La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

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Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

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Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

lunedì 4 agosto 2014

16° capitolo da leggere (Maximilian Arlstain – i due mondi –).



Prima di scrivere altro, v’informo di quanto è grande il sedicesimo capitolo.
Esso è composto così: 11325 parole, 58771 battute spazi esclusi, 70046 battute spazi inclusi, 379 paragrafi e 993 righe.
Voi tutti converrete con me che il lavoro fatto su questo capitolo è ingente e pertanto anche il tempo che ho dovuto passare su di esso è stato tanto (vi saranno sicuramente dei refusi al suo interno nonostante le varie letture).
Io temo che sia grande come capitolo e potrebbe essere diviso addirittura in tre, ma così l’ho immaginato e così mi piacerebbe farlo leggere.
Beh … Oggi direi che non è il caso di dilungarsi in spiegazioni, penso sia già abbastanza lungo il capitolo che state per leggere.
Buona lettura …



CAPITOLO 16
ASCHCORE DELLA FAMIGLIA DEI LOONG


Era ancora buio nell’accademia e tre figure si aggiravano per i corridoi cercando di non fare rumore.
I tre andarono incontro a un censore, il quale si fece avanti per controllare chi fossero quelle persone.
Alla loro vista esclamò: «Oh! Maestro Astral, maestro Wotan e lei maestro Drenk; siete così mattutini oggi?». Gli domandò in seguito.
Astral fu il primo dei tre che rispose: «Siamo venuti a prendere Maximilian del primo anno. Oggi viene con noi per un addestramento particolare».
Il censore, che si chiamava Primo, sentita quell’affermazione disse: «Venite, vi accompagno alla sua camera». E insieme si diressero verso la zona dove dormivano i cinque ragazzi del primo anno.
Quando furono vicini alla stanza videro una piccola sagoma che li stava aspettando in prossimità della porta; si avvicinarono e, una volta arrivati di fronte a quella figura, Wotan domandò: «Allora ragazzo: sei pronto?».
Maximilian cercò di rispondere attutendo il tono della sua voce: «Certo. Sono uscito apposta dalla camera cercando di non fare tanto rumore».
«Signor Primo, confidiamo in lei affinché quello che ha visto non sia sbandierato ai quattro venti». Il maestro che si rivolse al censore fu Drenk e il censore non perse tempo nell’affermare che tutto sarebbe rimasto nel più assoluto riserbo.
Sentite quelle parole, i tre maestri e Maximilian lo salutarono e si avviarono verso la zona insegnanti.
I quattro arrivarono davanti alla grande porta dei sotterranei, l’aprirono e come c’era d’aspettarsi Brot era già pronto per la partenza.
Quando il drago li vide si raccomandò: «Ricordatevi che ci apprestiamo a raggiungere un luogo remoto e voi tutti sapete che ci stanno alle calcagna. Data la mia stazza sarò visibile e potrebbero rintracciarci: fate molta attenzione. Farò quel che posso per rendervi la via più comoda; tuttavia, rimane pur sempre una zona impervia … Ci sarà da camminare un bel po’». In seguito scambiò uno sguardo di complicità con i tre maestri, poi aggiunse: «Direi che si può partire; ma prima lasciatemi dire qualcosa al maestro Drenk: quando i ragazzi si sveglieranno e noteranno l’assenza di Maximilian verranno a chiedervi spiegazioni; tranquillizzateli dicendogli che è con Astral».
Astral, subito dopo, pronunciò: «Advolo positus delectus!».
Brot, Maximilian, il maestro Wotan e Astral, furono avvolti da una luce abbagliante e scomparvero con essa, lasciando il maestro Drenk da solo nella stanza; egli, dopo aver assistito alla scena, uscì e si diresse verso la zona adibita agli insegnanti.

Su di una montagna che si ergeva maestosa verso l’alto:

L’alba rese ancor più bello il panorama su quell’altura; tutt’intorno c’erano delle vallate profonde e sui cocuzzoli delle montagne vicine v’era della bianca neve che copriva buona parte della roccia.
In uno spazio erboso, una debole luce s’intravide e con il passare del tempo divenne sempre più brillante.
I maestri dell’accademia, Maximilian e Brot si materializzarono sostituendo gradualmente quella intensa luce.
Il drago si guardò in giro e disse: «Eccoci arrivati in Tibet; posto incantevole, non credete?».
I maghi furono della stessa opinione.
Maximilian adorava la montagna: il suo viso si riempì di gioia.
Astral chiese a Brot da dove incominciare.
Il drago precisò: «Al momento non abbiamo idea di dove si trovi Aschcore; bisognerà cercare, pertanto controlliamo scrupolosamente. Se noterete qualcosa di strano, ci dirigeremo verso di essa».
I maestri provarono a concentrarsi e pronunciarono anche alcuni incanti sottovoce e in lingua antica; Maximilian non capì una parola e anche lui si guardò in giro poiché era affascinato dal panorama.
Guardando verso la cima più alta di una montagna di fronte a loro notò un colorito strano e rivolgendosi al maestro gli disse: «Maestro Astral; vedo uno strano colore su quella vetta lì di fronte a noi. Si muove, ma non ha grandi dimensioni. Sono sicuro però, che non abbia intenzioni ostili; il suo colorito non è rosso, ma di un verdone scuro».
I maestri guardarono nella direzione indicata da Maximilian, ma non videro nulla.
Brot però confermò la visione del ragazzo: «Max ha ragione, c’è qualcosa che si muove su quelle cime».
Il drago di ferro si avviò in quella direzione dicendo agli altri: «Iniziamo da quella montagna. Ma stiamo attenti, potrebbe essere una trappola».
Tutto il gruppo lo seguì.
Dopo mezza giornata di marcia non ebbero sentore di nulla di strano, c’erano attorno a loro solo rocce e vegetazione.
Calò presto la sera e a quelle altitudini la temperatura si faceva molto fredda quando il sole scompariva; nonostante fossero coperti, l’ambiente diventò ostile al punto da dover cercare un riparo.
Si trovarono di fronte a una caverna, essa pareva poter contenere anche il corpo di Brot poiché abbastanza grande; vi entrarono e dopo un sopralluogo i maestri evocarono il rifugio che li aveva ospitati in occasione del recupero di Maximilian.
Brot, per ripararsi dal freddo, produsse un incanto e una barriera protettiva trasparente ostruì l’entrata della caverna.
L’ambiente incominciò a scaldarsi, un po’ per merito della barriera, un po’ perché dentro il rifugio i maestri avevano evocato il fuoco che bruciava in un accomodante camino.
Brot si accucciò vicino alla casupola appena evocata e guardando all’esterno della grotta stessa sbuffò, continuando a fissare dritto davanti a lui.
Sia i Maestri Wotan e Astral, sia Maximilian, uscirono dalla casa fatta di elemento terra e si portarono nei pressi del drago.
Wotan parlò per primo: «Maestro Brot sembra che la ricerca di suo fratello ci porterà via più tempo del previsto. In questa giornata non abbiamo incontrato nessun essere vivente». Affermò il mentore dell’Asilum.
Brot rispose: «Se dovessi nascondermi dal mondo, anch’io sceglierei un posto simile: è perfetto. Nessun essere vivente; lo hai detto anche tu … E non ti sembra strano? Nemmeno un’aquila. Persino io, con la mia vista, non sono riuscito a scorgere nulla. Siamo sulla strada giusta, lo sento».
Astral pose un quesito al suo mentore: «Pensa che sarà così difficile convincere suo fratello a collaborare con noi?». 
La risposta non tardò ad arrivare: «Personalmente credo sia impossibile che ci aiuti. Tempo fa chiuse i conti con noi, non volle immischiarsi in diatribe che per lui apparivano stupide; dunque perché mai adesso dovrebbe cambiare idea. Non capisco perché Bithor abbia avuto un’idea del genere, ma suppongo che senza motivo non l’avrebbe chiesto. Solo trovando Aschcore riusciremo a scoprire il perché della sua richiesta».
Maximilian si chiese se quell’ambiente freddo potesse nuocere a Brot e fece una proposta: «Non sarebbe meglio accendere un fuoco per riscaldare la grotta?».
Il drago guardò Maximilian e accennò un ghigno, poi replicò: «Sei preoccupato per me. Non devi; noi draghi non patiamo il freddo, le nostre corazze ci proteggono. Dunque dormi pure tranquillo, non sarà certo un po’ di freddo a fermarmi».
La temperatura si abbassò in maniera rilevante e gli uomini rientrarono nel rifugio dove un tiepido ambiente li accolse.
Maximilian si addormentò presto quella sera e quando i maestri si resero conto che il piccolo non poteva sentire uscirono dalla casupola per parlare con Brot.
Si portarono di fronte a lui e Astral chiese: «Maestro; è troppo presto per andare a letto, che ne dice di fare una chiacchierata?».
Brot affermò: «Suppongo che il piccolo sia già a letto».
Wotan annuì e gli rispose: «Eh sì. Deve essere stressante per un bambino di dieci anni sopportare tutte queste novità».
Il drago rivolse lo sguardo verso l’entrata della caverna che quella sera li stava ospitando e concordò con quello appena detto dal Maestro Wotan: «Direi che nel nostro caso il giovanotto se la sta cavando bene; non solo impara velocemente, ma riesce a riprodurre gli incanti alla perfezione. Mi domando se veramente tutto questo sia casuale, oppure ci sia lo zampino della volontà divina».
Astral fece presente: «Anch’io sono rimasto sbalordito. Non solo dai progressi che ha fatto in pochi mesi, ma anche dal fatto che sembra portato per la magia bianca; incredibile: un bambino che riesce a riprodurre incanti potenti al punto da chiudere un varco dimensionale. Certo non ci si crede».
Lo disse guardando Brot che di rimando aggiunse: «Quando sentii la presenza di Bithor non pensavo che sarebbe finita in questo modo. È stato veramente geniale. L’idea di rifugiarsi in un essere umano non mi aveva nemmeno sfiorato; mi domando come finirà e soprattutto se riusciremo a giungere ad una pace duratura. Sapete: mi piacerebbe vedere quel giorno».
Wotan, che era seduto sopra un masso vicino il rifugio evocato magicamente, dichiarò: «Dopo tutto quello che abbiamo passato e che siamo riusciti a fare, non posso pensare che alla riuscita del nostro intento. Sono certo che Max diventerà uno splendido mago bianco e un ottimo leader; si vede fin da ora. Avete notato che il gruppo dei suoi amici lo guarda con ammirazione ed è come se avessero capito che sarà il loro trascinatore».
Astral gli diede ragione: «Lo puoi dire forte, se solo aveste visto come hanno combattuto lui e Chaman al mio fianco; sono solo dei bambini, eppure hanno avuto il coraggio di affrontare esseri magici agguerriti, pronti a tutto pur di eliminarli e poi … Quel potere particolare che possiede lo stesso Chaman. In sua assenza saremo stati uccisi senza dubbio alcuno».
Brot allora alzò il suo lungo collo, in precedenza quasi radente al terreno, e guardando verso il basso disse: «Signori maestri dell’accademia, mai nella storia dei maghi bianchi, o forse dovrei dire nella storia della magia, si è verificato un caso del genere. Maximilian è a tutti gli effetti un Dragonkin: lo spirito del drago dimora in lui; ne padroneggia parte dei poteri e, cosa molto importante, non ha fatto una piega nell’ascoltare le storie che gli abbiamo raccontato, anzi: pare aver preso a cuore questa situazione. Immaginate quando avrà pieno controllo del potere che si nasconde in lui; senza contare che sarà in grado di passare su entrambi i piani dimensionali a suo piacimento. Dobbiamo proteggerlo a tutti i costi, almeno finché non sarà in grado di difendersi da solo».
Astral a quel punto pose al drago una domanda che lo stesso Brot pareva aspettarsi: «Io mi domandando se questo che sta succedendo ... Insomma: pare che la profezia si stia avverando».
Riproducendo un ghigno, Brot confermò: «Ah già! La profezia; ricordate?». Chiese il Drago.  
Poi disse: «Arriverà il giorno in cui i due mondi si scontreranno: il primo tenterà di entrare nel secondo per assoggettarlo alle sue diaboliche leggi con una ferocia senza pari. Un puro emergerà in difesa del mondo più debole; egli guiderà la resistenza inconsapevole di quanto sta accadendo e aiutato da dei valorosi compirà il suo destino, ponendo fine ad una diatriba durata millenni. Due in uno, uniti da un solo destino; uno dipendente dall’altro e viceversa. Costui, per questo motivo, sarà inattaccabile dall’altro mondo e avrà accesso a suo piacimento ad entrambe le parti. Il male, per mezzo dell’incanto più potente da lui esercitato, sarà definitivamente debellato e i due mondi saranno nuovamente separati, fin quando il genere umano non sarà in grado di vivere in pace e armonia ».
Brot infine affermò: «Sapete: tempo fa pensavo che la profezia si fosse già avverata, ma oggi comincio a credere che l’essere di cui parla stia riposando all’interno del rifugio qui accanto a noi».
Wotan poi ricordò ai due: «Se rammentate bene, i genitori di Maximilian persero la vita tempo addietro. Mi sono permesso di fare alcune ricerche: in quella zona, a quel tempo, ci fu uno scontro tra noi e gli esseri ostili trapassati in avanscoperta. Non vi ricorda niente una macchina con dei bambini a bordo che fu coinvolta nello scontro?». Domandò.
Brot, che sembrava aver dimenticato quel particolare, rammentò: «Questa cosa io l’avevo del tutto rimossa: non ditemi che i bambini che salvammo da morte certa durante quello scontro sono Maximilian e suo fratello».
Wotan annuendo confermò quanto detto: «Esattamente. Troppe coincidenze; quei due ragazzi senza il nostro intervento sarebbero periti. Sembra tutto così connesso …».
Anche Astral fu sorpreso dalla rivelazione; non ricordava quell’episodio, ma ripensandoci bene qualcosa gli venne in mente: «Adesso ricordo: ero così dispiaciuto di non aver potuto evitare la morte di quelle due persone».
Ma Brot lo interruppe: «Astral, tu dovresti sapere meglio di me che niente avviene per caso. Dietro ogni avvenimento si nasconde un preciso disegno; sento che si avvicina il giorno in cui potrò vedere di nuovo armonia tra la mia stirpe e gli umani. Allora potremo di nuovo ricostituirci e vivere liberi come accadeva un tempo». Poi guardando i due Maestri disse: «Ora è il momento di riposare, domani ci aspetterà una lunga camminata e questi posti non ammettono errori; senza contare che potremmo essere costretti a combattere. Andiamo a riposare».
I due maestri furono d’accordo e, dopo aver salutato, s’incamminarono verso il rifugio dove li aspettava un letto caldo e qualche ora di riposo.

