E ho dunque terminato anche l’ultimo capitolo
del romanzo …
È stato un lungo percorso iniziato il sette
aprile del 2015 quello della revisione del “Canto dell’Arcangelo”;
ma ne è valsa la pena, ve lo assicuro.
Adesso il libro è più ordinato poiché ho
cercato di correggere i periodi, la grammatica, la logica e ho cercato persino
di renderlo più coinvolgente.
Certo … È un argomento particolare quello che
c’è scritto al suo interno; un libro in cui si parla di demoni, maghi, draghi,
arcangeli etc.
Alcuni potrebbero persino pensare, perché no,
che sia un romanzo con una trama strana; rimane, a mio avviso, un romanzo il
quale non può essere classificato … Ecco … Lo definirei un romanzo unico nel
suo genere.
Forse è per questo motivo che ho fatto fatica
a trovare una casa editrice che collaborasse con me al fine di poterlo stampare
e proporlo così ai lettori in formato cartaceo, e forse sarà lo stesso motivo
per il quale “Egli” rimarrà inedito; ma poco importa … È un libro sul quale ho
lavorato tantissimo e pertanto la cosa importate è che sia letto e che non cada
nel dimenticatoio.
Reputo che sia una bella storia; reputo che
il romanzo porti con sé un bel messaggio e che, sebbene narri di vicende
fantasy – horror, sia un romanzo che abbia un’anima.
Ho continuato a lavorarci su proprio per
questo: io credo nel libro e credo che possa far arrivare uno splendido
messaggio a chiunque lo legga.
Questi erano i dati del romanzo prima
che io incominciassi la revisione:
PAGINE:
|
738
A\5
|
|
PAROLE:
|
174.903
|
|
CARATTERI
|
(Spazi Esclusi):
|
899.803
|
CARATTERI
|
(Spazi Inclusi):
|
1.075.748
|
PARAGRAFI:
|
456
|
|
RIGHE:
|
21.023
|
Questi, invece, sono i dati del
romanzo dopo la revisione:
PAGINE:
|
357
A\4
|
|
PAROLE:
|
162.220
|
|
CARATTERI
|
(Spazi Esclusi):
|
831.995
|
CARATTERI
|
(Spazi Inclusi):
|
988.961
|
PARAGRAFI:
|
6.004
|
|
RIGHE:
|
15.487
|
Come potete osservare, le pagine non cambiano
ma rimangono più o meno le stesse: 357 A\4 che moltiplicate per due fanno 714
A\5; ho tagliato 12.683 parole; ho cancellato 67.808 caratteri spazi esclusi e
86.787 caratteri spazi inclusi; ho aggiunto 5.548 paragrafi e, infine, ho
tagliato ben 5.536 righe.
Maximilian Arlstain “Il canto dell’arcangelo”
è dunque formato da circa 550 cartelle editoriali standard.
Ebbene … Non mi rimane altro, per adesso, che
augurarvi buona lettura:
CAPITOLO
20
IL
NUOVO PASSAGGIO
La zona dove si era svolto il combattimento
fu nuovamente oscurata dalla polvere che il colpo dell’essere appena giunto sul
campo di battaglia aveva sollevato.
La polvere fu però velocemente dissipata
dalla pioggia che veniva giù sin dall’inizio del combattimento.
La scena che videro i combattenti li lasciò
senza parole; tutti: draghi, maghi ed esseri magici, scorsero ciò che non si
sarebbero mai aspettati di vedere.
Il corpo del demone giaceva immobile e prono
al suolo e le fiamme che prima bruciavano intensamente dietro le sue spalle
erano spente; un particolare li colpì: quel corpo era privo di testa.
Essa fu vista non lontana da quel posto, era
stata tranciata di netto.
Il demone era stato sconfitto; così pure le
creature da lui evocate: approfittando della loro immobilità, tutti gli alleati
dei maghi bianchi cercarono di dargli il colpo di grazia, ma si accorsero
presto che non ce n’era bisogno poiché avevano cessato la loro vita con la
morte di Adrammalech.
