Il penultimo capitolo del romanzo dovrebbe
andar bene; dunque lo pubblico sul blog affinché i lettori che hanno letto i
precedenti capitoli possano leggere anche questo.
Buona lettura:
19° CAPITOLO
LA CADUTA DEL DEMONE
Cinque figure camminavano nel fitto bosco
muovendo foglie d’ogni tipo.
Quelle persone furono distratte da alcuni
rumori assordanti; i boati erano provocati da magie scagliate non molto lontano
da loro.
Il fumo che si ergeva al cielo non prometteva
nulla di buono.
In lontananza si scorgevano strane figure;
una troneggiava su tutte e la sua mole si vedeva nitidamente.
I cinque erano Chaman, Isak, Hamza, Corine e
Gerard.
Corine fu la prima a parlare: «Quella cosa
…». Rivolgendosi verso la grande sagoma in lontananza.
Gerard chiese: «Conosci quell’essere?».
La risposta data dalla ragazza fu
inquietante: «Chi non conosce quell’essere! Dalle nostre parti è famoso per
essere il re delle anime spietate. È tra i più temuti demoni, secondo solo al
suo padrone».
Hamza, Chaman, Isak e Gerard, guardarono con
gli occhi sgranati la loro amica.
Hamza chiese ancora: «Come ha fatto ad
arrivare qui?».
Corine strinse le sue esili spalle e ribatté:
«Non lo so, ma di certo non è una buona cosa il suo arrivo».
Isak fissò il grosso corpo che si muoveva in
lontananza; egli fece un’espressione strana e si voltò verso i suoi amici, poi
asserì: «Proprio come nella mia visione!».
Chaman lo invitò a spiegarsi meglio: «Cosa
intendi per tua visione?».
Isak, a quel punto, affermò: «Quell’essere è
lo stesso del mio sogno. Ed è il motivo per cui siamo qui. Dobbiamo far presto
… Maximilian è in gravissimo pericolo». E detto quello spronò i suoi compagni a
muoversi.
Chaman obiettò: «Hai guardato bene quanto è
grande? Non potremo essere d’aiuto in alcun modo». Allargando poi le braccia
cercò di far desistere l’amico.
Gerard, preoccupato, rivolse lo sguardo verso
il posto in cui sostava il demone; egli poi si rivolse a Isak: «Hai davvero
avuto una brutta visione?».
Il ragazzo interpellato annuì e confermò:
«Gerard; è una brutta … Anzi, bruttissima visione. Dobbiamo avvisare
Maximilian, oppure lui scomparirà dal nostro mondo».
L’espressione del fratello maggiore di
Maximilian mutò e trasparì tutta la sua preoccupazione.
Hamza gli poggiò una mano sulla spalla e
disse: «Non preoccuparti, Maximilian è forte e l’ha dimostrato in molte
occasioni. Vedrai che se la caverà anche questa volta. E poi ci siamo noi, i
suoi amici; cercheremo di aiutarlo nel miglior modo possibile».
Gerard chiuse per un attimo le palpebre,
annuendo lievemente, poi emise uno sbuffo e guardò ancora in direzione del
demone.
Chaman e Corine si scambiarono un cenno di
complicità, si avvicinarono a Gerard e Chaman disse: «Hm … Io ho sempre detto
che prima o poi mi farete ammazzare».
Il ragazzo sbuffò e poi riprese il suo
discorso: «E va bene … Per l’ennesima volta … Vi porterò vicino a quella cosa;
ma ricordatevi di non allontanarvi da me».
I suoi amici furono tutti d’accordo con lui.
Hamza fece presente: «Non possiamo andare lì
senza conoscere nulla su quell’essere».
Una voce soave, quella di Corine, ribadì: «Io
so perfettamente chi è. Di questo non preoccupatevi».
Chaman non perse occasione per far sapere ai
suoi amici: «In verità sono già estremamente preoccupato». Poi fece cenno con
il capo in direzione dell’essere ed esclamò: «Guardate là!».
Il demone si stava scagliando contro qualcuno
e il suo pugno si abbatté al suolo; un polverone ricoprì tutto quel luogo e un
verso agghiacciante echeggiò dappertutto.
Chaman inghiottì la sua stessa saliva e
domandò: «Siete sicuri di voler andare proprio vicino a quel coso?». Ma nessuna
risposta gli fu data.
Subito dopo, però, Corine affermò: «Quel
demone seminò panico tra gli abitanti del mio paese. Tutti si rintanarono nei
posti più reconditi per sfuggire alla sua ira. I demoni stavano catturando ogni
genere di creatura vivente per scopi a noi tuttora oscuri. Lui è il signore di
un esercito numeroso e con particolari doti; s’impossessò in poco tempo di tutta
la regione. Pensate, il suo esercito conta migliaia di membri ed è impossibile
ucciderli poiché sono già morti».
I ragazzi erano increduli e timorosi ma c’era
da salvare un amico, era un’azione che andava fatta.
Si guardarono tutti e annuirono, poi si radunarono
in modo da toccarsi l’uno con l’altro e Chaman disse: «Stiamo per partire,
siate pronti!».
L’ambiente intorno a loro divenne impalpabile
e i cinque ragazzi scomparvero dal luogo dove avevano discusso fino a quel
momento.
In
mezzo alla battaglia …
I maghi bianchi e gli esseri magici fuggiti
dal mondo dei demoni stavano soccombendo; nonostante si sforzassero di colpire
quegli esseri, essi non perivano sotto i loro colpi ma, dopo essere caduti al
suolo, si rialzavano immediatamente.
