Beh, in compenso su questo capitolo non sono
dovuto intervenire … Non ho aggiustato nemmeno una virgola, segno questo che
nel precedente capitolo la stanchezza accumulata ha influito sulla sua buona
riuscita.
Inutile … È vero che se si vuole un lavoro ben
fatto bisogna farlo da solo, ma è anche vero che se il lavoro è tanto ci sono
più probabilità di sbagliare; e non c’è cosa più brutta di non fare un lavoro
come deve essere fatto.
Insomma; una persona lavora tanto su di un progetto
per poi accorgersi che ci sono delle imperfezioni … Io direi che questo tipo di
situazione farebbe arrabbiare chiunque; non siete d’accordo con me?
È per questo motivo che sto rileggendo tutti
i miei libri, proprio per cercare le imperfezioni e correggerle.
Sto, allo stesso tempo, cercando d’allargare
la platea di lettori dei miei romanzi.
Io non sono una persona cui piace apparire,
ma sono consapevole che se voglio che i miei libri siano letti devo farli
conoscere.
Ogni post, dunque, sarà condiviso su google +.
Viste le numerose difficoltà nel trovare un
editore e acquisita la consapevolezza di un’improbabile stampa dei miei libri (la
situazione però cambierebbe se io mi decidessi a pagare; eh … In tal caso
stamperebbero eccome), non mi rimane altro che farli leggere in questo modo.
A me non dispiace che i miei libri siano
letti così, li ho scritti affinché “loro” siano consultati e pertanto non
importa in quale modo i lettori ci arrivino, l’importante è che i miei manoscritti
non muoiano.
Buona lettura dell’ottavo capitolo:
CAPITOLO 8
Riaprii gli occhi e tutto era scuro, anche
fuori c’era buio; quello era il momento di avvicinarsi al rifugio dei Giganti
Rosa.
Cercai Barlume, ma non lo trovai; si era già
svegliato, dunque mi diressi verso l’esterno della cavità in cui avevamo
dormito.
Una volta fuori lo trovai con il naso
all’insù.
Quando mi vide disse: «Oh. Ti sei svegliato».
Io annuii e mi avvicinai a lui.
Barlume guardava il cielo e le miriadi di
luci che da esso si vedevano.
Ad un certo punto affermò: «Chissà se anche
noi riusciremo a conquistarci un posto lassù».
Beh … Barlume lo stava chiedendo alla
lucciola sbagliata; io non ero in grado di accenderla quella luce, figuriamoci
di aspirare a un posto fra le lucciole che illuminano il firmamento.
Allora ribattei: «Ah … Caro amico mio. Non so
dirti, io nemmeno l’accendo la mia luce». Dopo quelle parole feci un sorriso.
«Vedrai; quando sarà il momento lo farai
anche tu». Rispose lui per consolarmi.
Ma a me non importava se ci riuscissi o meno,
sapevo già che non bisognava fissarsi sulle cose; quando devono capitare esse
succedono e basta.
Eppure tutti parevano avere fretta e
pretendevano che gli altri si adattassero, come se si dovesse essere tutti
uguali.
Barlume mi fece un’altra domanda: «Dove pensi
che li tengano prigionieri?».
«Non lo so di preciso; dovremo avvicinarci e
scoprirlo». Risposi io.
«E se riproducessero di nuovo la nube
bluastra?». Domandò ancora.
«Beh … Quello sarebbe un bel problema.
Dovremo cercare di nascondere la nostra presenza». Ribattei.
Dopo aver chiacchierato un po’, annuimmo e ci
avviammo verso il grande masso all’interno del quale c’era una strana luce
continua.
Barlume ed io ci avventurammo nell’erba alta
e devo dire che in quell’istante mi aspettavo chissà quali insidie, ma poi mi
dovetti ricredere: deserto; non c’era nessuno.
Io e lui ci accordammo che non si doveva
riprodurre alcun lume e procedemmo orientandoci con la luce lunare.
La luce della luna era abbastanza forte da
permetterci una buona visione quella sera.
Dopo pochi istanti ci ritrovammo dinnanzi
alla cruda verità: il campo era pieno di carcasse d’insetti; di ogni tipo.
Essi giacevano al suolo privi di vita con la
bocca spalancata: quella nube li aveva avvelenati.
Dopo un po’ di tempo arrivammo proprio
davanti al masso illuminato dall’interno, era dunque giunta l’ora di scoprire
dove erano stati imprigionati i nostri compagni.
