La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

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Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

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Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

giovedì 14 agosto 2014

19° capitolo da leggere (Maximilian Arlstain – i due mondi –).



E allora (il 20° è l’ultimo capitolo del libro) … Ci siamo quasi eh?
Il primo libro che ho scritto sta per essere pubblicato integralmente sul blog rendendo così, di fatto, il blog un libro stesso.
Ora … Io sono consapevole che ci vorrà ancora molto lavoro sul testo, questo non lo nego, ma so anche che su di esso ho fatto già un immane lavoro il quale non potrebbe essere spiegato facilmente.
Le ore di lavoro sul testo non le ho contate più e sarebbe impossibile darvi un numero preciso, sappiate però che sono svariate migliaia le ore che ho dedicato a Maximilian Arlstain.
Il 19° capitolo …
È uno dei capitoli fondamentali per la saga, in esso leggerete di esseri arcani e diabolici, formule strane, ambientazioni particolari ecc.
Non è certo il caso, però, di dilungarmi in un’introduzione perché questo capitolo è uno dei più grandi del libro.

Or dunque, tenendo ben a mente che questo è un lavoro fatto da una sola persona, buona lettura del 19° capitolo di Maximilian Arlstain – i due mondi –:





CAPITOLO 19
       ATTACCO ALL’ASILUM


Astral e Wotan, assieme a numerosi maghi bianchi, erano appostati sulle mura di cinta.
Essi aspettavano di scorgere un segnale che indicasse loro da dove sarebbe arrivato l’attacco.
Astral chiese a Wotan: «Dai ricognitori nessuna notizia?».
La risposta non fu delle più confortanti: «Nessuna. E non solo: abbiamo perso i contatti con loro da parecchio».
Il mago espresse le sue preoccupazioni: «Probabilmente sono stati colti di sorpresa, non avranno avuto il tempo di avvisarci». Poi fissò tutti i presenti e nei loro volti riconobbe la paura e la preoccupazione per quanto stava per avvenire.
Nella postazione opposta, un altro gruppo di maghi bianchi attendeva di scorgere quel segnale che tutti si aspettavano da un momento all’altro.
Dian e Loky si fissavano l’un l’altro; Loky provò a infondere coraggio in tutti i presenti.
Anch’egli aveva notato che i maghi bianchi al suo fianco erano timorosi e allora disse: «Stiamo per affrontare un grosso pericolo, questo non lo nego. Tuttavia, se dovessimo riuscire nella difesa dell’Asilum otterremo quello che tutti i nostri avi fino a questo momento hanno solamente sognato: relegheremo gli esseri magici finalmente nell’altro universo e non potranno facilmente trapassare come avveniva in passato. Vi ricordo che fino a pochi mesi fa non eravamo nemmeno in grado di scovare dove si trovasse il loro passaggio per accedere al nostro mondo. Noi non solo l’abbiamo scovato, ma siamo stati capaci di distruggerlo precludendo la loro libera entrata; pensate cosa succederebbe se tutti gli esseri fossero sconfitti qui: saremo finalmente liberi di vivere la nostra vita senza preoccuparci di un loro attacco imminente. Allora io qui vi dico: annientiamoli resistendo con tutto il nostro potere, applichiamo tutto quello che abbiamo imparato in questi anni e proteggiamo le persone a noi care».
Tutti i presenti sembrarono rinvigoriti dal discorso che il maestro gli aveva appena fatto e allora, decisi a respingere l’orda d’invasori che si accingeva ad attaccarli, incominciarono ad armarsi con le proprie spade elementali.
Nel riparo dove Brot e gli altri maghi stavano aspettando l’imminente arrivo dei nemici, c’era un gruppo consistente d’uomini che scrutava l’orizzonte in cerca di qualche segnale.
Brot con la sua stazza poderosa si distingueva in mezzo a tutti e dopo aver rivolto la testa verso il nord, come se si fosse accorto della posizione dei nemici, disse a tutti i presenti: «Fate attenzione, sento molte presenze provenire dal nord, anzi: l’attacco arriverà quasi certamente da quel lato. Comunicate quest’informazione ai vostri compagni». Poi rivolgendosi verso Drenk e Asdar esclamò: «È ora! Andiamo alle postazioni concordate».
Tutti i presenti si dileguarono in fretta e furia.

Sul soffitto dell’accademia:

Chaman, Maximilian ed Hamza, anch’essi trepidanti per gli avvenimenti cui avrebbero assistito, si guardavano attorno.
Maximilian avvisò i compagni che quelle sagome precedentemente avvistate s’incominciavano a muovere in direzione dell’Asilum e proprio in quell’istante in cielo si videro enormi palle di fuoco che precipitavano verso il centro abitato.
Il primo ad accorgersene fu Chaman, che richiamò l’attenzione dei compagni: «Oh … Cavolo. Ragazzi: sopra le nostre teste!».  Il bambino fece poi segno verso l’alto ed assunse un’espressione impaurita.
Hamza e Maximilian alzarono lo sguardo e videro uno spettacolo meraviglioso, ma che sapevano essere mortale.
Ebbero appena il tempo di accennare una reazione che le palle infuocate incominciarono a collidere contro il terreno e alcune colpirono molte case.
Del fumo nero si alzò verso il cielo e lì, in prossimità degli incendi, accorsero delle persone per spegnere le fiamme.
Ma ancora non era finita: in cielo comparvero delle nuove sfere infuocate che si dirigevano velocemente verso l’Asilum.
Una voce, però, echeggiò prepotentemente: «Elementum aqua: precor stilus tutela!». La voce era quella di Astral e quando finì di pronunciare quella formula, un’enorme semisfera d’acqua ricoprì tutto l’abitato, facendo in modo che le sfere infuocate ci andassero a sbattere contro vaporizzandosi all’istante.
La barriera subito dopo svanì e dal bosco che si trovava a nord s’incominciarono ad intravedere le prime creature che bramose di sangue si accingevano a caricare verso le mura dell’Asilum.
In quella direzione vennero scagliati vari incantesimi: di terra, di fuoco, d’acqua e di aria. Molti esseri magici caddero sotto i colpi degli incanti, ma il loro numero era talmente consistente che quelle magie, anche se efficaci, non bastarono a fermare la loro corsa.
Una moltitudine di maghi bianchi, tra cui  s’intravedevano il maestro Astral e il maestro Wotan, si gettarono verso quegli esseri sanguinari; tutti quei maghi bianchi brandivano le proprie spade elementali.
L’incontro dei due schieramenti diede vita a un fenomeno che somigliava tanto al cozzare di due onde le quali forti della loro potenza non temevano confronto.
La battaglia infuriò in modo selvaggio tant’è che i ragazzi non riuscirono a distinguere i maghi bianchi dagli esseri che li avevano attaccati.
Alcuni maghi bianchi continuarono a scagliare incanti elementali verso gli invasori, cercando di fare strage di quelle creature e rendere il compito dei maghi andati loro incontro più agevole.
Wotan, armato della sua spada di elemento aria, combatteva con estrema decisione.
Gli aggressori però erano altrettanto decisi; tra loro c’erano esseri di tutte le specie fin’ora conosciute: Lupocarni, Foglionchi e Boschivi.
Anche Astral con la sua spada di luce si faceva onore; sotto i suoi colpi caddero numerosi esseri magici, ma lo svantaggio numerico incominciava a pesare e in quel momento, dall’Asilum, una seconda ondata di maghi si diresse verso il campo di battaglia.
Dian e Loky capeggiavano quel nutrito gruppo di maghi.
I maghi della seconda ondata giunsero velocemente in soccorso dei loro compagni, anch’essi come gli altri maghi che li avevano seguiti erano armati con spade elementali.
In quell’istante il predominio sul campo di battaglia fu dei maghi bianchi, ma gli esseri magici avevano predisposto anch’essi una seconda ondata …
Questa volta, insieme ai soliti esseri mostruosi, fecero la loro comparsa delle enormi cavallette pari a tre volte le dimensioni di un uomo.
Esse avevano occhi grandi e neri con un particolare reticolato che si scorgeva al loro interno, delle lunghe zampe anteriori che gli permettevano di spiccare degli enormi balzi e su di esse vi erano protuberanze appuntite usate per speronare qualsiasi cosa si trovasse sul loro cammino.
Il loro ventre era di colore giallo chiaro, il dorso invece era verde scuro.
Dal dorso, di tanto in tanto, venivano fuori dell’enormi ali che permettevano loro di alzarsi in volo momentaneamente, aiutandosi nel salto.
La cosa che colpì i ragazzi che stavano osservando dal tetto fu la bocca di quelle cavallette abnormi: si scorgevano infatti più fila di denti aguzzi e una lingua rossa fuoco biforcuta che era usata dalle cavallette come una frusta.
Ogni persona che veniva colpita da quelle lingue rimaneva paralizzata e poi diveniva cenere; quella lingua sembrava cosparsa di veleno.
Gli equilibri si erano di nuovo spostati a favore degli esseri sanguinari desiderosi di annientare tutto quello che trovavano sulla loro strada.
Astral lanciò uno dei suoi incanti: «Lux lucis!». Esclamò il mago.
Una intensa luce partì dal suo corpo per colpire tutti i nemici sul campo, i quali rimasero accecati dall’enorme lucentezza della magia fatta.
Il maestro Wotan ne eseguì subito un’altra: « Elementum iunctus: aqua, ventus;  fulgur, da caelo tangior!».
Un vortice d’aria e acqua apparve nel cielo e da esso partirono numerosi fulmini che si abbatterono sui nemici decimandoli.
Un ruggito in lontananza però, fece presagire che presto sul campo di battaglia si sarebbe rivisto Melkore e subito dopo riapparvero nel cielo ancora le sfere infuocate che si diressero questa volta verso la zona della battaglia.
Si stavano quasi per schiantare al suolo quando furono tutte distrutte da altrettante sfere di fuoco che andarono a collidere contro di loro; un’altro ruggito, questa volta proveniente dall’Asilum, fece la sua comparsa sul campo di battaglia.
I maestri riconobbero a chi apparteneva quel ruggito: era Brot che si opponeva al fratello.
Le sagome dei draghi furono ben visibili ai lati opposti degli schieramenti e dopo aver ruggito ancora una volta si precipitarono l’uno verso l’altro.
Melkore lanciò una fiammata che dalla sua bocca si diresse verso il drago d’acciaio, il quale per difendersi rispose lanciando un getto poderoso di ghiaccio che collidendo con quello di fuoco produsse un’enorme nube di vapore la quale quasi oscurò tutto il campo di battaglia.
Quando la nube svanì si videro i due draghi avvinghiati l’uno all’altro; entrambi cercavano di azzannarsi a vicenda senza peraltro riuscirci.
I due esseri si pareggiavano in forza e nessuno di loro riusciva ad avere la meglio sull’altro.
Brot nel contrastare la forza del fratello si pose con il viso di fronte a quello di Melkore e volle cercare di parlargli per un’ultima volta: «Melkore!». Esclamò il drago d’acciaio. «Eri destinato a guidare la nostra razza contro i maghi neri fino al loro completo annientamento e adesso guardati: sei il loro animale domestico. Quando loro non avranno più bisogno di te credi che saranno così pietosi nei tuoi confronti?». Infine gli chiese.
Melkore spalancò le sue fauci e tentò di azzannare Brot che lo bloccò dandogli un colpo con la sua coda.
Il drago oscuro guardò negli occhi il fratello e ribatté: «Adesso è tempo che questo finisca. Tutti voi perirete qui e non avrò nessuna pietà; il Dragonkin subirà la vostra stessa sorte e nessuno lo potrà salvare».
I due draghi si staccarono facendo un balzo indietro, si appiattirono con la parte anteriore del loro corpo verso il terreno ed entrambi ancora una volta si attaccarono tramite getti di fuoco provenienti dalla loro bocca.
Quando furono in grado di potersi parlare nuovamente, Brot ribadì: «Dunque fratello, non esiste possibilità di farti cambiare idea». E scuotendo la testa infine chiese: «Come può un valoroso drago sottomettersi alla volontà di coloro che ci hanno quasi sterminato? L’ultima femmina della nostra razza è stata soppressa senza alcuna pietà proprio da quegli esseri; e tu ti inchini al loro passaggio … Mi dispiace fratello: in te non è rimasta nemmeno una briciola dell’antico spirito dei draghi; altro non sei che un essere spietato».
Brot si avventò sul fratello con tutta la sua possente mole, questa volta il suo colpo andò a segno e Melkore venne spinto lontano, lasciando nel terreno con cui collideva gli evidenti segni del suo passaggio.
Intanto, nella mischia, i maestri che avevano preso parte alla battaglia erano in palese difficoltà.
Dian era impegnato a fronteggiare i numerosi esseri che sembravano moltiplicarsi all’infinito; egli gridò a Loky: «SONO IN TROPPI! SE NON RIUSCIAMO A INVENTARCI QUALCOSA, NON AVREMO SCAMPO. QUELL’ENORMI CAVALLETTE STANNO FACENDO STRAGE DEI NOSTRI COMPAGNI!».
Loky, liberatosi del boschivo con cui stava combattendo, si avvicinò tempestivamente a Dian, ponendosi spalla contro spalla con il compagno, e mentre si difendevano l’un l’altro gli rispose: «Abbiamo ancora i nostri compagni rimasti nell’Asilum come terza ondata, ma se si unissero alla battaglia e venissero schiacciati l’Asilum rimarrebbe senza difese; totalmente sguarnito …».
In quell’istante un urlo orribile e disumano si udì in tutto il campo di battaglia.
Lo sguardo dei maghi si rivolse verso l’alto.
Un cavallo alato fatto interamente di fumo nero solcava i cieli dell’Asilum ed era cavalcato da Pectumatra.
Il mago nero brandiva la sua bacchetta, dalla quale traspariva una sostanza rossiccia che sembrava sangue.
Egli era vestito con una tunica nera ed era incappucciato, in modo da non far trapelare il suo vero aspetto.
Pectumatra incominciò ad agitare quel putrido bastone che lasciava un alone oscuro quando veniva dimenato.
Le sue parole si udirono nitide: «Gregis obscurus!». Esclamò il mago puntando la bacchetta stretta saldamente nelle sue mani verso il centro abitato.
La bacchetta emise un alone nero che si schiantò sull’Asilum.
Ombre bardate, armate di spade e scudi, si levarono dal terreno e si scagliarono contro i nemici.
Le loro sembianze erano quelle di un essere umano; avevano due gambe, due braccia e una testa dalla quale spuntavano delle corna.
In quelle ombre si riuscivano a scorgere solamente i loro occhi rossi e il fumo proveniente dalla loro bocca che s’innalzava verso il cielo.
Gli esseri incominciarono a frugare in tutte le case, distruggendo ed eliminando qualsiasi ostacolo trovassero sulla loro strada.
Dian esclamò: «QUESTA NON CI VOLEVA, ADDIRITTURA UN MAGO NERO!».
Loky gridò: «PRESTO, RIPIEGHIAMO VERSO L’ASILUM; SONO RIUSCITI A ENTRARE!».
I due maghi cercarono di raggiungere il centro abitato, ma furono bloccati dagli esseri fatti di fumo, che per il momento erano superiori nel numero.
Maximilian e i compagni videro la scena chiaramente dalla postazione che avevano occupato.
Max si rivolse verso Chaman ed Hamza asserendo: «Ragazzi non possiamo stare con le mani in mano. L’Asilum è stato invaso e dovremo scendere a dare soccorso».
Chaman tentò di persuadere Maximilian dicendogli: «Rifletti; se scendiamo giù in tutto quel caos, non saremo altro che d’intralcio; senza contare che non avremo protezione da parte dei maestri i quali sono impegnati nei combattimenti».
Hamza questa volta diede ragione a Chaman: «Purtroppo non saremo di alcuna utilità laggiù; sarebbe opportuno rimanere appostati qui ed essere pronti a intervenire nel caso si prospetti la necessità di usare il tuo incanto. D’altronde è per quello che siamo venuti».
Maximilian, come al solito, non fu d’accordo con loro e guardando verso il basso assistette a una triste scena: quei mostri fatti di fumo stavano facendo strage di tutti gli esseri viventi che incontravano.
