Capitolo
lungo il 16° eh?
Adesso
capite perché reputo il romanzo un libro per adulti?
Sono
comparsi nuovi personaggi, persino il demone su cui ci sarebbe tanto da dire.
Io
l’ho immaginato come un gigante che è in grado di squarciare il cielo con le
mani nude ed entrare nel mondo umano.
Invero
il nome che ho citato non discorda tanto da quello delle descrizioni che nei
secoli si sono tramandate.
Se
tornassi indietro, però, non gli darei più quel nome, ma cercherei di
nascondere quanto più possibile; ma ormai è fatta e non posso più intervenire
(la prima stesura del romanzo circola in internet da lungo periodo).
Ho
alleggerito la sua descrizione perché temevo che non fosse il caso di far visualizzare
immagini troppo cruente al lettore.
Avrò
fatto bene?
Mah,
chi lo sa …
Draghi,
fate, demoni, maghi, animali strani inventati di sana pianta, ecco … Tutto
questo potrebbe sembrare insolito, ma c’è un progetto dietro la narrazione del
romanzo, ve lo posso assicurare; tuttavia, tale progetto, si vedrà solo alla
pagina numero duemila, e cioè alla fine del romanzo (Terzo libro “Maximilian
Arlstain – Il signore del tetro regno –“).
Le
duemila pagine sono A5, pertanto se contiamo il formato A4 sono solo poco più
di mille.
Ma
ora passiamo al 17° capitolo …
Mancano
tre capitoli alla fine del primo libro e la narrazione verte sul pericolo
costante che rappresentano gli esseri arrivati nel mondo umano.
Si
delineano le storie dei vari personaggi: Maximilian, il fratello, i draghi, i
maghi, ma rimangono comunque in sospeso molte storie che riguardano altri personaggi.
Tutto
sarà rivelato alla fine, poiché ho cercato di descrivere la storia d'ognuno di
loro.
Sì,
persino quella di Isak, Hamza, Chaman etc.
Il
capitolo in questione è importante perché introduce il lettore nel mondo
parallelo dove sono stati imprigionati i maghi neri.
Io
penso che la narrazione sia strutturata come si deve e pertanto il lettore sia
invogliato ad andare avanti; ciò però non devo essere io a dirlo, ma è il
lettore che deve notarlo: non credete?
Ebbene
… Buona lettura del 17° capitolo di Maximilian Arlstain – i due mondi –:
CAPITOLO
17
L’ETERNA LOTTA TRA
MAGHI
Gli abitanti dell’Asilum assistettero
all’evento sbigottiti;
avevano visto quell’essere mostruoso venire ricacciato da dove era apparso e lo
squarcio nel cielo chiudersi.
Le persone erano attonite e con il naso
all’insù; dalla moltitudine di gente lì presente provennero varie voci, alcune chiedevano: «Cos’è
stato?».
Altre: «Cos’era quella bestia che stava
spuntando da quell’enorme fessura?».
Altre ancora: «Wow! Draghi che combattevano
ed esseri ripugnanti che solcavano le terre dell’Asilum: sarà sicuro restare in
questo posto?».
Tutta la gente si chiedeva se quegli esseri
sapessero dove si trovasse il loro rifugio.
I compagni di stanza di Maximilian, che per
avere una visuale maggiore si erano portati sulla terrazza dell’accademia con
altri coetanei, avevano vissuto attimi di panico, soprattutto quando
quell’essere ripugnante stava per varcare lo strappo da lui aperto nel cielo.
Chaman chiese ai suoi compagni: «Pensate
quello che penso io?».
Isak si rivolse a tutti dicendo: «C’è stato
un altro attacco di quegli esseri che abbiamo incontrato nei sotterranei
dell’accademia».
Hamza confermò: «Probabile, ma quello che più
conta però è che sembra sia stato un attacco che in qualche modo abbiamo
respinto».
Gerard affermò visibilmente pensieroso: «Sono
veramente preoccupato per mio fratello». E facendosi spazio tra gli altri
spettatori, i quali stavano cercando di capire cosa fosse successo, richiamò i
suoi amici dicendo: «Scendiamo di sotto in cerca d’informazioni su quanto è
successo».
Gli amici seguirono Gerard, che con difficoltà
si fece spazio tra la folla facendo da apri strada ai rimanenti membri del
gruppo.
A pochi metri, dov’era stata ingaggiata la
battaglia, uno scenario cupo deturpava tutto l’ambiente; ben pochi maghi
bianchi erano stati in grado di resistere alla carica dei malvagi servitori oscuri.
Anche nel gruppo capeggiato da Aschcore
c’erano esseri allo stremo: si erano seduti sul terreno mentre guardavano intorno
a loro quello scenario apocalittico.
C’era del fumo che si ergeva verso l’alto da
tutte le parti, alberi mezzi distrutti dai vari incanti, cadaveri di creature e
di maghi sparsi un po’ dappertutto.
I superstiti di quella lotta aiutarono i
feriti che furono caricati su apposite barelle, le quali volarono magicamente a
mezz’aria verso l’Asilum alla volta dell’infermeria.
Su di un piccolo masso sedeva la Mantivora che aveva
fatto la conoscenza di Maximilian e i suoi compagni; era ferita e si reggeva il
fianco.
Ella provò ad alzarsi, ma perse l’equilibrio
e scivolò verso il basso; due mani però, la sostennero tirandola verso l’alto.
Vaschnur si girò e vide che da un lato Astral,
e dall’altro Wotan, la stavano tenendo evitandogli così l’impatto con il
terreno.
Astral gli domandò: «Stai bene?».
Wotan, che la reggeva dalla parte destra, in
quel momento disse: «No, grazie a voi. Se non foste intervenuti ci avrebbero
ucciso. Il divario di numeri schierati sul campo era immenso».
