Prima
di scrivere altro, v’informo di quanto è grande il sedicesimo capitolo.
Esso
è composto così: 11325 parole, 58771 battute spazi esclusi, 70046 battute spazi
inclusi, 379 paragrafi e 993 righe.
Voi
tutti converrete con me che il lavoro fatto su questo
capitolo è ingente e pertanto anche il tempo che ho dovuto passare su di esso è
stato tanto (vi saranno sicuramente dei refusi al suo interno nonostante le varie letture).
Io
temo che sia grande come capitolo e potrebbe essere diviso addirittura in tre,
ma così l’ho immaginato e così mi piacerebbe farlo leggere.
Beh
… Oggi direi che non è il caso di dilungarsi in spiegazioni, penso sia già
abbastanza lungo il capitolo che state per leggere.
Buona
lettura …
CAPITOLO
16
ASCHCORE DELLA
FAMIGLIA DEI LOONG
Era ancora buio
nell’accademia e tre figure si aggiravano per i
corridoi cercando di non fare rumore.
I tre andarono
incontro a un censore, il quale si fece avanti per controllare chi fossero
quelle persone.
Alla loro vista
esclamò: «Oh! Maestro Astral, maestro Wotan e lei maestro Drenk; siete così
mattutini oggi?». Gli domandò in seguito.
Astral fu il primo
dei tre che rispose: «Siamo venuti a prendere Maximilian del primo anno. Oggi
viene con noi per un addestramento particolare».
Il censore, che si
chiamava Primo, sentita quell’affermazione disse: «Venite, vi accompagno alla
sua camera». E insieme si diressero verso la zona dove dormivano i cinque
ragazzi del primo anno.
Quando furono vicini
alla stanza videro una piccola sagoma che li stava aspettando in prossimità
della porta; si avvicinarono e, una volta arrivati di fronte a quella figura,
Wotan domandò: «Allora ragazzo: sei pronto?».
Maximilian cercò di
rispondere attutendo il tono della sua voce: «Certo. Sono uscito apposta dalla
camera cercando di non fare tanto rumore».
«Signor Primo,
confidiamo in lei affinché quello che ha visto non sia sbandierato ai quattro
venti». Il maestro che si rivolse al censore fu Drenk e il censore non perse
tempo nell’affermare che tutto sarebbe rimasto nel più assoluto riserbo.
Sentite quelle
parole, i tre maestri e Maximilian lo salutarono e si avviarono verso la zona
insegnanti.
I quattro arrivarono
davanti alla grande porta dei sotterranei, l’aprirono e come c’era d’aspettarsi
Brot era già pronto per la partenza.
Quando il drago li
vide si raccomandò: «Ricordatevi che ci apprestiamo a raggiungere un luogo
remoto e voi tutti sapete che ci stanno alle calcagna. Data la mia stazza sarò
visibile e potrebbero rintracciarci: fate molta attenzione. Farò quel che posso
per rendervi la via più comoda; tuttavia, rimane pur sempre una zona impervia …
Ci sarà da camminare un bel po’». In seguito scambiò uno sguardo di complicità
con i tre maestri, poi aggiunse: «Direi che si può partire; ma prima lasciatemi
dire qualcosa al maestro Drenk: quando i ragazzi si sveglieranno e noteranno
l’assenza di Maximilian verranno a chiedervi spiegazioni; tranquillizzateli
dicendogli che è con Astral».
Astral, subito dopo,
pronunciò: «Advolo positus
delectus!».
Brot,
Maximilian, il maestro Wotan e Astral, furono avvolti da una luce abbagliante e
scomparvero con essa, lasciando il maestro Drenk da solo nella stanza; egli,
dopo aver assistito alla scena, uscì e si diresse verso la zona adibita agli
insegnanti.
Su di una montagna che si ergeva
maestosa verso l’alto:
L’alba
rese ancor più bello il panorama su quell’altura; tutt’intorno c’erano delle
vallate profonde e sui cocuzzoli delle montagne vicine v’era della bianca neve
che copriva buona parte della roccia.
In
uno spazio erboso, una debole luce s’intravide e con il passare del tempo
divenne sempre più brillante.
I
maestri dell’accademia, Maximilian e Brot si materializzarono sostituendo
gradualmente quella intensa luce.
Il
drago si guardò in giro e disse: «Eccoci arrivati in Tibet; posto incantevole,
non credete?».
I
maghi furono della stessa opinione.
Maximilian
adorava la montagna: il suo viso si riempì di gioia.
Astral
chiese a Brot da dove incominciare.
Il
drago precisò: «Al momento non abbiamo idea di dove si trovi Aschcore;
bisognerà cercare, pertanto controlliamo scrupolosamente. Se noterete qualcosa
di strano, ci dirigeremo verso di essa».
I
maestri provarono a concentrarsi e pronunciarono anche alcuni incanti sottovoce
e in lingua antica; Maximilian non capì una parola e anche lui si guardò in
giro poiché era affascinato dal panorama.
Guardando
verso la cima più alta di una montagna di fronte a loro notò un colorito strano
e rivolgendosi al maestro gli disse: «Maestro Astral; vedo uno strano colore su
quella vetta lì di fronte a noi. Si muove, ma non ha grandi dimensioni. Sono
sicuro però, che non abbia intenzioni ostili; il suo colorito non è rosso, ma
di un verdone scuro».
I
maestri guardarono nella direzione indicata da Maximilian, ma non videro nulla.
Brot
però confermò la visione del ragazzo: «Max ha ragione, c’è qualcosa che si
muove su quelle cime».
Il
drago di ferro si avviò in quella direzione dicendo agli altri: «Iniziamo da
quella montagna. Ma stiamo attenti, potrebbe essere una trappola».
Tutto
il gruppo lo seguì.
Dopo
mezza giornata di marcia non ebbero sentore di nulla di strano, c’erano attorno
a loro solo rocce e vegetazione.
Calò
presto la sera e a quelle altitudini la temperatura si faceva molto fredda quando
il sole scompariva; nonostante fossero coperti, l’ambiente diventò ostile al
punto da dover cercare un riparo.
Si
trovarono di fronte a una caverna, essa pareva poter contenere anche il corpo
di Brot poiché abbastanza grande; vi entrarono e dopo un sopralluogo i maestri
evocarono il rifugio che li aveva ospitati in occasione del recupero di
Maximilian.
Brot,
per ripararsi dal freddo, produsse un incanto e una barriera protettiva
trasparente ostruì l’entrata della caverna.
L’ambiente
incominciò a scaldarsi, un po’ per merito della barriera, un po’ perché dentro
il rifugio i maestri avevano evocato il fuoco che bruciava in un accomodante
camino.
Brot
si accucciò vicino alla casupola appena evocata e guardando all’esterno della
grotta stessa sbuffò, continuando a fissare dritto davanti a lui.
Sia
i Maestri Wotan e Astral, sia Maximilian, uscirono dalla casa fatta di elemento
terra e si portarono nei pressi del drago.
Wotan
parlò per primo: «Maestro Brot sembra che la ricerca di suo fratello ci porterà
via più tempo del previsto. In questa giornata non abbiamo incontrato nessun
essere vivente». Affermò il mentore dell’Asilum.
Brot
rispose: «Se dovessi nascondermi dal mondo, anch’io sceglierei un posto simile:
è perfetto. Nessun essere vivente; lo hai detto anche tu … E non ti sembra
strano? Nemmeno un’aquila. Persino io, con la mia vista, non sono riuscito a
scorgere nulla. Siamo sulla strada giusta, lo sento».
Astral
pose un quesito al suo mentore: «Pensa che sarà così difficile convincere suo
fratello a collaborare con noi?».
La
risposta non tardò ad arrivare: «Personalmente credo sia impossibile che ci
aiuti. Tempo fa chiuse i conti con noi, non volle immischiarsi in diatribe che
per lui apparivano stupide; dunque perché mai adesso dovrebbe cambiare idea.
Non capisco perché Bithor abbia avuto un’idea del genere, ma suppongo che senza
motivo non l’avrebbe chiesto. Solo trovando Aschcore riusciremo a scoprire il
perché della sua richiesta».
Maximilian
si chiese se quell’ambiente freddo potesse nuocere a Brot e fece una proposta:
«Non sarebbe meglio accendere un fuoco per riscaldare la grotta?».
Il
drago guardò Maximilian e accennò un ghigno, poi replicò: «Sei preoccupato per
me. Non devi; noi draghi non patiamo il freddo, le nostre corazze ci proteggono.
Dunque dormi pure tranquillo, non sarà certo un po’ di freddo a fermarmi».
La
temperatura si abbassò in maniera rilevante e gli uomini rientrarono nel
rifugio dove un tiepido ambiente li accolse.
Maximilian
si addormentò presto quella sera e quando i maestri si resero conto che il
piccolo non poteva sentire uscirono dalla casupola per parlare con Brot.
Si
portarono di fronte a lui e Astral chiese: «Maestro; è troppo presto per andare
a letto, che ne dice di fare una chiacchierata?».
Brot
affermò: «Suppongo che il piccolo sia già a letto».
Wotan
annuì e gli rispose: «Eh sì. Deve essere stressante per un bambino di dieci
anni sopportare tutte queste novità».
Il
drago rivolse lo sguardo verso l’entrata della caverna che quella sera li stava
ospitando e concordò con quello appena detto dal Maestro Wotan: «Direi che nel
nostro caso il giovanotto se la sta cavando bene; non solo impara velocemente,
ma riesce a riprodurre gli incanti alla perfezione. Mi domando se veramente
tutto questo sia casuale, oppure ci sia lo zampino della volontà divina».