All’indomani:

Il chiarore del sole fece la sua comparsa nella grotta e un raggio di luce si diresse proprio sulla schiena di Brot; l’aria si era fatta più calda e l’oscurità lasciava il posto alla lucentezza che pian piano invadeva tutta la caverna.
Dal rifugio uscì il maestro Wotan che diede il buongiorno al drago sveglio da un pezzo.
Lo stesso fecero Astral e Maximilian, poi ritirarono la barriera innalzata la sera prima da Brot e uscirono all’aperto; ovviamente tutti rimasero meravigliati del panorama che c’era in quel posto.
Le alte vette fecero apparire i posti sottostanti lontani e affascinanti; nonostante le iniziali difficoltà, i cinque incominciarono la loro marcia disposti in fila indiana: davanti faceva strada Wotan, al centro c’erano Astral e Maximilian e dietro li seguiva Brot che li sovrastava con la sua grande mole.
Il sentiero erboso lasciò il posto a quello nevoso, si avvicinavano alla vetta e i primi ghiacciai fecero la loro comparsa.
Il fiato iniziò a diventare pesante, anche i movimenti divennero più faticosi; tutti si guardavano intorno per cercare qualche segno che rivelasse la presenza di Aschcore.
Il maestro Astral si rivolse a Brot: «Maestro non si vede alcuna presenza strana nei paraggi, dovremo cercare su altre montagne».
Il drago si guardò attorno e rispose: «Come vi accennavo ieri sera, provate a guardarvi in giro …».
«Vedete forme di vita di qualsiasi genere?». Infine domandò.
I due adulti e Maximilian frugarono con lo sguardo ovunque e non notarono nessun animale e nessun uccello nei paraggi; anzi: ripensandoci, da quando erano su quella montagna non ne avevano incontrato nemmeno uno.
Wotan allora disse: «Effettivamente la cosa appare strana; perché non c’è alcun segno di vita?».
Astral aggiunse: «Sapete: ho come l’impressione che siamo sulla strada giusta».
Maximilian li ascoltava e nel frattempo si continuava a guardare intorno; poi notò ancora quella sagoma: sembrava che li stesse osservando ed era nascosta tra delle rocce per non farsi notare.
La sagoma era di grande stazza e aveva delle sembianze umane.
La cosa gli sembrò strana e attirata l’attenzione di Brot, senza dire niente ma facendo solo segno con la testa in direzione della sagoma, fece in modo che il drago dirigesse il suo sguardo verso quella zona.
Brot allora, abbassandosi in modo da avvicinare la sua possente testa a Maximilian, gli confermò: «Me ne sono accorto anch'io giovane amico; se cerchiamo di non farglielo capire continuerà a spiarci ed è da tanto che ci sta seguendo: direi da stamattina». Poi rivolgendosi ai due maestri bisbigliò: «Astral, Wotan; cerchiamo di aggirarlo in modo da catturarlo. Mi sembra strano che continui a seguirci nonostante si sia reso conto che sono un drago; sicuramente la mia presenza non lo stupisce. Questo vuol dire che in qualche modo è a conoscenza della nostra esistenza».
I due capirono quello che intendeva il loro maestro e si staccarono da Maximilian e dal drago senza dare nell’occhio.
La sagoma continuò imperterrita a seguire il drago e il ragazzo che si erano incamminati per un sentiero il quale portava alle pendici di quella montagna.
Brot disse a Maximilian: «Dovresti salire sul mio dorso senza dare nell’occhio; tra poco ci sarà da correre».
Maximilian, facendo finta di andare in bagno, si nascose dietro la zampa di Brot, che abbassandosi gli permise di arrampicarsi sopra la sua schiena.
Nel frattempo sia Wotan, sia Astral, tramite l’utilizzo d’incanti si portarono rispettivamente in prossimità del luogo dove l’essere si nascondeva; erano così vicini da poter vedere la sua schiena: pareva un uomo, ma quello che non riuscivano a spiegarsi era il perché si stesse nascondendo.
Brot incominciò ad aumentare il passo e si diresse verso quel nascondiglio; in quel momento l’essere capì che lo avevano scoperto e, uscendo dal suo rifugio, tentò di scappare; tentativo che venne reso vano dai due maestri i quali gli sbarrarono la strada.
I maghi non videro un essere umano, bensì una creatura magica le cui gambe erano robuste.
Gli spazi scoperti dagli indumenti usati per difendersi dal freddo lasciavano trasparire la sua pelle di colore verde, la lunghezza delle sue gambe era sproporzionata, i suoi femori erano lunghi quanto le sue tibie, il busto era totalmente coperto dai vestiti pesanti, le braccia sembravano essere magre e prive di muscolatura.
La faccia era mezza coperta da una sciarpa usata per ripararsi dal vento la quale rendeva impossibile il suo riconoscimento; ma sul suo capo si intravedevano delle lunghe antenne che a metà della loro lunghezza curvavano verso il suolo.
Nel frattempo Brot, con Maximilian sulla sua schiena, arrivò nelle loro vicinanze e l’essere in quell’istante spiccò un lungo salto, il quale gli permise di scavalcare i due maghi che gli bloccavano il passaggio.
I due si affrettarono a raggiungerlo e lo stesso fece Brot.
Salto dopo salto, l’essere si allontanò sempre di più, fino a quando Wotan pronunciò: «Elementum ignis, impetus!». Puntando un suo braccio verso quella presenza.
Dalla sua mano vennero fuori tre grandi sfere di fuoco che si diressero verso il fuggitivo; la prima fu schivata, la seconda si schiantò su di una protuberanza di roccia che si frappose nel mezzo, la terza colpì degli alberi proprio lì davanti dove aveva spiccato l’ultimo balzo la strana presenza.
Da essi vennero espulsi dei rami infuocati a causa della violenza dell’impatto; quelle schegge colpirono una zampa dell’essere, facendolo precipitare al suolo.
I maghi allora accorsero verso il luogo dove esso era cascato.
Astral, che tramite incanto di levitazione si muoveva a gran velocità, urlò: «SE CI SCAPPA COMUNICHERÀ LA NOSTRA POSIZIONE; NON POSSIAMO PERMETTERLO!».
Wotan annuì e, aumentando il suo passo, pronunciò: «Gladio!».
La spada fatta dall’elemento aria si materializzò tra le sue mani; anche Astral fece la stessa cosa e si armò della sua spada di elemento luce, intanto Brot e Maximilian si avvicinavano a gran velocità.
Arrivati nel luogo dove la creatura era caduta, videro che essa zoppicava e si trascinava verso una roccia emettendo uno strano squittio.
I maestri si accostarono e, quando furono quasi vicini, si prepararono a colpire alzando le loro spade.
I due stavano per sferrare un fendente mortale, quando ad un certo punto una voce possente, e che loro non avevano mai sentito, urlò: «FERMI! NON FATELO».
Quella voce echeggiò per le vallate sottostanti e i due maghi si arrestarono, come se fossero stati paralizzati da qualche incanto.
Anche Brot e Maximilian videro i due maestri paralizzati intenti a colpire l’essere, il quale faticava a rialzarsi a causa della ferita provocata dall’incanto lanciato da Wotan.
Il drago e il bambino si avvicinarono ai due adulti e Brot soffiò dolcemente avvicinando il suo muso ai maestri, che come per magia si sbloccarono; nel frattempo, la creatura si era allontanata a fatica e i due maestri tentarono ancora di avvicinarla.
La stessa voce che prima li aveva bloccati fece di nuovo la sua comparsa: «NON FATEGLI DEL MALE; NON VI HA ATTACCATI, MA SIETE STATI VOI A FARLO».
La terra iniziò a tremare …
I maghi fissarono Brot che di rimando fece un ghigno; fu allora che capirono di chi si trattasse.
Il tremore del terreno aumentò d’intensità fino a quando dal sottosuolo sbucò, provocando un gran frastuono, un enorme serpente che era più lungo di quanto lo fosse il maestro Brot.
Il drago di ferro, alla vista di quel lungo serpente, esclamò: «Aschcore! Da quanto tempo che non ci vediamo».
La risposta non si fece attendere: «Brot! me lo dovevo immaginare; sempre a giocare alla guerra. Di grazia: cosa vi porta a disturbare queste terre dove regnava la tranquillità prima del vostro arrivo?».
Il gruppo che lo stava cercando si trovò di fronte un essere con forma di serpente; il suo diametro era spaventosamente grande: aveva la larghezza di un tir. Dal groviglio iniziale che l’essere aveva assunto, si delineò una forma più riconoscibile: quattro zampe sorreggevano quel serpente, non eccessivamente robuste, anzi: paragonate al corpo sembravano piccole e di poca forza. Alle loro estremità c’erano tre lunghe dita, alla fine delle quali facevano la loro minacciosa comparsa altrettanti artigli affilati.
Una grande testa era rivolta verso di loro e una grossa bocca, come quella di un coccodrillo, fece la sua minacciosa apparizione.
Lunghi baffi scendevano dal suo muso e sotto il mento un ciuffo folto faceva la sua bella figura.
Le orecchie e la parte superiore del capo erano coperte da una criniera di colore dorato e i suoi occhi risaltavano minacciosi come quelli dello stesso Brot e di Bithor.
Brot gli parlò: «Siamo venuti per parlare con te».
Aschcore allora gli fece notare: «Venite per parlare e alla prima occasione attaccate le creature che abitano questo posto? Bel modo di iniziare un discorso». Poi, girandosi verso l’essere che emanò un altro verso incomprensibile, a metà tra uno squittio e un barrito, disse: «Ti hanno ferito ad una zampa; vediamo cosa riesco a fare».
Il gruppo formato da Astral, Wotan, Maximilian e Brot, si ritrovò di fronte una robusta coda, che poco si distanziava dalle due zampe posteriori le quali sorreggevano il drago.
Un vento caldo provenne dal punto in cui il drago aveva portato il muso, esso fece volare via il berretto di lana che copriva la testa dell’essere ferito.
Con loro sorpresa videro che si trattava di una Mantivora: gli occhi erano neri e ovali, non aveva il naso e al suo posto c’erano solo due fori.
L’essere aveva una piccola bocca dalla quale s’intravedevano denti esili e una lingua rossastra; non c’erano orecchie e nemmeno capelli; al posto delle mani spuntavano due lunghe fauci verdognole.