Un gruppo di maghi bianchi si contrappose a quelle entità; alla loro testa c’erano i maestri Asdar e Drenk che impugnando le loro spade elementali ingaggiarono un cruento scontro; ma tutti constatarono che quelle ombre si rendevano intangibili ai loro attacchi, viceversa, nel momento in cui loro sferravano i propri fendenti i maghi bianchi venivano colpiti, in alcuni casi anche mortalmente.
La situazione era alquanto ingarbugliata: i due maghi si guardarono negli occhi e increduli fecero cenno di ripiegare verso l’interno per il momento, operazione impossibile in quanto quelle ombre li avevano di già accerchiati.
Drenk provò ad attaccarli con un incanto: «Elementum ignis;impetus!». Esclamò il mago.
Dalla sua mano sinistra un getto di fuoco si diresse verso i nemici e investì gli invasori, ma quando il fuoco scomparve si notò che nessuno di loro aveva riportato danni, anzi: continuarono nella loro avanzata.
Il momento era difficile e sembrava che gli abitanti del posto non avessero via d’uscita; i maghi non si capacitarono di come avrebbero potuto combattere un esercito di esseri intangibili.
In quel momento le nubi che oscuravano il cielo per via degli incanti, i quali avevano disperso nell’aria parecchio vapore acqueo, incominciarono a rilasciare acqua e un’intensa pioggia si abbatté sul posto.
Drenk osservò che gli esseri fatti di materia inconsistente incominciarono ad avere solidità a contatto con l’acqua, quindi con un fendente della sua spada di fuoco tagliò di netto il suo bersaglio.
Il mago, riferendosi agli altri, con tono di voce alto disse: «ASCOLTATE: PENSO D’AVER CAPITO IL  PUNTO DEBOLE DI QUESTI COSI. SONO VULNERABILI ALL’ACQUA; A CONTATTO CON L’ELEMENTO PRENDONO CONSISTENZA ED  È ALLORA CHE POSSIAMO COLPIRLI!».
Il messaggio arrivò chiaro a tutti e parve che essi lo avessero compreso, infatti da quel momento in poi tutti gli attacchi diretti verso gli invasori furono principalmente d’elemento acqua.
I maghi avevano capito come contrastarli, ma purtroppo le forze dispiegate sul campo non erano pari: i maghi bianchi erano ancora in minoranza numerica.
Pectumatra continuava a scagliare i suoi malefici su tutti quelli che si opponevano alla loro avanzata, delirando come solo un pazzo poteva fare: «Ah! Ah! Ah! L’odore della morte di cui è pregno questo posto è cibo delizioso per il mio essere». Affermò quella figura.
La sua faccia era nascosta dal cappuccio che gli copriva il capo; lì, in cielo, dove poteva osservare indisturbato tutto lo spettacolo che si stava svolgendo, pronunciò parole di lode al suo signore: «Maestro; presto vi porterò la testa degli ultimi maghi bianchi rimasti a opporsi al nostro potere». Poi il suo sguardo si posò sul tetto dell’accademia dove si accorse della presenza di Maximilian e dei suoi amici.
Fu allora che esclamò: «Che fortuna! Pare d’intravedere il Dragonkin; lo sento indistintamente. Hm … Che bel bocconcino che mi aspetta». E si precipitò verso di loro a gran velocità.
Astral era impegnato con i suoi colleghi ad arginare l’avanzata degli esseri ostili, ad un certo punto guardò Pectumatra cambiare direzione e si accorse del comportamento strano del mago nero.
Il maestro guardò verso il posto in cui si stava dirigendo e finalmente scoprì il motivo del suo precipitarsi verso l’accademia.
Fu allora che si rivolse a Wotan: «Siamo nei guai! Rivolgi il tuo sguardo verso il tetto dell’accademia e osserva bene».
Wotan riconobbe Maximilian e gli altri; in seguito anch’egli esclamò: «Accidenti! Se riesce ad arrivare lì sopra siamo davvero nei guai. Non so come, ma uno di noi deve andare a dare una mano a quegli sconsiderati ragazzini. Astral và … Io cerco di coprirti». Dette quelle parole, Wotan si frappose tra Astral e i suoi avversari pronunciando: «Elementum ventus; impetus!».
Un uragano si sprigionò dal corpo del maestro e sbalzò lontano tutti i nemici intenti a colpirlo, dando così di fatto il tempo ad Astral di allontanarsi e tentare di frapporsi tra il mago nero e il gruppo di ragazzi nascosti sul terrazzo dell’accademia.
Pectumatra si avvicinò ai ragazzi fino ad atterrare sul tetto dove loro erano acquattati, scese dal suo cavallo alato, il quale prese le sembianze di un grosso guerriero muscoloso armato di scudo e spada: la sua faccia era inguardabile, assomigliava a quella del demone ricacciato nell’altro universo nella precedente battaglia.
Il mago ghignando spavaldamente fissò i tre amici, poi il suo sguardo si rivolse verso Maximilian, precisamente verso il suo occhio sinistro.
Il mago gli disse con voce viscida: «Dunque tu sei il Dragonkin! Lieto di fare la tua conoscenza piccolo insignificante marmocchio». Poi, agitando la sua bacchetta, la puntò verso di lui ed esclamò: «Funera edo!».
Dalla bacchetta del mago partì alla volta dei tre ragazzi un alone scintillante, ma nel momento in cui si stava per abbattere su di essi, una voce si udì d’improvviso: «Defensio!».
Una forte luce s’interpose tra loro e la maledizione scagliata dal mago nero, la quale s’infranse su di essa emanando un rumore tremendo.
Il mago nero cambiò l’espressione del viso asserendo: «Non sarai tu a fermarmi, io voglio uccidere quel marmocchio e nessuno potrà ostacolarmi».
Il fumo provocato dallo schianto dei due incanti si diradò e lì vicino apparve il maestro Astral il quale si era posto davanti ai ragazzi.
Egli rispose: «Pectumatra. Oh … Da quanto tempo; vedo che i tuoi metodi non sono cambiati. Spietato come sempre e vigliacco al punto d’aggredire dei ragazzi disarmati. Prova a prendertela con un tuo simile». Poi si girò verso i ragazzi e continuò a bassa voce: «Max, Chaman, Hamza: probabilmente io non potrò badare a voi e combattere contro il nemico allo stesso tempo; dovete fuggire. Fatelo con le capacità di Chaman, se non lo farete qui potrebbe diventare molto pericoloso per voi».
I ragazzi annuirono, ma Maximilian rivolgendosi al Maestro affermò: «Maestro non posso abbandonarla da solo, combatterò al suo fianco».
Il maestro lo fermò subito dicendogli: «Non è il momento per allenarsi, se sbagliamo perdi la vita; ne sei cosciente? Per una volta: ubbidite a un mio ordine, rifugiatevi più lontano possibile da questo posto».
Non ebbe finito di parlare, che quel grosso essere fatto di fumo nero accanto al mago oscuro si scagliò verso di loro.
Astral prontamente lo respinse per mezzo di un incanto: «Elementum ventus; impetus!». Esclamò il mago.
Dalla sua mano puntata verso l’essere un possente getto d’aria spinse lontano la mostruosa entità e colpì anche Pectumatra che si difese facendo un maleficio.
Tutto il corpo del mago nero fu avvolto da una melma nerastra che lo ancorava al terreno e mentre l’essere veniva scaraventato lontano, lui non fece nessuna piega: rimase fermo lì dove si trovava.
Pian piano quella melma fluì verso il basso scoprendo la figura del mago oscuro, che puntando ancora una volta la bacchetta verso di loro pronunciò: «Signa infero!».
La melma che precedentemente aveva ricoperto il suo corpo si ricompose in un essere orripilante armato di alabarda; la sua forma era simile a quella di un Minotauro con molteplici occhi.
Quell’essere si precipitò verso di loro e sferrò un colpo con la sua potente arma, fermata soltanto dalla spada elementale di Astral che a fatica riusciva a sostenere il suo peso.
Pectumatra approfittò della situazione per scagliare ancora una volta la sua maledizione verso i piccoli: «Funera edo!». Disse con enfasi il mago oscuro.
Astral guardò verso di loro esclamando: «No!».
La maledizione si abbatté su quel posto e il solito rumore assordante echeggiò nell’aria.
Il maestro sferrò un attacco alla melma per potersene liberare, lanciò verso di essa il suo incanto: «Elementum iunctus: terra, ignis; impetus!». Con la sua mano sinistra toccò il pavimento e in quel momento, sotto al mostro fatto di melma, si aprì una pozzanghera piena di lava bollente che inghiottì l’entità in un instante.
L’attacco era andato a segno, finalmente si era liberato di quella cosa che gli impediva i movimenti.
Il suo sguardo desolato si spostò verso il luogo dove i ragazzi erano stati colpiti, ma di loro non vi era rimasta alcuna traccia.
All’improvviso un incanto di fuoco si diresse verso il mago oscuro che senza alcuna difficoltà lo dissipò, poi  una voce, che Astral riconobbe come quella di Maximilian, pronunciò: «Custodes dies elementum: bellum indico alicui!».
Nell’altro lato del tetto che sovrastava il terrazzo vi erano Chaman, Hamza e Maximilian, il quale fissava il mago nero.
Erano stati quei ragazzi a lanciare il precedente incanto di fuoco, nel tentativo andato a vuoto di colpire Pectumatra; ma esso sortì lo stesso l’effetto desiderato: Maximilian ebbe il tempo di riprodurre il suo incanto.
Intorno a lui si formarono quattro colonne; si definirono poi quattro grossi centurioni armati di spada e scudo, ognuno di loro era fatto con elemento diverso: acqua, fuoco, aria e terra.
I quattro esseri si avventarono contro il mago, che questa volta si trovò in palese difficoltà al punto da rievocare il cavallo alato che in precedenza era stato spazzato via da Astral.
Pectumatra salì sulla sua groppa e cercò di fuggire in cielo, dove era palese che i quattro centurioni non lo avrebbero raggiunto; tuttavia, due di loro si lanciarono nel vuoto precipitando verso il suolo, ma dopo pochi istanti mutarono: il centurione fatto di fuoco si trasformò in una splendida fenice a tre code con un becco lungo e ricurvo; l’altro fatto d’aria mutò in una forma che ricordava quella di una splendida aquila bianca di enormi proporzioni.
Entrambi gli uccelli emanarono il proprio verso, che echeggiando per tutto il campo di battaglia attirò l’attenzione di molti combattenti.
I due uccelli mistici si diressero verso il mago che a cavallo del suo destriero cercava di ritirarsi; presto lo raggiunsero ed ingaggiarono con lui uno spettacolare combattimento aereo.
Nel frattempo, sul tetto dell’accademia, il maestro si avvicinò ai piccoli e gli rivolse un ultimo appello: «Dovete andarvene, se rimanete qui sarete facile preda di quel diavolo. Max ti vuole uccidere, pertanto se ti nascondi potremo in seguito tentare di riorganizzarci e sferrare un attacco contro di lui».
Una voce poderosa, però, provenne dal ragazzo: «Lascialo combattere! Unite le vostre forze affinché nessuno di quegli esseri faccia ritorno da dove sono venuti».
Il maestro si guardò intorno, poi il suo sguardo fu attirato dall’occhio sinistro di Maximilian, il quale mutò in un occhio con la pupilla allungata di colore nero e la cornea divenne giallo scuro.
Quella voce poderosa si udì ancora e intimò: «Questa giornata deve essere la loro ultima alba; se rimanderete lo scontro ci sarà solo la sconfitta per voi. Non nascondere Maximilian, in lui c’è una grande forza; utilizzalo e lascialo combattere assieme ai suoi amici. Non crederai a quello che ti faranno vedere!». Anche questa volta pareva che quella voce l’avesse sentita solo Astral e fu allora che si convinse.
Astral, sbigottito, prese atto di aver udito la voce del drago dorato rifugiatosi all’interno del corpo di Maximilian.
In seguito disse: «Va bene, statemi vicini. Ma però promettetemi che non appena vi sentirete in difficoltà fuggirete lontani».