Astral
fece presente: «Anch’io sono rimasto sbalordito. Non solo dai progressi che ha
fatto in pochi mesi, ma anche dal fatto che sembra portato per la magia bianca;
incredibile: un bambino che riesce a riprodurre incanti potenti al punto da
chiudere un varco dimensionale. Certo non ci si crede».
Lo
disse guardando Brot che di rimando aggiunse: «Quando sentii la presenza di
Bithor non pensavo che sarebbe finita in questo modo. È stato veramente
geniale. L’idea di rifugiarsi in un essere umano non mi aveva nemmeno sfiorato;
mi domando come finirà e soprattutto se riusciremo a giungere ad una pace
duratura. Sapete: mi piacerebbe vedere quel giorno».
Wotan,
che era seduto sopra un masso vicino il rifugio evocato magicamente, dichiarò:
«Dopo tutto quello che abbiamo passato e che siamo riusciti a fare, non posso
pensare che alla riuscita del nostro intento. Sono certo che Max diventerà uno
splendido mago bianco e un ottimo leader; si vede fin da ora. Avete notato che il
gruppo dei suoi amici lo guarda con ammirazione ed è come se avessero capito
che sarà il loro trascinatore».
Astral
gli diede ragione: «Lo puoi dire forte, se solo aveste visto come hanno
combattuto lui e Chaman al mio fianco; sono solo dei bambini, eppure hanno
avuto il coraggio di affrontare esseri magici agguerriti, pronti a tutto pur di
eliminarli e poi … Quel potere particolare che possiede lo stesso Chaman. In
sua assenza saremo stati uccisi senza dubbio alcuno».
Brot
allora alzò il suo lungo collo, in precedenza quasi radente al terreno, e
guardando verso il basso disse: «Signori maestri dell’accademia, mai nella
storia dei maghi bianchi, o forse dovrei dire nella storia della magia, si è
verificato un caso del genere. Maximilian è a tutti gli effetti un Dragonkin:
lo spirito del drago dimora in lui; ne padroneggia parte dei poteri e, cosa
molto importante, non ha fatto una piega nell’ascoltare le storie che gli
abbiamo raccontato, anzi: pare aver preso a cuore questa situazione. Immaginate
quando avrà pieno controllo del potere che si nasconde in lui; senza contare
che sarà in grado di passare su entrambi i piani dimensionali a suo piacimento.
Dobbiamo proteggerlo a tutti i costi, almeno finché non sarà in grado di
difendersi da solo».
Astral
a quel punto pose al drago una domanda che lo stesso Brot pareva aspettarsi:
«Io mi domandando se questo che sta succedendo ... Insomma: pare che la
profezia si stia avverando».
Riproducendo
un ghigno, Brot confermò: «Ah già! La profezia; ricordate?». Chiese il
Drago.
Poi disse: «Arriverà il giorno in cui i due
mondi si scontreranno: il primo tenterà di entrare nel secondo per
assoggettarlo alle sue diaboliche leggi con una ferocia senza pari. Un puro emergerà in difesa del mondo più
debole; egli guiderà la resistenza inconsapevole di quanto sta accadendo e
aiutato da dei valorosi compirà il suo destino, ponendo fine ad una diatriba
durata millenni. Due in uno, uniti da un solo destino; uno dipendente
dall’altro e viceversa. Costui, per questo motivo, sarà inattaccabile
dall’altro mondo e avrà accesso a suo piacimento ad entrambe le parti. Il male,
per mezzo dell’incanto più potente da lui esercitato, sarà definitivamente
debellato e i due mondi saranno nuovamente separati, fin quando il genere umano
non sarà in grado di vivere in pace e armonia ».
Brot
infine affermò: «Sapete:
tempo fa pensavo che la profezia si fosse già avverata, ma oggi comincio a
credere che l’essere di cui parla stia riposando all’interno del rifugio qui
accanto a noi».
Wotan poi ricordò ai
due: «Se rammentate bene, i genitori di Maximilian persero la vita tempo
addietro. Mi sono permesso di fare alcune ricerche: in quella zona, a quel
tempo, ci fu uno scontro tra noi e gli esseri ostili trapassati in
avanscoperta. Non vi ricorda niente una macchina con dei bambini a bordo che fu
coinvolta nello scontro?». Domandò.
Brot, che sembrava
aver dimenticato quel particolare, rammentò: «Questa cosa io l’avevo del tutto
rimossa: non ditemi che i bambini che salvammo da morte certa durante quello scontro
sono Maximilian e suo fratello».
Wotan annuendo
confermò quanto detto: «Esattamente. Troppe coincidenze; quei due ragazzi senza
il nostro intervento sarebbero periti. Sembra tutto così connesso …».
Anche Astral fu
sorpreso dalla rivelazione; non ricordava quell’episodio, ma ripensandoci bene
qualcosa gli venne in mente: «Adesso ricordo: ero così dispiaciuto di non aver
potuto evitare la morte di quelle due persone».
Ma Brot lo
interruppe: «Astral, tu dovresti sapere meglio di me che niente avviene per
caso. Dietro ogni avvenimento si nasconde un preciso disegno; sento che si
avvicina il giorno in cui potrò vedere di nuovo armonia tra la mia stirpe e gli
umani. Allora potremo di nuovo ricostituirci e vivere liberi come accadeva un
tempo». Poi guardando i due Maestri disse: «Ora è il momento di riposare,
domani ci aspetterà una lunga camminata e questi posti non ammettono errori;
senza contare che potremmo essere costretti a combattere. Andiamo a riposare».
I due maestri furono
d’accordo e, dopo aver salutato, s’incamminarono verso il rifugio dove li
aspettava un letto caldo e qualche ora di riposo.
All’indomani:
Il chiarore del sole
fece la sua comparsa nella grotta e un raggio di
luce si diresse proprio sulla schiena di Brot; l’aria si era fatta più calda e
l’oscurità lasciava il posto alla lucentezza che pian piano invadeva tutta la
caverna.
Dal rifugio uscì il
maestro Wotan che diede il buongiorno al drago sveglio da un pezzo.
Lo stesso fecero
Astral e Maximilian, poi ritirarono la barriera innalzata la sera prima da Brot
e uscirono all’aperto; ovviamente tutti rimasero meravigliati del panorama che
c’era in quel posto.
Le alte vette fecero
apparire i posti sottostanti lontani e affascinanti; nonostante le iniziali
difficoltà, i cinque incominciarono la loro marcia disposti in fila indiana:
davanti faceva strada Wotan, al centro c’erano Astral e Maximilian e dietro li
seguiva Brot che li sovrastava con la sua grande mole.
Il sentiero erboso
lasciò il posto a quello nevoso, si avvicinavano alla vetta e i primi ghiacciai
fecero la loro comparsa.
Il fiato iniziò a
diventare pesante, anche i movimenti divennero più faticosi; tutti si
guardavano intorno per cercare qualche segno che rivelasse la presenza di
Aschcore.
Il maestro Astral si
rivolse a Brot: «Maestro non si vede alcuna presenza strana nei paraggi,
dovremo cercare su altre montagne».
Il drago si guardò
attorno e rispose: «Come vi accennavo ieri sera, provate a guardarvi in giro
…».
«Vedete forme di vita
di qualsiasi genere?». Infine domandò.
I due adulti e
Maximilian frugarono con lo sguardo ovunque e non notarono nessun animale e
nessun uccello nei paraggi; anzi: ripensandoci, da quando erano su quella
montagna non ne avevano incontrato nemmeno uno.
Wotan allora disse:
«Effettivamente la cosa appare strana; perché non c’è alcun segno di vita?».
Astral aggiunse:
«Sapete: ho come l’impressione che siamo sulla strada giusta».
Maximilian li
ascoltava e nel frattempo si continuava a guardare intorno; poi notò ancora
quella sagoma: sembrava che li stesse osservando ed era nascosta tra delle
rocce per non farsi notare.
La sagoma era di
grande stazza e aveva delle sembianze umane.
La cosa gli sembrò
strana e attirata l’attenzione di Brot, senza dire niente ma facendo solo segno
con la testa in direzione della sagoma, fece in modo che il drago dirigesse il
suo sguardo verso quella zona.
Brot allora,
abbassandosi in modo da avvicinare la sua possente testa a Maximilian, gli
confermò: «Me ne sono accorto anch'io giovane amico; se cerchiamo di non
farglielo capire continuerà a spiarci ed è da tanto che ci sta seguendo: direi
da stamattina». Poi rivolgendosi ai due maestri bisbigliò: «Astral, Wotan;
cerchiamo di aggirarlo in modo da catturarlo. Mi sembra strano che continui a
seguirci nonostante si sia reso conto che sono un drago; sicuramente la mia
presenza non lo stupisce. Questo vuol dire che in qualche modo è a conoscenza
della nostra esistenza».
I due capirono quello
che intendeva il loro maestro e si staccarono da Maximilian e dal drago senza
dare nell’occhio.
La sagoma continuò
imperterrita a seguire il drago e il ragazzo che si erano incamminati per un
sentiero il quale portava alle pendici di quella montagna.
Brot disse a
Maximilian: «Dovresti salire sul mio dorso senza dare nell’occhio; tra poco ci
sarà da correre».
Maximilian, facendo
finta di andare in bagno, si nascose dietro la zampa di Brot, che abbassandosi
gli permise di arrampicarsi sopra la sua schiena.
Nel frattempo sia
Wotan, sia Astral, tramite l’utilizzo d’incanti si portarono rispettivamente in
prossimità del luogo dove l’essere si nascondeva; erano così vicini da poter
vedere la sua schiena: pareva un uomo, ma quello che non riuscivano a spiegarsi
era il perché si stesse nascondendo.