Vaschnur gli rispose: «Non potevamo
permettere che oltrepassassero. Ho vissuto per parecchio tempo nell’altro universo
e vi assicuro che non avrei accettato di ritornare a vivere nelle stesse
condizioni di quell’epoca; di certo non posso permettere che i miei figli
crescano schiavi di un tiranno devoto solo all’oscurità, non è vita quella».
I due maestri annuirono e Astral affermò: «Sarà
il caso di farsi vedere da un dottore». Riferendosi alle vistose ferite
cosparse per tutto il corpo della Mantivora.
Proprio in quel momento si fermò davanti a
loro una barella che levitava a mezz’aria; i maghi poggiarono Vaschnur sopra di
essa che subito dopo si diresse verso l’infermeria.
Intanto, nel posto dove avevano affrontato il
demone, i due draghi stavano discutendo fra loro.
Brot, che portava sulla groppa Maximilian
privo i sensi, si rivolse ad Aschcore: «Dunque alla fine hai scelto la parte in
cui stare?». Gli domandò guardandolo in volto.
Aschcore rispose con la sua possente voce:
«Brot, io sono stato sempre dalla vostra parte; ma alcune circostanze mi hanno
impedito di parlarvene».
Allora Brot chiese incuriosito: «Come avete
fatto a ritrovarci? E soprattutto: come sapevate che ci avrebbero attaccato?».
Il drago di forma serpentesca rispose: «Tutto
è cominciato sei mesi fa: abbiamo notato che le attività degli esseri oscuri erano
aumentate vertiginosamente; li tenevamo d’occhio da parecchio ed essendoci
insospettiti ci siamo messi a setacciare le zone sotto il nostro controllo in
cerca d’informazioni. Il giorno in cui siete arrivati presso il nostro rifugio abbiamo
catturato due entità che vi stavano seguendo».
Il drago con scaglie d’acciaio osservò: «Quindi
non vi siete limitati ad aspettare che i nostri inseguitori andassero via, ma
li avete attaccati quella sera stessa».
Aschcore avvicinandosi annuì e disse: «La
notte in cui vi abbiamo ospitato ho personalmente interrogato gli esseri fatti
prigionieri: sapevano di un imminente attacco alla roccaforte dei maghi bianchi
e che dovevano trovarsi in un punto prestabilito all’indomani».
«Ma … Comportandovi in questo modo, non vi
siete esposti al rischio di rivelare l’esistenza del vostro rifugio?». Ribatté
Brot.
La risposta fu immediata: «Ormai quel gruppo
di esseri non rappresenta più un problema: non appartengono più al mondo dei
vivi».
Un ghigno solcò il volto di Brot: «Se non
foste intervenuti ci sarebbero state parecchie perdite, vi dobbiamo molto».
Aschcore avvicinandosi con la sua enorme
testa a Maximilian precisò: «No, ti sbagli! Tutti noi siamo debitori verso
questo cucciolo d’uomo; ha riprodotto l’incanto che solo i celestiali riescono a
fare impedendo l’ingresso del demone nel nostro mondo».
I due draghi, dopo quel breve colloquio, si
avviarono verso l’Asilum: urgeva raggiungere l’infermeria per far visitare
Maximilian.
L’incanto che in precedenza Wotan aveva fatto
per mimetizzare tutto il centro abitato fu sciolto e l’intero rifugio fu
visibile.
Molti esseri si stavano dirigendo verso l’Asilum,
alcuni erano feriti e camminavano con le proprie gambe, altri erano sulle
barelle magiche.
Quando le persone che avevano combattuto
furono abbastanza vicini alle case, gli studenti riconobbero i loro maestri e i
loro genitori; chiunque si rendeva utile portando aiuto ai feriti più gravi.
I due draghi erano visibili grazie alla loro
mole: uno era di forma serpentesca, sulla cui testa c’era una criniera di leone,
e l’altro aveva delle scaglie d’acciaio su tutto il corpo.
Quel drago aveva sul dorso un ragazzino che
gli amici riconobbero: era Maximilian.
I due draghi entrarono tra le mura del centro
abitato; la gente accolse trionfalmente sia loro, sia tutti maghi, conscia che
avevano salvato quelle terre da un’orda di creature malvagie.
Agli esseri giunti in loro soccorso
riservarono lo stesso trattamento e in quell’istante si dettero tutti da fare
per offrire aiuto.
Il parco di fronte all’accademia fu trasformato
in un ospedale da campo e furono evocate magicamente delle tende capaci di contenere
fino a sei unità.
Brot, arrivato nel cortile antistante allo
stabile, richiamò i maestri vicino a sé e gli disse: «Bisogna curare i feriti;
cercate tutti i dottori che abitano nell’Asilum. Se non bastano reclutate tra i
familiari dei nostri alunni». Poi, portando il muso verso il piccolo che era
sul suo dorso, aggiunse: «Max deve arrivare al più presto in infermeria e uno
di voi farebbe meglio a portarcelo». Si abbassò posando dolcemente il suo corpo
privo di conoscenza accanto a Loky e il maestro lo prese in braccio per poi
dirigersi verso l’infermeria stessa.
In quell’istante Brot riprese a parlare:
«Wotan, a te do il compito di formare delle squadre di ricognizione e
controllare tutti i territori dell’Asilum per scovare eventuali nemici».
Il maestro annuì e s’incamminò immediatamente
verso l’accademia per prepararsi, portando con sé un nutrito gruppo d’uomini.
Il drago continuò asserendo: «Drenk; tu e
Asdar coordinerete i soccorsi, non dobbiamo perdere più nessuna unità».
I due maestri
ubbidirono anch’essi e si portarono in mezzo ai soccorritori.
Egli poi guardò i mentori rimasti e disse: «Tutti
gli altri si organizzeranno per un loro eventuale ritorno. Predisponete da
subito delle sentinelle e preparatevi a combattere in caso di un nuovo attacco».
Tutti scossero la testa in segno d’accordo e
s’incamminarono verso le loro destinazioni, ma Brot richiamò l’attenzione di
Astral, il quale si riportò al suo cospetto.