La Mantivora assomigliava ad una mantide religiosa.
Astral, data la forma di quell’essere, chiese: «Perché sta aiutando un essere ostile come la Mantivora?». Rivolgendosi al drago che stava curando quell’essere.
Di rimando Aschcore, dopo aver finito di curare la Mantivora, affermò: «Ah già, dimenticavo; voi uomini avete la tendenza ad eliminare tutto quello che non conoscete». Poi sospirando aggiunse: «In verità non è stato lui ad essere ostile, si limitava solo ad osservarvi. Gli unici ostili siete stati voi».
Brot, avvicinandosi al drago appena apparso, gli disse: «Aschcore, si è venuta a creare una situazione alquanto pericolosa. Non possiamo attendere oltre: hanno trovato il modo di trapassare e stanno per lanciare un’offensiva per conquistare anche questo mondo. Se non li fermiamo sarà la fine».
Aschcore assunse un’espressione di sorpresa e drizzando la testa scrutò tutt’intorno; poi chiese: «Brot te ne sei accorto anche tu?».
Brot si guardò attorno e di rimando esclamò: «Si!».
Anche Maximilian guardò nei dintorni e quello che vide non lo tranquillizzò per niente: una decina di sagome rosse si avvicinavano a grande velocità.
Aschcore non perse tempo e disse al gruppo: «Venite con me; non è più sicuro rimanere qui fuori. Parleremo quando saremo arrivati a destinazione». Poi guardando Astral e Wotan si raccomandò: «Voi due: Non muovete un dito se non ve lo dico io; il posto dove ci stiamo dirigendo non è un campo di battaglia».
I due annuirono e tutti insieme, incluso la Mantivora, seguirono Aschcore che fece strada al gruppo.
S’inoltrarono in un lungo tunnel nascosto fra due enormi massi ai piedi di un ghiacciaio, esso si chiuse magicamente dietro di loro non appena varcarono l’entrata.
Man mano che avanzavano diventava sempre più buio e i maestri fecero in modo di rischiarare la strada con un incanto.
Dopo venti minuti abbondanti s’intravide la fine del tunnel e quando ne uscirono scorsero un mondo sotterraneo pieno di numerose abitazioni; un mondo isolato nel quale sembrava aleggiare una calma surreale.
La loro attenzione venne attirata da un bagliore proveniente dall’alto: misero a fuoco una fonte di luce tanto splendente da sembrare un sole, essa riscaldava tutto l’ambiente.
Non si fermarono e s’incamminarono lungo un sentiero che permise loro di scendere sotto, nella zona abitata.
All’altezza delle prime case s’incominciarono a vedere i primi segni di vita: esseri di ogni forma popolavano quell’agglomerato di case.
Il gruppo di ricerca si guardò intorno sbalordito e ad un certo punto si fermò, erano nei pressi di una casa fatta in legno con un grande portone e vicino ad essa c’era una costruzione che pareva essere un pozzo da dove attingere l’acqua.
Astral chiese al drago che gli stava facendo strada: «Possibile che esista un posto simile?». Continuando a guardarsi in giro.
Lo stesso fecero Brot e Wotan.
Aschcore si girò e gli rispose: «Ci siete dentro. In questo posto siamo riusciti a raggiungere un’armonia particolare; non esistono rancori e io ne sono il guardiano. Vedrete ogni tipo di razza; sono venuti a rifugiarsi qui per sfuggire alle grinfie dei maghi neri, vivendo in pace e prosperità. Erano stanchi delle barbarie che tutti i giorni dovevano commettere. Qui non corrono nessun pericolo e lo stesso vale per voi». Poi guardando la Mantivora aggiunse: «In questo posto è vietato l’uso della magia, nessuno fino a ordine contrario potrà esercitarla anche perché essa verrebbe soppressa, visto l’incanto di contenimento che io stesso esercito. Ma basta chiacchiere: adesso seguitemi; arrivati a destinazione potremo parlare con più tranquillità».
L’attenzione di Maximilian fu attirata da dei cuccioli che se ne stavano a giocare nel piazzale sulla loro destra e mentre camminava, un sorriso apparve sul suo viso.
Il suo pensiero andò ai giorni felici in cui, come quei cuccioli, giocava con i suoi amici spensierato.
Si addentrarono sempre di più nella piccola cittadina sotterranea, anch’essa aveva strade spaziose e le case erano fatte tutte in legno.
I vicoli erano affollati e la moltitudine di esseri che le percorrevano non sembrava nemmeno accorgersi di loro.
Brot, visibilmente soddisfatto, continuava a guardarsi in giro; ad un certo punto accennò un sorriso, scuotendo il capo, e mormorò qualcosa che nessuno capì.
Arrivarono presso un grosso edificio, pareva un forte medievale con tanto di torri ai quattro lati.
Le porte si aprirono come per incanto …
Il gruppo, entrando, vide al suo interno una moltitudine di esseri intenti a svolgere le più svariate faccende.
Nel grande cortile dietro le mura di cinta poste a protezione dello stabile, osservarono entità attente a quello che stavano dicendo alcune figure adulte, sembrava quasi che stessero seguendo delle lezioni.
Erano divisi in gruppi, tutti seduti su di un prato rigoglioso, mentre la figura che pareva essere più matura era eretta e si sforzava di parlare agitando le sue mani come per spiegare qualcosa.
Sullo sfondo di un folto bosco si erigeva una roccaforte, ai piedi della quale scorreva un fiumiciattolo.
Il ponte elevatore era alzato, ma alla vista di Aschcore fu abbassato per permettere il passaggio al drago.
Maximilian guardò bene il posto; era affascinato sia dalla sua bellezza, sia dalla moltitudine di esseri che lo popolavano.
Entrarono dalla porta principale e si ritrovarono in una grande stanza, dove due figure gli si fecero incontro,
Il primo sulla loro destra era vestito con un’armatura medievale leggera e tutta dorata.
La sua faccia aveva fattezze di una tigre cosparsa di piccoli peli gialli e di strisce nere e bianche, colorito tipico delle tigri indiane.
Il suo corpo però sembrava del tutto umano; l’armatura e i vestiti coprivano la maggior parte di esso,  ma le mani, anch’esse ricoperte di piccoli peli gialli, sembravano quelle di un animale.
Il secondo, sulla loro sinistra, bardato allo stesso modo, era più robusto; possedeva  due possenti braccia e due gambe ricurve come quelle di una capra, ma allo stesso tempo muscolose.
Le sue mani erano di colore grigio scuro e carnose, la sua faccia era piena e aveva sembianze umane.
Il mento era nascosto da una barbetta bianca, le basette erano lunghe e grigie.
Egli era leggermente stempiato e i pochi capelli grigi che attorniavano il capo erano lunghi fino a toccargli la schiena.
Le due figure chinarono il capo e l’essere con sembianze di tigre disse: «Signore, come da lei chiesto, stiamo tenendo d’occhio gli intrusi. Fino ad ora non hanno fatto niente di strano».
Poi intervenne il tipo più robusto: «Siamo pronti ad intervenire nel caso creino problemi».
Aschcore, guardando l’essere alla sua destra, disse: «Ben fatto Vorabor». Poi volgendo lo sguardo alla sua sinistra aggiunse: «Rotramir, l’incolumità di tutti deve essere messa al primo posto. Non devono sospettare che in questo luogo ci sia il nostro rifugio».
I due, scuotendo la testa, fecero intendere di avere capito.
Il drago, in seguito, fece le presentazioni: «Signori ospiti». Rivolgendosi al gruppo di maghi bianchi e a suo fratello Brot. «Vi presento i miei due generali: Vorabor, glorioso discendente della famiglia dei Nat e Rotramir, prode figlio della razza dei satiri».
I due si mossero leggermente con il busto in avanti in segno di saluto.
Aschcore disse ancora: «Se dovessero esserci degli sviluppi sono nella sala grande». E guardando verso Brot e gli altri proferì: «Seguitemi».
Il drago di forma serpentesca si fece strada attraverso la sala lasciando i due generali dietro di sé, i quali si affrettarono ad uscire all’esterno dello stabile per mezzo di una porta nelle loro vicinanze.
Dopo essere entrati in una nuova stanza grande quanto la precedente, Aschcore prese posto su uno spazio appositamente preparato per lui e ricominciò il discorso lasciato a metà per via dell’intrusione degli esseri ostili: «Bene!». Esclamò.
«Per quale motivo avete deciso di portarmi quei graditi ospiti che ci stanno cercando in superficie?». Chiese di seguito fissando Brot.
Dopo un attimo di silenzio, il drago dalle scaglie di ferro rispose: «Aschcore, come ti ho accennato in precedenza, abbiamo bisogno di te».
Il drago dai lunghi baffi, aggrovigliato su se stesso, ribatté: «Avete bisogno di me? Fratello, non ci vediamo da tanto tempo e, invece di salutarmi come si addice, mi chiedi subito un favore …».
Il drago dalle scaglie di ferro sapeva che non sarebbe stato facile convincerlo e tentò di spiegargli quello che era accaduto: «In situazioni normali, Aschcore, non ti avrei chiesto niente, ma credimi: il momento in cui ci troviamo esige una risposta da parte nostra chiara e immediata».
Ed egli, tranquillo nel posto in cui era aggrovigliato, affermò: «Parliamoci chiaro: io non vedo una situazione diversa da tanti anni fa. Vivo in pace con un insieme di creature che desiderano la calma quanto me, anzi: forse più di me. Perché mai dovrei giocare alla guerra com’è avvenuto tempo addietro; e devo ricordarti cos'è che abbiamo ricavato da quella guerra?».
Brot si avvicinò al fratello e ribadì: «Lo so bene come andò a finire; ma lascia che ti spieghi, metti da parte il tuo rancore per un attimo. La situazione è disperata: i maghi neri sono ritornati alla carica e questa volta intendono colpire in massa il mondo. Sai bene che se ci riescono non ci sarà rifugio sicuro e che cercheranno di finire quello che hanno iniziato tempo fa. In questo momento stanno dando la caccia al nostro nascondiglio, lì dentro ci sono esseri innocenti come in questo rifugio, incluso i bambini».
Aschcore interruppe Brot precisando: «È da tempo immemore che loro vogliono trapassare, ma l’incanto che in antichità fu lanciato non glielo permetterà».