Le spade non servivano e allora i maghi
bianchi provarono con gli incanti, ma anche quelli non furono efficaci: gli
esseri continuavano ad avanzare in formazione compatta, falciando tutto quello
che trovavano sulla loro strada.
I generali Vorabor e Rotramir si ritrovarono
in enormi difficoltà, non sapevano come contrastare quel tipo di nemici.
I due si avvicinarono al loro maestro,
anch’egli alle prese con i membri dell’esercito di Adrammalech; una volta
vicini, coprendosi le spalle l’un l’altro, uno di loro rivolse una domanda al
drago: «Maestro; sapevamo dell’esistenza di questo tipo di esseri, ma nessuno
li ha mai contrastati o, perlomeno, nessuno è mai ritornato indietro dopo
averli incontrati. Cosa facciamo?». Era Vorabor che si rivolse ad Aschcore.
Il drago, conscio che erano in forte
svantaggio numerico, riprodusse un incanto: d’un tratto una possente folata di
vento impazzò per tutto il campo di battaglia, scaraventando lontano i loro
nemici.
Aschcore rispose poi a Vorabor: «Dobbiamo
respingerli e cercare di colpire il demone. Se abbattiamo la bestia, loro
cadranno assieme a lui. È l’unico modo per uscirne vivi».
Rotarmir, sentite quelle parole, esclamò:
«Dunque è perfettamente inutile attaccarli!».
Il drago dai lunghi baffi non aggiunse altro,
guardò i due suoi generali e gli fece un cenno con il capo.
Essi capirono quello che il loro maestro gli
stava dicendo e si fecero nuovamente largo tra i nemici.
Tutto, però, risultò vano: i nemici colpiti,
nonostante riportassero dei danni evidenti cascando al suolo, si rialzavano
come nulla fosse e riprendevano a combattere ancora più forti di prima.
I maghi bianchi e gli esseri magici buoni
erano esausti: quelle entità parevano invincibili; persino Aschcore iniziava a
sentire il peso del lungo scontro.
Egli si rivolse nuovamente ai suoi dicendo:
«Guardatemi le spalle. Cercherò di colpire il demone con tutta la forza che
possiedo. Se riesco ad abbatterlo, queste entità scompariranno con lui».
Aschcore levitò, svanendo poi tra le nuvole
grigie colme di acqua che di lì a poco si sarebbe riversata al suolo.
Nello
stesso momento, non distante da quel luogo …
Maximilian e i suoi maestri erano di fronte
al demone.
Egli aveva cercato di colpirli ma il gruppo
riuscì a defilarsi e quando l’enorme polverone si disperse, si vide il demone
riportarsi in posizione eretta e ritrarre il suo braccio destro con il quale
aveva sferrato il pugno verso i malcapitati.
Si guardò in giro e i suoi occhi rossi non
riuscivano a mettere fuoco le prede.
Lui scrutava attentamente il luogo per
scovare il loro nascondiglio; d’un tratto, dal cielo, provenne un ruggito.
Un fragore preannunciò la comparsa di una
saetta; essa si diresse verso il demone centrandolo.
Adrammalech cadde sulle ginocchia ma poi,
dopo un attimo, si riprese e si rialzò nuovamente.
Il demone agguantò un’altra lingua di fuoco e
la tirò fuori da un ventaglio infuocato ben visibile dietro di lui, tanto
appariscente che sembrava una coda di pavone.
Il ventaglio infuocato si era aperto
all’inverosimile in quell’occasione, proprio per permettere al demone di
estrarre la lingua di fuoco che assomigliava tanto a una frusta.
Egli la impugnò e la schioccò sul terreno,
causando un terremoto; in quell’istante s’incendiarono tutti gli alberi della
zona e il calore sprigionato dal fuoco violaceo si sommò a quello del muro
infuocato che li attorniava.
Il demone guardò verso il cielo, nel punto da
dove aveva avuto origine la folgore; schioccò nuovamente la frusta sul terreno
per poi proiettarla con velocità verso quella parte del cielo.
La lingua di fuoco si bloccò, tesa nell’aria,
e un lamento si udì nitidamente; pareva quello di un drago.
Egli tirò con forza verso il basso servendosi
di una sola mano, quella destra.
Il corpo allungato di Aschcore, inerme, stava
precipitando al suolo; quando atterrò, si avvinghiò su sé stesso e continuò a
ruzzolare.
Il demone, tenendo ben salda la sua frusta,
faceva attenzione a non farselo sfuggire; poi si avvicinò al drago nel
tentativo di dargli il colpo di grazia.
Lui teneva la sua frusta in modo che fosse
sempre ben tesa e, man mano che si avvicinava, l’attorcigliava tra il suo
gomito destro e il palmo della mano, come un marinaio usa fare per ritrarre una
corda con velocità.
Era quasi giunto vicino al loong, quando un
getto di pulviscolo di pietre, misto a schegge d’acciaio, lo colpì ed esso fu
allontanato dalla furia di quel getto e quasi perse l’equilibrio.
Si udì una voce che si rivolse al drago legato
alla frusta del demone: «Fratello! Va tutto bene?».
Dopo pochi istanti il drago appena colpito si
rialzò, si liberò della lingua di fuoco che Adrammalech stringeva tra le mani
poco tempo prima e rispose a quella domanda: «Sto bene. È solo un graffio, non
preoccupatevi per me. Piuttosto, cercate di mettervi al riparo; lo trattengo
io».