I ragazzi annuirono, ma subito dopo la loro attenzione venne attirata dal combattimento che si stava svolgendo nei cieli tra i due uccelli composti di elementi e il mago nero.
Pectumatra stava fronteggiando i due con estrema crudeltà, facendo ricorso a ogni stratagemma per seminarli, incluso sacrificare i suoi seguaci per poter ottenere vantaggio e così fuggire.
Hamza si rivolse al gruppo proponendo: «Dobbiamo attaccarlo anche noi, questo è il momento giusto per poterlo sconfiggere; è in evidente difficoltà». Fu allora che i ragazzi incominciarono a produrre incanti elementali volti a colpire Pectumatra, il quale li evitò con estrema facilità.
Anche Astral si aggiunse a loro producendo uno dei suoi incanti: «Elementum iuncutus: terra, ignis; impetus!». Questa volta dalle sue mani protese verso il mago, intento a schivare gli attacchi degli uccelli che lo stavano braccando, si levarono tante piccole schegge di lava che si diressero a gran velocità verso il bersaglio.
Nessuna di esse lo colpì, ma una centrò in pieno il suo destriero che svanì nel nulla, lasciando precipitare il mago verso il suolo.
Gli uccelli ne approfittarono immediatamente avventandosi su di esso, il quale per difendersi riprodusse nuovamente l’incanto che permise al suo corpo di essere avvolto da un’intensa melma.
Quando cadde al suolo la melma svanì assieme a Pectumatra e di lui non vi fu più nessuna traccia.
Rimanevano però ancora tutti gli esseri che in maniera massiccia avevano attaccato l’Asilum …
Melkore, dopo aver assisto alla scena, si gettò nuovamente alla carica nel tentativo di centrare Brot.
Quando fu abbastanza vicino al suo nemico sferrò un colpo con i suoi artigli, bloccati prontamente dal rivale.
Il drago nero non si arrese e tentò di azzannare il fratello senza peraltro riuscirci, come al solito i due draghi si equivalevano in forza.
Il corpo di Melkore incominciò a emanare un calore intenso e si vide un globo di fuoco brillare attorno ad esso.
Di rimando, Brot riprodusse un incanto materializzando una spessa coltre di ghiaccio che imprigionò entrambi i draghi in una semisfera.
L’aria, per effetto del calore, si diradò all’interno del globo di ghiaccio e il fuoco, benché di fonte magica, perse d’intensità poiché gli venne a mancare uno dei tre fondamentali alla sua sopravvivenza: l’ossigeno.
Si spense del tutto, facendo risaltare il corpo di Melkore; a quel punto il drago di ferro provò a colpirlo con i suoi artigli, ma il risultato era scontato: venne bloccato e si ritornò in una situazione di stallo.
Il globo di ghiaccio scomparve gradualmente e agli occhi di tutti i combattenti apparvero i possenti corpi dei draghi avvinghiati nel tentativo di sopraffarsi. 
Le forze poste a guardia dei caseggiati, invece, dovevano contrapporsi agli esseri fatti comparire precedentemente da Pectumatra e l’impresa non era affatto facile; quei mostri erano armati di tutto punto e si avventavano con un rapporto di cinque a uno sui maghi bianchi.
Asdar, rendendosi conto di essere accerchiato da quelle entità, gridò verso il compagno: «DOVE ACCIDENTI SONO I RINFORZI; NON SAREBBE ORA CHE ARRIVASSERO!».
Drenk, anch’egli allo stremo delle forze, raccolse le sue ultime energie ed esclamò: «Elementum aqua; impetus!».
Una parete d’acqua si alzò a loro difesa e si abbatté contro quei mostri, respingendoli momentaneamente.
Il mago poi rispose al compagno: «Temo di non avere in corpo più forze, ho consumato tutto quello che potevo consumare; se non arrivano i rinforzi non ce la caveremo questa volta».
La situazione era disperata su tutti i fronti, ma un terremoto fece oscillare il campo di battaglia: dal sottosuolo spuntò Aschcore in tutto il suo splendore e con lui comparvero gli esseri che già in precedenza avevano salvato gli abitanti dell’Asilum.
Essi si gettarono contro gli invasori facendone strage.
Astral e i ragazzi, avendo assistito all’arrivo del drago con criniera di leone, si affrettarono a dare manforte ai maghi dell’Asilum e scesero a combattere.
«Elementum ventus, impetus!». Si sentì echeggiare.
Astral, postosi davanti ai due suoi colleghi i quali allo stremo delle forze erano caduti sulle ginocchia, fece quell’incanto.
Una folata di vento turbinante spazzò via la maggior parte degli esseri intangibili che stavano avanzando impetuosamente.
Drenk rivolgendosi ad Astral disse: «Oh, grazie al cielo: Astral. Ti siamo debitori ancora una volta; questi cosi non finiscono mai, ne abbiamo già eliminati tantissimi ma continuano a venire fuori dal nulla».
In effetti le parole dette dal maestro Drenk rispondevano a verità, in quanto quegli esseri si erano ripresentati dinnanzi a loro come se non fossero stati colpiti.
Tutti i presenti però, ebbero ancora un’altra sorpresa: alle loro spalle comparvero, in numero considerevole, nuove figure che si scagliarono contro quelle ombre sostituendosi ai maghi bianchi allo stremo delle forze.
Astral, anch’esso esausto si fece da parte, mentre un mago bianco si frappose tra lui e un essere che stava per colpirlo bloccando il suo attacco.
Il maestro si girò verso i nuovi arrivati ed esclamò: «Giusto in tempo!». Poi si appoggiò a un muro lì vicino per riprendere le forze; tuttavia, furono ben lungi dallo sconfiggere quelle entità che continuavano a dare battaglia.
Un ruggito provenne da sopra le loro teste, non apparteneva a nessuno dei draghi ma rimbombò lo stesso per tutto il campo di battaglia.
Un enorme leone di fuoco li sovrastò; esso attirò l’attenzione di  tutti i combattenti per un istante per quanto era maestoso ed emise ancora un altro ruggito.
Il grande leone si avventò contro gli esseri intangibili, spalancò le sue fauci e dalla sua bocca un turbine infuocato spazzò via tutte le creature che gli si paravano davanti; nel frattempo, su in cielo, si formò un punto nero grande quanto una porta dove potevano passare figure abbastanza robuste.
Il turbine infuocato scaraventò tutti quegli esseri all’interno del punto oscuro che si richiuse non appena l’ultimo essere intangibile ne fu risucchiato.
Una voce provenne dai piedi del maestoso leone; essa era diretta ai maghi che fino a quel momento si erano battuti con coraggio: «Siete sempre in cerca di guai voi maghi bianchi. Poi però, tocca sempre a noi tirarvi fuori da essi».
Astral guardando verso la direzione da cui proveniva quella voce accennò un ghigno ed aggiunse: «Finalmente. Ce ne avete messo di tempo eh …».
La figura ai piedi del leone si avvicinò e la sua sagoma si delineò in un uomo di media statura.
Egli era vestito con stoffe di lino color azzurro e bianco, aveva gli orecchini su entrambi i lobi delle orecchie, la barba e i baffi neri, era calvo, aveva occhi grandi e neri, le orecchie leggermente a sventola e le sopracciglia folte.
Hamza fu meravigliato di quella presenza ed esclamò: «Papà!».
Quella figura si girò verso il piccolo e con voce severa gli disse: «Giovanotto; sempre a cacciarti nei guai. Eppure io e tua mamma pensavamo di averti insegnato in cosa consiste il buon senso. Cosa ci fai in mezzo alla battaglia? E spera che tua mamma non venga a sapere di tutto questo, altrimenti quest’anno le ferie te le scordi!».
Il piccolo cercò di giustificarsi: «Papà non potevo lasciare da soli i miei amici». Ma venne interrotto bruscamente.
«Niente ma e niente se! Questo non è il momento di giocare; correte a mettervi al riparo: SUBITO!». Intimò l’uomo.
Il ragazzo annuì e guardando i suoi compagni abbassò lo sguardo, facendo capire che conveniva obbedire.
Hamza fece segno con il capo verso la sua destra e insieme agli amici, dopo aver adocchiato la taverna che li aveva visti protagonisti all’inizio dell’anno scolastico di una non bella esperienza, si precipitarono al suo interno in cerca di riparo.
Degli esseri evocati da Pectumatra non c’era più nessuna traccia, la figura che li aveva spazzati via con un solo colpo si avvicinò ad Astral e stringendogli il braccio disse: «Maestro Astral, prenda i suoi colleghi e vada a riparasi con mio figlio e i suoi amici: sarei più tranquillo sapendo che c’è lei con loro; com’è evidente, siete senza forze. Ormai combattete da molto tempo e poi guardate dietro di me».
Il padre di Hamza fece cenno dietro le sue spalle, lì c’erano molti maghi pronti per unirsi alla battaglia, poi aggiunse: «Come d’accordo ho portato con me tutti i genitori degli alunni; siamo abbastanza per potercela cavare anche senza di voi».
Il maestro gli rispose: «Vi ringrazio per essere intervenuti al momento giusto, ma temo che la tua richiesta di farmi da parte non possa essere accolta. Di certo non ti devo ricordare che ho un carattere particolare».
L’uomo sorrise e disse: «Capisco. Bene: e sia!». Poi, guardando verso la battaglia che si stava svolgendo, affermò: «Vogliamo che si divertano solo loro? Presto! Andiamo a unirci alla festa». Rivolgendosi verso gli altri.
Subito dopo si precipitarono in mezzo al caos che si era venuto a creare per via del grosso numero di individui schierati sul campo di battaglia.
Loro, in aggiunta al gruppo guidato da Aschcore, misero in ginocchio le forze nemiche che man mano si assottigliavano sempre di più.
Vistisi in svantaggio gli esseri oscuri iniziarono a ritirarsi, ma la maggior parte di loro cadde sul campo di battaglia nel tentativo di fuggire colpiti dai protettori dell’Asilum.
Anche Melkore si rese conto che stavano perdendo la battaglia, si guardò in giro e sul suo volto comparve una smorfia di disappunto.
Dalle sue spalle provenne una voce … Fu Aschcore che gli chiese: «Allora fratello, pare che avete perso anche questa volta. Quanto credi di poter resistere contro due draghi del tuo stesso livello?».
Il drago nero si rivolse a lui: «Aschcore questa è la seconda volta che mi metti i bastoni tra le ruote. Certo, sarei uno stupido se tentassi di affrontarvi entrambi; ma credetemi: anche se avete vinto questa battaglia io ritornerò e non mi darò per vinto fin quando non avrò raggiunto i miei obiettivi». 
Aschcore spalancò le fauci e dalla sua bocca ne fuoriuscì un getto d’acqua che impetuosamente si diresse verso il drago nero.
Brot, dalla parte opposta, caricò verso lo stesso Melkore nel tentativo di colpirlo.
Aschcore centrò il bersaglio e il drago nero venne scaraventato a terra, subito dopo egli fu raggiunto dal drago d’acciaio che lo bloccò e lo azzannò al collo; ma fu tutto inutile: la sagoma di Melkore iniziò a sgretolarsi come cenere al vento fino a scomparire del tutto.
Brot, rivolgendosi ad Aschcore, disse: «È riuscito a scappare anche questa volta».
Aschcore asserì: «Mi domando se abbiamo fatto la cosa giusta a lasciarlo andar via». E mentre diceva quelle parole il suo sguardo era rivolto al campo di battaglia dove numerosi corpi giacevano al suolo senza vita.
La battaglia era ormai finita, i superstiti si abbracciavano in segno di vittoria; anche questa volta i maghi bianchi erano riusciti a evitare la capitolazione: avevano salvato l’Asilum e allo stesso tempo decimato le forze oscure.
Sul volto dei vincitori fu palese la felicità di quel momento, ma traspariva la frustrazione per i compagni persi.
Gli allievi del quarto e del quinto anno erano stati lasciati sulle mura dell’Asilum, pertanto non avevano partecipato direttamente alla battaglia se non sporadicamente, si erano tutti salvati e tra loro c’era solo qualche ferito lieve.