Questa volta fu Brot a obiettare: «È qui che ti sbagli! Hanno trovato il modo di annullare quell’incanto e stanno ammassando forze. Abbiamo abbattuto Chimera, Ortro, Lupocarni, Foglionchi, Boschivi e fronteggiato Melkore. Nostro fratello non solo è riuscito ad oltrepassare, ma ha anche conservato i suoi poteri intatti accrescendone alcuni per via del patto instaurato con le forze demoniache. Ecco qual é la situazione attuale».
Aschcore sembrava sorpreso di quello che Brot gli stava riferendo e gli domandò: «Cosa, Melkore è passato e si è schierato dalla parte della magia nera?».
La voce di Brot si sovrappose a quella di Aschcore: «Esatto fratello; sei stato troppo tempo isolato dal mondo. Per tua informazione sono cambiate parecchie cose e se ti ostini a non schierarti ti ritroverai a fronteggiare un’orda di mostri provenienti dall’altro universo da un momento all’altro. Sappi che lo stesso Adrammalech ha tentato il trapasso ed è stato solo grazie alla chiusura del varco dimensionale che abbiamo evitato il peggio».
Aschcore rimase pensieroso per qualche secondo, poi chiese: «Chi è stato capace di chiudere il passaggio fra voi?».
Brot puntò il muso verso Maximilian, poi rispose: «Il piccolo ha sigillato il varco, lo ha fatto con il nostro supporto. Guardalo bene Aschcore».
Il drago abbassò lo sguardo e si avvicino con la faccia verso Maximilian.
Arrivato in prossimità del suo minuscolo corpo esclamò: «Possibile! Questo cucciolo d’uomo è stato capace di sigillare una simile magia». Poi, rivolgendosi a Maximilian chiese: «Piccolo come ti chiami?».
Maximilian si presentò: «Il mio nome è Maximilian e da poco studio all’accademia dell’Asilum per diventare un mago bianco».
L’espressione del drago cambiò d’improvviso, il suo sguardo si concentrò sull’occhio sinistro dal quale s’intravedeva la ferita provocata dall’incidente, poi esclamò: «Un Dragonkin! Non ne avevo mai visto uno fino ad oggi. Ora capisco perché è riuscito a chiudere quell’apertura, mi appare anche chiaro il motivo per il quale vi cercano così incessantemente. Tuttavia … Questo non cambia il mio modo di vedere le cose, non metterò a rischio le vite di chi si è affidato nelle mie mani».
Brot apparve sempre più perplesso e aggiunse: «Fratello la situazione forse non ti è chiara: se invadono questo universo, gli stessi tuoi compagni ne pagheranno le conseguenze. Unitevi a noi; iniziamo fermando Melkore e poi procederemo nel pianificare un modo per riprenderci quello che un tempo era nostro».
I due maestri e Maximilian guardavano con curiosità i due draghi discorrere, in alcuni casi volevano intervenire, ma sapevano bene che dovevano portare rispetto alle due grandi figure: non mossero nemmeno un muscolo stando in disparte ad ascoltare.
Brot insistette ancora: «Aschcore quest’occasione non si ripeterà almeno per altri cinquecento anni. Se la lasciassimo scemare ce ne pentiremo amaramente. Fallo anche per tutti gli esseri che vivono all’interno di questo rifugio, se continuerai a nasconderti prima o poi vi troveranno. Non lasciare che i nostri sforzi vadano perduti».
Il drago dall’aspetto serpentesco si fermò per circa un minuto e nella sala non volò nemmeno una mosca, poi fissando il gruppo arrivato da lontano finì il discorso che in precedenza aveva iniziato: «Brot, tutti voi del gruppo». Guardò infine Maximilian concentrando lo sguardo sull’occhio sinistro che di tanto in tanto mutava assomigliando a un occhio di drago. «Non intendo unirvi a voi in alcun modo. Tuttavia, non posso cacciarvi dal nostro rifugio e darvi in pasto ai maghi neri; questo posto accoglie tutti gli esseri che desiderano pace. Attenderete che i vostri inseguitori si allontanino e farete ritorno alle vostre case: questa è la mia ultima parola». Dichiarò Aschcore.
Poi, rivolgendosi alla Mantivora che li aveva seguiti nella stanza, disse: «Vaschnur; accompagna gli ospiti al proprio alloggio e fai loro da assistente. Quando il pericolo cesserà potranno andar via».
La Mantivora con uno squittio fece intendere di aver capito, si presentò di fronte al gruppo e l’invitò a seguirlo.
Ma Brot provò a protestare: «Aschcore non puoi fare di testa tua. Considera la tua posizione e non trattarci da semplici ospiti: siamo più di quello».
Aschcore, che si era incamminato verso una porta celata nell’oscurità della stanza, si girò verso colui che aveva fatto quell’affermazione e rispose: «Fratello … Il tempo dei giochi è finito. Questa è casa mia, qui le decisioni le prendo io e quello che vi ho appena riferito è una disposizione immutabile. Appena avranno finito di ispezionare il posto e non avranno trovato niente andranno via; quello sarà il momento in cui voi riprenderete il vostro cammino, questa volta per ritornare da dove siete venuti. Non c’è altro che io debba aggiungere». E rigirandosi continuò a camminare fino a sparire dietro l’enorme porta, che si aprì magicamente quando egli fu al suo cospetto.
La Mantivora invitò gli ospiti a seguirlo e tutto il gruppo non ebbe scelta: andò dietro all’essere.
Si incamminarono attraverso la sala fino ad arrivare anch’essi di fronte a una grande porta, la quale si aprì come per incanto, e dinnanzi a loro comparve il bosco antistante al castello dove erano stati a colloquio con Aschcore.
Vaschnur incominciò a camminare con andatura lenta; pareva proprio che si stesse dirigendo verso quel bosco.
Sembrava di essere nei pressi dell’Asilum e di tanto in tanto delle piccole lucciole passavano accanto al gruppo appena giunto.
Maximilian osservandole con attenzione disse: «Che strano, delle lucciole di giorno».
Il maestro Astral, che lo seguiva a pochi passi di distanza, gli rispose: «Max queste non sono normali lucciole, se le osservi bene vedrai che ti trovi di fronte ad altre creature magiche: si chiamano Lucentole. Ma non preoccuparti, non sono mai state pericolose per noi».
Quelle creature formarono ogni sorta di figura geometrica, come se stessero eseguendo un loro rituale; gli volarono intorno per tutto il tragitto, ma il gruppo intero, compreso Brot, non sembrava infastidito dalla loro presenza, anzi: ne fu entusiasta.
Dopo una decina di minuti si ritrovarono in vista di alcune case.
La Mantivora emise un verso e dopo pochi secondi da quelle case uscirono innumerevoli Mantivore; Astral e compagni si resero conto che doveva essere il loro piccolo villaggio all’interno del rifugio.
Una di loro spiccò un lungo balzo e atterrò vicino a Vaschnur, il quale la prese in braccio e la strinse come se tra loro ci fosse un forte legame; era un cucciolo con grandi occhioni, che dopo aver ricevuto attenzione da quello che si pensava fosse il padre, rivolse il suo sguardo incuriosito verso il gruppo di stranieri nascondendosi di tanto in tanto tra le braccia di Vaschnur.
Maximilian sorrise trovando buffa quella scena e, quando la testa del piccolo uscì dal riparo che gli offriva la spalla dell’adulto, gli fece una smorfia cacciandogli la lingua; il piccolo essere a sua volta rispose a Maximilian cacciando anch’egli la sua lingua e in seguito squittì qualcosa verso il padre.
Il gruppo arrivò di fronte a un grosso stabile con delle enormi porte.
La Mantivora a quel punto si girò verso di loro e una voce si udì chiara: «Questa che vedete di fronte a noi sarà la vostra dimora fin quando non sistemeremo la faccenda in superficie. Accomodatevi pure e mettervi comodi».
Tutti si guardarono attorno poiché nessuno capiva da dove provenisse quella voce, che si udì ancora una volta: «Scusate, ma state guardando dalla parte sbagliata».
Il gruppo si girò verso la Mantivora che li stava fissando, poi Brot disse al resto della compagnia: «Esatto; è stata la Mantivora a parlare, o per meglio dire a comunicare con noi. Di fatto loro non parlano, ma comunicano con la telepatia».
Astral allora chiese: «Come mai non l’abbiamo sentita anche prima?».
La Mantivora comunicò: «Prima non volevo farmi ascoltare. Spero che vogliate perdonarmi per questo, ma visto che sono stato attaccato da voi avevo i miei timori. Ma adesso vi prego: riposatevi nel vostro alloggio, in superficie non saranno andati via prima di domani mattina, quindi non potremo muoverci fino ad allora». Dopo aver detto quelle parole, si congedò salutandoli e si allontanò con il suo piccolo in braccio.
I quattro, non vedendo altra soluzione, decisero di entrare in quello stabile e aspettare il momento propizio per far ritorno all’Asilum senza rivelare la posizione del rifugio dove tutti quegli esseri si sentivano al sicuro.
Quando varcarono la soglia dello stabile, vennero accolti da una visione confortevole: là c’era un ampio salone dove persino Brot, con la sua mole, sarebbe stato a suo agio e anche un camino, con del fuoco acceso, per alleviare il freddo che da quelle parti si percepiva in modo pungente.
I due maestri, Wotan e Astral, si avvicinarono al fuoco, lo stesso fecero Maximilian e Brot e quando si furono riscaldati incominciarono a discutere di quello che gli era successo.
Wotan chiese a Brot: «Maestro mi chiedo se sia stato saggio venire a cercare suo fratello. Dopo tutto abbiamo rischiato per un rifiuto».
Brot si mise in una posizione comoda, poggiando il suo possente corpo al suolo, poi rispose: «Non penso di aver fatto un viaggio a vuoto. In primo luogo sappiamo dell’esistenza di un altro rifugio, dove tanti esseri convivono in pace; dunque non tutti gli esseri magici si sono schierati con i maghi neri. Poi sappiamo che un altro drago gira per questo universo e, non so se avete notato, pare non aver perso nessuno dei suoi poteri. Per il momento meglio non insistere, penso che quando i tempi saranno maturi cambierà idea».