La voce possente che prima lo aveva
interpellato si sentì nuovamente: «Questa volta non puoi fare da solo. Ti
aiuterò anch’io». La sagoma del drago di ferro si materializzò, le sue scaglie
di color argenteo brillavano lisciate dalla pioggia che cadeva incessantemente.
Il drago dalla folta chioma emise uno sbuffo,
a testimoniare la consapevolezza che questa volta si trovasse di fronte a un
nemico potente e che da solo era alquanto improbabile riuscire a sconfiggerlo.
I due draghi si fecero un cenno e subito dopo
proiettarono verso il demone due getti
distinti: Aschcore lanciò un getto di acqua ad alta pressione; Brot lanciò del
pulviscolo.
Entrambi i getti colpirono l’essere appena
rialzatosi dal terreno ed egli inizio a riprodurre movimenti più lenti.
I tre maghi bianchi e Maximilian assistettero
a quella scena ben nascosti in un luogo non lontano da lì.
I due draghi riuscirono a bloccare il demone
mirando alle sue gambe e riproducendo una doppia coltre di ghiaccio la quale
andò progressivamente a coprire tutto il corpo di Adrammalech.
Il demone era completamente avvolto dal
ghiaccio, rimaneva fuori da esso solamente la testa; a quel punto Aschcore
disse al fratello: «Ottima idea usare due elementi combinati per ottenere il
ghiaccio. Ora, però, diamoci una mossa e finiamo quello che abbiamo
cominciato».
Il drago di ferro non obiettò e i due si
avventarono sull’essere completamente inerme.
All’improvviso uno smottamento d’aria fece
allontanare violentemente i due draghi dal demone che con facilità ruppe quel
ghiaccio e i draghi si schiantarono entrambi contro il terreno, rimanendo
indifesi per un istante.
Il demone dapprima li fissò, poi si
disinteressò a loro e proseguì verso un punto ben definito; mise una mano sul
suo fianco sinistro e, dopo poco, tirò fuori da una guaina enorme una spada di
colore nero come la notte: da essa saliva al cielo un alone oscuro, sembrava
fumo quasi impercettibile e si percepiva la malvagità che essa sprigionava.
La portò davanti a sé, brandendola con la
mano destra e continuò la sua marcia.
I maghi e Maximilian si accorsero presto che
il demone si stava avvicinando a loro; egli aveva capito dove si nascondevano.
Maximilian osservò quella sagoma dirigersi
verso il loro covo e a ogni passo il
terreno tremava sotto il peso del demone.
Una voce si udì nitida a quel punto: “Maximilian; non hai altra scelta, devi
affrontarlo”.
Il ragazzo assunse un’aria preoccupata, ma
non vi fu il tempo di rispondere: il demone scagliò la sua spada proprio dove
erano celati lui e i maghi.
Due grossi massi, dove si notava uno
spiraglio, furono colpiti e si levò al cielo ancora una volta una nube di
polvere fitta che la pioggia dissipò immediatamente; di quei due massi non
rimase altro che pulviscolo.
Non lontano dal posto colpito, però, si
delinearono le sagome dei tre maestri dell’Asilum e di Maximilian.
I quattro guardavano la grossa spada dalla
lama nera conficcata nel terreno; loro, prima nascosti tra le due rocce, si
erano spostati appena in tempo e si ritrovarono di fronte al demone senza alcun
riparo.
Gli occhi rossi dell’essere fissarono i
quattro umani, poi egli girò il palmo della mano, in modo che fosse ben
visibile; portò in avanti il suo braccio destro, dirigendo il palmo verso la
sua arma e la spada, che precedentemente aveva lanciato contro di loro, iniziò
a muoversi fino a liberarsi dal terreno e ritornare magicamente in mano sua.
Wotan, Astral e Asdar lanciarono alcuni
incanti per cercare di proteggersi, ma il demone li soppresse con poco sforzo e
alzò nuovamente la sua spada nel tentativo di colpire i malcapitati.
Il tempo si fermò per i quattro umani, pareva
scorrere lento; una voce si sentì nuovamente: “Maximilan; cerca di combatterlo. È potente, non riuscirai a fuggire.
L’unico modo di uscirne vivi è la sua soppressione. Io, Bithor, drago
celestiale, cercherò di aiutarti in ogni modo possibile”.
Il tempo riprese a scorrere normalmente e la
spada era sempre più vicina.
Un bagliore accecante però avvolse i quattro,
facendoli scomparire e la spada si abbatté sul posto mancandoli.
Lo stesso bagliore comparve non lontano da
quel luogo, vicino al corpo esanime di Melkore.
Il demone, leggermente piegato in avanti,
girò la sua testa e li vide là, a poca distanza da lui; scattò in avanti e
provò a colpirli con un fendente, ma ancora una volta i maghi bianchi
riuscirono a scansare l’attacco.
Il gruppo si divise: Wotan e Asdar si
spostarono d’istinto sulla loro destra e Astral con Maximilian si spostarono
sulla sinistra.
Adrammalech scagliò un altro incanto contro
di loro e un muro di fuoco si eresse tra i due gruppi: egli era riuscito a
separare i maghi bianchi.
Wotan e Asdar furono imprigionati tra pareti
di fuoco violaceo che non permettevano alcun movimento.
Il primo si rivolse ad Asdar chiedendogli:
«Cosa diavolo è questo fuoco?».