Nella taverna dove Maximilian e i compagni avevano trovato rifugio:

I ragazzi si accorsero che d’un tratto il rumore della battaglia era cessato.
Hamza si rivolse a Maximilian e Chaman: «A quanto pare le cose si sono calmate lì fuori, con l’arrivo dei nostri genitori le sorti della battaglia devono essersi rigirate a nostro favore. Presto, Andiamo a dare un’occhiata». Propose il ragazzo.
I tre si precipitarono verso la porta, ma un’oscura presenza si frappose tra loro ed essa; quella sagoma presto si delineò fino a mostrarsi nitidamente.
Essa altri non era che Pectumatra …
Il mago nero non era scappato come tutti credevano, ma era rimasto celato nell’ombra aspettando il momento propizio per attaccare i piccoli.
Questa volta erano da soli contro uno dei più spietati maghi che avessero mai conosciuto.
Chaman esclamò: «Cavolo!». 
«Adesso come ci comportiamo?». Domandò il ragazzo.
Maximilian allora gli urlò: «STATE INDIETRO E CERCATE DI FUGGIRE DA QUI!».
I ragazzi tentarono di uscire fuori per avvertire gli adulti, ma il mago nero per mezzo della sua magia aveva provveduto a isolare quel posto dal resto dell’Asilum, in modo da non lasciar fuggire le sue prede.
Constatata l’impossibilità d’uscire dalla taverna i tre amici cercarono di nascondersi, ma tutto fu vano.
Il mago si rivolse a loro con la solita voce viscida e priva di pietà: «Eccoci qua! Dunque finalmente da soli». Poi, rivolgendo lo sguardo verso il posto in cui aveva trovato rifugio Maximilian, agitò la sua bacchetta e il bancone che gli offriva riparo venne scaraventato per aria atterrando dall’altra parte della taverna.
Maximilian capì che quello non era il momento di nascondersi e nonostante la sua giovane età si alzò in piedi e guardando direttamente in faccia il mago gli disse: «D’accordo! Se questo è quello che si deve fare, di certo non posso sottrarmi». Poi incominciò a pronunciare formule per produrre un incanto: «Elementum ...».
Il mago nero però lo interruppe: «Eh no! troppo facile: FUNERA EDO!». Esclamò la tetra figura.
Un alone luminescente partì dalla sua bacchetta puntata verso Maximilian, ma nell’istante in cui lo stava per colpire, un mobile si pose davanti a lui proteggendolo.
L’impatto fu tremendo, il solito rumore assordante echeggiò nell’ambiente e quel mobile andò in mille pezzi.
Hamza, non lontano da Maximilian, aveva fatto ricorso alla telecinesi per proteggere l’amico.
Il mago, furibondo, si girò verso di lui e lanciò un maleficio anche contro il ragazzo che aveva osato intromettersi; la sua bacchetta come al solito fagocitò un alone luminescente che si diresse a gran velocità verso di lui.
Chaman si gettò sull’amico e prima che quella cosa li colpisse i ragazzi svanirono senza lasciare traccia.
Nel frattempo Maximilian provò a colpire Pectumatra con un incanto di fuoco, ma come al solito tutto risultò vano: il mago si fece scudo con la bacchetta la quale deviò il getto di fuoco che era partito dal ragazzo.
Poi guardandolo fisso negli occhi gli disse: «Devo ammetterlo; per essere dei piccoli marmocchi mi state dando parecchi problemi, ma il risultato sarà sempre lo stesso: siete destinati a perire, nessuno può venire in vostro aiuto».