Io e Barlume cercammo ovunque, ma non
riuscimmo a trovare un passaggio per entrare in quel rifugio, poi scorgemmo una
specie di luce a noi familiare: il suo colore era giallo-verde; non c’era
dubbio: quello era il lume che emettevano le lucciole.
Ci dirigemmo entrambi verso quella luce e
varcammo una sorta di buco.
All’interno di quella roccia trovammo una
situazione un po’ strana: dentro c’era del legno e un sacco di erba secca;
quest’ultima era pressata in enormi cubi accatastati uno sull’altro.
La fine di quei cubi di erba non si vedeva …
In alto, sopra dei ripiani di legno, c’erano le prigioni trasparenti:
finalmente avevamo trovato le gabbie che cercavamo.
Le gabbie contenevano delle lucciole, ma non
vedemmo di chi si trattava.
Gli appoggi di legno erano tuttavia molto in
alto e non immaginavamo come arrivarci.
Barlume e io guardammo bene l’ambiente; e
arrivammo alla conclusione che quei cubi di erba secca ci avrebbero aiutato
nell’impresa: essi portavano proprio all’altezza dei ripiani.
Entrambi ci adoperammo subito per risalirle e
non vi dico che fatica …
Dopo un po’ di tempo riuscimmo ad arrivare a
metà del percorso; là s’incominciò a vedere chiaramente ciò che c’era nelle
prigioni: c’erano in tutto otto prigioni trasparenti su quel ripiano.
Ma non tutte quelle prigioni ospitavano
insetti vivi, solo tre recipienti contenevano lucciole deboli ma ancora in
vita.
Tra le lucciole vive c’era anche Re Neon,
comunque si notava che era allo stremo delle forze; era come se gli mancasse
l’aria.
Le lucciole all’interno delle prigioni di
vetro erano appoggiate a quelle mura trasparenti e di tanto in tanto
boccheggiavano proprio per inspirare più aria possibile.
«Dobbiamo muoverci». Dissi a Barlume.
«Direi proprio di sì». Ribatté lui; e fu
allora che salimmo quella ripida formazione di erba secca con più impegno.
Finalmente giungemmo sul ripiano; di lì si
vedeva il pavimento della stanza ed era una bella altezza, se fossimo cascati
di sicuro saremmo morti.
Ci dirigemmo immediatamente verso la prigione
che conteneva Re Neon; assieme a lui c’erano almeno dieci lucciole, fra cui
anche Gaia.
Gaia era riversa sul pavimento della
prigione, anch’esso trasparente, e non dava alcun segno di vita.
Ci avvicinammo alle pareti e cercammo di
attirare l’attenzione di Re Neon, ma di lui non pareva essere rimasto granché:
era completamente dimagrito, il viso scavato e lo sguardo spento.
«Niente!». Esclamai. «Non sono coscienti».
Infine affermai.
«Bisogna tirarli fuori, prima che muoiano».
Disse Barlume.
Provai ad arrampicarmi ma fu tutto inutile:
scivolai; le pareti erano viscide e non riuscivo ad avere una buona presa.
Lo stesso fu per Barlume, che sconsolato mi
disse: «Siamo spacciati. Non possiamo salvarli». Lui si era arreso …
Io non potevo lasciar morire tutte quelle
lucciole, dovevo tentare il tutto per tutto.
Cercai di arrampicarmi muovendo le zampe in
modo frenetico, però feci soltanto pochi millimetri di progresso e poi caddi; mi
rialzai subito e guardai sconsolato la parete.
D’un tratto un rumore ci disturbò e fu come
se udissimo una risata, appena percettibile; poi essa divenne forte, fino a
essere fastidiosa.
Una sagoma apparve poco lontano da noi ed era
una sagoma dieci volte più grande di una lucciola, condizione quella che ci
allarmò: eravamo finiti in un bel pasticcio; cosa era apparso di fronte a noi?
Quell’essere ci stava per attaccare: eravamo
in grado di difenderci?
Tutte quelle domande mi frullarono per la
testa in una frazione di secondo, ma non feci in tempo a pensare altro: la
sagoma uscì dall’oscurità in cui si trovava e una visione piuttosto strana
apparve chiaramente.
Il testo che avete appena letto è così
costituito: parole 986; caratteri spazi esclusi 5047; caratteri spazi inclusi
5980; paragrafi 53; righe 96.
Vi saluto tutti.
Ciao.