Asdar rispose: «Non ne ho idea; sembra fuoco
greco».
Esso risultò inestinguibile e, seppur colpito
da incanti d’acqua riprodotti dai due, non accennava a spegnersi; anzi:
aumentava d’intensità.
Asdar guardò Wotan e disse: «È una
bruttissima situazione; o fuggiamo, o per noi è la fine».
Il compagno di avventura annuì e pronunciò: «Vicissitudo niveus; elementum terra:
immigro!». Con una mano toccò il suolo, con l’altra il suo collega.
Entrambi divennero tutt’uno con la terra e
scomparvero immergendosi in essa; e fecero appena in tempo: la prigione di
fuoco si piegò su sé stessa accartocciandosi.
I due draghi si rialzarono e, vedendo la
scena, si precipitarono verso Maximilian e Astral.
Anche loro furono intrappolati da quel fuoco
particolare: una gabbia di forma cubica li attorniò ed essi furono
immobilizzati; e quell’essere parlò: «Di voi mi occuperò dopo; permettetemi di
sistemare il dragonkin».
Egli si girò di scatto e il suo sguardo fu rivolto
nuovamente verso Maximilian e Astral.
Maximilian vide le intenzioni del demone
chiaramente: ancora una volta, con marcia lenta e inesorabile, si avvicinava a
lui.
La voce di Bithor si udì ancora: “Usa la magia per attaccarlo. Ricorda che
possiedi un’arma potente e che, se lo colpisci, l’attacco sortirà il suo
effetto.”
Maximilian esclamò: «Il gladio!».
Astral lo guardò per un istante, cercando di
capire cos’avesse detto ma poi, vista la situazione, si preparò per affrontare
Adrammalech.
Il mago dalla barba bianca si armò nuovamente
con la sua spada elementale e si appostò davanti al ragazzo che doveva
proteggere.
Maximilian però si rivolse a lui dicendo:
«Maestro; è il mio turno adesso. Si sposti».
Astral si defilò sulla destra del ragazzo,
poiché capì le sue intenzioni e si preparò a vedere nuovamente lo spettacolo
cui aveva assistito poco prima, quando Maximilian aveva fronteggiato Melkore.
Maximilian esclamò nuovamente: «Gladio!». E quel turbinio impetuoso fece
ancora una volta la sua comparsa.
Tutti gli elementi furono attirati verso di
lui, persino il fuoco violaceo, ma nessun danno fu arrecato al ragazzo.
Adrammalech, questa volta, fece fatica a
tenersi in piedi; quel turbinio era di inaudita potenza, tant’è che l’essere
cadde in ginocchio e con la mano libera dalla spada si ancorò al terreno.
Dopo pochi istanti quel vento cessò e nella
mano destra di Maximilian apparve la sua spada.
Egli brandiva il gladio elementale e la sua
potenza era testimoniata dal colore minaccioso e dal continuo ribollire
dell’elemento di cui era costituita.
Adrammalech si rialzò repentinamente e, di
scatto, si avvicinò al ragazzo; con sua sorpresa, però, vide che Maximilian si
era avvicinato muovendosi velocemente.
Pareva che la sua spada si muovesse con
volontà propria e che Maximilian venisse letteralmente trascinato.
La voce del drago celestiale si udì di nuovo:
“Sono io che muovo la spada; non aver
paura, assicurati di aggrapparti a essa e non perderla mai. Se ciò avvenisse,
svanirà l’incanto e io non potrò più aiutarti”.
Astral vide quei movimenti repentini e non
riuscì a spiegarsi quanto stava avvenendo; tuttavia, non era il momento di
pensare ma quello di agire.
Si scagliò anche lui contro il demone,
cercando di colpirlo, ma risultò difficile avvicinarsi in quanto, per mezzo di
malefici che il demone in continuazione pronunziava in lingua incomprensibile,
delle difese che l’occhio umano non percepivano respingevano qualsiasi cosa
cercasse di avvicinarsi.
Una barriera invisibile attorniava
Adrammalech ed egli non smetteva nemmeno per un istante di formulare quelle
strane parole.
Astral fu scaraventato lontano e andò a
sbattere proprio sul corpo esanime di Melkore, il drago nero che avevano
combattuto fino poc’anzi.
L’urto fu violento ed egli perse la sua spada
elementale, che lontano dal mago svanì in un istante; poi, Astral, ruzzolò al
lato della carcassa del drago, ponendosi al riparo dietro di essa.
Lui fece appena in tempo: un getto infuocato
colpì la zona, rendendo irriconoscibile la sagoma del drago abbattuto.
Il demone si rialzò e affermò: «Non
resistete; tutto risulterà inutile. C’è solo una cosa possibile: il sonno
eterno. Dopo la vostra morte, per voi ci sarà solo pace. È inutile combattere».
Intorno a loro c’era la devastazione più
completa: gli alberi erano in fiamme, c’erano crateri ovunque, i frastuoni
delle magie che colpivano i loro bersagli echeggiavano dappertutto, i suoni
metallici delle spade che urtavano l’una contro l’altra si riconoscevano chiaramente
e le grida degli esseri feriti non cessavano mai.
L’intero campo di battaglia era disseminato
di corpi senza vita, appartenenti a entrambi gli schieramenti.
Mentre Astral giaceva senza forze in
ginocchio, Maximilian era rimasto l’unico a poter fronteggiare la grossa
bestia.
Egli questa volta non aveva rivali che si
potessero frapporre tra lui e la sua preda.