Tutti i combattenti esultarono immediatamente
e canti di gioia si udirono per tutto il teatro dello scontro; c’erano esseri
magici che si stringevano l’un l’atro per la felicità e i maghi che esultavano
con la loro spada elementale rivolta al cielo.
I draghi si guardarono palesemente rincuorati
dagli eventi; persino Asdar, Wotan e Astral si congratulavano tra loro per la
vittoria appena conquistata.
Quando la polvere svanì del tutto, i maghi e
i loro alleati si accorsero che quel grosso e potente essere piumato era
scomparso.
Nel punto esatto dove lui era svanito,
tuttavia, era spuntato un bastone simile in tutto e per tutto a quello del mago
rosso Ivan.
Il bastone era piantato nel terreno.
Gli occhi dei tre maghi bianchi andarono a
cercare i loro allievi ma ebbero una brutta sorpresa … Astral, seriamente
preoccupato, chiese: «Ma dove sono finiti i ragazzi?».
Anche Asdar e Wotan scrutarono l’intera zona,
ma dei loro alunni non c’era nessuna traccia.
Wotan confermò l’agghiacciante sospetto di
Astral: «Sono svaniti nel nulla!». Esclamò il mago.
Anche Asdar fece una domanda: «Che siano
periti nel combattimento?».
Astral gli rispose repentinamente: «No! Non
ci voglio nemmeno pensare». Si alzò, perdendo l’equilibrio, e quasi cadde al
suolo.
Il mago fu aiutato dai suoi due colleghi che
gli diedero sostegno evitando che cadesse.
Egli si rivolse a loro due: «Portatemi in
quel luogo». Facendo cenno verso il posto in cui Maximilian e i suoi cinque
amici erano scomparsi.
Asdar e Wotan, facendosi carico del collega
malconcio, scesero la collinetta sulla quale si erano appostati e arrivarono
proprio dove era piantato il bastone del mago rosso.
Lì, scrutandosi intorno, Astral avvalorò la
sua ipotesi: «Purtroppo non c’è traccia di loro». Il suo volto divenne cupo e
il suo sguardo andò a cercare i due draghi che si stavano lentamente
avvicinando.
Quando i draghi arrivarono lì vicino,
notarono anche loro che i ragazzi mancavano all’appello e, guardandosi intorno,
li cercarono ma non videro nulla.
Brot chiese ai tre maghi bianchi: «Dove sono
finiti i vostri alunni?».
Asdar rispose: «Sono svaniti in quell’enorme
nuvola di polvere».
Aschcore domandò: «Sono stati colpiti dal
demone?».
Wotan, in quell’istante, affermò: «Sono
sicuro che Adrammalech non li ha nemmeno sfiorati. Sono stati ben protetti; ne
sono certo».
In seguito gli occhi dei draghi si posarono
sul bastone che si ergeva di fronte a loro.
Brot disse: «C’è qualcosa che ci sfugge …
Prima l’apparizione dell’arcangelo, poi la scomparsa dei ragazzi; adesso la
ricomparsa del bastone di Ivan svanito all’atto del suo assassinio».
Astral, invece, espresse tutta la sua
preoccupazione: «Cinque ragazzi soli, dell’età di dodici anni. Non è un bene
ciò che è accaduto. Hanno bisogno di protezione, dovunque essi siano».
I due colleghi del mago annuirono avallando
le sue parole e i draghi di fronte a loro continuarono a scrutarsi attorno, nel
tentativo di scorgere i cinque ragazzi.
***
In un
luogo imprecisato …
In un grande spazio aperto la vegetazione
rigogliosa copriva gran parte del paesaggio; si vedevano alberi sconosciuti con
grandi foglie sulle quali la rugiada del mattino si era condensata al punto da
formare una piccola pozzanghera sospesa da terra.