In una stanza non lontana da quel posto:

Aschcore attendeva notizie …
Due sagome apparvero davanti alla porta d’ingresso e, quando furono abbastanza vicine, si vide che erano Vorabor e Rotramir i due fidati generali del drago.
Il primo si rivolse a lui dicendo: «Maestro quello che ci ha chiesto è stato fatto. Adesso non ci sono ostacoli al rientro dei nostri ospiti».
Rotramir aggiunse: «Siamo riusciti a essere discreti e non penso abbiano capito quello che è successo».
Sentite le loro parole, Aschcore precisò: «Le nostre intenzioni non devono trapelare; conto su voi due: preparate tutto come vi ho chiesto, è di vitale importanza».
Vorabor rassicurò il drago: «Abbiamo fatto tutto quello che ci ha chiesto; siamo pronti fin da ora».
Aschcore chiuse le palpebre e disse: «Tutto quello che succederà dopo questa giornata lascerà indelebile le sue tracce nelle nostre coscienze. Siate cauti e astuti, in me troverete una forte spalla il cui supporto non vi mancherà mai».
I due accennarono un inchino e Rotramir infine aggiunse: «Tutto quello che accadrà non ci spaventa; abbiamo vissuto momenti che nemmeno speravamo e sinceramente tutti pensano che sia un onore seguirla ovunque lei vada».
I due si congedarono e si ritirarono in attesa del momento propizio per eseguire gli ordini del loro maestro.