Il demone avanzò cautamente verso il ragazzo,
brandiva la sua enorme spada dalla lama completamente nera da cui scendeva in
continuazione il liquido dello stesso colore; pareva oleoso e maleodorante.
Maximilian, dal canto suo, reggeva nella mano
sinistra la spada elementale fatta di Idrogeno liquido che magicamente riusciva
a rendere stabile.
Il ragazzo guardò verso la gabbia in cui
erano rinchiusi i due draghi, poi si girò verso il mago bianco che per lui,
nell’ultimo anno, era stato come un padre e infine si avvide che dei due
maestri imprigionati tra le pareti di fuoco non vi era rimasta altro che
cenere.
Egli allora strinse ancor più forte la sua
arma e, conscio che essa solo era in grado di risolvere quella situazione, si
gettò con coraggio verso il demone.
I suoi movimenti furono come al solito molto
agili, pareva un piccolo drago e a guardarlo bene, se si faceva attenzione al
suo occhio sinistro, si notava che esso si scrutava intorno con velocità
inverosimile: la sua pupilla allungata e nera non era mai nello stesso punto.
Adrammalech non riusciva a colpire Maximilian
poiché lui risultava imprendibile e allo stesso tempo pericoloso.
Benché piccolo come un moscerino in confronto
all’enorme massa del demone, il ragazzo cercava di colpirlo e in cuor suo
sapeva che sarebbe bastato un piccolo graffio per porre fine a quello scempio.
Anche per Maximilian però non era facile
colpire il demone.
Le strane parole pronunciate da Adrammalech
non fecero effetto su di lui e la barriera che lo attorniava non gli arrecò
alcun danno.
Astral guardava sbigottito quella scena; il
suo alunno, a soli undici anni, riusciva a tenere testa a un demone ritenuto
uno dei più crudeli e potenti.
Il ragazzo era talmente veloce che gli occhi
del mago faticavano a seguire la sua sagoma.
D’un tratto, vicino a lui, apparve come una
distorsione dell’ambiente e, pian piano, si delinearono cinque piccole figure.
Quando queste si furono completamente
schiarite, il maestro vi riconobbe i suoi alunni e gli venne spontaneo
esclamare: «Voi!».
Chaman, Isak, Hamza, Gerard e Corine erano
apparsi proprio vicino ad Astral.
Il mago dalla lunga barba bianca allora, con
tono severo, disse: «Cosa ci fate qui. È pericoloso e non è posto per dei
ragazzi come voi».
I ragazzi lo videro stremato e gli corsero
vicino per aiutarlo; arrivati di fronte all’anziano mago Gerard chiese: «Come
va maestro? Tutto bene?».
Astral prima si arrabbiò e disse: «Non sapete
cos’avete combinato; non dovevate venire qui. Ma come vi è saltato in mente?».
Poi si avvide che il demone aveva notato l’arrivo dei ragazzi e con astuzia
cercò di portare al riparo almeno loro, visto che Maximilian se la stava
cavando egregiamente.
In quell’istante gli disse: «Visto che ci
siete arrivati da soli, sarà necessario che ne usciate con le vostre stesse
forze. Chaman; riportali all’Asilum!».
Il ragazzo però lo fissò e gli rispose: «Non
posso. Siamo venuti per un importante motivo».
Il maestro ribatté: «Non esistono motivi per
andare a morire. Vi ripeto che non è posto per voi». Ma a quanto parve le sue
parole non sortirono alcun effetto: i ragazzi
si adoperarono per sorreggere il loro maestro non dando peso a ciò che
egli aveva appena detto.
Hamza prese il braccio destro del mago e lo
mise sul suo collo; Isak fece la stessa cosa con il braccio sinistro,
sorreggendolo così in postura eretta.
Corine chiese cosa fosse successo agli altri
maghi ma gli occhi rivolti verso il basso di Astral non richiesero altre
spiegazioni.
Anche il gruppo dei ragazzi fu attirato dalla
lotta tra il demone e Maximilian; non avevano mai assistito a una scena simile:
un grosso essere messo in difficoltà da un moscerino.
I cinque, però, non ebbero il tempo di
contemplare altro poiché furono anch’essi attorniati dagli scagnozzi di
Adrammalech; erano circondati da almeno una decina di quegli esseri i quali
stavano per attaccarli e, in effetti, dopo pochi istanti si gettarono contro di
loro.
Sia i ragazzi sia Astral, non ebbero neppure
il tempo di tentare una reazione ma un aiuto insperato giunse in loro soccorso:
un vortice di fuoco colpì tutti gli esseri ostili in procinto di affondare le
loro spade nei corpi dei ragazzi inermi e li scaraventò lontano bruciandoli
interamente.
Accanto a loro, in quell’istante, apparvero
Wotan e Asdar; sul volto di Astral si vide un leggero sorriso e disse: «Mai
stato così felice di vedervi».
I due chiusero le loro palpebre annuendo
leggermente, poi guardarono verso il luogo dove si stava svolgendo lo scontro
tra Maximilian e il demone e uno di loro asserì: «Aiutiamo Maximilian». Era
stato Asdar a proporlo.
Wotan non obiettò nella maniera più assoluta
e insieme scagliarono incanti nella direzione di Adrammalech.
Il demone fu investito dai loro incanti e
indietreggiò leggermente per causa della loro potenza.
