui.
«Lo so. Dobbiamo comunque tentare, poiché non c’è speranza senza il Re». Dissi infine.
Sicuri che i giganti si fossero allontanati, uscimmo dal nostro rifugio e prestammo soccorso a tutti i feriti.
Solo in quel momento mi accorsi che Watt era uscito dal suo nascondiglio e si stava vantando d’aver combattuto contro le quattro possenti braccia dei Giganti Rosa.
A quanto parve riscosse anche molto successo fra le lucciole, poiché fu attorniato dai curiosi che cercavano di capire cosa fosse successo.
Io però sapevo che egli non stava raccontando la verità; avevo visto bene dov’era nel momento dell’attacco: tremava come una foglia e si proteggeva la testa con le sue quattro braccia.
Ma ciò non era importante, adesso dovevamo cercare il modo di riportare indietro Re Neon.
In quel momento feci cenno verso Barlume e gli chiesi: «Mi accompagni?».
«Luminos è una follia. Ragiona …». Ribatté lui.
Io sospirai e poi m’incamminai verso l’esterno della colonia.
«Aspetta!». Udii; e Barlume mi raggiunse. Quando fu abbastanza vicino disse: «Ci farai uccidere, ma come faccio a non accompagnarti: siamo cresciuti assieme».
Sul suo volto apparve un sorriso, quel sorriso che avevo sempre visto nel momento del bisogno; l’unica dimostrazione di gentilezza cui ero abituato.
«Sono contento che il mio miglior amico sia con me in questo viaggio». Feci presente.
«Proprio perché sono il tuo miglior amico sono obbligato a seguirti. Non immagino cosa combineresti senza di me. Tu e la paura siete distanti miglia, quindi chissà in quali guai ti cacceresti se non ti frenassi». Disse lui, poi abbozzò una risata.
Barlume ed io passammo proprio vicino al posto dove Watt stava vantandosi; con lui c’erano tutti i suoi compagni.
Io non lo salutai nemmeno poiché ero immerso nei miei pensieri, ma fu lui a richiamare la mia attenzione.
Questa volta però, lo fece con un disprezzo che mai prima d’ora aveva mostrato: «Ehi; perdente. Dove stai scappando?». Mi domandò.
Mi girai verso di lui, quasi volevo gridare a tutti quello che aveva fatto durante l’attacco dei Giganti Rosa … Fui però anticipato da Barlume.
Il mio compagno gli rispose: «Continua … Continua pure a comportarti da larva; prima o poi le lucciole ti vedranno per quello che sei: un fifone e arrogante».
Barlume lo disse continuando a camminare e probabilmente Watt e i suoi amici nemmeno la sentirono quella risposta.
Io vidi solo che, imperterriti, continuavano a ridacchiare e raccontavano ciò che avevano fatto.
Sentii addirittura che si vantavano d’aver ferito una delle quattro braccia; secondo ciò che stavano dicendo era per quel motivo che si erano ritirati i giganti.
Io dondolai la testa in segno di dissenso, ma avevo cose ben più importanti da fare in quel momento.
Barlume e io proseguimmo dunque verso l’esterno della siepe e, una volta fuori, cercammo di seguire le tracce lasciate dai Giganti Rosa, ma non vedemmo nulla: era tutto scuro in quel luogo.
D’un tratto la luce che Barlume emanò ci fece vedere dell’enormi tracce scavate nel terreno.
Le tracce erano ovali e profonde almeno due centimetri; eravamo sicuri che quei segni sul terreno in precedenza non c’erano.
«Queste sono state lasciate sicuramente da quegli esseri». Affermò Barlume.
Io mi avvicinai ed altro non potei fare che dargli ragione.
«Cosa potranno mai essere quest’enormi tracce». Pensai ad alta voce.
«Cosa vuoi che siano: le orme delle loro zampe». Ribatté il mio compagno.
Entrambi sospirammo, ci guardammo e dicemmo contemporaneamente: «Andiamo».
In quell’istante ci avviammo lungo la strada, seguendo le tracce lasciate dai due giganti.
Non risultò facile però stare dietro a quelle tracce; di per sé erano un ostacolo faticoso da passare …
Cercammo di evitare quelle orme, ma non fu facile in quanto erano talmente estese che aggirarle ci avrebbe portato via il triplo del tempo.
Barlume e io capimmo che era più conveniente scendere al loro interno, attraversale, per poi risalire e continuare così fin quando non avessimo raggiunto il posto in cui si trovavano quei giganteschi esseri.
Dopo un paio di ore la stanchezza cominciò farsi sentire; per quanto potessimo impegnarci, comunque risultava un’impresa troppo difficile per noi.
«Ci fermiamo?». Chiese Barlume.
«Non possiamo. Dobbiamo continuare». Risposi io.
«Ma almeno riesci ad immaginare dove siano andati quei colossi?». Chiese.
«No. Ma penso di sapere dove sia il loro rifugio». Dissi.
«Eh?». Domandò ancora Barlume, non capendo ciò che avevo voluto dire.
«Guarda lì davanti». Ribattei.
Io già guardavo dinnanzi a noi, lui rivolse il suo sguardo dove gli avevo indicato e anch’egli notò un’enorme pietra di cui non si riusciva a vedere la fine.
Quella pietra riuscimmo a vederla grazie alla luce lunare che quella sera illuminava più delle altri notti.
«Che cos’è?». Disse a bocca aperta Barlume.
«Non lo so». Risposi io ancor più stupito.
«Qualunque cosa sia, dobbiamo raggiungerla. Ma oserei dire che pare il loro rifugio». Affermai subito dopo.
«Hai ragione. È talmente grande che non immagino a cos’altro serva, se non a contenere dei Giganti Rosa». Asserì Barlume.
Dopo qualche attimo d’incertezza, ci incamminammo verso quell’enorme masso e man mano che ci avvicinavamo notavamo che non era una pietra come tutte le altre, ma pareva avere una forma diversa.
Entrambi notavamo delle sporgenze strane; esso non era tondo, ma rettangolare: precisamente un cubo …
Io e barlume ci avvicinammo sempre più, fino ad arrivare in un prato con dell’erba alta almeno cinque centimetri; per noi, quell’erba, rappresentava un ostacolo faticoso e, temendo che in quella foresta ci potessero essere pericoli d’ogni genere, decidemmo di riposare.
Era ormai passato molto tempo dalla nostra partenza ed avevamo camminato ininterrottamente; c’era bisogno di dormire.
Approfittammo di una pietra non distante dal prato, fra essa e il terreno c’era una sorta di fenditura: c’entrammo e, constatato che non c’era pericolo al suo interno, ci mettemmo comodi; appena in tempo: il sole albeggiò.


Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 1018; caratteri spazi esclusi 5325; caratteri spazi inclusi 6289; paragrafi 57; righe 105.
Vi saluto tutti.
Ciao.

martedì 26 agosto 2014

L’avventura di Luminos, quinto capitolo da leggere.



Ho finito di sistemare anche il quinto capitolo.
Buona lettura:



CAPITOLO 5





Giungemmo nel piazzale dove il Re ci avrebbe parlato; c’eravamo proprio tutti …
Il Re, dopo poco, si affacciò al balcone reale: Neon era una lucciola molto robusta; avvolta nel suo mantello rosso con una pelliccia bianca all’estremità, si espose sul davanzale.
Egli iniziò poi il suo discorso: «Miei sudditi …».
«Viviamo tempi difficili, giorni in cui le difficoltà si moltiplicano e nuove minacce si affacciano all’orizzonte».
In mezzo alla moltitudine di larve e lucciole adulte non si udiva alcun rumore, tutte erano concentrate su ciò che ci stava annunciando; in verità anch’io non potevo fare a meno di ascoltare quello che ci stava dicendo.
Il Re continuò imperterrito a parlarci: «L’essere che ci  ha attaccati costituisce motivo di preoccupazione per tutta la colonia». Egli poi guardò ancora una volta lo spiazzo dove noi ci eravamo raccolti.
Il suo mento era sporto in avanti e con arroganza aveva messo i pugni chiusi sul bacino, poi gonfiò il petto come se avesse raccolto tutta l’aria che aveva in corpo.
La figura del Re era immersa in addobbi di cui era pervaso quella specie di balconcino, là c’era anche lo stemma reale: una lucciola disegnata su di uno straccio bianco, il quale emanava un accecante bagliore giallastro.
La bandiera sventolava spinta dalla brezza estiva che quella sera era decisamente fastidiosa.
Le violette, invece, scendevano dal balcone riunite in ghirlande e l’intreccio di colore viola e bianco, per via del lume che tutte quelle lucciole emanavano, era uno spettacolo impressionante.
Il balcone era a circa dieci centimetri dal terreno ed era al terzo piano del palazzo reale interamente scavato nella roccia.
Il rumore dell’acqua si udiva più forte che mai, forse perché quel giorno c’era un unico essere che parlava e dunque la sua voce non copriva il frastuono dell’acqua.
Il Re era attorniato dalla guardia reale, ben dieci fra le più valorose lucciole adulte, anch’esse armate di tutto punto e pronte a dar battaglia a eventuali malintenzionati.
«Ascoltate!». Tuonò il Re d’improvviso. «Non ci è più permesso rimanere in questa zona. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo migrare in posti tranquilli; lontani dai mostri Rosa».
Dalla folla salì un verso di sorpresa per quelle affermazione e il Re fece cenno di tacere.
Quando ritornò il silenzio, lui spiegò: «Colui che noi abbiamo visto ieri sera non è nemmeno un adulto di quella specie. Per di più non ha usato le sue armi contro di noi. È sicuro che sono persino in grado di sollevare un polverone blu, che se respirato uccide immediatamente».
A quel punto fu chiaro che era un problema al quale non potevamo porre rimedio: dovevamo fare ciò che il Re ci aveva detto.
Mi venne quasi da sorridere osservando lo spettacolo di quelle luci ad intermittenza: immaginate un posto buio e le luci giallo - verde che lampeggiano ininterrottamente … Uno spettacolo!