Brot incominciò ad
aumentare il passo e si diresse verso quel nascondiglio; in quel momento
l’essere capì che lo avevano scoperto e, uscendo dal suo rifugio, tentò di
scappare; tentativo che venne reso vano dai due maestri i quali gli sbarrarono
la strada.
I maghi non videro un
essere umano, bensì una creatura magica le cui gambe erano robuste.
Gli spazi scoperti
dagli indumenti usati per difendersi dal freddo lasciavano trasparire la sua
pelle di colore verde, la lunghezza delle sue gambe era sproporzionata, i suoi
femori erano lunghi quanto le sue tibie, il busto era totalmente coperto dai
vestiti pesanti, le braccia sembravano essere magre e prive di muscolatura.
La faccia era mezza
coperta da una sciarpa usata per ripararsi dal vento la quale rendeva
impossibile il suo riconoscimento; ma sul suo capo si intravedevano delle
lunghe antenne che a metà della loro lunghezza curvavano verso il suolo.
Nel frattempo Brot,
con Maximilian sulla sua schiena, arrivò nelle loro vicinanze e l’essere in
quell’istante spiccò un lungo salto, il quale gli permise di scavalcare i due
maghi che gli bloccavano il passaggio.
I due si affrettarono
a raggiungerlo e lo stesso fece Brot.
Salto dopo salto,
l’essere si allontanò sempre di più, fino a quando Wotan pronunciò: «Elementum
ignis, impetus!». Puntando un suo braccio verso quella presenza.
Dalla sua mano
vennero fuori tre grandi sfere di fuoco che si diressero verso il fuggitivo; la
prima fu schivata, la seconda si schiantò su di una protuberanza di roccia che
si frappose nel mezzo, la terza colpì degli alberi proprio lì davanti dove
aveva spiccato l’ultimo balzo la strana presenza.
Da essi vennero
espulsi dei rami infuocati a causa della violenza dell’impatto; quelle schegge
colpirono una zampa dell’essere, facendolo precipitare al suolo.
I maghi allora accorsero
verso il luogo dove esso era cascato.
Astral, che tramite
incanto di levitazione si muoveva a gran velocità, urlò: «SE CI SCAPPA
COMUNICHERÀ LA NOSTRA
POSIZIONE ; NON POSSIAMO PERMETTERLO!».
Wotan annuì e,
aumentando il suo passo, pronunciò: «Gladio!».
La spada fatta
dall’elemento aria si materializzò tra le sue mani; anche Astral fece la stessa
cosa e si armò della sua spada di elemento luce, intanto Brot e Maximilian si
avvicinavano a gran velocità.
Arrivati nel luogo
dove la creatura era caduta, videro che essa zoppicava e si trascinava verso
una roccia emettendo uno strano squittio.
I maestri si
accostarono e, quando furono quasi vicini, si prepararono a colpire alzando le
loro spade.
I due stavano per
sferrare un fendente mortale, quando ad un certo punto una voce possente, e che
loro non avevano mai sentito, urlò: «FERMI! NON FATELO».
Quella voce echeggiò
per le vallate sottostanti e i due maghi si arrestarono, come se fossero stati
paralizzati da qualche incanto.
Anche Brot e
Maximilian videro i due maestri paralizzati intenti a colpire l’essere, il
quale faticava a rialzarsi a causa della ferita provocata dall’incanto lanciato
da Wotan.
Il drago e il bambino
si avvicinarono ai due adulti e Brot soffiò dolcemente avvicinando il suo muso
ai maestri, che come per magia si sbloccarono; nel frattempo, la creatura si
era allontanata a fatica e i due maestri tentarono ancora di avvicinarla.
La stessa voce che
prima li aveva bloccati fece di nuovo la sua comparsa: «NON FATEGLI DEL MALE;
NON VI HA ATTACCATI, MA SIETE STATI VOI A FARLO».
La terra iniziò a
tremare …
I maghi fissarono
Brot che di rimando fece un ghigno; fu allora che capirono di chi si trattasse.
Il tremore del
terreno aumentò d’intensità fino a quando dal sottosuolo sbucò, provocando un
gran frastuono, un enorme serpente che era più lungo di quanto lo fosse il
maestro Brot.
Il drago di ferro,
alla vista di quel lungo serpente, esclamò: «Aschcore! Da quanto tempo che non
ci vediamo».
La risposta non si
fece attendere: «Brot! me lo dovevo immaginare; sempre a giocare alla guerra.
Di grazia: cosa vi porta a disturbare queste terre dove regnava la tranquillità
prima del vostro arrivo?».
Il gruppo che lo
stava cercando si trovò di fronte un essere con forma di serpente; il suo diametro
era spaventosamente grande: aveva la larghezza di un tir. Dal groviglio
iniziale che l’essere aveva assunto, si delineò una forma più riconoscibile:
quattro zampe sorreggevano quel serpente, non eccessivamente robuste, anzi:
paragonate al corpo sembravano piccole e di poca forza. Alle loro estremità
c’erano tre lunghe dita, alla fine delle quali facevano la loro minacciosa
comparsa altrettanti artigli affilati.
Una grande testa era
rivolta verso di loro e una grossa bocca, come quella di un coccodrillo, fece
la sua minacciosa apparizione.
Lunghi baffi
scendevano dal suo muso e sotto il mento un ciuffo folto faceva la sua bella
figura.
Le orecchie e la
parte superiore del capo erano coperte da una criniera di colore dorato e i
suoi occhi risaltavano minacciosi come quelli dello stesso Brot e di Bithor.
Brot gli parlò:
«Siamo venuti per parlare con te».
Aschcore allora gli
fece notare: «Venite per parlare e alla prima occasione attaccate le creature
che abitano questo posto? Bel modo di iniziare un discorso». Poi, girandosi
verso l’essere che emanò un altro verso incomprensibile, a metà tra uno
squittio e un barrito, disse: «Ti hanno ferito ad una zampa; vediamo cosa
riesco a fare».
Il gruppo formato da
Astral, Wotan, Maximilian e Brot, si ritrovò di fronte una robusta coda, che
poco si distanziava dalle due zampe posteriori le quali sorreggevano il drago.
Un vento caldo
provenne dal punto in cui il drago aveva portato il muso, esso fece volare via
il berretto di lana che copriva la testa dell’essere ferito.
Con loro sorpresa
videro che si trattava di una Mantivora: gli occhi erano neri e ovali, non
aveva il naso e al suo posto c’erano solo due fori.
L’essere aveva una
piccola bocca dalla quale s’intravedevano denti esili e una lingua rossastra;
non c’erano orecchie e nemmeno capelli; al posto delle mani spuntavano due
lunghe fauci verdognole.
La Mantivora
assomigliava ad una mantide religiosa.
Astral, data la forma
di quell’essere, chiese: «Perché sta aiutando un essere ostile come la
Mantivora?». Rivolgendosi al drago che stava curando quell’essere.
Di rimando Aschcore,
dopo aver finito di curare la Mantivora, affermò: «Ah già, dimenticavo; voi
uomini avete la tendenza ad eliminare tutto quello che non conoscete». Poi
sospirando aggiunse: «In verità non è stato lui ad essere ostile, si limitava
solo ad osservarvi. Gli unici ostili siete stati voi».
Brot, avvicinandosi
al drago appena apparso, gli disse: «Aschcore, si è venuta a creare una
situazione alquanto pericolosa. Non possiamo attendere oltre: hanno trovato il
modo di trapassare e stanno per lanciare un’offensiva per conquistare anche
questo mondo. Se non li fermiamo sarà la fine».
Aschcore assunse
un’espressione di sorpresa e drizzando la testa scrutò tutt’intorno; poi
chiese: «Brot te ne sei accorto anche tu?».
Brot si guardò
attorno e di rimando esclamò: «Si!».
Anche Maximilian
guardò nei dintorni e quello che vide non lo tranquillizzò per niente: una
decina di sagome rosse si avvicinavano a grande velocità.
Aschcore non perse
tempo e disse al gruppo: «Venite con me; non è più sicuro rimanere qui fuori.
Parleremo quando saremo arrivati a destinazione». Poi guardando Astral e Wotan
si raccomandò: «Voi due: Non muovete un dito se non ve lo dico io; il posto
dove ci stiamo dirigendo non è un campo di battaglia».
I due annuirono e
tutti insieme, incluso la Mantivora, seguirono Aschcore che fece strada al
gruppo.
S’inoltrarono in un
lungo tunnel nascosto fra due enormi massi ai piedi di un ghiacciaio, esso si
chiuse magicamente dietro di loro non appena varcarono l’entrata.
Man mano che
avanzavano diventava sempre più buio e i maestri fecero in modo di rischiarare
la strada con un incanto.
Dopo venti minuti
abbondanti s’intravide la fine del tunnel e quando ne uscirono scorsero un
mondo sotterraneo pieno di numerose abitazioni; un mondo isolato nel quale
sembrava aleggiare una calma surreale.
La loro attenzione
venne attirata da un bagliore proveniente dall’alto: misero a fuoco una fonte
di luce tanto splendente da sembrare un sole, essa riscaldava tutto l’ambiente.
Non si fermarono e
s’incamminarono lungo un sentiero che permise loro di scendere sotto, nella
zona abitata.
All’altezza delle
prime case s’incominciarono a vedere i primi segni di vita: esseri di ogni
forma popolavano quell’agglomerato di case.
Il gruppo di ricerca
si guardò intorno sbalordito e ad un certo punto si fermò, erano nei pressi di
una casa fatta in legno con un grande portone e vicino ad essa c’era una
costruzione che pareva essere un pozzo da dove attingere l’acqua.
Astral chiese al
drago che gli stava facendo strada: «Possibile che esista un posto simile?».