Maximilian cercò di approfittare di quella
situazione e con la sua spada tentò di colpirlo, ma il demone pareva leggere
nella mente del ragazzo e, nonostante sbilanciato dalle magie che si erano
abbattute su di lui, riuscì a eludere tutti i suoi attacchi.
Maximilian si accorse dell’arrivo dei suoi
compagni e, approfittando del fatto che il demone si stesse riparando dagli
attacchi del maestro Wotan e Asdar, si avvicinò repentinamente a loro.
Gerard vide qualcosa di cambiato nel
fratello: il suo occhio era totalmente differente dal normale; l’irride era
giallo e la pupilla era allungata e più nera del solito, faceva quasi paura a
guardarlo.
Maximilian mise giù la spada che teneva
saldamente nelle mani, la sua lama era rivolta verso il terreno
Quel movimento destò scalpore tra i suoi
amici, tutti guardavano la spada e Gerard gli domandò: «Cos’è quella cosa che
stringi nella mano destra?».
Maximilian diede prima uno sguardo al demone,
poi, accortosi che si stava avvicinando per sferrare uno dei suoi attacchi,
rispose: «Adesso non è il caso di spiegarvelo. Abbiamo ben altri problemi».
Facendo cenno con il capo verso l’essere minaccioso che si stava avvicinando a
loro.
In effetti anche i ragazzi alzarono lo
sguardo verso di lui e compresero che gli incanti parevano punzecchiarlo
solamente.
Maximilian disse loro: «Allontanatevi più che
potete. Questo essere non è facile da combattere».
Hamza però fece un’obiezione: «Non ti
lasceremo da solo; noi siamo un gruppo». Poi si affrettò a fargli notare: «Sei
un ragazzo come noi anche tu; non puoi combattere contro di lui. Fuggiamo,
Chaman ci porterà via di qui».
L’espressione di Maximilian fece capire le
sue intenzioni però.
I ragazzi non ebbero più tempo di dire nulla:
il demone era proprio lì vicino; fu in quell’istante che i maestri decisero di
allontanarsi repentinamente, presero con loro i ragazzi e si dileguarono
magicamente.
Maximilian rimase in quel posto e, guardando
la grossa sagoma ormai di fronte a lui, esclamò: «Ianotoris dies elementum: bellum indico alicui!».
I guardiani fatti di elemento fecero
nuovamente la loro comparsa; e i quattro centurioni si avventarono su
Adrammalech, cercando di colpirlo.
Quell’essere però aveva delle capacità che
andavano oltre l’umana comprensione e, nonostante i quattro esseri evocati da
Maximilian fossero molto potenti, non riuscivano a colpirlo.
I quattro centurioni si avvicinarono l’uno
all’altro e si toccarono schiena contro schiena, fino a fondersi in un’unica entità
divenendo un centurione della stessa altezza di Adrammalech.
Non si capiva di cosa fosse fatto
quell’enorme centurione poiché era di colore marrone scuro e nella mano
sinistra reggeva il clipeus rettangolare il quale proteggeva gran parte del suo
corpo.
La grande sagoma, nella mano destra,
stringeva il gladio fatto di un elemento sconosciuto.
Maximilian era dietro di lui, protetto da un
essere che questa volta aveva la stessa mole del demone.
I due colossi si scrutarono per un attimo,
poi l’enorme centurione scagliò la sua spada, alzando il suo poderoso braccio
verso Adrammalech.
Il demone parò quel colpo con la sua spada
altrettanto poderosa e ne scaturì un rumore assordante, come se due possenti
onde si fossero scontrate.
Il rumore echeggiò per tutto il campo di
battaglia, ognuno premeva la spada con tutta la sua potenza e ci fu un attimo
di stallo in cui Maximilian riprese fiato.
Fu in quell’istante che Bithor disse: “Maximilian; questo scontro si risolverà solo
con la morte del demone. Non ti lascerà scappare, ne puoi stare certo.
Approfittane e cerca di colpirlo mentre viene distratto dal centurione”.
Il ragazzo chiuse per un attimo le sue
palpebre, riaprendole immediatamente; poi, si avventò trascinato dalla spada
che egli brandiva verso Adrammalech e per la prima volta dall’inizio dello
scontro il demone fu in difficoltà.
I due draghi osservavano increduli dalla loro
prigione di fuoco violaceo e si accorsero che la stessa stava incominciando a
diventare meno consistente; segno che il demone stava perdendo potenza.
Aschcore affermò: «Dobbiamo uscire da qui.
Questo è il momento di assestare un altro colpo ai demoni».
Anche Brot fece intendere di essere della
stessa opinione e, dopo aver annuito, incrociarono il loro sguardo.
Subito dopo si udì un terremoto e i due
draghi svanirono, divenendo tutt’uno con il terreno e lasciando quella gabbia
di fuoco vuota.
Anche i tre maestri dell’Asilum, in compagnia
dei ragazzi appena arrivati, assistettero a quella scena.
La loro bocca si spalancò, pareva uno scontro
epico e la consapevolezza che un ragazzo di undici anni avesse tutta quella
forza li turbò profondamente.
Il demone, tuttavia, aveva in serbo ancora
altre sorprese: iniziò nuovamente a parlare una lingua sconosciuta; la sibilava
appena e, ai presenti sul campo di battaglia, pareva alquanto fastidiosa.
L’aria accanto al suo corpo iniziò a
distorcersi in due punti ben definiti, poi comparvero improvvisamente i due
villici che in precedenza avevano riparato il vecchio passaggio; dopo qualche
istante, quelle due entità appena apparse si tolsero di dosso il saio nero che
li copriva completamente.