Quegli alberi risultavano enormi in confronto
agli abeti o alle querce; ai loro piedi c’erano piante d’ogni sorta: parevano
piante grasse per via della robustezza delle loro fronde.
Vi era qualche pietra di colore grigio chiaro
un po’ di qua un po’ di là, sparsa tra il fogliame.
Gli insetti pervadevano tutta la zona; il
loro ronzio, alle volte, diveniva insopportabile per la sua intensità.
Cinque sagome giacevano prive di coscienza al
suolo nel bel mezzo della flora.
Esse erano parzialmente nascoste dalle piante
stesse.
Una di loro accennò un movimento e d’un
tratto si sollevò da terra, sedendosi in mezzo all’erba alta; solo metà del suo
busto spuntava dall’erba però.
I capelli riccioli di colore castano che
scendevano fin dopo le orecchie, il naso leggermente allungato, gli occhi
spalancati di colore marrone, la fronte spaziosa e le labbra carnose, non
lasciavano alcun dubbio: quella sagoma altri non era che Gerard.
Egli si guardò attorno ed esclamò: «Eh! Che
posto è mai questo?». Continuando a scrutare l’orizzonte; poi si accorse che
vicino a lui c’erano altri quattro ragazzi distesi al suolo.
Anche loro, a un certo punto, s’iniziarono a
muovere.
Hamza si alzò in piedi e si accorse di
Gerard; egli si scrutò intorno e gli chiese: «Dove siamo?».
Gerard fece spallucce e rispose: «Boh! Non ho
mai visto un posto simile in vita mia».
Da dietro a un fascio d’erba, in quel
momento, si udì: «Wow! Che vista meravigliosa …». Era la voce di Chaman.
I suoi due amici si affrettarono a
raggiungerlo e lo videro seduto che ammirava un enorme lago di cui non si
vedeva la fine.
Dopo poco si sentì la voce di Corine che
diceva: «Ahi … Ahi … Ahi. Che botta!». Si alzò anche lei e si mise seduta,
toccandosi frequentemente il cranio.
Quando Corine vide i suoi amici chiese:
«Cos’è successo?».
I tre fecero cenno di non sapere nulla.
Isak aveva ripreso appena conoscenza e si
alzò dal posto dove era sdraiato, poi disse: «Vi rispondo io». Si fermò un
attimo e in seguito continuò: «Ricordo una grande luce arancione, poi mi sono
risvegliato in questo posto».
Lui scrutò attentamente quell’ambiente e
infine affermò: «Eccola … Vi presento la mia visione. Quella che sere fa mi è
apparsa minacciosa». E con la sua mano destra, indicava tutto l’ambiente
circostante.
Corine guardò il cielo e, sospirando,
esclamò: «Non è possibile!». Abbassò il suo sguardo e dinanzi alla ragazza si
notò una piccola sagoma la quale scrutava il cielo come aveva fatto lei in
precedenza.
Era Maximilian che fissava la volta celeste …
I suoi amici si avvicinarono a lui; la prima
fu Corine che lo chiamò: «Maximilian!».
Lui non si mosse dal posto in cui era, pareva
non aver sentito la sua amica che lo chiamava ma quando tutti furono abbastanza
vicini, Maximilian si rivolse a loro dicendo: «Ho l’impressione che ci siamo
ficcati in un bel pasticcio». Distolse poi lo sguardo dal cielo e lo puntò
verso i suoi compagni.
Gerard chiese al fratello: «Max; dove sono i
maestri?».
Maximilian gli rispose immediatamente: «Non
cercate i maestri; non li troverete. Siamo completamente soli e dovremo
cavarcela senza l’aiuto di nessuno».
I ragazzi appena giunti cercarono di chiedere
maggiori spiegazioni ma Maximilian si limitò a puntare il suo indice destro
verso il cielo.
Una potente fonte di luce irrorava tutto
l’ambiente al punto da rendere impossibile fissarla e nessuno ci provò, vista
la pericolosità rappresentata da quella forte luce per i loro occhi.
