Il terzo capitolo è pronto:
CAPITOLO 3
Dopo poco giungemmo nei pressi del gruppo che
aveva subito l’attacco ed effettivamente c’era il caos più completo: la cosa
che aveva attaccato non si era risparmiata.
C’erano molti corpi al suolo, alcuni si
muovevano a fatica come se fossero stati schiacciati da un peso incalcolabile.
Persino le lumache erano schiacciate, il loro
rifugio non era riuscito a proteggerle: esso era frantumato in mille pezzi.
«Cos’era quella cosa enorme?». Chiese
Barlume.
«Non ne ho idea». Affermai io, in seguito con
lo sguardo setacciai tutto il terreno intorno a me; stavo cerando Gaia.
Fra le tante voci mi sembrò di sentire la
sua, ed era proprio un’impressione esatta la mia: lei era poco distante da me e
stava dando soccorso a chi era stato ferito; avrei riconosciuto la sua luce
continua tra milioni di lumi.
Io stavo quasi per avviarmi verso di lei, ma
qualcuno mi chiamò.
«Luminos». Disse con un tono appena
percettibile una sagoma nascosta nell’ombra.
Aguzzai la vista per vedere chi fosse la
presenza che mi aveva chiamato, ma nonostante tutta la mia buona volontà non
vidi granché.
Barlume accese la sua luce intermittente e al
chiarore di essa scorgemmo finalmente colui che ci aveva chiamato.
Ci avvicinammo e vedemmo che quello era
proprio il nostro istruttore; era stato colpito da qualcosa e aveva un’ala
spezzata.
La luce dell’istruttore era spenta e, stando
alle sue parole, era incapace di riaccenderla.
Lo aiutammo a rialzarsi e lo accompagnammo in
un luogo appartato, dove stavano conducendo tutti i feriti; là c’era già una
lucciola guaritrice che se ne stava occupando.
Con l’aiuto di Barlume riuscii ad orientarmi
in quel buio e dopo ore di fatica ci venne detto di rientrare nella colonia.
Del nostro gruppo eravamo rimasti illesi solo
in dieci, fra noi c’era anche Watt e la sua cricca.
Essi, spavaldi come mai prima d’allora, si
vantavano di aver affrontato quel ciclopico essere.
Raccontavano di averlo visto bene e che
possedeva due enormi braccia con le quali aveva fatto strage di lucciole.
Quei cinque dissero che le nostre compagne erano
state rinchiuse tutte in un contenitore trasparente.
«Sapeste come sono stato coraggioso». Disse
Watt.
«Ho cercato di colpirlo con la mia lancia, ma
tutto è stato vano: sembrava che nemmeno la sentisse la punta». Affermò poi.
Tutti lo stavano a sentire a bocca aperta
come se stessero ascoltando un eroe, persino Gaia era affascinata dalla sua
figura.
Ad un certo punto mi sentii porre una
domanda: «E tu Luminos, cos’hai fatto durante l’attacco?».
Tutti gli occhi furono puntati su di me, mi
sentivo al centro dell’attenzione.
In quel momento eravamo nella colonia, al
sicuro; la siepe ci proteggeva dai predatori e al suo interno c’era tutto ciò
che ci serviva per la sopravvivenza: sia cibo, sia un riparo confortevole.
Io non sapevo cosa rispondere, ma mi feci
forza e stavo per dire dove mi trovavo e che cosa avevo fatto dopo l’attacco di
quell’essere.
Prima che io parlassi però, sentii un
commento: «Cosa vuoi che abbia fatto». E poi un’altra voce che affermava: «È
guasto, non funziona. Si sarà certamente nascosto».
Stavano alludendo all’incapacità di accendere
la mia luce.
«Ma lasciatelo perdere». Disse uno di loro.
«È solo un fastidio». Asserì un’altra
lucciola.
Beh, in quel momento mi sentii sprofondare;
nessuno di loro mi vedeva come quello che ero: cioè una lucciola come tutte le
altre.
Io mi girai e me ne andai senza dire nulla,
ciononostante Watt se la rideva alle mie spalle; e con lui tutta la sua
compagnia.
Una voce però si levò in mia difesa; era
quella di Barlume: «Cosa ne sapete voi di dov’era. E se vi dicessi che eravamo
assieme?». Domandò infine.
«Sì, assieme … Nascosti in chissà quale
riparo». Ribatté uno di loro.
Inutile dire che le lucciole davanti a noi si
misero a ridere prendendoci in giro.
Barlume li lasciò stare e si diresse vicino a
me, poi mi rivolse la parola dicendo: «Lasciali perdere quei prepotenti».
In seguito si girò verso di loro e alzò il
tono della voce: «Non vale la pena parlare con simili lucciole».
A quel punto ci avviammo verso il nostro
rifugio, quello scavato nella pietra.
Per quella sera non era più prevista alcuna
uscita, troppo pericoloso dissero; il ciclopico essere poteva ancora aggirarsi
nei dintorni, infatti fu persino vietato di riprodurre luce.
Mentre camminavo verso il mio giaciglio mi
domandai perché Watt e i suoi amici mi prendessero in giro, come mai si
divertivano così tanto alle mie spalle.
Sapevo però che o ci si uniformava alla
maggioranza delle lucciole, oppure si veniva allontanati; la diversità incuteva
terrore.
Barlume cercava di consolarmi ed era l’unico
amico su cui potevo contare: «Dai; vedrai che quando sarà il momento, anche tu
riuscirai ad accendere la tua luce». Mi disse.
Io, di rimando, gli sorrisi per fargli
comprendere tutta la mia riconoscenza.
Mi era stato detto che il sorridere a una
lucciola talune volte veniva scambiato come un’offesa, ma per me era la palese
dimostrazione dei miei sentimenti.
Fortuna che Barlume era un vero amico;
avevamo condiviso tutto fino a quel momento.
Io e lui eravamo cresciuti assieme e non ci
eravamo mai separati; ed è vero: un amico è un tesoro di inestimabile valore.
Poi il mio pensiero andò a Gaia; non
giustificavo il suo comportamento …
Arrivammo davanti al nostro rifugio, entrammo
dalla porta, ed esausti per via dell’uscita che avevamo fatto ci adagiammo sui
rispettivi letti; inutile dire che io mi addormentai subito dopo.
La paura di quel gigante però mi tormentò
anche nei sogni …
Il testo che avete appena letto è così
costituito: parole 923; caratteri spazi esclusi 4589; caratteri spazi inclusi
5465; paragrafi 49; righe 88.
Vi saluto tutti.
Ciao.