Due esseri orrendi fecero la loro
apparizione, spalancarono le loro ali che parevano quelle di un pipistrello
enorme e si alzarono in volo.
Maximilian vide che quegli esseri avevano una
forma ripugnante: erano magri, scheletrici; i loro muscoli erano praticamente
inesistenti.
La loro forma era umana e avevano due braccia
e due gambe; la loro testa pareva un teschio e i loro denti aguzzi sporgevano
come quelli di uno squalo.
Erano esseri muniti di una pelle doppia come
quella di un ippopotamo.
I due esseri attaccarono alle spalle il
centurione che stava osteggiando il demone con successo.
Si avventarono su di lui come due aquile
rapaci e lo abbrancarono con le loro braccia scarne; esse si attorcigliarono
intorno al suo corpo come se fossero di gomma, bloccandolo del tutto.
La sua spada di elemento cadde al suolo e il
demone, privo di ogni impedimento, alzò la sua arma per poi conficcarla nel
corpo del centurione.
Esso scomparve all’istante e lasciò
Maximilian da solo sul campo di battaglia.
Il ragazzo si fermò un attimo, scrutò i tre
esseri di fronte a sé e poi pensò: “Adesso come faccio?”.
Le due entità in volo puntarono il ragazzo e
si avventarono su di lui; ma quando gli furono vicini, i due draghi prima
prigionieri si scagliarono sugli assalitori.
Aschcore si avvinghiò sul primo rendendolo
incapace di muoversi e poi precipitarono entrambi al suolo; lì, il drago, lo
azzannò alla testa separandola di netto dal corpo.
L’essere non oppose più resistenza e la sua
carcassa fu lanciata lontano.
Il cadavere del villico ruzzolò e si andò a
schiantare su una roccia non lontano dal posto in cui era stato abbattuto e il
fuoco attecchì su di lui iniziando a bruciarlo.
Brot si gettò con la sua possente mole
sull’altro, schiacciandolo al suolo; anch’egli azzannò la testa del villico e
la strappò di netto, lanciandola poi vicino Adrammalech.
Il secondo essere volante fu ucciso e il suo
corpo inerme giaceva al suolo privo di vita.
I due draghi si eressero in difesa di
Maximilian che dietro di loro brandiva ancora la sua spada elementale.
Lì, davanti al demone, i due draghi si
erigevano in posizione minacciosa; tuttavia, Adrammalech continuò la sua
avanzata.
Il terreno tremava per via del suo peso ad
ogni passo che faceva …
Aschcore e Brot si avventarono su di lui ma
non riuscirono nemmeno a raggiungerlo: furono bloccati al suolo da una forte
pressione proveniente dall’alto.
I due draghi si accorsero che il demone
emetteva ancora una volta quel sibilo; parole incomprensibili in lingua
demoniaca: probabilmente erano stati oggetto del suo maleficio.
Il demone era a pochi centimetri da loro,
alzò la sua spada al cielo e si apprestò a dare il colpo di grazia ai due
draghi.
Egli però si accorse che Maximilian cercò di
colpirlo con la sua spada; si levò di scatto da quella posizione
indietreggiando e il ragazzo prese posto dinanzi ai suoi maestri: con il suo
intervento li aveva salvati da morte certa.
Il drago di ferro lo fissò, in seguito
pronunciò parole rivolte al ragazzo: «Maximilian; hai fatto già abbastanza.
Adesso scappa, oppure il nostro combattimento non sarà servito a nulla. È
troppo potente per te!».
Quelle parole arrivarono nitide alle sue
orecchie; egli tuttavia, senza girarsi, rispose: «Lo so; ho solo undici anni,
gli altri ragazzi alla mia età sono impegnati nel gioco. Ma non posso proprio
fuggire di fronte ai miei amici che sono in pericolo; gli stessi che mi hanno
salvato quando ancora non conoscevo questo mondo. Se il mio destino è quello di
morire proteggendoli, ebbene, allora vorrà dire che lo farò volentieri».
Appena finito il suo discorso si avventò
contro il demone, i suoi movimenti erano veloci e la spada elementale che
brandiva pareva guidarlo sapientemente.
Aschcore in quell’istante gridò: «RAGAZZO! VA
VIA, NON È IL MOMENTO DI FARE L’EROE». Ma il drago dai lunghi baffi, bloccato
anch’esso al suolo, vide solo quella piccola sagoma spostarsi velocemente verso
Adrammalech.
Questa volta, però, Maximilian si bloccò di
colpo, pareva immobilizzato da qualcosa d’invisibile.
Il demone dinanzi a lui continuava
imperterrito nel suo sibilare quelle frasi incomprensibili.
Quel sussurrare arrivava alle orecchie di
tutti incessantemente, poi due correnti d’aria fecero la loro comparsa e tenevano
sospeso a mezz’aria proprio Maximilian.
La sua mano destra si allontanò dal resto del
corpo ma i movimenti parevano forzati da un’energia invisibile e misteriosa; in
seguito la spada che lui brandiva fu scaraventata lontana dal ragazzo e nel
momento che atterrò al suolo si dissipò come d’incanto.
La spada elementale di Maximilian scomparve e
il ragazzo perse la sua unica arma e con essa l’aiuto del drago celestiale
rifugiatosi nel suo corpo.
I cinque suoi amici e i tre maestri stavano
osservando la scena non lontani di lì ed ebbero un cattivo presagio; videro il
demone di fronte a Maximilian che si accingeva a colpirlo con tutta la sua
potenza.