«Astral. Tu invece dovrai preparare un
incanto difensivo da apporre sull’Asilum. Dovrà essere più potente del
precedente; è di vitale importanza non farli arrivare di nuovo da noi». Gli
disse il drago.
Anche Astral si mise subito al lavoro
dirigendosi verso le sue stanze, dove una biblioteca privata era pronta per
essere consultata e dove molti incantesimi erano elencati.
Brot si rivolse poi verso Aschcore e gli
disse: «Fratello; fai riposare i tuoi, metteremo a disposizione qualsiasi cosa
loro serva».
Aschcore rispose: «Purtroppo non potremo
rimanere a lungo; devo lasciarvi in custodia solo i feriti più gravi. Il resto
dovrà dirigersi al nostro rifugio dove le loro famiglie li attendono. Questa
notte ci fermeremo quasi tutti, ma domani partiremo per raggiungere la nostra
destinazione».
Il lungo serpente a quel punto richiamò tramite
telepatia i suoi due generali.
Egli si rivolse ai due: «Vorabor, Rotramir;
voi due tornerete subito al nostro rifugio con un cospicuo gruppo e se accadesse
qualcosa di strano sapete come contattarmi».
I due annuirono ed eseguirono gli ordini che
gli erano stati impartiti immediatamente: raccolsero un buon numero di soldati
e partirono di gran fretta verso la loro montagna.
«Aschcore vieni con me». Gli disse poi Brot e
le loro due sagome scomparvero sbriciolandosi come per incanto; parevano due
enormi statue di sabbia che il vento spazzò via.
Loky, arrivato in infermeria, richiamò
l’attenzione di un’infermiera che assieme ad altre sue colleghe si stava dando
da fare per assistere i feriti arrivati: «Infermiera! Ho un ragazzino ferito
che ha bisogno di cure». Affermò il maestro.
L’infermiera asserì: «Presto. Lo poggi su questo
letto vuoto». Indicando un letto nelle vicinanze.
Poi corse verso un dottore e gli parlò: «Dottore
abbiamo un ragazzino che è appena arrivato; deve essere stato ferito durante lo
scontro, la prego venga a dargli un’occhiata».
Il dottore non se lo fece ripetere due volte,
si avvicinò subito a Maximilian e incominciò a visitarlo; dopo un attimo di
silenzio, si rivolse verso Loky chiedendogli: «Lei è un suo parente?».
Il maestro ribatté: «No, non sono un suo
parente. Sono il suo maestro, ma ci terrei a sapere in che condizioni versa».
Il dottore gli riferì: «Mah! Il piccolo non
presenta particolari problemi. Da un primo esame sembrerebbe che sia svenuto
per la mancanza di forze: nessuna ferita; battiti regolari; respiro normale;
pupille nella norma, a parte quella sinistra che presumo sia frutto di un
incidente che il piccolo ha avuto in altra occasione. Direi che è solo
stanchezza, ma per essere certi faremo degli accertamenti».
In un
altro posto:
Maximilian
si risvegliò ancora una volta nel suo paese; ormai quella situazione non lo
meravigliava più di tanto.
Questa
volta si ritrovò nel luogo dove lui era solito recarsi quando aveva bisogno di
stare da solo.
Quel luogo
veniva chiamato dai ragazzi del posto: la rocca della testuggine.
Era un masso
che aveva le sembianze di una grande tartaruga e dove i ragazzi erano soliti stendersi.
Essa si
trovava in una zona isolata dove non passavano macchine, in piena campagna; lì
c’erano degli alberi di mandorlo e l’erba emanava il profumo caratteristico
delle zone di montagna.
Maximilian
si sdraiò sul dorso della roccia guardando il cielo azzurro, di tanto in tanto
scorrevano in mezzo ad esso piccole nuvole bianche e, come succedeva quando era
più piccolo, la sua immaginazione lavorava facendo apparire un’immagine diversa
per ogni nube che gli passava davanti.
Il
bambino sorrise: in quel luogo non c’era nessun rumore di auto e nessun rumore
estraneo alla natura.
Maximilian
si scordò di quello che era precedentemente avvenuto, dimenticando di essere in
un sogno; ma come al solito quel momento di pace venne interrotto dal tremore
del terreno.
Egli
scattò in piedi e vide che la grossa sagoma di Bithor si stava avvicinando.
Il
drago si fermò proprio davanti a lui, lo guardò e, accennando un sorriso, gli
disse: «Bravo Maximilian, con questo colpo infertogli almeno per un po’
staranno buoni».
Maximilian
però gli rispose: «È vero: gli abbiamo inferto un duro colpo. Pensavo che
avessimo distrutto il portale che utilizzavano per entrare nel nostro mondo
però, invece a quanto pare Melkore è in grado di aprire un passaggio con la sua
magia».
Di
rimando il drago ribatté: «Sì, ho sentito quello che è accaduto. Mi sono meravigliato
anch’io degli eventi che abbiamo visto. Ma ragioniamo un attimo: se avesse
potuto usare quell’incanto a suo piacimento non si sarebbe dato tanto da fare
per proteggere il passaggio che abbiamo distrutto; poi, se hai notato, quando
ha riprodotto la magia è letteralmente crollato a terra esausto e per giunta
pieno di ferite provocate dallo stesso incanto che ha fatto».
Maximilian
annuì facendo capire che anch’egli aveva osservato quella scena, in seguito chiese:
«Cosa accadrà adesso?».
Bithor
guardò il cielo azzurro e poi abbassò nuovamente lo sguardo verso Maximilian.