Nello stabile assegnato al gruppo appena arrivato:

Maximilian incominciò a sentire il peso del viaggio che in alcuni frangenti era stato molto duro, assonnato salutò i maestri e s’incamminò verso la camera che pareva essere quella adibita a stanza da letto.
Si sdraiò su di un materasso e crollò immediatamente.
Intanto, nella sala accanto al camino, i due maestri e Brot continuarono a discutere.
Astral espresse alcune perplessità: «Se non si uniscono a noi sarà dura estirpare il male dai cuori dei maghi neri e interrompere la loro egemonia sull’altro universo». E con un bastone cercò di attizzare il fuoco, il quale emanava il rumore tipico della legna che si consumava.
Wotan aggiunse: «Non importa, senza di loro o con loro, non dimentichiamoci di avergli inferto un duro colpo, non possono trapassare perché noi abbiamo chiuso il passaggio e non dimentichiamo che c’è Bithor dalla nostra parte».
Il maestro Brot lo interruppe: «Se lo stesso Bithor ha chiesto di avvicinare Aschcore ci sarà un motivo. Io lo conosco bene è non ha mai fatto nulla d’insensato».
Astral guardò il suo maestro e gli disse: «Se le cose vanno bene otterremo quello che in millenni non si è nemmeno osato pensare. Anche senza vostro fratello abbiamo il dovere di combattere la malvagità che incombe sul nostro mondo».
Brot affermò: «Capisco che siate impazienti, ma ogni cosa nell’universo accade nel giusto momento. La magia nera è un’aberrazione che nega l’esistenza stessa del libero arbitrio e credetemi: perirà sotto il suo stesso peso».
In mezzo a loro, proprio in quel momento, volarono un gruppo di lucentole e si diressero verso il soffitto dello stabile uscendo poi all’esterno per mezzo di un lucernario che si trovava sopra le loro teste.


Maximilian aprì gli occhi e si accorse che la nottata era passata velocemente; si alzò dal letto e si avviò verso la sala dove aveva lasciato Brot e gli altri maestri.
La luce che filtrava dal lucernario al di sopra di quella sala rischiarava una sagoma di grossa stazza.
Guardandosi in giro cercò gli altri maestri, ma di loro non c’era nessuna traccia e allora si avvicinò al drago di ferro, che in quel momento era accucciato al suolo nei pressi del camino.
Da esso s’intravedevano dei riflessi di colore giallastro, mentre un rumore di legna che ardeva echeggiava incontrastato nell’ambiente.
Quando Maximilian fu abbastanza vicino notò che quella sagoma aveva qualcosa di diverso rispetto a Brot: le scaglie che ricoprivano il corpo erano insolite; esse erano di colore dorato.
Maximilian capì che si trattava di Bithor, nello stesso momento il drago alzò la testa come se si fosse appena svegliato e gli disse: «Ci ritroviamo». Dopo pochi secondi di silenzio aggiunse: «Devo dire che fino a ora hai fatto un ottimo lavoro. Ho sentito la presenza di Aschcore in questi due giorni».
Maximilian rispose: «Averlo trovato purtroppo serve a poco. A quanto pare non intende aiutarci».
Di rimando Bithor ribatté: «Il solito Aschcore». Poi avvicinandosi a Maximilian ribadì: «devi sapere che Aschcore ha sempre avuto un carattere solitario, ma alla fine ha fatto sempre ciò che era giusto. Ora: non ti preoccupare di ciò che lui ha detto; avete svolto il vostro compito come vi avevo chiesto e siamo vicini ad avere più probabilità di riuscita in quello che ci siamo prefissati».Guardandolo fisso negli occhi continuò: «Parla con Brot e digli che è imminente l’apertura di un nuovo passaggio dimensionale».
Maximilian fece segno di aver capito e in quell’istante tutto diventò impalpabile fino al punto in cui l’ambiente fu sostituito dalla stanza da letto dove si era addormentato.


Il ragazzo si era risvegliato; davanti a lui c’era Astral seduto sul suo letto con gli occhi chiusi e le braccia incrociate.
La notte precedente non si era disteso su quel letto, ma probabilmente aveva vegliato su di lui per tutta la serata; poi si girò verso il lato opposto e vide che anche il maestro Wotan era nella stessa posizione.
Si alzò e mentre stava andando in bagno urtò accidentalmente un piede del letto provocando rumore.
I due maghi si svegliarono di colpo e balzarono in piedi, ma quando si accorsero che era Maximilian la persona che aveva riprodotto quei rumori, si tranquillizzarono.
Astral gli disse: «Ah; sei tu. Buongiorno Max, dormito bene?». Poi gli chiese.
Maximilian si scusò «OPS! Scusate per il rumore, non era mia intenzione svegliarvi». Poi rispose alla domanda: «Sì, questa notte ho riposato abbastanza da riprendermi dalle fatiche del viaggio». E frettolosamente s’incamminò verso il bagno dicendo: «Maestri in questo momento ho bisogno di andare verso la toilette; devo scappare!». 
Astral e Wotan si guardarono in faccia e fecero un sorriso, poi si alzarono dai letti e si diressero verso la sala.
Arrivati al suo interno videro che Brot era già sveglio ed egli, quando li vide, gli chiese: «Siete pronti per far ritorno all’Asilum?».
I due risposero con un movimento del capo e Wotan precisò: «Saremo pronti in pochi minuti».
Nella sala, dopo pochi istanti, arrivò anche Maximilian che diede il buongiorno a tutti; si girò verso la tavola e vide che sopra vi era poggiato un vassoio con varie vettovaglie per la colazione.
Brot gli disse: «Prego Max serviti pure, questa mattina abbiamo avuto visite molto presto e quello è un loro dono».
Il bambino si sedette e fece la sua prima colazione, nel frattempo i maestri si prepararono per la partenza.
A fine colazione Maximilian si rivolse a Brot: «Maestro devo parlarvi ancora una volta».
Il drago annuì rispondendo: «Dimmi pure».
Maximilian continuò: «Questa notte ho avuto un ennesimo incontro con Bithor; mi ha chiesto di riferirvi che abbiamo svolto bene il nostro compito e che nonostante il rifiuto di Aschcore le cose stanno andando come lui le aveva immaginate».
Brot confermò quelle parole: «Sai, lo penso anch’io; se conosco bene mio fratello, nonostante il modo burbero di comportarsi non si tirerà indietro quando ci sarà bisogno. Ma dimmi: ha aggiunto qualcos’altro?». Chiese in seguito.
Maximilian scuotendo il capo ribadì: «Ha detto di stare in guardia: l’essere che ha cercato di trapassare quando abbiamo chiuso il varco sta cercando di aprirne un altro per arrivare in questo mondo».
La faccia del drago si fece seriosa ed esclamò: «Ah! Allora la faccenda si complica ulteriormente. Dobbiamo fare in fretta». Poi, guardando di nuovo Maximilian, gli pose un altro quesito: «Sicuro che non abbia aggiunto altro?».
Maximilian confermò: «Nient’altro maestro».
Brot allora asserì: «È ora di ritornare all’Asilum e cercare di scoprire da dove tenteranno di entrare».
Proprio in quell’istante entrò Vaschnur.
Dopo aver bussato e salutato, si rivolse a tutto il gruppo: «Signori dobbiamo andare dal maestro Aschcore. Lui in persona mi ha contattato chiedendomi di accompagnarvi presso la sua stanza. Seguitemi». Girandosi verso la porta l’aprì e incominciò a camminare in direzione dello stabile fortificato che si vedeva in lontananza; così fecero tutti i presenti.
I cinque arrivarono al portone che li avrebbe portati all’interno del castello.
Esso si aprì, come al solito, senza che nessuno si avvicinasse e il gruppo proseguì varcando la soglia d’entrata.
La grande sala si stagliò dinnanzi ai loro occhi, questa volta sembrava più famigliare: era arredata in stile medievale, con armature appoggiate alle pareti le quali erano tutte costruite con pietra di tufo gialla.
Lì c’era un grande tavolo con molte sedie e dei lampadari che scendevano dal soffitto fatti di ferro, sopra i quali vi erano delle candele accese.
Dall’alto delle scale dei passi si avvicinavano verso di loro, alzarono lo sguardo e videro che Vorabor, tutto bardato con la sua armatura scintillante, stava scendendo le gradinate.
Arrivato presso di loro gli disse: «La superficie è sgombra, adesso potete far ritorno alle vostre case in tutta sicurezza. Prego: seguitemi». E si avviò verso la porta della stanza dove Aschcore si era rifugiato la sera prima.
Egli bussò e l’aprì; dietro di essa, come tutti si aspettavano, c’era il drago di forma serpentesca: era lì, in piedi come se li stesse aspettando, e quando li vide chiese: «Allora: la nostra accoglienza è stata di vostro gradimento?».
I maestri Wotan e Astral risposero: «La ringraziamo dell’ospitalità».
Brot invece gli domandò: «Fratello non ci hai ripensato?».
Aschcore replicò: «Oramai mi dovresti conoscere bene, ho un’unica parola. Vi ho fatto venire fin qui perché vi dovrò chiedere la massima discrezione, questo posto è pieno di creature magiche che vogliono solo vivere in pace, dunque lasciatele fuori dai vostri giochi di guerra».
Maximilian interruppe il discorso di Aschcore: «Maestro, mi perdoni se la interrompo, ho delle cose da dirle».
Il drago abbassò lo sguardo verso di lui e proferì: «Dimmi pure; ti ascolto piccolo».
Max continuò: «Questa notte Bithor mi ha consegnato un messaggio per voi: un potente essere sta per oltrepassare e una volta nel nostro universo acquisterà dei poteri che lo renderanno ostico da fronteggiare anche per creature come i draghi. Bisogna fermarlo, quella creatura noi l’abbiamo già incontrata quando chiudemmo il varco; posso dirle che si tratta di un essere repellente e di forma gigantesca, io stesso ho visto soltanto la sua mano e il suo spaventoso occhio, questo mentre il passaggio si stava chiudendo per via dell’incanto che Bithor mi ha insegnato. Se non lo fermiamo tutto quello che c’è intorno a noi sarà cancellato».
Astral e Wotan assunsero un’espressione inquietante; Brot, che era già stato informato di quello che aveva appena detto Max, non fece una piega e guardando negli occhi Aschcore aggiunse: «Non ti stai domandando di chi si tratta?».
Il drago non si scompose e rispose con voce calma: «Questi non sono affari miei; i miei fratelli che giocano alla guerra … Non è una novità, sono vostri problemi, dovete risolverli voi. Adesso vi prego di lasciare questo posto e seguire Vorabor. Con una nutrita scorta vi porterà in superficie dove potrete dirigervi verso il vostro rifugio. Questo è tutto; andate!».
Brot chiuse gli occhi e scosse la testa, si girò e s’incamminò verso la porta che lo avrebbe fatto uscire.
Tutto il gruppo lo seguì e lo stesso fece il generale Vorabor.
All’uscita, nel piazzale, si trovarono di fronte una decina di esseri pronti a scortarli verso la superficie, passarono in mezzo a loro e preceduti da Vorabor s’incamminarono verso il tunnel da dove erano entrati; lo percorsero ed infine ne uscirono, ma in un posto diverso da quello dove erano entrati.
Astral, rivolgendosi agli altri, disse: «Avvicinatevi pure».
Il gruppo si avvicinò, ivi compreso Brot, e allora lo stesso maestro esclamò: «Lux; advolo positus delectus!».
Una luce li avvolse e gli esseri che li avevano scortati fin lì videro scomparire la luce che in precedenza aveva avvolto Maximilian e gli altri tra le bianche nuvole che in quel momento solcavano il limpido cielo.
Vorabor, alla vista di quello che era appena successo, si rivolse agli uomini sotto il suo comando e disse: «Signori! È giunto il momento: seguitemi». E il gruppo si spostò velocemente verso la sua meta.