Intanto, fuori dalla taverna:

La voce di Brot era inconfondibile: «Siamo riusciti a metterli in fuga; Però è strano che nonostante abbiamo distrutto il loro varco riescano ad essere ancora in numero così consistente».
Aschcore intervenne: «È evidente che hanno un altro varco da dove entrare. Ora bisogna capire dove si trova e il perché abbiano avuto bisogno di aprirne due».
Il maestro Astral fece un’ipotesi: «E se quello di cui dispongono non permettesse di trapassare a piacimento?». Domandò il mago.
Aschcore lo guardò e gli rispose: «Probabile, ma resta il fatto che bisogna chiuderlo quanto prima e noi sappiamo che c’è un solo modo per farlo». E tutti con lo sguardo andarono a cercare qualcosa che non riuscirono a mettere a fuoco.
Brot allora chiese: «Astral, i ragazzi dove si trovano?».
Il mago rispose: «Sono al sicuro nell’osteria; li abbiamo fatti riparare lì dopo aver sistemato l’evocazione di Pectumatra».
Delle voci preoccupate però, richiamarono l’attenzione dei presenti e provenivano proprio dalla taverna.
I maestri, i due draghi e i genitori, si precipitarono a vedere cosa fosse successo.
Lo spettacolo che si trovarono davanti fu inspiegabile: l’intera osteria era avvolta da un alone nero talmente folto da non riuscire a scorgere lo stabile.
Un mago provò a forzare quell’alone nel tentativo di oltrepassarlo, ma venne respinto bruscamente andando a sbattere contro lo stabile di fronte all’osteria.
Brot intimò a tutti: «NON AVVICINATEVI, È UNA  BARRIERA CHE NON PERMETTE A NESSUNO D’OLTREPASSARLA; SE LA TOCCATE RISCHIERETE SOLAMENTE LA VITA!».
Aschcore fece presente: «Non è soltanto una barriera, ma di fatto quella taverna è stata trasportata in un’altra dimensione e purtroppo noi non possiamo fare altro che stare a guardare».
Il padre di Hamza esclamò disperato: «Impossibile! Dobbiamo fare qualsiasi cosa per tirarli fuori; lì dentro c’è mio figlio». Poi lanciò contro la barriera un incanto: «Elementum terra, impetus!». Fu la formula dal mago pronunciata.
Davanti a lui si alzò una parete di terra che si abbatté contro quella semisfera di colore nero intenso, ma l’unico risultato fu quello del ritorno dell’incanto verso i maghi dinnanzi allo stabile.
L’incanto venne neutralizzato dall’intervento di Brot.
Il drago rivolgendosi a tutti i presenti ribadì: «Qualsiasi cosa facciate è praticamente inutile. Respinge tutto quello che gli viene lanciato contro, rivolgendolo verso chi lo ha fatto».
I maestri assunsero un’espressione desolata e avvilita in quel momento.
Il padre di Hamza s’inginocchio ed esclamò: «Il mio unico figlio!».
Aschcore però, accennò un ghigno; poi si rivolse ai genitori e ai maestri sostenendo: «Non preoccupatevi, in questo momento sono in buone mani e il fatto che con loro ci sia un nemico non costituisce alcun pericolo. Adesso con loro c’è il più potente alleato che tutti noi possiamo immaginare; evidentemente quel mago da strapazzo non è poi così in gamba come credevamo. Oltretutto deve ignorare con chi ha a che fare».
Tutti lo guardarono sorpresi della sua calma, d’altronde lì  dentro si trovavano tre piccoli studenti, tra i quali Maximilian che si sapeva essere il portatore dell’ultimo drago celestiale esistente.

Nell’osteria Intanto:

Il mago nero continuava ad attaccare i piccoli senza pietà.
Hamza e Chaman erano scomparsi dopo l’ultimo attacco e Maximilian era rimasto da solo a fronteggiare Pectumatra.
Oramai per il mago non c’erano più impedimenti, dalle sue labbra uscì un ghigno malefico: «Muori! Inutile marmocchio». Disse l’oscuro figuro.
Dalla sua bacchetta partì un maleficio che si abbatté sul piccolo e l’esplosione fece andare in frantumi la maggior parte delle suppellettili.
Lo smottamento d’aria fece di nuovo comparire sia Hamza, sia Chaman, i quali per effetto del colpo volarono sbattendo violentemente contro una parete e caddero al suolo con la faccia rivolta verso il pavimento.
Il mago continuò nella sua risata funesta aggiungendo: «Questa volta il mio signore dovrà riconoscere il valore di questo mago; sono riuscito nell’impresa di abbattere il Dragonkin e con lui ci siamo liberati anche del celestiale. Ah, ah, ah!». E continuò a ridere.
Tutto sembrava essere finito nel peggiore dei modi per i ragazzi, ma nella stanza echeggiò una voce poderosa: «Stolto; sai cosa hai appena fatto?». Domandò imperiosamente colui a cui apparteneva.
Il mago nero si guardò attorno, non capendo da dove arrivasse quella voce; l’ambiente iniziò a mutare e l’osteria presto si tramutò in uno spazio infinito ombroso.
Hamza e Chaman ripresero i sensi e a malapena riuscirono ad alzarsi per poi ricadere seduti al suolo.
Videro il mago che era intento a guardarsi attorno e tutto impaurito domandò: «Chi sei? Fatti vedere?».
Ancora una volta la voce si sentì poderosamente: «Non immagini chi sono?». Domandò.
Un’enorme zampa con quattro artigli si abbatté contro il mago, che accortosi del pericolo fece appena in tempo a schivare quell’attacco.
I piccoli assistettero increduli alla scena, la loro attenzione venne attirata dalle scaglie di cui era ricoperta quella zampa poderosa: erano tutte dorate ed emanavano una luce che quasi accecava.
Chaman allora chiese: «Hamza cosa diavolo può essere?».
Il piccolo che era stato interpellato rispose impaurito: «Non ne ho la più pallida idea!».
Chaman in seguito fece presente all’amico:«Non ho più forze, non riuscirò a smaterializzarmi come abbiamo fatto in precedenza per sfuggire ai suoi attacchi. Se ci prende per noi è la fine».
Il mago, accortosi che i ragazzi erano ancora vivi, si precipitò verso di loro per farsi scudo con quei corpi; le loro facce diventarono pallide e facevano trasparire la paura che un piccolo di undici anni poteva provare in quell’istante.
Pectumatra, quasi vicino alle sue prede, venne scaraventato lontano da un getto d’aria fortissimo al quale non resistette: sbatté contro il muro e nel cadere la sua bacchetta si separò dalla sua mano.
La sua faccia cambiò di colpo, da sicura e arrogante divenne preoccupata e impaurita; tentò di rialzarsi, ma ancora una volta fu scaraventato dalla corrente d’aria lontano dalla sua bacchetta che giaceva a terra distante da lui.
Lì, dove era stato spinto, egli allungò la mano destra ed esclamò a bassa voce delle parole che sembravano formule magiche.
La bacchetta si alzò a mezz’aria e si diresse verso di lui velocemente; d’un tratto però, si fermò come se fosse bloccata da una strana forza.
Il mago allora gridò: «MALEDIZIONE! COSA STA SUCCEDENDO? PERCHÈ NON RIESCO AD ATTIRARLA A ME?».
La bacchetta era bloccata del tutto, non si muoveva … Poco distante, Hamza, con lo sguardo fisso sulla bacchetta, gli urlò: «NON TI PERMETTERÒ DI RIPRENDERE LA TUA BACCHETTA!». Quando ebbe finito di parlare la bacchetta si diresse verso il piccolo che l’afferrò e la spezzò sul suo ginocchio destro.
Dalla bacchetta uscì un alone nero mai visto prima e i ragazzi udirono suoni inverosimili.
Il mago, alla vista della bacchetta spezzata, urlò: «NO!».
Fu allora che dal buio dov’era celato, si mostrò loro uno splendido drago con scaglie dorate: egli aveva delle ali grandi e imperiose, le sue zanne incutevano terrore.
I ragazzi, spaventati, indietreggiarono mentre dal drago un ruggito di minaccia venne rivolto verso il mago nero.
Pectumatra arretrò seduto sul suo fondoschiena.
Il mago parlò, questa volta con tono di voce affievolito un po’ dalla paura, un po’ dalla consapevolezza che senza la sua bacchetta era completamente in balia di quell’imperioso drago che si dirigeva a piccoli passi verso di lui: «Ti prego, non uccidermi. Diventerò il tuo servo; posso esservi utile e riferirvi tutto quello che avviene nell’altro universo». E mentre lo diceva continuava ad indietreggiare.
I passi del drago fecero tremare tutto l’ambiente che risentiva della sua enorme mole.
La sua risposta non si fece attendere: «Pectumatra li senti? Sono tutti gli esseri che sono caduti sotto i tuoi colpi. Chiedono giustizia; lo sai? Sei stato un inetto: hai trasportato Maximilian in una dimensione alternativa permettendomi così di uscire e combatterti direttamente. Stolto! L’impedimento che mi trattiene nell’universo degli umani è l’incanto protettivo fatto tanti anni fa; adesso in questo posto nulla mi impedisce di muovermi liberamente, qui quell’incanto non funziona. Cosa pensi che ti farà il tuo padrone quando ti vedrà comparire dopo aver perso tutto il suo esercito inviato per conquistare questo mondo?».
Il mago indietreggiò freneticamente fino ad arrivare con la schiena contro un muro, il quale delineava la fine dello spazio percorribile.
I suoi occhi erano fuori dalle orbite e con voce da pazzo gridò: «SONO DISPOSTO A FARE DI TUTTO PER SOPRAVVIVERE; LUI NON È PIÙ IL MIO MAESTRO E PADRONE, DA QUESTO MOMENTO SE LO VORRAI SARAI TU CHE MI DARAI ORDINI. IN CAMBIO CHIEDO SOLO PIETÀ!».
Bithor allora, con faccia disgustata si avvicinò al mago che era bloccato senza potersi più muovere, lo guardò e disse: «Hm …  Guardati ... Il mago nero senza pietà che supplica per averla: non sai nemmeno di cosa parli! Pectumatra, il mago nero sconfitto da dei bambini di soli undici anni; la fine giusta che merita un diavolo come te». E dopo aver finito di pronunciare quelle parole si avventò contro il malcapitato aprendo le sue fauci e richiudendole poderosamente.
Un urlo disumano provenne dalla bocca del drago, il quale dopo aver stretto con forza le sue mandibole lanciò quello che rimaneva di Pectumatra lontano da lui; poi, guardando quei resti disse: «La giusta punizione per gli anni di terrore che hai fatto vivere a esseri desiderosi di pace».
Il drago in seguito si girò e, con passo lento, si avvicinò ai due ragazzi che terrorizzati indietreggiavano cautamente.
Chaman si rivolse ad Hamza dicendogli: «E io che vi ho dato ascolto! Lo sapevo: adesso farò la fine del topo. Lo vedo già quel drago divorarmi, oltretutto non posso nemmeno usare la mia capacità. Sono allo stremo delle forze e sono pure ferito dalle varie schegge».
Anch’essi arrivarono con le spalle al muro …
Hamza guardò il drago che si avvicinava e sostenne: «Temo che abbia già divorato Maximilian». E si girò verso Chaman dicendo: «Non chiedermi di usare il mio dono; ci ho già provato e non ha funzionato. La sua enorme mole m’impedisce di fare qualsiasi cosa: oggetti da tirargli addosso non ne vedo, pertanto temo che dobbiamo prepararci al peggio».
Le facce dei due piccoli erano stravolte, il drago gli era proprio davanti e Chaman con la forza della disperazione urlò: «NON TI CONVIENE MANGIARCI, LA NOSTRA CARNE NON È BUONA!».
Hamza lo guardò ed esclamò: «Cosa cavolo dici!».
Il drago assistendo a quella scena scoppio in un’enorme risata e successivamente, quando ebbe finito di ridere, chiese ai due: «Cosa state confabulando voi due? State tranquilli: non ho intenzione di farvi del male. Il mio nome e Bithor e sono un fratello di Brot».
Hamza e Chaman allora incominciarono a riprendere colore …
Chaman provò a chiedere al drago maggiori spiegazioni: «Stai parlando del maestro Brot?».
Bithor, per tranquillizzare i piccoli, esclamò: «Esattamente! Come vi ho accennato prima, sono suo fratello e siamo tutti dalla stessa parte». 
Hamza tirò un sospiro di sollievo e aggiunse: «Mi vedevo già addentato da quelle grosse zanne; ma Maximilian che fine ha fatto?». Chiese in seguito.
Ancora una volta il drago sorrise, poi diede la sua risposta: «Perché mai dovrei attaccare due giovani eroi come voi; a soli undici anni avete sconfitto uno dei più spietati maghi neri che la storia abbia mai conosciuto. Per quanto riguarda Maximilian … Non preoccupatevi: sta bene».
I due ragazzi finalmente, dopo attimi di panico, sorrisero ed esclamarono: «È finita!».
Il drago dalle scaglie d’oro si rivolse ancora a loro: «Ora bisogna uscire da questa dimensione dove Pectumatra ci aveva confinato. Se vi avvicinate  provvederò a portarvi indietro dai vostri maestri».
I due provarono ad alzarsi, ma erano talmente deboli che caddero seduti al suolo nuovamente; allora Bithor si accostò con il muso ai due e delicatamente li prelevò per posarli sulla sua enorme schiena, dove i ragazzi si sdraiarono perdendo i sensi.