Continuando a guardarsi in giro.
Lo stesso fecero Brot
e Wotan.
Aschcore si girò e
gli rispose: «Ci siete dentro. In questo posto siamo riusciti a raggiungere un’armonia
particolare; non esistono rancori e io ne sono il guardiano. Vedrete ogni tipo
di razza; sono venuti a rifugiarsi qui per sfuggire alle grinfie dei maghi
neri, vivendo in pace e prosperità. Erano stanchi delle barbarie che tutti i
giorni dovevano commettere. Qui non corrono nessun pericolo e lo stesso vale
per voi». Poi guardando la
Mantivora aggiunse: «In questo posto è vietato l’uso della
magia, nessuno fino a ordine contrario potrà esercitarla anche perché essa
verrebbe soppressa, visto l’incanto di contenimento che io stesso esercito. Ma
basta chiacchiere: adesso seguitemi; arrivati a destinazione potremo parlare
con più tranquillità».
L’attenzione di
Maximilian fu attirata da dei cuccioli che se ne stavano a giocare nel piazzale
sulla loro destra e mentre camminava, un sorriso apparve sul suo viso.
Il suo pensiero andò
ai giorni felici in cui, come quei cuccioli, giocava con i suoi amici
spensierato.
Si addentrarono
sempre di più nella piccola cittadina sotterranea, anch’essa aveva strade spaziose
e le case erano fatte tutte in legno.
I vicoli erano
affollati e la moltitudine di esseri che le percorrevano non sembrava nemmeno
accorgersi di loro.
Brot, visibilmente
soddisfatto, continuava a guardarsi in giro; ad un certo punto accennò un sorriso,
scuotendo il capo, e mormorò qualcosa che nessuno capì.
Arrivarono presso un
grosso edificio, pareva un forte medievale con tanto di torri ai quattro lati.
Le porte si aprirono
come per incanto …
Il gruppo, entrando,
vide al suo interno una moltitudine di esseri intenti a svolgere le più
svariate faccende.
Nel grande cortile
dietro le mura di cinta poste a protezione dello stabile, osservarono entità
attente a quello che stavano dicendo alcune figure adulte, sembrava quasi che
stessero seguendo delle lezioni.
Erano divisi in
gruppi, tutti seduti su di un prato rigoglioso, mentre la figura che pareva
essere più matura era eretta e si sforzava di parlare agitando le sue mani come
per spiegare qualcosa.
Sullo sfondo di un
folto bosco si erigeva una roccaforte, ai piedi della quale scorreva un
fiumiciattolo.
Il ponte elevatore
era alzato, ma alla vista di Aschcore fu abbassato per permettere il passaggio
al drago.
Maximilian guardò
bene il posto; era affascinato sia dalla sua bellezza, sia dalla moltitudine di
esseri che lo popolavano.
Entrarono dalla porta
principale e si ritrovarono in una grande stanza, dove due figure gli si fecero
incontro,
Il primo sulla loro
destra era vestito con un’armatura medievale leggera e tutta dorata.
La sua faccia aveva
fattezze di una tigre cosparsa di piccoli peli gialli e di strisce nere e
bianche, colorito tipico delle tigri indiane.
Il suo corpo però
sembrava del tutto umano; l’armatura e i vestiti coprivano la maggior parte di
esso, ma le mani, anch’esse ricoperte di
piccoli peli gialli, sembravano quelle di un animale.
Il secondo, sulla
loro sinistra, bardato allo stesso modo, era più robusto; possedeva due possenti braccia e due gambe ricurve come
quelle di una capra, ma allo stesso tempo muscolose.
Le sue mani erano di
colore grigio scuro e carnose, la sua faccia era piena e aveva sembianze umane.
Il mento era nascosto
da una barbetta bianca, le basette erano lunghe e grigie.
Egli era leggermente
stempiato e i pochi capelli grigi che attorniavano il capo erano lunghi fino a
toccargli la schiena.
Le due figure
chinarono il capo e l’essere con sembianze di tigre disse: «Signore, come da
lei chiesto, stiamo tenendo d’occhio gli intrusi. Fino ad ora non hanno fatto
niente di strano».
Poi intervenne il
tipo più robusto: «Siamo pronti ad intervenire nel caso creino problemi».
Aschcore, guardando
l’essere alla sua destra, disse: «Ben fatto Vorabor». Poi volgendo lo sguardo
alla sua sinistra aggiunse: «Rotramir, l’incolumità di tutti deve essere messa
al primo posto. Non devono sospettare che in questo luogo ci sia il nostro
rifugio».
I due, scuotendo la
testa, fecero intendere di avere capito.
Il drago, in seguito,
fece le presentazioni: «Signori ospiti». Rivolgendosi al gruppo di maghi
bianchi e a suo fratello Brot. «Vi presento i miei due generali: Vorabor,
glorioso discendente della famiglia dei Nat e Rotramir, prode figlio della
razza dei satiri».
I due si mossero
leggermente con il busto in avanti in segno di saluto.
Aschcore disse
ancora: «Se dovessero esserci degli sviluppi sono nella sala grande». E
guardando verso Brot e gli altri proferì: «Seguitemi».
Il drago di forma
serpentesca si fece strada attraverso la sala lasciando i due generali dietro
di sé, i quali si affrettarono ad uscire all’esterno dello stabile per mezzo di
una porta nelle loro vicinanze.
Dopo essere entrati
in una nuova stanza grande quanto la precedente, Aschcore prese posto su uno
spazio appositamente preparato per lui e ricominciò il discorso lasciato a metà
per via dell’intrusione degli esseri ostili: «Bene!». Esclamò.
«Per quale motivo
avete deciso di portarmi quei graditi ospiti che ci stanno cercando in
superficie?». Chiese di seguito fissando Brot.
Dopo un attimo di
silenzio, il drago dalle scaglie di ferro rispose: «Aschcore, come ti ho
accennato in precedenza, abbiamo bisogno di te».
Il drago dai lunghi
baffi, aggrovigliato su se stesso, ribatté: «Avete bisogno di me? Fratello, non
ci vediamo da tanto tempo e, invece di salutarmi come si addice, mi chiedi
subito un favore …».
Il drago dalle
scaglie di ferro sapeva che non sarebbe stato facile convincerlo e tentò di
spiegargli quello che era accaduto: «In situazioni normali, Aschcore, non ti
avrei chiesto niente, ma credimi: il momento in cui ci troviamo esige una
risposta da parte nostra chiara e immediata».
Ed egli, tranquillo
nel posto in cui era aggrovigliato, affermò: «Parliamoci chiaro: io non vedo
una situazione diversa da tanti anni fa. Vivo in pace con un insieme di
creature che desiderano la calma quanto me, anzi: forse più di me. Perché mai
dovrei giocare alla guerra com’è avvenuto tempo addietro; e devo ricordarti
cos'è che abbiamo ricavato da quella guerra?».
Brot si avvicinò al
fratello e ribadì: «Lo so bene come andò a finire; ma lascia che ti spieghi,
metti da parte il tuo rancore per un attimo. La situazione è disperata: i maghi
neri sono ritornati alla carica e questa volta intendono colpire in massa il
mondo. Sai bene che se ci riescono non ci sarà rifugio sicuro e che cercheranno
di finire quello che hanno iniziato tempo fa. In questo momento stanno dando la
caccia al nostro nascondiglio, lì dentro ci sono esseri innocenti come in
questo rifugio, incluso i bambini».
Aschcore interruppe
Brot precisando: «È da tempo immemore che loro vogliono trapassare, ma l’incanto
che in antichità fu lanciato non glielo permetterà».
Questa volta fu Brot
a obiettare: «È qui che ti sbagli! Hanno trovato il modo di annullare
quell’incanto e stanno ammassando forze. Abbiamo abbattuto Chimera, Ortro,
Lupocarni, Foglionchi, Boschivi e fronteggiato Melkore. Nostro fratello non
solo è riuscito ad oltrepassare, ma ha anche conservato i suoi poteri intatti
accrescendone alcuni per via del patto instaurato con le forze demoniache. Ecco
qual é la situazione attuale».
Aschcore sembrava
sorpreso di quello che Brot gli stava riferendo e gli domandò: «Cosa, Melkore è
passato e si è schierato dalla parte della magia nera?».
La voce di Brot si
sovrappose a quella di Aschcore: «Esatto fratello; sei stato troppo tempo
isolato dal mondo. Per tua informazione sono cambiate parecchie cose e se ti
ostini a non schierarti ti ritroverai a fronteggiare un’orda di mostri
provenienti dall’altro universo da un momento all’altro. Sappi che lo stesso
Adrammalech ha tentato il trapasso ed è stato solo grazie alla chiusura del
varco dimensionale che abbiamo evitato il peggio».
Aschcore rimase
pensieroso per qualche secondo, poi chiese: «Chi è stato capace di chiudere il
passaggio fra voi?».
Brot puntò il muso
verso Maximilian, poi rispose: «Il piccolo ha sigillato il varco, lo ha fatto
con il nostro supporto. Guardalo bene Aschcore».
Il drago abbassò lo
sguardo e si avvicino con la faccia verso Maximilian.
Arrivato in
prossimità del suo minuscolo corpo esclamò: «Possibile! Questo cucciolo d’uomo
è stato capace di sigillare una simile magia». Poi, rivolgendosi a Maximilian
chiese: «Piccolo come ti chiami?».
Maximilian si
presentò: «Il mio nome è Maximilian e da poco studio all’accademia dell’Asilum
per diventare un mago bianco».