C’erano lucciole adulte che volavano, e dunque diffondevano il lume a mezz’aria, e lucciole femmine che riproducevano luci fisse e ricoprivano buona parte dello spazio sul terreno.
Infine c’eravamo noi larve, alcune avevano luci intermittenti, altre luci fisse: c’era un intreccio di luci ed oscurità veramente affascinante.
Ma le sorprese per la colonia ancora non erano finite: il terreno iniziò a vibrare e un verso si udì assordante, talmente acuto che ci costrinse a tapparci le orecchie.
Tutt’intorno a noi la siepe iniziò a muoversi e apparve nuovamente quella scena, la stessa di cui eravamo stati testimoni la sera precedente.
Delle mani enormi si abbatterono al suolo e talvolta schiacciavano le lucciole che in precedenza stavano ascoltando il discorso del Re.
«VIA TUTTI!». Urlò Re Neon.
Io guardai Barlume preoccupato …
Anche lui pareva spaventato da quella situazione, ma ci facemmo coraggio e cercammo di allontanarci: qualunque cosa stava accadendo, lì non eravamo al sicuro.
Decidemmo di ripararci all’interno dei rifugi scavati nelle rocce e ne trovammo uno proprio là vicino.
Da quel posto riuscimmo a vedere tutto quello che stava accadendo: c’erano quattro braccia di colore rosa che stavano scuotendo il terreno come si fa con un albero di ciliegie.
Due mani stringevano un recipiente trasparente, lì venivano rinchiuse le lucciole che avevano la sfortuna di capitare sulla loro traiettoria.
I barattoli venivano subito richiusi con un tappo di materiale sconosciuto, in modo che le lucciole intrappolate non potessero più uscire.
Io vidi anche ciò che non avrei mai voluto vedere: Gaia venne catturata; stavo quasi per accorrere in suo aiuto, che venni bloccato da Barlume.
«Cosa pensi di poter fare?». Mi domandò.
Io lo guardai, ma non potei rispondere a quella domanda; aveva ragione: ero talmente piccolo in confronto a quelle braccia che sarei senz’altro morto se fossi uscito dal nostro nascondiglio.
Guardai Gaia intrappolata in quella prigione trasparente e mi accorsi che anche Re Neon venne catturato allo stesso modo.
La colonia era stata attaccata da due esseri enormi …
Quando le luci delle lucciole calarono d’intensità, si calmarono stranamente anche le due braccia; pareva che non avessero più intenzione di continuare il loro attacco, infine si ritirarono lasciando il campo libero.
A terra c’erano un sacco di lucciole immobili, mentre altre, tremolanti, non riuscivano nemmeno a fare un passo.
Tutte le lucciole avevano spento il loro lume, ma nonostante la scomparsa delle luci si riusciva lo stesso a vedere cosa stava accadendo.
Vidi anche Watt; si era rifugiato sotto una pietra con i suoi amici e non aveva nemmeno tentato di salvare Gaia, anzi: la scacciò dal nascondiglio perché non c’era posto per tutti; un vero comportamento da vigliacco.
Watt tremolava ininterrottamente e non riusciva a muoversi … Poi la mia attenzione fu attirata da quelle due enormi sagome: illuminate dalla luce che filtrava attraverso le prigioni trasparenti, guardavano il loro bottino.
I due giganti riprodussero un verso incomprensibile e si allontanarono, provocando il solito tremore del terreno.
Io mi girai verso Barlume e dissi: «Dobbiamo seguirli».
La faccia del mio amico divenne scura, si intravide chiaramente che stava per dirmi qualcosa.


Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 989; caratteri spazi esclusi 5153; caratteri spazi inclusi 6100; paragrafi 44; righe 97.
Vi saluto tutti.
Ciao.

lunedì 25 agosto 2014

L’avventura di Luminos, quarto capitolo da leggere.



Vorrei chiedervi cosa pensate della storia che state leggendo, ma so bene che essendo una storia rivolta ai bambini difficilmente potrebbe attirare l’attenzione di un adulto.
Poco male … La storia è stata pensata per essere letta appunto dai bambini.
Tuttavia … Se il lettore in questione è un lettore al quale piace la lettura, egli non si farà alcun problema a leggere persino una storia che all’apparenza sembra poco adatta agli adulti.
È una storia singolare, in cui un minuscolo insetto (la lucciola) si trova a fronteggiare uno spietato gigante che va oltre la sua comprensione.
Ho scelto di narrare di una lucciola perché è da lungo tempo che non ne vedo una e, facendo molte ricerche per poter scrivere il libro, ho anche appreso che questo tipo d’insetto è a rischio estinzione.
L’uomo, con l’uso di DDT e altri tipi di pesticidi, sta uccidendo lumache e lucciole.
Le lumache infestano gli orti e attaccano l’insalata, dunque, se si vuol raccogliere qualcosa, bisogna eliminarle.
La lucciola si ciba di lumache e se quest’ultime sono eliminate, di rimando anche loro non avranno di che sfamarsi (si potrebbero usare le lucciole come arma biologica contro le lumache, anziché il DDT o altro, in questo modo si preserverebbe la specie).
Non che la lucciola sia un insetto mansueto, infatti, come il libro cita, è un predatore e uccide le lumache forando il loro involucro e iniettando un veleno che liquefa letteralmente la povera lumaca.
Alla lucciola, in forma di bruco, non rimane altro che bere …
Perché ho scelto una lucciola come protagonista?
Il motivo principale è che non esistono storie sulle lucciole, io non ne ho letta mai una e non conosco nessun autore che ne abbia narrato.
Poi ci sono moltissime altre ragioni per le quali io ho voluto scrivere questa storia; ma chi di voi non è rimasto incantato, da bambino, nei mesi estivi, a guardare interi campi invasi dalle lucciole le quali riproducendo le loro luci intermittenti hanno fatto sì che un alone poetico calasse su tutto quel campo.
C’è chi afferma che la presenza delle lucciole sia la conferma della non contaminazione dei posti in cui esse albergano.
Purtroppo … Io non le vedo più da molto tempo, anche nei campi dove prima erano in tante; brutto segno questo vero?
Buona lettura del quarto capitolo:



CAPITOLO 4





Il mio risveglio fu brusco: mi alzai e c’era ancora la luce.
Il caldo torrido di quei giorni pareva insopportabile, fortuna che avevamo una riserva d’acqua pressoché illimitata.
Io non riuscii più a prendere sonno, guardai Barlume dormire beatamente e un po’ lo invidiai; comunque era comprensibile la sua tranquillità, lui non era stato preso in giro.
Ma in fondo, ripensandoci, che importava di quello che dicevano gli altri; io sapevo quanto valevo e sapevo anche che non si deve dimostrare nulla a nessuno, ma soltanto a se stessi.
Assorto nei miei pensieri non mi accorsi che la luce stava lasciando il posto all’oscurità: stava arrivando un’altra notte, probabilmente di lavoro, durante la quale ci sarebbe stata un’altra battuta di caccia.
Barlume in quell’istante si risvegliò e sbadigliò.
Mi vide sveglio e mi chiese: «È tanto tempo che sei in piedi?».
«Da un bel po’». Risposi io.
«Beh … Suppongo sia ora di andare al raduno». Asserì sbadigliando; si alzò, si lavò la faccia e si avvicinò a me.
«Prendiamo il necessario e raggiungiamo i compagni». Propose.
Io annuii e facemmo ciò che aveva detto.
Arrivati al punto di raccolta, vedemmo meno gente del solito; molti erano scomparsi la sera prima: c’erano dieci sole lucciole in quel posto.
Tutta la cricca di Watt stava lì a guardarci, poiché eravamo nuovamente gli ultimi arrivati, ma io nemmeno ci feci caso a loro; ormai ero totalmente indifferente.
Una voce però richiamò la nostra attenzione: «Allora!». Esclamò. «È ora di presentarsi?». Chiese infine.
Dopo mille scuse io e Barlume riuscimmo a rientrare nel gruppo schierato da tempo sul terreno.
Come al solito Watt e i suoi amici risero per quel rimprovero che ci eravamo beccati …
Quando l’istruttore ci vide composti iniziò a parlare: «Dunque, giovani larve». Ci disse.
Non era il nostro istruttore, ma una burbera lucciola adulta che era famosa in tutta la colonia per la sua severità.
Ci fece il solito discorso: “sono il vostro nuovo istruttore, ci disse il nome e fece una lista di riconoscimenti che gli erano stati conferiti”.
E bla, bla, bla, bla … Ad un certo punto non lo sentii più.
Io ero attirato dalla figura di Gaia: imperterrita stava accanto a Watt e pareva quasi stregata dalla sua presenza.
Bah; chissà cosa ci trovava in lui …
Barlume mi diede una piccola gomitata e fu allora che sentii la voce del nuovo istruttore che mi chiamava.
Uscii subito della fila. «Arrivo». Dissi.
Mi affiancai a lui e quest’ultimo guardò dapprima me, poi il resto della compagnia.
«Guardatelo». Disse agli altri.
A quel punto io lo fissai con aria stranita.
Gli altri sogghignavano, persino Gaia trattenne a fatica il suo sorriso.
L’unico che non fece una piega fu il mio fidato compagno Barlume.
«Perché si è salvato dall’attacco del ciclopico essere ieri sera?». Domandò l’istruttore al resto della classe.
Dapprima nessuno rispose, poi Watt ribatté: «Si sarà sicuramente nascosto».
«Assolutamente». Controbattei io.
«Non stavo riproducendo alcun segnale luminoso, ma ero a pochi passi da voi». Affermai.
«Ehm … Non è una novità che tu non funzioni». Disse una voce che proveniva dal gruppetto, poi scoppiarono a ridere.
«Smettetela!». Esclamò l’istruttore.
Tutti si calmarono e non si sentì nemmeno un fruscio nell’aria da quel momento in poi.