Di fronte alla taverna:

I maghi cercavano di capire che tipo di magia potesse scardinare l’incanto fatto dallo stregone nero.
Brot parlò a tutti i presenti: «Sciogliere quest’incanto sarà difficile, anche se unissimo le nostre forze. A quanto pare si sono rifugiati in una dimensione parallela e per quanto ne sappiamo solo chi è all’interno può scardinarlo».
Il padre di Hamza, preoccupato per la sorte del figlio, affermò: «Non possiamo essere tranquilli sapendo che all’interno di quella cosa ci sono dei ragazzi di soli undici anni assieme a un mago nero spietato e temuto anche dal più esperto dei maghi bianchi». 
Aschcore cercò di tranquillizzarlo: «In quella dimensione non persistono più le condizioni le quali obbligano noi draghi e tutti gli esseri magici a sopprimere il nostro vero potere. Vi dico questo perché assieme ai tre ragazzi c’è un essere che da solo può tenere testa a Pectumatra, anzi credo proprio che riuscirà a sciogliere l’incanto portando indietro i ragazzi». E mentre tutti guardavano verso la semisfera oscura, notarono che la stessa si stava rigonfiando fino ad arrivare a dimensioni notevoli: circa il doppio di quella iniziale.
Fu allora che Brot capì e volle mettere al corrente anche gli altri: «FATE ATTENZIONE. METTETEVI AL RIPARO!». Urlò il drago.
Subito dopo ci fu un’esplosione e tutto l’alone nero si disperse nell’ambiente: un forte vento provenne da quel posto dirigendosi verso l’esterno; in alcuni casi dei maghi bianchi furono scaraventati lontano da lì, fortunatamente senza conseguenze.
Quando i maghi furono in grado di avvicinarsi videro che tutto l’alone nero era sparito; lo stabile sembrava libero da ogni incanto e dunque accessibile.
Astral e Loky, con estrema cautela, si avvicinarono all’ingresso principale; armati di spade elementali aprirono la porta e si ritrovarono di fronte uno spettacolo che stentavano a mettere a fuoco.
I due rimasero senza parole e allora il padre di Hamza si precipitò nello stabile passando in mezzo a loro.
Egli ritrovò Hamza e Chaman riversi a terra, sdraiati a faccia in su e privi di sensi.
Corse subito accanto al figlio e prendendolo in braccio gli disse: «Hamza; piccolo, svegliati!». Tutto preoccupato per la sua sorte.
L’uomo si accorse che lui e Chaman respiravano ancora; tirò un sospiro di sollievo e con le lacrime agli occhi aggiunse: «Grazie al cielo». Poi avvisò gli altri: «PRESTO, VENITE! SONO ANCORA VIVI».
La stanza si riempì di figure vestite con la tunica bianca e i maestri cercarono Maximilian, il quale a prima vista non si scorgeva.
La loro sorpresa fu quella di trovarlo poco lontano dai due ragazzi che lo avevano accompagnato, anch’esso senza sensi ma vivo.
I resti di Pectumatra provocarono sconcerto; la loro domanda fu: “possibile che dei ragazzini di soli undici anni avessero eliminato uno tra i più feroci maghi neri che la storia conoscesse?”.
In seguito Astral, rivolgendosi agli altri maestri, chiese: «Sapete come hanno fatto, vero?».
Wotan gli rispose: «Sono stati protetti da Bithor, come si nota dai resti di Pectumatra. Ci sono segni di schiacciamento e fori che riportano a un solo tipo di essere magico: il drago!».
I maghi prestarono soccorso ai ragazzi e li portarono in infermeria immediatamente.
La salma di Pectumatra venne coperta da un telo bianco, caricata su di una barella e portata all’esterno dello stabile, di fronte ai due draghi che si guardarono in faccia e annuirono come se già fossero al corrente di quello che era successo.
Aschcore affermò: «Come sospettavo Bithor è accorso in loro aiuto; d’altronde non poteva essere altrimenti, il minimo che ci si poteva aspettare da lui. Direi che ha fatto davvero un buon lavoro». 
Brot gli rispose: «Direi proprio di sì. Vorrei però vedere la faccia di “lui” quando verrà a sapere della cocente batosta che oggi gli abbiamo inflitto. Ha perso buona parte del suo esercito, il rimanente è stato messo in fuga e Melkore non si farà vivo almeno per un po’ di tempo».
Il drago dai lunghi baffi, rivolgendosi a Brot, fece una proposta: «Penso che sia più saggio se per il momento vi trasferiate nel nostro rifugio; a quest’ora sapranno l’esatta ubicazione dell’Asilum e credo che vi attaccheranno di nuovo quando saranno in condizione di nuocere».
La risposta del drago dalle scaglie di ferro arrivò immediatamente:«Ti sbagli fratello, non ci ritroveranno mai. Dopo la loro fuga ho riprodotto l’occulo iugis; non ritroveranno l’Asilum mai più: quando ritorneranno vagheranno inutilmente per il paesaggio senza risultati, poiché da oggi l’Asilum dispone di una dimensione propria, dove solo i maghi bianchi e i puri di cuore avranno accesso».
Aschcore lo guardò e aggiunse: «Sei il solito; aver riprodotto quell’incanto significa aver rinunciato a buona parte della tua energia vitale. Hm … Sempre pronto a sacrificare tutto il possibile eh?».
Brot ribatté: «E tu credi che non ne valga la pena? Guarda che risultati abbiamo ottenuto: dei ragazzi di undici anni ci hanno appena dimostrato che è possibile sconfiggere i maghi neri, cosa che noi avevamo dimenticato. Guardali: hanno avuto il coraggio di combattere quando anche i più maturi di loro sarebbero fuggiti; e quello che mi stupisce è che ognuno di loro è un raro fiore che mi accerterò personalmente venga coltivato come si addice». In seguito, guardando negli occhi il proprio fratello, ribadì: «Aschcore. È giunto il tempo di fare una visita all’altro universo. Questa vicenda dovrà essere sistemata e questi coraggiosi ragazzi dinnanzi ai nostri occhi riscriveranno la storia del mondo magico».
Il drago dai lunghi baffi terminò quel discorso facendo presente: «Può darsi, ma non possiamo fare tutto da soli. Sarà necessario rintracciare Ivan il rosso, che attualmente è nascosto in una non precisata località di questo mondo. Senza i maghi rossi non possiamo tentare un’invasione; loro possiedono l’unica arma in grado di eliminare i demoni e senza la quale noi andremo a morte certa. Penso non ti debba ricordare che non si tratta più del solo Adrammalech, ma di un’entità ancora più pericolosa, la quale può venire ricacciata solo attingendo alla fonte divina; e quell’incanto è custodito dai maghi rossi da generazioni, solo loro possono riprodurlo. Ivan è l’unico sopravvissuto ed è di vitale importanza rintracciarlo e convincerlo a collaborare».
Brot infine sottolineò: «Ne sono consapevole; ho già predisposto una spedizione che avrà il compito di rintracciarlo. Dopo tutto non possiamo sempre fare affidamento su nostro fratello Bithor, quindi un alleato come lui ci farà comodo».