La sua
voce si sentì imperiosa: «È il momento di contrattaccare; non possiamo rimanere
in attesa di essere di nuovo aggrediti. Melkore ormai non è più tra gli esseri
che perseguono la giustizia; bisognerà stanarlo e sopprimerlo, non vedo altra
soluzione. Se rimane in vita sarà solamente un ostacolo. Questa guerra tra maghi
dura ormai da troppo tempo: essa ci ha logorati e alcune specie sono scomparse
dal creato; tutto per le ambizioni di una parte degli esseri umani. La magia è
un grosso fardello, se non si sopporta il suo peso, essa devia in abomini che
portano morte e distruzione, a quel punto gli esseri malvagi possono manovrare
nell’ombra la fragile coscienza degli esseri umani. Ma ritorniamo alle mosse
che d’ora in poi andranno fatte: tu, Max, devi diventare ancora più forte; ti
serviranno nuovi incanti e nuove tecniche di combattimento. Come ben sai io non
posso aiutarti più di tanto in questo universo, ma una volta che avrai
oltrepassato sarò libero da ogni vincolo e potrò mostrarmi tranquillamente;
allora ti mostrerò il mio vero potere». Poi assumendo un aspetto serioso
proferì: «Dovrai apprendere il modo per oltrepassare; si avvicina il momento di
agire anche sul loro piano. Ma ti avverto: non sarà una cosa facile; per prima
cosa ti mostrerò com’ è fatto l’altro universo».
Dopo
quelle parole il paesaggio iniziò a mutare: il cielo azzurro con le sue nuvole
bianche divenne rosso sangue, privo di nuvole, e due soli s’innalzarono nel
cielo.
I soli
sembravano attaccati da una striscia infuocata; il primo sole era enorme, circa
tre volte la circonferenza di quello che Maximilian era abituato a vedere sulla
terra; il secondo, non distante dal primo, era più piccolo e sembrava la metà
di quello che di solito guardava sulla terra; con una differenza: questo sole
girava vorticosamente su se stesso e il suo movimento celeste era nitido,
sembrava quasi sottrarre energia a quello più grande nutrendosene voracemente.
Poi il
suo sguardo fu attirato verso il basso, dove alti promontori si stagliavano per
tutta la zona; le montagne erano altissime …
Delle
eruzioni vulcaniche si udirono in lontananza e il terreno tremò.
In
quell’istante apparve il drago che si portò vicino a lui e iniziò a spiegargli:
«Guardalo bene Maximilian: questo è il mondo in cui tu dovrai entrare; è questo
il terreno sul quale tu ti dovrai cimentare, il campo di battaglia dove d’ora
in poi dovrai combattere. Nessuna forma di vita può resistere su questo mondo
per lungo tempo».
In
seguito, guardando i due soli, aggiunse: «Avrai già notato i due soli che
imperiosamente regnano su questo sistema; quando gli esseri malvagi furono
confinati in questo mondo fu loro lasciato un monito: pentirsi e convivere pacificamente
con le altre razze acquisendo di nuovo il privilegio di rientrare sulla terra;
oppure perire su questo pianeta per via del fuoco. Come al solito il potere
divino ci offriva il libero arbitrio; vivere o morire sarebbe stata una nostra
decisione. I due soli e gli elementi di cui sono costituiti, prima o poi, saranno
la causa della distruzione di questo mondo. Il sole più piccolo raggiungerà
dimensioni tali da non poter più trattenere l’enorme energia di cui si nutre in
continuazione ed esploderà lanciando verso questo mondo un’enorme quantità
d’energia sotto forma di magma incandescente, bruciando tutto quello che incontrerà
sulla sua strada compreso il pianeta. Poi ricomincerà di nuovo a nutrirsi
d’energia, iniziando tutto da capo, fino a raggiungere di nuovo le sue
dimensioni massime e ripetere la deflagrazione. La stella più piccola è
condannata a mangiare voracemente per l’eternità per poi finire con una
colossale esplosione. In definitiva … Gli esseri malvagi dovevano convertirsi
per ritornare sulla terra e convivere in pace con tutti, ma ciò non è avvenuto.
La malvagità non è facile da estirpare. Sai … Se i piani divini prevedevano il
pentimento dei maghi neri, non avevano fatto i conti con l’arrivo di Pectumatra.
Egli è il più crudele essere vivente mai esistito, fu scomunicato dopo che si
accorsero dei suoi malvagi propositi e fu da allora che comparve nel nostro universo.
I demoni avevano trovato il cuore più oscuro dove attecchire: gli concessero
poteri impensabili per semplici maghi; in cambio lui gli promise la sua anima e
quella di tutti i suoi sottoposti che fece in modo di far crescere
illimitatamente. Dal suo arrivo le cose andarono peggiorando sempre più e il
numero dei demoni aumentò vertiginosamente, come del resto quello dei caduti».
Maximilian
restò incantato a guardare Bithor in un primo momento, poi disse: «Ci sono
stati tanti caduti, sia da una parte, sia dall’altra; ma a quale scopo fanno
tutto questo?».
Bithor
rispose: «Semplice, per via della brama di potere. È di questo che approfittano
i demoni; hanno come obiettivo di aumentare le possessioni. Per mettere fine a
tutto questo bisogna procedere per gradi: in primo luogo dobbiamo occuparci di
Melkore; deve essere sistemato. Riferisci a Brot ed Aschcore quello che ti ho
detto, nostro fratello ormai non appartiene più ai draghi ma ai demoni e per
tanto va distrutto. O lo fate voi, o vi distruggerà lui».
Maximilian
scosse la testa e assicurò al drago dorato che avrebbe fatto ciò che gli era
stato chiesto: «Va bene, riporterò il messaggio. Ma ora dimmi: come farò ad
arrivare in questo mondo?».
Il
grosso drago replicò: «Non avere fretta Max; ti avevo detto che ti avrei
insegnato a trapassare, ma mi rendo conto che prima urge sistemate Melkore. Bisognerà
mettere in sicurezza il mondo degli uomini, poi agiremo sul piano degli esseri
magici. Melkore non può utilizzare la sua magia per creare un varco quando
vuole, ma può essere pericoloso se riesce a far entrare il demone che avete
affrontato. Solo dopo averlo soppresso ci potremo concentrare su altri
obiettivi».