L’espressione del
drago cambiò d’improvviso, il suo sguardo si concentrò sull’occhio sinistro dal
quale s’intravedeva la ferita provocata dall’incidente, poi esclamò: «Un
Dragonkin! Non ne avevo mai visto uno fino ad oggi. Ora capisco perché è
riuscito a chiudere quell’apertura, mi appare anche chiaro il motivo per il
quale vi cercano così incessantemente. Tuttavia … Questo non cambia il mio modo
di vedere le cose, non metterò a rischio le vite di chi si è affidato nelle mie
mani».
Brot apparve sempre
più perplesso e aggiunse: «Fratello la situazione forse non ti è chiara: se
invadono questo universo, gli stessi tuoi compagni ne pagheranno le
conseguenze. Unitevi a noi; iniziamo fermando Melkore e poi procederemo nel
pianificare un modo per riprenderci quello che un tempo era nostro».
I due maestri e
Maximilian guardavano con curiosità i due draghi discorrere, in alcuni casi
volevano intervenire, ma sapevano bene che dovevano portare rispetto alle due
grandi figure: non mossero nemmeno un muscolo stando in disparte ad ascoltare.
Brot insistette
ancora: «Aschcore quest’occasione non si ripeterà almeno per altri cinquecento
anni. Se la lasciassimo scemare ce ne pentiremo amaramente. Fallo anche per
tutti gli esseri che vivono all’interno di questo rifugio, se continuerai a
nasconderti prima o poi vi troveranno. Non lasciare che i nostri sforzi vadano
perduti».
Il drago dall’aspetto
serpentesco si fermò per circa un minuto e nella sala non volò nemmeno una
mosca, poi fissando il gruppo arrivato da lontano finì il discorso che in precedenza
aveva iniziato: «Brot, tutti voi del gruppo». Guardò infine Maximilian
concentrando lo sguardo sull’occhio sinistro che di tanto in tanto mutava
assomigliando a un occhio di drago. «Non intendo unirvi a voi in alcun modo.
Tuttavia, non posso cacciarvi dal nostro rifugio e darvi in pasto ai maghi
neri; questo posto accoglie tutti gli esseri che desiderano pace. Attenderete
che i vostri inseguitori si allontanino e farete ritorno alle vostre case:
questa è la mia ultima parola». Dichiarò Aschcore.
Poi, rivolgendosi
alla Mantivora che li aveva seguiti nella stanza, disse: «Vaschnur; accompagna
gli ospiti al proprio alloggio e fai loro da assistente. Quando il pericolo
cesserà potranno andar via».
Ma Brot provò a
protestare: «Aschcore non puoi fare di testa tua. Considera la tua posizione e
non trattarci da semplici ospiti: siamo più di quello».
Aschcore, che si era
incamminato verso una porta celata nell’oscurità della stanza, si girò verso
colui che aveva fatto quell’affermazione e rispose: «Fratello … Il tempo dei
giochi è finito. Questa è casa mia, qui le decisioni le prendo io e quello che
vi ho appena riferito è una disposizione immutabile. Appena avranno finito di
ispezionare il posto e non avranno trovato niente andranno via; quello sarà il
momento in cui voi riprenderete il vostro cammino, questa volta per ritornare
da dove siete venuti. Non c’è altro che io debba aggiungere». E rigirandosi
continuò a camminare fino a sparire dietro l’enorme porta, che si aprì
magicamente quando egli fu al suo cospetto.
La Mantivora invitò
gli ospiti a seguirlo e tutto il gruppo non ebbe scelta: andò dietro
all’essere.
Si incamminarono
attraverso la sala fino ad arrivare anch’essi di fronte a una grande porta, la
quale si aprì come per incanto, e dinnanzi a loro comparve il bosco antistante
al castello dove erano stati a colloquio con Aschcore.
Vaschnur incominciò a
camminare con andatura lenta; pareva proprio che si stesse dirigendo verso quel
bosco.
Sembrava di essere
nei pressi dell’Asilum e di tanto in tanto delle piccole lucciole passavano
accanto al gruppo appena giunto.
Maximilian
osservandole con attenzione disse: «Che strano, delle lucciole di giorno».
Il maestro Astral,
che lo seguiva a pochi passi di distanza, gli rispose: «Max queste non sono
normali lucciole, se le osservi bene vedrai che ti trovi di fronte ad altre
creature magiche: si chiamano Lucentole. Ma non preoccuparti, non sono mai
state pericolose per noi».
Quelle creature
formarono ogni sorta di figura geometrica, come se stessero eseguendo un loro
rituale; gli volarono intorno per tutto il tragitto, ma il gruppo intero,
compreso Brot, non sembrava infastidito dalla loro presenza, anzi: ne fu
entusiasta.
Dopo una decina di
minuti si ritrovarono in vista di alcune case.
Una di loro spiccò un
lungo balzo e atterrò vicino a Vaschnur, il quale la prese in braccio e la
strinse come se tra loro ci fosse un forte legame; era un cucciolo con grandi
occhioni, che dopo aver ricevuto attenzione da quello che si pensava fosse il
padre, rivolse il suo sguardo incuriosito verso il gruppo di stranieri
nascondendosi di tanto in tanto tra le braccia di Vaschnur.
Maximilian sorrise
trovando buffa quella scena e, quando la testa del piccolo uscì dal riparo che
gli offriva la spalla dell’adulto, gli fece una smorfia cacciandogli la lingua;
il piccolo essere a sua volta rispose a Maximilian cacciando anch’egli la sua
lingua e in seguito squittì qualcosa verso il padre.
Il gruppo arrivò di
fronte a un grosso stabile con delle enormi porte.
Tutti si guardarono
attorno poiché nessuno capiva da dove provenisse quella voce, che si udì ancora
una volta: «Scusate, ma state guardando dalla parte sbagliata».
Il gruppo si girò
verso la Mantivora
che li stava fissando, poi Brot disse al resto della compagnia: «Esatto; è
stata la Mantivora
a parlare, o per meglio dire a comunicare con noi. Di fatto loro non parlano,
ma comunicano con la telepatia».
Astral allora chiese:
«Come mai non l’abbiamo sentita anche prima?».
I quattro, non
vedendo altra soluzione, decisero di entrare in quello stabile e aspettare il
momento propizio per far ritorno all’Asilum senza rivelare la posizione del
rifugio dove tutti quegli esseri si sentivano al sicuro.
Quando varcarono la soglia dello stabile,
vennero accolti da una visione confortevole: là c’era un ampio salone dove
persino Brot, con la sua mole, sarebbe stato a suo agio e anche un camino, con
del fuoco acceso, per alleviare il freddo che da quelle parti si percepiva in
modo pungente.
I due maestri, Wotan e Astral, si
avvicinarono al fuoco, lo stesso fecero Maximilian e Brot e quando si furono
riscaldati incominciarono a discutere di quello che gli era successo.
Wotan chiese a Brot: «Maestro mi chiedo se
sia stato saggio venire a cercare suo fratello. Dopo tutto abbiamo rischiato
per un rifiuto».
Brot si mise in una posizione comoda,
poggiando il suo possente corpo al suolo, poi rispose: «Non penso di aver fatto
un viaggio a vuoto. In primo luogo sappiamo dell’esistenza di un altro rifugio,
dove tanti esseri convivono in pace; dunque non tutti gli esseri magici si sono
schierati con i maghi neri. Poi sappiamo che un altro drago gira per questo
universo e, non so se avete notato, pare non aver perso nessuno dei suoi
poteri. Per il momento meglio non insistere, penso che quando i tempi saranno
maturi cambierà idea».
In una
stanza non lontana da quel posto:
Aschcore attendeva notizie …
Due sagome apparvero davanti alla porta
d’ingresso e, quando furono abbastanza vicine, si vide che erano Vorabor e
Rotramir i due fidati generali del drago.
Il primo si rivolse a lui dicendo: «Maestro
quello che ci ha chiesto è stato fatto. Adesso non ci sono ostacoli al rientro
dei nostri ospiti».
Rotramir aggiunse: «Siamo riusciti a essere
discreti e non penso abbiano capito quello che è successo».
Sentite le loro parole, Aschcore precisò: «Le
nostre intenzioni non devono trapelare; conto su voi due: preparate tutto come
vi ho chiesto, è di vitale importanza».
Vorabor rassicurò il drago: «Abbiamo fatto
tutto quello che ci ha chiesto; siamo pronti fin da ora».
Aschcore chiuse le palpebre e disse: «Tutto
quello che succederà dopo questa giornata lascerà indelebile le sue tracce
nelle nostre coscienze. Siate cauti e astuti, in me troverete una forte spalla
il cui supporto non vi mancherà mai».
I due accennarono un inchino e Rotramir
infine aggiunse: «Tutto quello che accadrà non ci spaventa; abbiamo vissuto
momenti che nemmeno speravamo e sinceramente tutti pensano che sia un onore
seguirla ovunque lei vada».
I due si congedarono e si ritirarono in
attesa del momento propizio per eseguire gli ordini del loro maestro.
Nello
stabile assegnato al gruppo appena arrivato:
Maximilian incominciò a sentire il peso del
viaggio che in alcuni frangenti era stato molto duro, assonnato salutò i
maestri e s’incamminò verso la camera che pareva essere quella adibita a stanza
da letto.
Si sdraiò su di un materasso e crollò
immediatamente.
Intanto, nella sala accanto al camino, i due
maestri e Brot continuarono a discutere.
Astral espresse alcune perplessità: «Se non
si uniscono a noi sarà dura estirpare il male dai cuori dei maghi neri e
interrompere la loro egemonia sull’altro universo». E con un bastone cercò di
attizzare il fuoco, il quale emanava il rumore tipico della legna che si
consumava.