«Ve lo dico io perché si è salvato». Asserì in un primo momento l’adulto, poi continuò: «L’essere che ci ha attaccato non l’ha visto proprio perché Luminos non aveva i segnali luminosi accesi. Il fatto che non ha acceso la sua luce gli ha salvato la vita».
Dopo quelle parole si fermò un attimo e guardò con aria severa tutto il gruppo.
Poi, d’un tratto, la sua voce si sentì nuovamente: «Imparate: ci sono momenti in cui è consigliabile nascondere la nostra presenza, altri in cui è necessario. Questa esperienza vi avrà certo insegnato che quando il nemico è più forte di voi in potenza, bisogna agire d’astuzia».
Si fermò nuovamente e guardò tutto il gruppo; fissò le facce di tutte le lucciole in quel momento.
«Celate la vostra presenza e mimetizzatevi con l’ambiente: è l’unica possibilità che si ha quando si affrontano quei mostri». Disse con pacatezza.
I nove dinnanzi a noi annuirono e anch’io feci la stessa cosa.
L’istruttore mi fece cenno di rientrare al posto che occupavo prima e, quando arrivai lì, lui riprese il discorso: «Vi starete chiedendo chi ci ha attaccati ieri sera».
Tutti annuimmo.
«Bene». Disse lui. «Quel ciclope noi lo chiamiamo Gigante Rosa. Un mastodontico essere che non ha rivali nel mondo degli insetti. Possiede una forza mostruosa, è spietato, distrugge tutto ciò che tocca ed uno di loro sarebbe capace di annientare l’intera colonia in pochi minuti se lo volesse».
Noi rimanemmo pietrificati da quella spiegazione, mai avevamo sentito parlare di questi giganti di colore rosa; ma le parole che stavamo per sentire ci avrebbero agitato ancora di più di quanto già non lo fossimo.
«Pensate che colui il  quale ci ha attaccati altri non è che un cucciolo di quella specie. Ah … Vi assicuro che un adulto è tre volte più grande ed altrettanto letale». Affermò l’istruttore.
«Ma perché ci ha attaccato?». Chiese Gaia.
«Beh … Non lo sappiamo di preciso. Siamo solo in grado di formulare delle ipotesi. Potrebbe darsi che abbiamo invaso il suo territorio, oppure che si cibi di noi; magari ci colleziona solamente». Fu la sua risposta.
Le nostre bocche erano spalancate; che possibilità avremmo mai avuto contro un portento della natura simile?
Noi lucciole talmente piccole nei suoi confronti, lui mastodontico; eppure ci aveva attaccati con tale ferocia da farmi quasi pensare che avesse timore di noi.
L’adulto riprese a parlare: «Alcuni si sono spinti nella zona proibita da Re Neon; ed è lì che hanno raccolto informazioni sul loro conto. Quelle informazioni sono custodite nella fortezza dove risiede il nostro sovrano e non sono accessibili a tutti, ma da quello che è trapelato pare che si nutra anch’esso di lumache. È per questo che abbiamo proibito a tutte le lucciole di attraversare quella zona».
«Ma non eravamo nella zona vietata». Affermò uno di noi.
«È questo che ci preoccupa. Infatti quest’oggi Re Neon ci farà un discorso, parole volte a metterci in guardia verso di loro; a quanto pare cambieremo zona di caccia proprio per evitarli». Asserì infine.
Una cosa l’avevamo capita: quella grossa bestia rappresentava un pericolo per noi; sarebbe stato meglio tenersi alla larga da lei.


Il testo che avete appena letto è così costituito: parole 1067; caratteri spazi esclusi 5343; caratteri spazi inclusi 6356; paragrafi 56; righe 105.
Vi saluto tutti.
Ciao.