Nel frattempo, nell’Asilum:

Le attività di chi ci abitava procedevano normalmente e appena fuori dal centro abitato, in un bosco isolato  dove gli uccelli e gli animali erano intenti a procurarsi del cibo, una luce lontana fece la sua comparsa; man mano si avvicina al terreno diventando più grande, fino a toccarlo.
Dalla fonte di luce s'incominciarono a scorgere Maximilian, Astral, Wotan e Brot; quelle sagome si materializzarono sostituendo la luce e diventando sempre più consistenti fino a prendere il posto dello stesso lume.
Di fronte a loro c’era l’Asilum, si vedeva l’accademia e tutti i suoi abitanti indaffarati nelle loro mansioni abitudinarie.
Brot iniziò a muoversi e, cercando di non dare troppo nell’occhio, disse ai rimanenti membri di quella spedizione: «Da questo momento io devo ritornare nell’ombra; noi ci rivediamo questa notte per discutere di quanto abbiamo appreso. Ritornate pure alle vostre mansioni e accompagnate Maximilian alla sua stanza affinché anche lui continui a fare il suo dovere».
Il drago si girò verso Maximilian, ma guadandolo cambiò espressione e la sua faccia sembrò essere davvero preoccupata.
Egli si affrettò a dire agli altri: «Wotan, Astral; state vicino al piccolo! Hm … Pare che siamo in compagnia». Affermò in seguito.
Wotan, guardandosi attorno, non notò niente e chiese: «Maestro io non vedo nulla; dove sono?».
I due mentori si avvicinarono a Maximilian il quale, guardandosi anch’egli in giro, confermò le stesse parole di Brot: «Vedo tante sagome di colore rosso che si avvicinano velocemente». 
Astral esclamò: «Come diavolo hanno fatto ad entrare nell’Asilum!».
Di rimando il drago aggiunse: «Siamo in grave pericolo; bisogna fare qualcosa per la gente rifugiata nell’Asilum».
Wotan, guardando il centro abitato e alzando entrambe le mani al cielo, pronunciò: «Vicissitudo niveus; terra-aqua: delitesco!».
Tutto l’Asilum fu nascosto da un’imponente montagna che celava ogni traccia di vita.
In seguito Astral produsse velocemente un incanto a bassa voce e molteplici sfere di luce partirono da lui per dirigersi verso l’Asilum stesso, perdendosi dietro l’incanto di mimetizzazione lanciato da Wotan.
In seguito i due maestri esclamarono: «Gladio!». Armandosi di fatto della loro spada elementale e preparandosi al peggio.
Presero posizione vicino a Maximilian e dissero: «Max; preparati a combattere, ci hanno seguito infrangendo la protezione del nostro rifugio».
Maximilian si guardò in giro e vide le sagome colorate avvicinarsi sempre di più, tra loro ve n’era una enorme che lui aveva già visto in precedenza.
Allora rivolgendosi a Brot, che era lì vicino, disse: «Maestro sta arrivando anche Melkore; lo vedo nitidamente».
Brot, distogliendo un attimo lo sguardo dai nemici e guardando Maximilian, confermò quella visione: «Lo vedo piccolo. Mi raccomando, non buttare via la tua vita; se le cose si dovessero mettere male tu ed Astral scappate al rifugio di Aschcore, lui saprà cosa fare; nel frattempo noi vi copriremo le spalle».
Il drago rivolse di nuovo lo sguardo verso i nemici che stavano arrivando, ma non fece in tempo a focalizzarli che un grosso meteorite infuocato gli cadde sulla testa provocando un rumore assordante.
Intanto dalle strade dell’Asilum, la gente, attirata dal rumore che echeggiò nell’aria, rivolse lo sguardo verso la zona da cui proveniva quel fragore.
Tutti i maestri, Drenk, Loky, Asdar, Dian e la scolaresca intera, si accalcarono alle finestre dell’accademia per vedere cosa fosse successo.
Videro una grossa nuvola di fumo alzarsi al cielo e le fiamme che si spargevano ovunque in quella zona.
Davanti a ognuno di loro apparve una piccola luce, da essa si sentì la voce di Astral nitidamente: «Siamo in grave pericolo, gli esseri magici hanno scoperto come entrare nell’Asilum; abbiamo bisogno di rinforzi».
Tutta la gente abile al combattimento, da quel momento in poi, si precipitò verso il luogo dell’incidente.
I maestri dell’accademia si raccomandarono con gli studenti di non intervenire e di cercare di nascondersi, consapevoli che l’Asilum era sotto l’incanto di mimetizzazione fatto da Wotan.
Nel luogo dove era caduto il meteorite tutti gli alberi erano stati sradicati, il rosso del fuoco copriva ogni altro colore e quando incominciò a diradarsi si vide il gruppo di Astral che era sovrastato da Brot, il quale attorniato da una barriera difensiva aveva evitato il peggio.
Maximilian notò che quella barriera era fatta di uno spessore d’acqua imponente e presto alle fiamme iniziò a sostituirsi il vapore acqueo scaturito dallo shock termico dell’impatto.
Una grossa sagoma si erigeva davanti a loro, in essa riconobbero Melkore.
Esso, con voce viscida e agghiacciante, disse: «Finalmente vi ho trovato! Inutili creature; presto di voi non rimarrà nemmeno la polvere».
Un getto di fuoco incandescente si diresse verso di loro subito dopo.
Brot alzò la sua zampa e la urtò violentemente contro il terreno causando un piccolo terremoto.
A metà tra loro e il drago nero si eresse una mastodontica muraglia di terriccio; essa parò il getto di fuoco proteggendo tutto il gruppo.
I quattro, però, erano circondati da innumerevoli esseri magici tra cui: Foglionchi, Carnolupi e Boschivi.
Maximilian affermò: «Non posso essere ancora un peso per voi». E abbassandosi, posando la sua mano destra sul terreno, esclamò: «Custodes dies elementum; bellum indico alicui!». Guardando i nemici che gli stavano davanti.
Quattro centurioni, costituiti ognuno da un elemento diverso, fecero la loro comparsa: armati di scudo e spada si avventarono contro gli esseri che cercavano di attaccare i quattro abitanti dell’Asilum mietendo numerose vittime.
Brot guardò quell’incanto con soddisfazione e pensare che un piccolo umano lo avesse riprodotto lo rendeva fiero.
Melkore, anche lui sorpreso, esclamò: «Che cosa! Non è possibile, i guardiani di elemento evocati da un impiastro. Ma sarà l’ultima volta che ti diletti con quest’incanto». E in seguito si gettò verso di lui per tentare di colpirlo.
Brot si frappose tra lui e Maximilian, la sua spallata rigettò Melkore lontano da loro; gli altri esseri però non si davano per vinti e continuavano ad attaccare senza sosta.
Il numero dei nemici era enorme e dopo innumerevoli avversari affrontati, i maestri Astral e Wotan, esausti, incominciavano ad avere un po’ di problemi nel contenere gli attacchi frenetici da parte di quegli esseri; ma da lontano diversi attacchi elementali si abbatterono contro i nemici facendoli indietreggiare: i maghi bianchi, con a capo i maestri rimasti all’Asilum, giunsero in aiuto di Maximilian e gli altri.
Maximilian era protetto da Wotan e Astral, mentre Brot era alle prese con Melkore.
Melkore si rialzò e rivolgendosi a Brot disse: «Continuate a proteggere quel marmocchio, ma non avete speranza». Poi con un fulmineo movimento si portò nelle vicinanze di Brot e sferrò un colpo di coda; quel colpo fu schivato prontamente da Brot che per tutta risposta provò ad affondare gli artigli nella carne dell’assalitore, ma anche costui era dotato di agilità non comune e riuscì a schivare con facilità, tentando di addentarlo con le sue possenti zanne.
Egli venne di nuovo respinto da Brot e con una spallata fu allontanato sparendo in un polverone.
Tutti i maghi avevano impugnato le proprie spade elementari, ma questo pareva non bastare: gli esseri magici non finivano mai; erano in numero elevato e non si riusciva a capire da dove arrivassero.
Maximilian osservava i quattro centurioni elementari combattere e sconfiggere numerosi nemici, ma anche per quest’ultimi sembrava che i rivali non finissero mai; si faceva strada nei loro pensieri la paura di non poter nulla contro una così forte disparità di numero.
Gli studenti, dalle loro classi, videro il gran trambusto.