In
quell’istante tutto l’ambiente circostante iniziò a essere sostituito da uno a
lui familiare.
Maximilian apri gli occhi e vide i suoi amici
e suo fratello Gerard; a quel punto esclamò: «Oh! Sono in infermeria».
«Voi ragazzi cosa ci fate qui?». Poi chiese.
Gerard, visibilmente arrabbiato, rispose:
«Max mi hai fatto prendere uno spavento enorme. Come fai a ficcarti sempre nei
guai? È mai possibile che debba venirti sempre a trovare in infermeria ogni volta
che sparisci senza dire niente?».
Maximilian ribatté: «Fratello ormai dovresti
conoscermi: i guai non li cerco io, ma sono loro che vengono a cercarmi. Ho
l’impressione che siamo fatti l’uno per l’altro; io e i guai».
Quell’affermazione di Maximilian fece
scaturire una gran risata da parte di tutti i presenti, però a un certo punto
si ammutolirono e diventarono seri.
Hamza, approfittando del silenzio, chiese: «Cosa
è successo laggiù?».
Tutti lo guardarono incuriositi e allora Maximilian
rispose: «Voi potete immaginare cosa sia stato tutto quel fracasso. In poche
parole: siamo stati attaccati e per poco non scoprivano l’Asilum. Ci siamo accorti
della loro presenza e il maestro Wotan ha subito riprodotto un incanto per
camuffare il nostro rifugio onde evitare che fosse scoperto. Le cose si stavano
mettendo male per noi; dovevate vedere che confusione: eravamo disperati, arrivavano
da tutte le parti e parecchi maghi bianchi non sono sopravvissuti. Tutti,
incluso i nostri maestri, pensavano fosse la fine, ma a un certo punto ci sono
venuti in aiuto degli esseri che credevamo non amici, senza i quali saremo
stati uccisi. In seguito avrete certamente notato il drago che è accorso in
nostro aiuto: il suo nome è Aschcore ed è il fratello del maestro Brot».
Maximilian venne interrotto da Chaman: «Oh si!
L’abbiamo visto; eccome! Quando ha immobilizzato Melkore è stata una scena
memorabile. Per non parlare di come gli ha chiuso la bocca: spettacolare».
Anche Isak volle dire la sua: «Quella
moltitudine di esseri arrivati in nostro aiuto … Da lontano sembrava una grossa
onda che travolgeva tutto».
I loro discorsi si fermarono per l’arrivo del
maestro Astral e del maestro Wotan.
I ragazzi salutarono e a loro volta furono
salutati dagli adulti.
Alla visione di Maximilian sveglio, Astral
disse: «Vedo che hai ripreso conoscenza. Questa volta ci hai fatto preoccupare
non poco sai. Sono passati sette giorni da quando abbiamo respinto il loro
attacco, ma tu non volevi proprio svegliarti».
Maximilian fu sorpreso dalla quantità di giorni
che aveva dormito ed esclamò: «Possibile! Così tanti giorni; a me sembra che tutto sia
accaduto poche ore fa».
Wotan s’intromise: «È normale; sei stato
incosciente, pertanto il senso del tempo era alterato in te. Ma dimmi: adesso
come stai?». Chiese.
Il bambino tranquillizzò i presenti
affermando: «Sto bene, mi sento riposato e forte come prima».
Astral, sentite quelle parole, disse: «Adesso,
giovane amico mio, devi solo pensare a ristabilirti dopo di che potrai
riprendere gli studi. Devi sapere che qui tutto è tornato alla normalità e per
nostra fortuna pare non abbiano scoperto che si trovavano di fronte all’Asilum».
Maximilian fu sollevato dalle parole appena udite,
ma poi si ricordò del discorso avuto con il drago dalle scaglie dorate.
Egli richiamò l’attenzione di entrambi i
professori e disse: «Ho bisogno di conferire nuovamente con voi e con il
maestro Brot; devo riferire delle cose».
I maestri capirono immediatamente ed
annuirono entrambi.
Wotan gli fece presente: «Cercheremo di
organizzare un incontro non appena ti sarai rimesso».
Ma Maximilian pareva non poter aspettare: «È
una cosa troppo importante e non si può aspettare tanto tempo; devo conferire
con voi questa sera stessa».
Astral, vista la sua insistenza, gli disse: «Beh,
considerando queste tue ultime parole cercheremo di parlarci stasera. Ti passeremo
a prendere quando saremo pronti; adesso però dobbiamo andare, sbrigheremo
alcune faccende e saremo subito da te».
I due salutarono tutti e si allontanarono
sparendo dietro l’angolo in fondo al corridoio dell’infermeria.
Intanto nella sala, vicino al letto, i suoi
amici incuriositi da quello che Maximilian aveva appena detto lo guardarono in
modo da far trasparire il loro interesse.
Maximilian fece finta di non notare nulla e
cambiando discorso chiese loro alcune informazioni: «Gerard come sta andando in
classe, avete ripreso le lezioni vero?».
Il fratello rispose: «È da circa tre giorni
che abbiamo ripreso; tutto, come diceva poc’anzi il maestro Astral, sta
ritornando alla normalità. Non temere però: appuntiamo quello che stiamo
facendo per poi portartelo, in modo da non lasciarti indietro».
Maximilian ringraziò per quel gesto e mentre
stava per aggiungere dell’altro, l’infermiera lo interruppe: «Ragazzi; è ora di
lasciare da solo Maximilian. Tra poco passerà il dottore per la visita
giornaliera e voi penso abbiate molto da fare vista la ripresa degli studi e l’imminente
fine dell’anno scolastico. Adesso andate, ritornerete domani mattina e se le
cose si mettono bene, magari presto potrete parlare tra voi nella vostra camera».