Wotan aggiunse: «Non importa, senza di loro o
con loro, non dimentichiamoci di avergli inferto un duro colpo, non possono
trapassare perché noi abbiamo chiuso il passaggio e non dimentichiamo che c’è
Bithor dalla nostra parte».
Il maestro Brot lo interruppe: «Se lo stesso
Bithor ha chiesto di avvicinare Aschcore ci sarà un motivo. Io lo conosco bene
è non ha mai fatto nulla d’insensato».
Astral guardò il suo maestro e gli disse: «Se
le cose vanno bene otterremo quello che in millenni non si è nemmeno osato
pensare. Anche senza vostro fratello abbiamo il dovere di combattere la malvagità
che incombe sul nostro mondo».
Brot affermò: «Capisco che siate impazienti,
ma ogni cosa nell’universo accade nel giusto momento. La magia nera è
un’aberrazione che nega l’esistenza stessa del libero arbitrio e credetemi:
perirà sotto il suo stesso peso».
In mezzo a loro, proprio in quel momento,
volarono un gruppo di lucentole e si diressero verso il soffitto dello stabile
uscendo poi all’esterno per mezzo di un lucernario che si trovava sopra le loro
teste.
Maximilian aprì gli occhi e si accorse che la nottata era
passata velocemente; si alzò dal letto e si avviò verso la sala dove aveva
lasciato Brot e gli altri maestri.
La luce che filtrava dal lucernario al di sopra di quella
sala rischiarava una sagoma di grossa stazza.
Guardandosi in giro cercò gli altri maestri, ma di loro
non c’era nessuna traccia e allora si avvicinò al drago di ferro, che in quel
momento era accucciato al suolo nei pressi del camino.
Da esso s’intravedevano dei riflessi di colore
giallastro, mentre un rumore di legna che ardeva echeggiava incontrastato
nell’ambiente.
Quando Maximilian fu abbastanza vicino notò che quella
sagoma aveva qualcosa di diverso rispetto a Brot: le scaglie che ricoprivano il
corpo erano insolite; esse erano di colore dorato.
Maximilian capì che si trattava di Bithor, nello stesso
momento il drago alzò la testa come se si fosse appena svegliato e gli disse:
«Ci ritroviamo». Dopo pochi secondi di silenzio aggiunse: «Devo dire che fino a
ora hai fatto un ottimo lavoro. Ho sentito la presenza di Aschcore in questi
due giorni».
Maximilian rispose: «Averlo trovato purtroppo serve a
poco. A quanto pare non intende aiutarci».
Di rimando Bithor ribatté: «Il solito Aschcore». Poi
avvicinandosi a Maximilian ribadì: «devi sapere che Aschcore ha sempre avuto un
carattere solitario, ma alla fine ha fatto sempre ciò che era giusto. Ora: non
ti preoccupare di ciò che lui ha detto; avete svolto il vostro compito come vi
avevo chiesto e siamo vicini ad avere più probabilità di riuscita in quello che
ci siamo prefissati».Guardandolo fisso negli occhi continuò: «Parla con Brot e
digli che è imminente l’apertura di un nuovo passaggio dimensionale».
Maximilian fece segno di aver capito e in quell’istante
tutto diventò impalpabile fino al punto in cui l’ambiente fu sostituito dalla
stanza da letto dove si era addormentato.
Il ragazzo si era
risvegliato; davanti a lui c’era Astral seduto sul suo letto con gli occhi
chiusi e le braccia incrociate.
La notte precedente
non si era disteso su quel letto, ma probabilmente aveva vegliato su di lui per
tutta la serata; poi si girò verso il lato opposto e vide che anche il maestro
Wotan era nella stessa posizione.
Si alzò e mentre
stava andando in bagno urtò accidentalmente un piede del letto provocando
rumore.
I due maghi si
svegliarono di colpo e balzarono in piedi, ma quando si accorsero che era
Maximilian la persona che aveva riprodotto quei rumori, si tranquillizzarono.
Astral gli disse:
«Ah; sei tu. Buongiorno Max, dormito bene?». Poi gli chiese.
Maximilian si scusò
«OPS! Scusate per il rumore, non era mia intenzione svegliarvi». Poi rispose
alla domanda: «Sì, questa notte ho riposato abbastanza da riprendermi dalle
fatiche del viaggio». E frettolosamente s’incamminò verso il bagno dicendo:
«Maestri in questo momento ho bisogno di andare verso la toilette; devo
scappare!».
Astral e Wotan si
guardarono in faccia e fecero un sorriso, poi si alzarono dai letti e si
diressero verso la sala.
Arrivati al suo
interno videro che Brot era già sveglio ed egli, quando li vide, gli chiese:
«Siete pronti per far ritorno all’Asilum?».
I due risposero con
un movimento del capo e Wotan precisò: «Saremo pronti in pochi minuti».
Nella sala, dopo
pochi istanti, arrivò anche Maximilian che diede il buongiorno a tutti; si girò
verso la tavola e vide che sopra vi era poggiato un vassoio con varie
vettovaglie per la colazione.
Brot gli disse:
«Prego Max serviti pure, questa mattina abbiamo avuto visite molto presto e
quello è un loro dono».
Il bambino si sedette
e fece la sua prima colazione, nel frattempo i maestri si prepararono per la
partenza.
A fine colazione
Maximilian si rivolse a Brot: «Maestro devo parlarvi ancora una volta».
Il drago annuì
rispondendo: «Dimmi pure».
Maximilian continuò:
«Questa notte ho avuto un ennesimo incontro con Bithor; mi ha chiesto di
riferirvi che abbiamo svolto bene il nostro compito e che nonostante il rifiuto
di Aschcore le cose stanno andando come lui le aveva immaginate».
Brot confermò quelle
parole: «Sai, lo penso anch’io; se conosco bene mio fratello, nonostante il
modo burbero di comportarsi non si tirerà indietro quando ci sarà bisogno. Ma
dimmi: ha aggiunto qualcos’altro?». Chiese in seguito.
Maximilian scuotendo
il capo ribadì: «Ha detto di stare in guardia: l’essere che ha cercato di
trapassare quando abbiamo chiuso il varco sta cercando di aprirne un altro per
arrivare in questo mondo».
La faccia del drago
si fece seriosa ed esclamò: «Ah! Allora la faccenda si complica ulteriormente.
Dobbiamo fare in fretta». Poi, guardando di nuovo Maximilian, gli pose un altro
quesito: «Sicuro che non abbia aggiunto altro?».
Maximilian confermò:
«Nient’altro maestro».
Brot allora asserì:
«È ora di ritornare all’Asilum e cercare di scoprire da dove tenteranno di
entrare».
Proprio in
quell’istante entrò Vaschnur.
Dopo aver bussato e
salutato, si rivolse a tutto il gruppo: «Signori dobbiamo andare dal maestro
Aschcore. Lui in persona mi ha contattato chiedendomi di accompagnarvi presso
la sua stanza. Seguitemi». Girandosi verso la porta l’aprì e incominciò a
camminare in direzione dello stabile fortificato che si vedeva in lontananza;
così fecero tutti i presenti.
I cinque arrivarono
al portone che li avrebbe portati all’interno del castello.
Esso si aprì, come al
solito, senza che nessuno si avvicinasse e il gruppo proseguì varcando la
soglia d’entrata.
La grande sala si
stagliò dinnanzi ai loro occhi, questa volta sembrava più famigliare: era
arredata in stile medievale, con armature appoggiate alle pareti le quali erano
tutte costruite con pietra di tufo gialla.
Lì c’era un grande
tavolo con molte sedie e dei lampadari che scendevano dal soffitto fatti di
ferro, sopra i quali vi erano delle candele accese.
Dall’alto delle scale
dei passi si avvicinavano verso di loro, alzarono lo sguardo e videro che Vorabor,
tutto bardato con la sua armatura scintillante, stava scendendo le gradinate.
Arrivato presso di
loro gli disse: «La superficie è sgombra, adesso potete far ritorno alle vostre
case in tutta sicurezza. Prego: seguitemi». E si avviò verso la porta della
stanza dove Aschcore si era rifugiato la sera prima.
Egli bussò e l’aprì;
dietro di essa, come tutti si aspettavano, c’era il drago di forma serpentesca:
era lì, in piedi come se li stesse aspettando, e quando li vide chiese:
«Allora: la nostra accoglienza è stata di vostro gradimento?».
I maestri Wotan e
Astral risposero: «La ringraziamo dell’ospitalità».
Brot invece gli
domandò: «Fratello non ci hai ripensato?».
Aschcore replicò:
«Oramai mi dovresti conoscere bene, ho un’unica parola. Vi ho fatto venire fin
qui perché vi dovrò chiedere la massima discrezione, questo posto è pieno di
creature magiche che vogliono solo vivere in pace, dunque lasciatele fuori dai
vostri giochi di guerra».
Maximilian interruppe
il discorso di Aschcore: «Maestro, mi perdoni se la interrompo, ho delle cose
da dirle».
Il drago abbassò lo
sguardo verso di lui e proferì: «Dimmi pure; ti ascolto piccolo».
Max continuò: «Questa
notte Bithor mi ha consegnato un messaggio per voi: un potente essere sta per
oltrepassare e una volta nel nostro universo acquisterà dei poteri che lo
renderanno ostico da fronteggiare anche per creature come i draghi. Bisogna
fermarlo, quella creatura noi l’abbiamo già incontrata quando chiudemmo il
varco; posso dirle che si tratta di un essere repellente e di forma gigantesca,
io stesso ho visto soltanto la sua mano e il suo spaventoso occhio, questo
mentre il passaggio si stava chiudendo per via dell’incanto che Bithor mi ha
insegnato. Se non lo fermiamo tutto quello che c’è intorno a noi sarà cancellato».