Maximilian era caduto a terra ed era inerme e
la figura demoniaca era dinanzi a lui; negli occhi di Maximilian l’intera sua
vita sfrecciò in un istante.
Il demone sferrò il suo ultimo attacco,
scagliando la spada verso il ragazzo.
L’impatto alzò un polverone all’interno del
quale nessuno fu capace di scorgere la sua figura.
«NO!». Gridò Astral e assieme a lui i suoi
due colleghi insegnanti.
Suo fratello corse verso il posto che era
stato colpito con le lacrime agli occhi e lo stesso fecero Hamza, Isak, Chaman
e Corine; scesero la collinetta dove si erano appostati per sfuggire
all’attacco di Adrammalech convinti che Maximilian fosse stato ucciso da
quell’essere immondo.
E non era ancora finita: dal cielo una saetta
colpì il posto in cui Maximilian era bloccato dal demone e lo fece proprio un
attimo prima che quella spada centrasse il luogo; non si era mai vista una cosa
del genere: un lampo così maestoso di colore arancione colpì il suolo e il
frastuono riprodotto risultò insopportabile.
Si udì poi una voce che echeggiò per tutto il
campo di battaglia: “Come da accordi, io
cedo il mio dono a chi credo ne sia meritevole. Proteggilo e custodiscilo come
hai sempre fatto fin dai tempi remoti con i nostri avi”. La voce si
affievolì gradualmente.
Qualcosa di grosso era apparso tra il demone
e Maximilian; e tutti pensarono all’ennesimo maleficio riprodotto da quel
mostro.
Il polverone si dileguò pian piano e una
chioma bionda iniziò a fare la sua apparizione.
In seguito, dopo che quel polverone fu
dissipato del tutto, si materializzò un gigante mai apparso in precedenza.
I maestri sul colle riconobbero la voce
appena scomparsa ed era proprio quella di Ivan, il gran maestro dei maghi rossi
ucciso dal demone in Brasile.
I maghi non si spiegarono le motivazioni di
ciò che stava accadendo, poi sgranarono i loro occhi nel vedere quel gigante
sul campo di battaglia: egli era della stessa stazza del demone e aveva
bloccato la spada scagliata verso Maximilian con la sola mano sinistra.
L’essere appena apparso non aveva nessuna
ferita; eppure quella mano stringeva ben salda la spada impugnata dal mostro.
Quest’ultimo tentò di liberarla tirandola a
sé, ma la forza di quel gigante andava oltre ogni immaginazione: essa non si
spostò nemmeno di un millimetro.
Quando la visuale fu totalmente sgombra dalla
polvere, Maximilian si ritrovò dinanzi le spalle di un possente essere e
attaccate a esse c’erano delle ali piumate di un colore bianco candido.
Quel gigante gli aveva salvato la vita
bloccando l’attacco che Adrammalech aveva scagliato contro di lui.
Il demone fu contrastato da una figura
poderosa bardata con una lorica segmentata e di colore argenteo che proteggeva
il suo busto.
Egli aveva dei gambali color argento e sotto
l’armatura una tunica bianca.
I suoi occhi erano di color azzurro cielo, i
suoi capelli erano di color biondo paglierino.
Le sue labbra erano carnose e il suo viso era
allungato.
L’essere appena apparso fissò il demone, poi
il suo sguardo scrutò tutto il campo di battaglia e infine si posò nuovamente
su Adrammalech.
Il demone cessò immediatamente di sibilare le
parole incomprensibili, ne derivò che i due draghi imprigionati precedentemente
furono nuovamente in grado di muoversi.
I draghi si rialzarono in piedi e
meravigliati anch’essi da quella visione la fissarono increduli.
Il demone affermò: «Tu!». In seguito chiese:
«Com’è possibile?». Ma non ebbe il tempo di fare nient’altro poiché
quell’essere piumato si mosse leggermente.
Maximilian vide le sue ali aprirsi
poderosamente oscurando il cielo, aumentandone il volume; la sua bocca si
spalancò e il viso si trasformò da dolce in un viso con dei lineamenti tesi,
incattiviti; e tutti gli esseri oscuri caddero al suolo con le mani poste sulle
orecchie, inermi e senza forze.
Maximilian, che nel frattempo era stato
raggiunto dai suoi cinque amici, udì una musica dolce e melodiosa che quasi
faceva addormentare da quanto fosse armoniosa. Guardando il demone però, si
accorse che quest’ultimo si era accasciato al suolo con le mani sui fori che
dovevano essere le sue orecchie e pareva sofferente, al punto da non potersi
muovere.
Lì, dietro al gigante piumato, attorniato da
Isak, Gerard, Chaman e Corine assisteva al susseguirsi degli eventi.
Adrammalech giaceva al suolo inerme e il
gigante accorso in aiuto di Maximilian, continuando a riprodurre
quell’armoniosa melodia, posò la mano destra sul suo fianco sinistro e sfoderò
una spada sfavillante.
La sua lucentezza non aveva pari; mai in vita
loro i ragazzi avevano visto un’arma luccicare in quel modo.
L’essere la alzò al cielo e con un fendente
ben assestato colpì il suo bersaglio; ne seguì un tonfo impressionante e si
alzò nuovamente un polverone.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo tra un po’ di giorni (tempo necessario affinché io corregga “riscriva”
il 20° e ultimo capitolo del romanzo).