I ragazzi provarono a protestare, ma furono
accompagnati di peso da tre infermiere alla porta; l’unico ad essere contento
di quella situazione ovviamente fu Chaman, che non perse occasione per
attaccare discorso con quelle tre belle donne: «Ragazze, se vi soffermate un
attimo potremo arrivare a un accordo; magari potrei anche decidere di invitarvi
fuori, così sarete in grado di raccontare alle vostre amiche di essere uscite
con me». Guardandole in modo strano.
Una di loro a quel punto gli rispose:
«Giovanotto mi dispiace, troppa differenza d’età e soprattutto...». Segnalando
un grosso uomo che la stava salutando da lontano.
«Vedi quell’uomo che mi sta salutando? È il
mio ragazzo. Non penso proprio che la prenda bene una cosa del genere». Sottolineò
la ragazza.
Chaman ebbe la risposta pronta: «Fa niente,
io posso aspettarti; ho tanto di quel tempo. Prima o poi lo lascerai».
Le infermiere non vollero sentire ragioni:
misero fuori dal reparto i quattro ragazzi e gli vietarono tassativamente di
farci ritorno prima dell’indomani.
Hamza, dopo che le infermiere chiusero la
porta, diede il solito buffetto sul capo di Chaman dicendogli: «Sei proprio
negato con le ragazze; più fai in questo modo, più peggiori le situazioni. Magari
se lo chiedevamo con gentilezza ci lasciavano stare ancora per un po'».
Gli altri furono d’accordo con Hamza, ma nonostante il loro desiderio di rimanere
ancora vicino a Maximilian furono costretti a rientrare nella stanza.
Maximilian guardava fuori dalla finestra che
si trovava di fonte a lui; quella era una bella giornata di fine primavera, il
verde lussureggiava rigogliosamente lì fuori e gli uccelli cinguettavano svolazzando
di qua e di là; la piccola porzione di cielo che si riusciva a vedere era
limpida, sgombra da nuvole indesiderate, ma presto fu colto da sonno improvviso
e si addormentò nuovamente.
Wotan e Astral, di ritorno dalle loro
faccende, raggiunsero l’infermeria; percorsero il corridoio, aprirono la porta
che separava il reparto infermeria dal restante complesso e si diressero verso
Maximilian.
Arrivati di fronte al suo letto videro che il
piccolo era assorto in un sonno profondo e allora decisero di non svegliarlo;
intanto, vedendo il medico, gli chiesero informazioni.
Il dottore confermò: «Il ragazzo non ha
niente di patologico e direi nemmeno danni fisici; dalle analisi fatte è sano
come un pesce, quello che gli è successo è dovuto alla stanchezza e all’enorme
sforzo che probabilmente ha fatto. Consiglierei di non farlo affaticare tanto,
poiché il suo fisico è ancora quello di un bimbo. Ad ogni modo sarà dimesso
stasera, non c’è ragione di farlo rimanere qui».
I maestri ne furono sollevati e guardando
verso il ragazzo si accorsero che si stava risvegliando.
Uno dei maestri si rivolse al dottore …
Fu Wotan che parlò: «Avremo bisogno di
portare Maximilian con noi per svolgere delle delicate mansioni. Premetto già
che non sarà un lavoro fisico; si tratta di scambiare solo quattro parole. Ci
permette di portarlo in un’aula per potergli parlare?».
Il dottore annuendo rispose: «Non ho nulla in
contrario, se mi promettete di non fargli fare sforzi».
I maestri promisero di stare attenti e si
diressero verso Maximilian.
Quando furono vicini al letto Astral gli parlò:
«Abbiamo predisposto tutto per incontrare sia il maestro Brot, sia il maestro
Aschcore; ovviamente dovremo aspettare che quest’ultimo raggiunga l’Asilum». Poi,
guardando l’orologio, aggiunse: «Direi che dovrebbe essere qui a momenti. Per
quanto riguarda noi, se ti senti pronto possiamo incominciare ad incamminarci
verso la stanza dove ci aspetta il maestro. Te la senti di prepararti e di
seguirci?». Chiese infine il mago.
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte,
si preparò e in pochi minuti era lì davanti a loro pronto per seguirli.
I maestri, dopo aver parlato nuovamente con
il dottore, si avviarono verso i sotterranei, questa volta accompagnando
Maximilian per i corridoi dell’infermeria e scomparendo dietro la porta che
delimitava l’inizio di quella zona.
I tre si ritrovarono di fronte alla porta che
avrebbe dato loro accesso ai sotterranei, l’aprirono e continuarono a scendere
le scale di marmo bianco che in precedenza, nell’occasione della visita del
Foglionco e del Carnolupo, Maximilian aveva già percorso. Scesero fino al piano
dove si trovava il cimitero dei draghi, lo attraversarono e si ritrovarono di
nuovo nei pressi di quell’enorme portone dietro al quale c’era la sala dove
Brot dimorava.
Lo aprirono e al centro della stanza videro
la sagoma del drago.
La camera questa volta era riscaldata da un fuoco
acceso in un camino di grosse dimensioni; i lampadari, che appesi a una buona
altezza rischiaravano quell’ambiente, facevano la loro bella figura.
Il drago si girò verso di loro dicendo: «Astral,
Wotan e il giovane Maximilian. Prego: avvicinatevi al camino; in questa stanza
l’aria, al contrario di quella esterna, è sempre gelida vista la sua profondità».
Poi rivolgendosi verso Maximilian chiese: «Tu ragazzo, come ti senti oggi?».
Lui rispose immediatamente: «Mi sento bene,
grazie. D’altronde ho avuto tutto il tempo di riprendermi in questa settimana».
Poi, pensandoci un po’, aggiunse: «Volevo ringraziarla per avermi aiutato
durante la battaglia; senza il suo aiuto non sarei riuscito a venirne fuori».
Brot accennò un ghigno appena visibile e
rivolgendosi verso i maestri chiese: «Avete sentito cosa mi ha detto?».