Astral e Wotan
assunsero un’espressione inquietante; Brot, che era già stato informato di
quello che aveva appena detto Max, non fece una piega e guardando negli occhi
Aschcore aggiunse: «Non ti stai domandando di chi si tratta?».
Il drago non si scompose
e rispose con voce calma: «Questi non sono affari miei; i miei fratelli che
giocano alla guerra … Non è una novità, sono vostri problemi, dovete risolverli
voi. Adesso vi prego di lasciare questo posto e seguire Vorabor. Con una
nutrita scorta vi porterà in superficie dove potrete dirigervi verso il vostro
rifugio. Questo è tutto; andate!».
Brot chiuse gli occhi
e scosse la testa, si girò e s’incamminò verso la porta che lo avrebbe fatto
uscire.
Tutto il gruppo lo
seguì e lo stesso fece il generale Vorabor.
All’uscita, nel
piazzale, si trovarono di fronte una decina di esseri pronti a scortarli verso
la superficie, passarono in mezzo a loro e preceduti da Vorabor s’incamminarono
verso il tunnel da dove erano entrati; lo percorsero ed infine ne uscirono, ma
in un posto diverso da quello dove erano entrati.
Astral, rivolgendosi
agli altri, disse: «Avvicinatevi pure».
Il gruppo si
avvicinò, ivi compreso Brot, e allora lo stesso maestro esclamò: «Lux;
advolo positus delectus!».
Una luce li avvolse e
gli esseri che li avevano scortati fin lì videro scomparire la luce che in
precedenza aveva avvolto Maximilian e gli altri tra le bianche nuvole che in
quel momento solcavano il limpido cielo.
Vorabor, alla vista
di quello che era appena successo, si rivolse agli uomini sotto il suo comando
e disse: «Signori! È giunto il momento: seguitemi». E il gruppo si spostò
velocemente verso la sua meta.
Nel frattempo, nell’Asilum:
Le attività di chi ci
abitava procedevano normalmente e appena fuori dal centro abitato, in un bosco
isolato dove gli uccelli e gli animali
erano intenti a procurarsi del cibo, una luce lontana fece la sua comparsa; man
mano si avvicina al terreno diventando più grande, fino a toccarlo.
Dalla fonte di luce
s'incominciarono a scorgere Maximilian, Astral, Wotan e Brot; quelle sagome si
materializzarono sostituendo la luce e diventando sempre più consistenti fino a
prendere il posto dello stesso lume.
Di fronte a loro
c’era l’Asilum, si vedeva l’accademia e tutti i suoi abitanti indaffarati nelle
loro mansioni abitudinarie.
Brot iniziò a
muoversi e, cercando di non dare troppo nell’occhio, disse ai rimanenti membri
di quella spedizione: «Da questo momento io devo ritornare nell’ombra; noi ci
rivediamo questa notte per discutere di quanto abbiamo appreso. Ritornate pure
alle vostre mansioni e accompagnate Maximilian alla sua stanza affinché anche
lui continui a fare il suo dovere».
Il drago si girò
verso Maximilian, ma guadandolo cambiò espressione e la sua faccia sembrò
essere davvero preoccupata.
Egli si affrettò a
dire agli altri: «Wotan, Astral; state vicino al piccolo! Hm … Pare che siamo
in compagnia». Affermò in seguito.
Wotan, guardandosi
attorno, non notò niente e chiese: «Maestro io non vedo nulla; dove sono?».
I due mentori si avvicinarono
a Maximilian il quale, guardandosi anch’egli in giro, confermò le stesse parole
di Brot: «Vedo tante sagome di colore rosso che si avvicinano
velocemente».
Astral esclamò: «Come
diavolo hanno fatto ad entrare nell’Asilum!».
Di rimando il drago
aggiunse: «Siamo in grave pericolo; bisogna fare qualcosa per la gente
rifugiata nell’Asilum».
Wotan, guardando il
centro abitato e alzando entrambe le mani al cielo, pronunciò: «Vicissitudo
niveus; terra-aqua: delitesco!».
Tutto l’Asilum fu
nascosto da un’imponente montagna che celava ogni traccia di vita.
In seguito Astral
produsse velocemente un incanto a bassa voce e molteplici sfere di luce
partirono da lui per dirigersi verso l’Asilum stesso, perdendosi dietro
l’incanto di mimetizzazione lanciato da Wotan.
In seguito i due
maestri esclamarono: «Gladio!». Armandosi di fatto della loro spada
elementale e preparandosi al peggio.
Presero posizione
vicino a Maximilian e dissero: «Max; preparati a combattere, ci hanno seguito
infrangendo la protezione del nostro rifugio».
Maximilian si guardò
in giro e vide le sagome colorate avvicinarsi sempre di più, tra loro ve n’era
una enorme che lui aveva già visto in precedenza.
Allora rivolgendosi a
Brot, che era lì vicino, disse: «Maestro sta arrivando anche Melkore; lo vedo
nitidamente».
Brot, distogliendo un
attimo lo sguardo dai nemici e guardando Maximilian, confermò quella visione:
«Lo vedo piccolo. Mi raccomando, non buttare via la tua vita; se le cose si
dovessero mettere male tu ed Astral scappate al rifugio di Aschcore, lui saprà
cosa fare; nel frattempo noi vi copriremo le spalle».
Il drago rivolse di
nuovo lo sguardo verso i nemici che stavano arrivando, ma non fece in tempo a
focalizzarli che un grosso meteorite infuocato gli cadde sulla testa provocando
un rumore assordante.
Intanto dalle strade
dell’Asilum, la gente, attirata dal rumore che echeggiò nell’aria, rivolse lo
sguardo verso la zona da cui proveniva quel fragore.
Tutti i maestri,
Drenk, Loky, Asdar, Dian e la scolaresca intera, si accalcarono alle finestre
dell’accademia per vedere cosa fosse successo.
Videro una grossa
nuvola di fumo alzarsi al cielo e le fiamme che si spargevano ovunque in quella
zona.
Davanti a ognuno di
loro apparve una piccola luce, da essa si sentì la voce di Astral nitidamente:
«Siamo in grave pericolo, gli esseri magici hanno scoperto come entrare
nell’Asilum; abbiamo bisogno di rinforzi».
Tutta la gente abile
al combattimento, da quel momento in poi, si precipitò verso il luogo
dell’incidente.
I maestri dell’accademia
si raccomandarono con gli studenti di non intervenire e di cercare di
nascondersi, consapevoli che l’Asilum era sotto l’incanto di mimetizzazione
fatto da Wotan.
Nel luogo dove era
caduto il meteorite tutti gli alberi erano stati sradicati, il rosso del fuoco
copriva ogni altro colore e quando incominciò a diradarsi si vide il gruppo di
Astral che era sovrastato da Brot, il quale attorniato da una barriera
difensiva aveva evitato il peggio.
Maximilian notò che
quella barriera era fatta di uno spessore d’acqua imponente e presto alle
fiamme iniziò a sostituirsi il vapore acqueo scaturito dallo shock termico
dell’impatto.
Una grossa sagoma si
erigeva davanti a loro, in essa riconobbero Melkore.
Esso, con voce
viscida e agghiacciante, disse: «Finalmente vi ho trovato! Inutili creature;
presto di voi non rimarrà nemmeno la polvere».
Un getto di fuoco
incandescente si diresse verso di loro subito dopo.
Brot alzò la sua
zampa e la urtò violentemente contro il terreno causando un piccolo terremoto.
A metà tra loro e il
drago nero si eresse una mastodontica muraglia di terriccio; essa parò il getto
di fuoco proteggendo tutto il gruppo.
I quattro, però,
erano circondati da innumerevoli esseri magici tra cui: Foglionchi, Carnolupi e
Boschivi.
Maximilian affermò:
«Non posso essere ancora un peso per voi». E abbassandosi, posando la sua mano
destra sul terreno, esclamò: «Custodes
dies elementum; bellum indico alicui!». Guardando i nemici che gli stavano davanti.
Quattro centurioni, costituiti ognuno da un
elemento diverso, fecero la loro comparsa: armati di scudo e spada si
avventarono contro gli esseri che cercavano di attaccare i quattro abitanti
dell’Asilum mietendo numerose vittime.
Brot guardò quell’incanto con soddisfazione e
pensare che un piccolo umano lo avesse riprodotto lo rendeva fiero.
Melkore, anche lui sorpreso, esclamò: «Che cosa!
Non è possibile, i guardiani di elemento evocati da un impiastro. Ma sarà
l’ultima volta che ti diletti con quest’incanto». E in seguito si gettò verso
di lui per tentare di colpirlo.
Brot si frappose tra lui e Maximilian, la sua
spallata rigettò Melkore lontano da loro; gli altri esseri però non si davano
per vinti e continuavano ad attaccare senza sosta.
Il numero dei nemici era enorme e dopo innumerevoli
avversari affrontati, i maestri Astral e Wotan, esausti, incominciavano ad
avere un po’ di problemi nel contenere gli attacchi frenetici da parte di
quegli esseri; ma da lontano diversi attacchi elementali si abbatterono contro
i nemici facendoli indietreggiare: i maghi bianchi, con a capo i maestri
rimasti all’Asilum, giunsero in aiuto di Maximilian e gli altri.
Maximilian era protetto da Wotan e Astral, mentre
Brot era alle prese con Melkore.
Melkore si rialzò e rivolgendosi a Brot disse:
«Continuate a proteggere quel marmocchio, ma non avete speranza». Poi con un
fulmineo movimento si portò nelle vicinanze di Brot e sferrò un colpo di coda;
quel colpo fu schivato prontamente da Brot che per tutta risposta provò ad
affondare gli artigli nella carne dell’assalitore, ma anche costui era dotato
di agilità non comune e riuscì a schivare con facilità, tentando di addentarlo
con le sue possenti zanne.