Hamza, Chaman e Gerard, che credendo di conoscere il motivo di quel tumulto, si guardarono bene dal trasgredire all’ordine di non uscire dall’Asilum; ma tutti e tre pensarono intensamente a Maximilian e a dove si trovasse in quel momento.
Nella battaglia le difficoltà a contenere quella marmaglia di esseri magici si fecero sempre più gravose; tutti i maghi, incluso i maestri, sembravano esausti e con il fiatone, anche lo stesso Brot faceva fatica a tenere d’occhio Melkore.
Il maestro Astral gridò verso Wotan: «SE PROCEDE IN QUESTO MODO SIAMO SPACCIATI! SONO UN’INFINITÀ».
Wotan confermò quelle parole, ma il brutto doveva ancora giungere; il drago rinnegato apparve all’improvviso sotto la sagoma di Brot.
Spuntando dal sottosuolo colpì il drago in pieno, scaraventandolo a terra.
Melkore si eresse sulle sue quattro zampe ed esclamò: «Patefacio tramitis; atrum!».
Nel cielo si addensarono nubi oscure, lampi rumoreggiarono annunciando un’imminente catastrofe …
Uno squarcio s’intravide in mezzo quelle nuvole nere e dieci enormi dita spuntarono da esso.
Le dita erano le stesse che Maximilian e Astral avevano visto quando chiusero il passaggio all’anfiteatro.
Un cattivo presagio stava per diventare un’assoluta certezza: quelle dita di colore nero come la notte, dalle quali un alone di oscurità s’innalzava verso l’alto, stavano allargando uno squarcio che avrebbe dovuto far trapassare un essere ben più grande.
Dall’apertura che si era creata, un colore violaceo faceva da sfondo a quelle mani che forzavano con un’enorme potenza la piccola apertura nel tentativo di strappare del tutto ogni resistenza ed avere spazio a sufficienza per il passaggio.
Apparve presto un occhio malvagio con la pupilla allungata e l’iride rosso come il sangue, accompagnato da un verso che nessuno dei presenti aveva in precedenza sentito e man mano che la bestia si faceva spazio strappando la materia di cui era fatta la barriera si rivelava agli occhi di tutti un’agghiacciante visione.
La testa dell’essere era quasi visibile: i suoi occhi erano privi di palpebre ed erano assetati di sangue.
La faccia era priva di pelle, quell’essere aveva il muso che assomigliava a quello di un gorilla.
Dei denti lunghi e appuntiti spuntavano dalla sua bocca e del fumo nero come l’anima di quella cosa veniva fuori da essa.
I muscoli abnormi, con i tendini ben visibili, facevano risaltare del liquido rosso che scorreva all’interno delle grosse vene rigonfie.
Il mostro era totalmente privo di capelli al posto dei quali vi erano innumerevoli protuberanze ossee appuntite.
L’essere emise di nuovo un agghiacciante verso che questa volta fece tremare l’intero terreno.
I maghi impegnati nel combattimento contro la miriade di creature capeggiate da Melkore sentivano avvicinarsi la fine, mentre lo stesso Melkore, che per causa dell’incanto riprodotto perdeva copiosamente sangue dalle ferite apertesi su tutto il corpo, s’inginocchiò al suolo ansimando per l’energia dissipata.
Il drago guardò verso il demone da lui liberato ed esclamò: «Distruggili tutti! È venuto il giorno in cui l’inutile razza umana verrà spazzata via assieme alla sua imperfezione; così  come loro hanno epurato le creature magiche, noi li spazzeremo via dal creato».
Melkore fece poi un ghigno malefico, mentre l’enorme demone cercava di farsi spazio attraverso lo strappo.
Un ruggito però, attirò l’attenzione di Maximilian e compagni: un aiuto inatteso stava giungendo loro.
Una sagoma serpentiforme ondeggiava nell’aria e si dirigeva a tutta velocità verso il luogo del combattimento.
Dal bosco lì vicino fecero la loro comparsa una moltitudine di esseri armati con spade a forma di coda di volpe che Maximilian riconobbe in quanto al loro comando vi erano Vorabor e Rotramir.
Il congruo aiuto arrivato pareggiò le forze sul campo e come un’onda che con la sua possente forza trascina ogni cosa portandola via con sé, quell’esercito di creature incantate, tra cui spiccavano Mantivore, Nat, Satiri e svariate razze di esseri magici, travolse l’accozzaglia di figure che erano agli ordini dei maghi neri, aiutando i maghi bianchi in difficoltà e facendo strage di tutti gli esseri ostili.
La sagoma serpentiforme non era più visibile nel cielo e Melkore, che aveva capito di chi si trattava, si rialzò a fatica guardandosi intorno; anche Brot si era rialzato e nel momento in cui stava per sferrare un attacco al drago oscuro, dal sottosuolo provenne un assordante boato: spuntò Aschcore, che immobilizzò completamente Melkore stringendolo in una morsa; il drago di forma serpentesca si era attorcigliato alla sua preda.
Aschcore fissava il drago nero con i suoi occhi minacciosi.
Il drago intervenuto in aiuto dei maghi bianchi infine spalancò le fauci e le richiuse proprio sul muso di Melkore che lanciò un urlo smorzato dall’impossibilità di spalancare la propria bocca sigillata dai denti affilati di Aschcore.
Il muso del drago oscuro incominciò a diventare di ghiaccio, e solo allora, quando tutta la parte del muso divenne inutilizzabile dallo stesso Melkore, il drago dai lunghi baffi lasciò la presa e parlò a Brot: «Fratello! Cosa fai lì imbambolato; prendi il ragazzo e chiudi quello strappo, prima che sia troppo tardi».
Brot, girandosi verso il demone, vide che ormai era prossimo il suo trapasso: aveva persino oltrepassato con metà del suo corpo; il tempo stringeva, se avesse valicato Adrammalech non avrebbe avuto pietà di nessuno, non si poteva attendere un secondo di più.
Si avvicinò in tutta fretta a Maximilian e gli disse: «Piccolo; sai cosa devi fare vero?».
Maximilian scuotendo il capo rispose: «Presto! Dobbiamo essere veloci».
Il drago prese Maximilian con il muso e lo portò sulla sua groppa, anche i due maestri si posero su Brot continuando a proteggere Maximilian ed eseguendo incantesimi che andavano a colpire chiunque tentasse di avvicinarsi.
Anche i quattro centurioni si disposero a difesa di Maximilian e di quel gruppo scortandoli verso la loro meta.
Arrivati abbastanza vicini al demone, i due maestri dissero al loro alunno: «Maximilian non temere: veglieremo su di te e ti proteggeremo a tutti i costi». Poggiando le loro mani sulla sua spalla.
Brot aggiunse: «Ragazzo; è il momento di agire».
Maximilian fissò il demone che aveva poggiato il piede destro al suolo ed era in procinto di tirarsi fuori da quel foro definitivamente, poi esclamò: «Solvo caelestis!».
In quell’istante una luce celeste colpì il demone che fu ricacciato nello strappo da lui fatto.
Esso si richiuse, piegandosi su se stesso e scomparendo in un’abbagliante luce blu.
Il cielo tornò di nuovo al colore originale: di un azzurro rassicurante.
Maximilian cadde a peso morto e mentre stava per urtare contro la schiena di Brot fu acciuffato dai maestri che gli erano stati vicini.
Sospeso per aria però, vi era Melkore completamente immobilizzato e reso innocuo da Aschcore, che riferendosi ad esso gli disse: «Fratello; sei caduto veramente in basso. Sei la vergogna della razza dei draghi. Servire i maghi neri e “lui”, gli stessi che hanno sterminato i nostri avi; devi essere completamente rimbambito. Lo sai che non posso lasciarti in vita?». E con uno sguardo minaccioso spalancò le proprie fauci per infliggere il colpo di grazia alla sua preda, ma proprio in quel momento la figura del drago nero si sgretolò come se si fosse incenerita, lasciando Aschcore sospeso per aria attorcigliato su se stesso.
Il drago di forma serpentesca in seguito disse: «È riuscito a fuggire». Poi guardandosi intorno aggiunse: «Ma la sua legione l’ha lasciata tutta qui al suolo. Adesso sono proprio curioso di vedere la sua prossima mossa». E si avvicinò a Brot che in groppa aveva Maximilian svenuto per l’incanto appena prodotto.
Il drago dai lunghi baffi Guardò prima Brot, poi fissando Maximilian affermò: «Questo ragazzino è un Dragonkin dalle grandi potenzialità. Suppongo che dovrei darti ragione; vero Brot?». Aschcore poi accennò un ghigno.

Vi saluto tutti.
Ciao