Volgendosi ancora una volta verso di lui
rispose: «No, ti sbagli. Siamo noi che dobbiamo esserti riconoscenti: tu hai
ricacciato Adrammalech nell’altro universo. Senza di te avrebbe oltrepassato e
non voglio nemmeno immaginare cosa sarebbe successo. Tu hai prodotto l’incanto
che ci ha protetti fino all’arrivo di Aschcore e dei suoi. Ti sei comportato
egregiamente, nemmeno un mago fatto e finito si sarebbe battuto come tu hai
fatto nella battaglia». E dopo un momento di pausa aggiunse: «Maximilian
Arlstain; a soli dieci anni ti sei guadagnato l’onore sufficiente per avere la
lealtà di esseri come i draghi e … Credimi: nessuno prima di te c’era riuscito.
Lo stesso Aschcore che inizialmente era riluttante si è deciso a scendere in
campo con noi. Tuttavia, non credere che sia finita con lo scontro dell’altro
giorno, poiché la strada è ancora lunga e tortuosa».
In quell’istante un leggero tremore del
terreno colse di sorpresa tutti i presenti, ma lo stesso drago di ferro rimase
tranquillo: sapeva già di cosa si trattava, infatti dal sottosuolo spuntò il
maestoso drago di forma serpentesca con chioma di leone e baffi lunghi
penzolanti dal muso.
Con un cenno della sua testa salutò i
presenti e nel modo burbero al quale Aschcore aveva abituato tutti chiese: «Allora
fratello! Per quale motivo sono stato chiamato qui da voi?».
Brot gli rispose volgendo verso di lui lo
sguardo: «Ci sono delle novità e penso che provengano da nostro fratello Bithor».
Poi fece segno verso Maximilian.
Il drago appena arrivato esclamò: «Hm ... Capisco!».
«Ragazzo: quali novità ci porti?». Infine
domandò.
Maximilian incominciò ad esporre quanto aveva
da dire: «Durante la mia convalescenza ho incontrato di nuovo Bithor. Questa
volta mi ha fatto vedere com’è l’altro universo: posso descriverlo come un
mondo strano dove ci sono due soli e il cielo ha un colorito rosso. Il posto
che vedevo era montagnoso e la presenza dei vulcani era testimoniata da dei
boati assordanti. Bithor ha affermato che non combattiamo più contro un solo
demone, ma accanto a quello che stava per oltrepassare si sono aggiunti altri
ben più temibili; vogliono raccogliere più potere possibile per qualche arcano
motivo. La cosa più importante che mi ha chiesto di riferirvi è che Melkore
deve essere sconfitto poiché non fa più parte della razza dei draghi, ma si è
totalmente asservito alla causa di quegli esseri malvagi».
I due draghi non sembravano sorpresi dalla
richiesta che gli era arrivata.
Uno di loro confermò: «Alla fine sapevo che
questo momento sarebbe giunto. Fin da quando eravamo dei cuccioli Melkore ha
sempre dimostrato un’inclinazione verso la malvagità; ad ogni modo sopprimerlo
mi sembra l’unica soluzione che ci rimane». Poi si girò in modo da guardare in
faccia il suo vicino e gli domandò: «Non credi sia giusto Brot?».
Il drago dalle scaglie di ferro per un momento
non pronunciò una parola, gli passarono per la mente tutti i ricordi di quando
loro erano cuccioli e si apprestavano ad imparare le arti magiche e l’antico
codice dei draghi.
Poi, chiudendo gli occhi per un istante,
aggiunse: «A malincuore devo dire che mi sembra l’unica strada possibile. Non
posso credere che sia arrivato persino a offrire un passaggio in questo mondo ad
uno dei demoni più crudeli che il creato conosca». Tirando il fiato disse: «Va
bene; è una cosa che deve essere fatta. Quando lo scoveremo lo attaccheremo con
tutte le nostre forze». Successivamente, guadando Maximilian, la sua attenzione
fu attirata dall’occhio sinistro che sembrava fissarlo come un tempo facevano
gli occhi di Bithor.
Aschcore chiese altre informazioni: «Non ti
ha riferito più niente?».
Maximilian rispose: «Quello che vi ho
riferito è tutto quello che mi ha detto».
Brot disse ai maestri: «Astral, Wotan;
riferite pure agli altri ciò che abbiamo deciso. Se in perlustrazione notate
qualcosa di strano comunicatelo immediatamente».
I maestri assicurarono che tutti i gruppi in
perlustrazione avrebbero fatto del loro meglio e in caso di pericolo avrebbero
riferito come convenuto.
Maximilian ascoltò con attenzione, ma a un
certo punto chiese ai due draghi: «Avrei da chiedervi anch’io delle spiegazioni
riguardo Melkore».
I due in un primo momento si guardarono in
faccia e poi si rivolsero verso di lui.
Brot gli disse: «Dimmi pure. Cosa vorresti
sapere?».
Maximilian non aspettava altro; già di per sé
era un tipo curioso, ma il fatto che il loro peggior nemico fosse proprio il
fratello dei due lo incuriosiva più del normale.
«Voi avete sempre detto che eravate quattro
fratelli; dunque perché Melkore ha deciso di tradire e di distruggere tutto quello
per cui voi state rischiando la vita?». Chiese Maximilian.
Brot guadò di nuovo Aschcore facendogli un cenno:
«Fratello vuoi rispondere tu al nostro piccolo amico?». Domandò.
Aschcore accettò e incominciò a parlare: «Vedi
Maximilian: tempo fa noi draghi eravamo organizzati in modo da vivere in
armonia con il resto delle creature che abitavano il mondo; riuscivamo persino
a contenere le brame dei maghi neri, per colpa dei quali fummo esiliati
nell’altro universo. Poi, con l’arrivo del più crudele di loro fummo costretti
a sostenere una grande guerra; maghi contro maghi ed esseri contro altri
esseri. Durò tantissimo tempo e noi eravamo solo dei cuccioli. I maghi neri,
per mezzo di un inganno, riuscirono a cogliere di sorpresa tutti i nostri avi
mietendo numerose vittime e come ben saprai fino a quasi eliminarci del tutto.