Egli venne di nuovo respinto da Brot e con una
spallata fu allontanato sparendo in un polverone.
Tutti i maghi avevano impugnato le proprie spade
elementari, ma questo pareva non bastare: gli esseri magici non finivano mai;
erano in numero elevato e non si riusciva a capire da dove arrivassero.
Maximilian osservava i quattro centurioni
elementari combattere e sconfiggere numerosi nemici, ma anche per quest’ultimi
sembrava che i rivali non finissero mai; si faceva strada nei loro pensieri la
paura di non poter nulla contro una così forte disparità di numero.
Gli studenti, dalle loro classi, videro il gran
trambusto.
Hamza, Chaman e Gerard, che credendo di conoscere
il motivo di quel tumulto, si guardarono bene dal trasgredire all’ordine di non
uscire dall’Asilum; ma tutti e tre pensarono intensamente a Maximilian e a dove
si trovasse in quel momento.
Nella battaglia le difficoltà a contenere quella
marmaglia di esseri magici si fecero sempre più gravose; tutti i maghi, incluso
i maestri, sembravano esausti e con il fiatone, anche lo stesso Brot faceva
fatica a tenere d’occhio Melkore.
Il maestro Astral gridò verso Wotan: «SE PROCEDE IN
QUESTO MODO SIAMO SPACCIATI! SONO UN’INFINITÀ».
Wotan confermò quelle parole, ma il brutto doveva
ancora giungere; il drago rinnegato apparve all’improvviso sotto la sagoma di
Brot.
Spuntando dal sottosuolo colpì il drago in pieno, scaraventandolo
a terra.
Melkore si eresse sulle sue quattro zampe ed
esclamò: «Patefacio tramitis;
atrum!».
Nel
cielo si addensarono nubi oscure, lampi rumoreggiarono annunciando un’imminente
catastrofe …
Uno
squarcio s’intravide in mezzo quelle nuvole nere e dieci enormi dita spuntarono
da esso.
Le
dita erano le stesse che Maximilian e Astral avevano visto quando chiusero il
passaggio all’anfiteatro.
Un
cattivo presagio stava per diventare un’assoluta certezza: quelle dita di
colore nero come la notte, dalle quali un alone di oscurità s’innalzava verso
l’alto, stavano allargando uno squarcio che avrebbe dovuto far trapassare un
essere ben più grande.
Dall’apertura
che si era creata, un colore violaceo faceva da sfondo a quelle mani che
forzavano con un’enorme potenza la piccola apertura nel tentativo di strappare
del tutto ogni resistenza ed avere spazio a sufficienza per il passaggio.
Apparve
presto un occhio malvagio con la pupilla allungata e l’iride rosso come il
sangue, accompagnato da un verso che nessuno dei presenti aveva in precedenza
sentito e man mano che la bestia si faceva spazio strappando la materia di cui
era fatta la barriera si rivelava agli occhi di tutti un’agghiacciante visione.
La
testa dell’essere era quasi visibile: i suoi occhi erano privi di palpebre ed
erano assetati di sangue.
La
faccia era priva di pelle, quell’essere aveva il muso che assomigliava a quello
di un gorilla.
Dei
denti lunghi e appuntiti spuntavano dalla sua bocca e del fumo nero come
l’anima di quella cosa veniva fuori da essa.
I
muscoli abnormi, con i tendini ben visibili, facevano risaltare del liquido
rosso che scorreva all’interno delle grosse vene rigonfie.
Il
mostro era totalmente privo di capelli al posto dei quali vi erano innumerevoli
protuberanze ossee appuntite.
L’essere
emise di nuovo un agghiacciante verso che questa volta fece tremare l’intero
terreno.
I
maghi impegnati nel combattimento contro la miriade di creature capeggiate da
Melkore sentivano avvicinarsi la fine, mentre lo stesso Melkore, che per causa
dell’incanto riprodotto perdeva copiosamente sangue dalle ferite apertesi su
tutto il corpo, s’inginocchiò al suolo ansimando per l’energia dissipata.
Il
drago guardò verso il demone da lui liberato ed esclamò: «Distruggili tutti! È
venuto il giorno in cui l’inutile razza umana verrà spazzata via assieme alla
sua imperfezione; così come loro hanno
epurato le creature magiche, noi li spazzeremo via dal creato».
Melkore
fece poi un ghigno malefico, mentre l’enorme demone cercava di farsi spazio
attraverso lo strappo.
Un
ruggito però, attirò l’attenzione di Maximilian e compagni: un aiuto inatteso
stava giungendo loro.
Una
sagoma serpentiforme ondeggiava nell’aria e si dirigeva a tutta velocità verso
il luogo del combattimento.
Dal
bosco lì vicino fecero la loro comparsa una moltitudine di esseri armati con
spade a forma di coda di volpe che Maximilian riconobbe in quanto al loro
comando vi erano Vorabor
e Rotramir.
Il congruo aiuto
arrivato pareggiò le forze sul campo e come un’onda che con la sua possente
forza trascina ogni cosa portandola via con sé, quell’esercito di creature
incantate, tra cui spiccavano Mantivore, Nat, Satiri e svariate razze di esseri
magici, travolse l’accozzaglia di figure che erano agli ordini dei maghi neri,
aiutando i maghi bianchi in difficoltà e facendo strage di tutti gli esseri
ostili.
La sagoma
serpentiforme non era più visibile nel cielo e Melkore, che aveva capito di chi
si trattava, si rialzò a fatica guardandosi intorno; anche Brot si era rialzato
e nel momento in cui stava per sferrare un attacco al drago oscuro, dal
sottosuolo provenne un assordante boato: spuntò Aschcore, che immobilizzò
completamente Melkore stringendolo in una morsa; il drago di forma serpentesca
si era attorcigliato alla sua preda.
Aschcore fissava il
drago nero con i suoi occhi minacciosi.
Il drago intervenuto
in aiuto dei maghi bianchi infine spalancò le fauci e le richiuse proprio sul
muso di Melkore che lanciò un urlo smorzato dall’impossibilità di spalancare la
propria bocca sigillata dai denti affilati di Aschcore.
Il muso del drago
oscuro incominciò a diventare di ghiaccio, e solo allora, quando tutta la parte
del muso divenne inutilizzabile dallo stesso Melkore, il drago dai lunghi baffi
lasciò la presa e parlò a Brot: «Fratello! Cosa fai lì imbambolato; prendi il
ragazzo e chiudi quello strappo, prima che sia troppo tardi».
Brot, girandosi verso
il demone, vide che ormai era prossimo il suo trapasso: aveva persino
oltrepassato con metà del suo corpo; il tempo stringeva, se avesse valicato
Adrammalech non avrebbe avuto pietà di nessuno, non si poteva attendere un
secondo di più.
Si avvicinò in tutta
fretta a Maximilian e gli disse: «Piccolo; sai cosa devi fare vero?».
Maximilian scuotendo
il capo rispose: «Presto! Dobbiamo essere veloci».
Il drago prese
Maximilian con il muso e lo portò sulla sua groppa, anche i due maestri si
posero su Brot continuando a proteggere Maximilian ed eseguendo incantesimi che
andavano a colpire chiunque tentasse di avvicinarsi.
Anche i quattro
centurioni si disposero a difesa di Maximilian e di quel gruppo scortandoli
verso la loro meta.
Arrivati abbastanza
vicini al demone, i due maestri dissero al loro alunno: «Maximilian non temere:
veglieremo su di te e ti proteggeremo a tutti i costi». Poggiando le loro mani
sulla sua spalla.
Brot aggiunse:
«Ragazzo; è il momento di agire».
Maximilian fissò il
demone che aveva poggiato il piede destro al suolo ed era in procinto di
tirarsi fuori da quel foro definitivamente, poi esclamò: «Solvo caelestis!».
In quell’istante una
luce celeste colpì il demone che fu ricacciato nello strappo da lui fatto.
Esso si richiuse,
piegandosi su se stesso e scomparendo in un’abbagliante luce blu.
Il cielo tornò di
nuovo al colore originale: di un azzurro rassicurante.
Maximilian cadde a
peso morto e mentre stava per urtare contro la schiena di Brot fu acciuffato
dai maestri che gli erano stati vicini.
Sospeso per aria
però, vi era Melkore completamente immobilizzato e reso innocuo da Aschcore,
che riferendosi ad esso gli disse: «Fratello; sei caduto veramente in basso.
Sei la vergogna della razza dei draghi. Servire i maghi neri e “lui”, gli
stessi che hanno sterminato i nostri avi; devi essere completamente rimbambito.
Lo sai che non posso lasciarti in vita?». E con uno sguardo minaccioso spalancò
le proprie fauci per infliggere il colpo di grazia alla sua preda, ma proprio
in quel momento la figura del drago nero si sgretolò come se si fosse
incenerita, lasciando Aschcore sospeso per aria attorcigliato su se stesso.
Il drago di forma
serpentesca in seguito disse: «È riuscito a fuggire». Poi guardandosi intorno
aggiunse: «Ma la sua legione l’ha lasciata tutta qui al suolo. Adesso sono
proprio curioso di vedere la sua prossima mossa». E si avvicinò a Brot che in
groppa aveva Maximilian svenuto per l’incanto appena prodotto.
Il drago dai lunghi
baffi Guardò prima Brot, poi fissando Maximilian affermò: «Questo ragazzino è
un Dragonkin dalle grandi potenzialità. Suppongo che dovrei darti ragione; vero
Brot?». Aschcore poi accennò un ghigno.
Vi
saluto tutti.
Ciao