Nel sottosuolo dell’Asilum:

I rifugiati non udirono più nessun rumore e i maghi a guardia di quel posto incominciarono a chiedersi se la battaglia fosse finita.
Uno di loro si rivolse verso la persona che sembrava il responsabile: «Non si sentono più rumori; sarà il caso di andare a vedere cos’è successo?». Domandò.
La risposta arrivò immediatamente: «D’accordo. Prendi uno di noi e vai a dare un’occhiata; se tra mezz’ora non avrai dato notizie, farò sgomberare la stanza per mezzo del passaggio».
I maghi mandarono due di loro, i quali uscirono con cautela dal passaggio segreto che li avrebbe condotti nella boscaglia; gli altri aspettarono con trepidazione.
Gerard e Isak erano preoccupati poiché, come d’accordi, i loro compagni in caso di pericolo dovevano fare ritorno e ancora non avevano avuto loro notizie.
Isak si rivolse a Gerard dicendo: «Speriamo sia andato tutto bene; inizio a preoccuparmi un po’ per il loro ritardo».
Gerard annuì e infine sostenne: «Temo sia successo qualcosa, altrimenti a quest’ora sarebbero già tornati». E successivamente si rimisero seduti lì, dove avevano aspettato fino a quel momento.
La mezz’ora passò in fretta, ma fino a quel momento dai maghi mandati in avanscoperta non era arrivata nessuna notizia.
Il mago addetto alla loro incolumità si alzò nel punto più elevato e si rivolse verso tutti ad alta voce: «SIGNORI, SIGNORE; VI PREGO DI DARMI LA VOSTRA ATTENZIONE PER UN ISTANTE». Urlò quella figura.
Nella sala calò un silenzio inverosimile e fu allora che il mago poté parlare senza alzare più la voce: «Come dicevo, vista la lunga attesa e la mancanza d’informazioni, dobbiamo presupporre che per noi le cose si siano messe male in superficie; lo testimonia il terremoto avvertito qualche oretta fa e la totale mancanza di rumori provenienti dai piani superiori. Come eravamo d’accordo, vi prego di disporvi diligentemente su due fila, in modo che dopo l’apertura del passaggio possiate facilmente percorrerlo senza rischi. Ricordate di non creare panico e che con voi ci saremo sempre noi, in caso di pericolo cercheremo di darvi più tempo possibile per poter fuggire e disperdervi. Questo passaggio ci porterà nella boscaglia dove sarà facile nascondersi e raggiungere la più vicina città, nella quale ci confonderemo con la popolazione e dove i vostri genitori ci raggiungeranno per portarvi a casa. Adesso muoviamoci!». Esclamò infine il mago.
Il masso che bloccava il passaggio venne spostato e in quel momento tutti, compresi i nostri due amici, si sistemarono secondo le disposizioni; le loro facce erano preoccupate e nei loro pensieri echeggiavano ancora le parole udite poco prima: “per noi le cose si sono messe male”.
Nell’istante in cui incominciarono a camminare verso il passaggio però, da esso una scintillante luce si avvicinò a forte velocità, li sovrastò passando sulle loro teste e si andò a fermare al centro della grande stanza, si abbassò fino a toccare il terreno e da essa una voce rimbombò per tutto l’ambiente: «Gente: siamo riusciti a vedere cos’è successo!».
Tutti rimasero col fiato sospeso nel guardare quel luccicante bagliore al centro della sala, poi la voce continuò: «Abbiamo battuto l’intera armata mandata contro l’Asilum: tutti gli esseri magici che ci hanno attaccati sono stati ricacciati e alcuni sono stati addirittura uccisi; tra loro c’è anche il temuto mago nero Pectumatra».
Un urlo liberatorio echeggiò nell’antro: c’era gente che si abbracciava con le lacrime agli occhi e altri festanti che saltavano in aria con le mani rivolte verso l’alto.
Gli stessi alunni del primo anno fecero festa.
Fra loro s’intravide Gerard che strinse forte Isak in lacrime, poi gli disse: «Lo sapevo che ce l’avremmo fatta; lo sapevo …».
La voce che proveniva dal bagliore al centro della grande sala parlò ancora: «Raggiungete i piani superiori e fate accomodare i ragazzi nelle proprie stanze. Chiunque voglia dare manforte e prestare soccorso ai feriti si diriga nell’atrio dell’accademia». Poi quel lume svanì del tutto.
Il mago che aveva parlato prima disse: «CALMATEVI; ADESSO CALMATEVI!». Infine, quando tutto il trambusto cessò, continuò: «Presto apriremo la porta che dà accesso all’accademia; i ragazzi del primo anno e i ragazzi del secondo anno verranno accompagnati alle loro stanze. Gli altri si dirigano nell’atrio: i nostri hanno bisogno d’aiuto e noi dovremo dargli tutto l’appoggio possibile. Ci saranno molti feriti lassù».
I maghi si affrettarono a chiudere il passaggio precedentemente aperto e successivamente liberarono il portone che era stato bloccato prima dell’inizio dello scontro.
Tutti si diressero diligentemente verso le proprie destinazioni e i ragazzi più piccoli, accompagnati dai censori, verso il convitto.
Gerard e Isak riuscirono a staccarsi dal gruppo senza farsi scoprire dal proprio censore e si diressero verso l’uscita.
Quando i due furono davanti a essa aprirono il portone e si trovarono al cospetto di un desolante paesaggio: i segni dello scontro erano visibili ovunque.
Dinnanzi a loro un mago bianco si apprestava a dare soccorso a un ferito prendendolo sottobraccio; i due ragazzi si avvicinarono e gli chiesero: «Dove sono i maestri?».
Il mago li guardò e ribatté: «Ragazzi; cosa ci fate voi qui? Dovreste essere nei vostri alloggi. Questo non è posto per voi, potrebbero esserci ancora dei nemici. È troppo pericoloso».
Gerard però lo bloccò subito dicendogli: «Signore, ho perso mio fratello minore nella confusione. Sono qui per cercarlo e probabilmente i maestri sanno dove si trova. La prego: mi dica dove sono, le prometto che faremo molta attenzione».
Dopo aver sentito quelle parole il mago si decise a dare loro la notizia: «I maestri si trovano di fronte alla locanda; lì vi sono anche il gran maestro Brot e Aschcore. Se vi affrettate li troverete tutti assieme; ma mi raccomando: state attenti».
I due corsero verso il luogo indicatogli dal mago, Isak si girò e rivolto verso il mago disse: «Grazie signore; stia pure tranquillo faremo molta attenzione».
Presto furono in vista della locanda e vicino ad essa videro l’enormi sagome dei draghi; s’incamminarono verso di loro e nell’avvicinarsi si delinearono anche quelle di tutti i maestri.
Furono contenti di vedere che erano salvi e da lontano urlarono: «MAESTRO ASTRAL!».
Il maestro si girò verso di loro e sorpreso esclamò: «Possibile che siano riusciti anche questa volta a sfuggire alla sorveglianza dei censori!». Poi rivolgendosi agli altri e dondolando la testa continuò: «Sono davvero delle pesti». E tutti accennarono un ghigno.
Quando furono vicini, Gerard domandò: «Maximilian dov’è?».
Isak aggiunse: «Chaman e Hamza?».
Astral accennò un sorriso e rivolgendosi ai due disse: «Non preoccupatevi stanno tutti bene, benché un po’ ammaccati. In questo momento sono in infermeria per le cure mediche».
A quelle parole seguì un abbraccio liberatorio tra i due bambini: i loro amici e Maximilian erano salvi e tutto era finito per il meglio.


Il 19° capitolo è composto così: 10472 parole, 54729 battute spazi esclusi, 65173 battute spazi inclusi, 358 paragrafi e 987 righe.
Vi saluto tutti.
Ciao.