Rimanemmo in pochi, tra cui noi quattro; penso di non doverti ripetere i nomi,
ti sono familiari. Tra noi c’era un drago che prometteva grandi cose: forte;
astuto; insomma: pieno di talento. I saggi nutrivano in lui una grande speranza
per dare impulso a una nostra rinascita. Tutte le femmine erano state soppresse
dagli stessi maghi neri, pertanto non potevamo proseguire la nostra dinastia.
Alcuni di noi però, scoprirono che un altro cucciolo si era salvato. Si scoprì
che era una femmina e fu portata al nostro rifugio; ella venne protetta come la
cosa più preziosa che custodivamo. Noi a quel tempo avevamo la stessa età di
quel cucciolo e si può dire che siamo cresciuti assieme come fratelli. Il tempo
passava, ma le guerre scatenate dai maghi neri non cessavano: seminarono morte
e distruzione in ogni angolo dell’altro universo. Catturarono una moltitudine
di prigionieri e da alcuni di loro vennero a sapere che esisteva ancora una
femmina di drago. I maghi neri si misero alla sua ricerca, anche con metodi
crudi e violenti. Passarono molti anni, noi crescemmo tutti assieme forti e
sani; la femmina, che rispondeva al nome di Dora, divenne uno splendido
esemplare di drago; la nostra stazza era niente al suo confronto: le nostre
femmine infatti, sono più grandi per via dello sforzo cui sono sottoposte nel
momento della cova. Abbiamo vissuto assieme fino al momento in cui, per
esigenze di portare avanti la nostra stirpe, fu deciso dai saggi che si doveva
scegliere il drago capo branco, il quale sarebbe stato il compagno di Dora. Organizzarono
una cerimonia durante la quale noi giovani draghi dovevamo dimostrare di essere
forti e coraggiosi; il più forte di noi infine avrebbe portato avanti la specie
diventandone il capo. Io, Brot, Bithor e Melkore ci affrontammo al meglio delle
nostre possibilità e alla fine rimasero Bithor e Melkore. I nostri avi avevano
predetto che Melkore sarebbe stato il nostro capo: egli era sprezzante del
pericolo e forte quanto bastava, ma nemmeno Bithor era sprovveduto; anche in
lui albergava tanta forza. Oh … Quella lotta fu memorabile: durò più di tre ore
senza che nessuno dei due si arrendesse; alla fine Bithor, senza alcuna ragione
apparente, si ritirò e Melkore fu decretato il nostro nuovo capo. In seguito io
andai via dal clan. Ma delle voci arrivavano presso il rifugio che mi ero
costruito sulle montagne ed erano gli stessi esseri che fuggiti dall’altro universo
mi riferivano tali dicerie. I tre fratelli avevano giurato di proteggere la
razza dei draghi da qualsiasi pericolo e di osservare il codice millenario: per
quel giuramento ottennero poteri inimmaginabili legati indissolubilmente
all’uso che quei draghi ne avrebbero fatto. I poteri erano così potenti, ma allo
stesso tempo così fragili da disperdersi se coloro che li detenevano non li
avrebbero usati con attenzione. Non portare offesa ad esseri indifesi; proteggere
l’equilibrio precostituito; non abusare di quei poteri conferiti per nessun
motivo; a queste restrizioni i tre si dovettero sottomettere per il bene dei
pochi draghi rimasti, ma molto presto si trovarono ad affrontare i maghi neri
che scatenarono un vero pandemonio. Essi sguinzagliarono tutti i demoni a
caccia dell’unica femmina rimasta. Trovarono il nostro rifugio e ne seguì un’aspra
battaglia. Melkore, preoccupato per i draghi, lasciò indifesi i maghi rossi che
precedentemente avevano preso accordi con lui per una difesa che avrebbe
permesso di respingere i nemici; così facendo tutti loro furono annientati. L’ultimo
drappello di maghi rossi che si opponeva alla conquista di quel mondo venne
spazzato via in un istante. Nel frattempo Melkore, arrivato presso il rifugio
dei draghi, si trovò in mezzo a un'altra cruenta battaglia: i draghi, attaccati
dai maghi neri con il supporto dei demoni, erano intenti a finire il lavoro
iniziato centinaia di anni prima. Melkore, facendosi largo tra la moltitudine
di esseri e di maghi, entrò infine nel rifugio dove si riparava Dora; entrambi
furono costretti a uscire allo scoperto e fu in quell’istante che, per mezzo di
un demone cruento e malvagio, Dora venne abbattuta dopo un’estrema resistenza.
Da quel momento si persero le tracce di Melkore; oggi sappiamo che fine ha
fatto, quello che non mi spiego è per quale motivo si sia unito a loro».
Gli uomini presenti erano visibilmente
meravigliati, quel racconto evidenziava la lunga lotta che da tempo
imperversava tra i maghi la quale aveva coinvolto tutti gli altri esseri
magici: era mai possibile che per le brame di pochi uomini disposti a vendere
l’anima pur di acquistare potere si fosse arrivati ad un’instabilità di quel
tipo?
A quel punto Brot affermò: «Bisogna sistemare
le cose con Melkore, da quello che si è capito lui è il collegamento che hanno
con questo mondo».
Aschcore precisò: «Visti i recenti sviluppi
non ho d’aggiungere niente, quando lo avrete trovato però vorrei esserci
anch’io».
Tutti nella stanza furono d’accordo e il
drago di forma serpentesca scomparve com’era apparso in precedenza.
Anche Brot, dopo essersi raccomandato di
usare estrema cautela, si ritirò e i maestri accompagnarono Maximilian, secondo
le disposizioni del medico che lo aveva dimesso, presso la sua stanza dove ad
attenderlo c’erano i suoi amici.
Il
17° capitolo è composto così: 6490 parole, 34027 battute spazi esclusi, 40496
battute spazi inclusi, 173 paragrafi e 538 righe.
Vi
saluto tutti.
Ciao.