In seguito Maximilian chiese loro: «Guardate
il riflesso nell’acqua».
I ragazzi, incuriositi, si affrettarono a
guardare l’enorme specchio d’acqua.
I cinque videro uno spettacolo maestoso … In
cielo c’erano ben due soli.
Tutti sgranarono i propri occhi: c’era un
sole immenso nel cielo, pari a due volte quello che erano abituati a vedere;
poco distante ce n’era un altro più piccolo di un terzo: esso girava
vorticosamente e l’intrecciarsi della sua materia provocava un movimento simile
a un gorgo impetuoso.
Un particolare lasciò di stucco i ragazzi: il
sole più piccolo girava su sé stesso con differenti velocità.
Al centro il suo vorticare era più veloce e
ai poli risultava più lento.
Quel movimento creava dei campi magnetici
visibili a occhio nudo; essi disegnavano alti nel cielo un enorme calamaro, con
all’interno quell’astro.
Un altro particolare attirò la loro
attenzione: i due soli erano collegati da una striscia; essa pareva energia
sottratta alla stella più grande che incessantemente veniva risucchiata da
quella più piccola.
Tutto quel movimento riproduceva un rumore
mai udito prima; pareva un sibilo simile a quello di una tv sintonizzata su di
un programma non memorizzato.
Fortuna che quel fastidiosissimo rumore
giungeva appena alle loro orecchie e percepivano giusto pochi frammenti di
decibel.
Tutti, completamente rapiti da quello
spettacolo, si chiesero: «Che cos’è quel fenomeno?».
L’unica che non era infastidita, come se
fosse già abituata a quella visione, fu Corine che continuava a mostrare
incredulità.
In seguito Maximilian le rivolse una domanda:
«Corine; riconosci quest’ambiente?».
La sua risposta lasciò tutti di stucco: «Come
potrei dimenticare il posto in cui sono nata».
Quella luce potente continuava a irrorare
tutta la zona e loro si guardarono l’un l’altro quasi impauriti scrutando, di
tanto in tanto, l’ambiente che li circondava.
***
Nel
luogo dove si era svolta la battaglia …
Molti esseri magici e altrettanti maghi si
aggiravano festanti per il campo di battaglia.
Di fronte a un bastone eretto, e piantato ben
saldo nel terreno, i maestri dell’Asilum continuavano a discutere con i due
draghi e le loro voci si udivano appena, coperte dalle urla gioiose dei
vincitori.
Si udì la voce di Astral che chiedeva: «Dove
potrebbero essere finiti?».
Uno sbuffo provenne da Brot, poi la sua
risposta arrivò nitida alle orecchie di coloro che lo stavano ascoltando: «Non
sono più in questo mondo. Non sento la loro presenza».
Aschcore chiuse i suoi occhi, annuì e
riaprendoli confermò quelle parole: «Non sono più di questo mondo. È l’unica
spiegazione possibile».
Asdar chiese: «Cosa vuol dire?».
Brot gli rispose: «Che i ragazzi non
appartengono più a questo piano, ma sono stati traspostati nel mondo dove sono
stati confinati i maghi neri».
I tre maghi esclamarono all’unisono: «Cosa!».
Aschcore gli diede maggiori spiegazioni: «Non
ne conosco il motivo, ma i sei ragazzi sono stati portati nel mondo magico.
Probabilmente tutto accade per un preciso progetto, dunque è giunto il momento
per noi di raggiungerli. Non credi Brot?». Rivolgendosi al fratello.
Il drago con le scaglie d’acciaio annuì e
ribadì: «Ci vorrà del tempo, ma credo che la cosa sia fattibile».
I maghi a loro vicini non si spiegavano il
senso di quelle parole: attraversare la barriera di protezione tra i due mondi
non era cosa facile; come avrebbero fatto?
Il drago dalla folta chioma si girò verso una
zona ben definita ed esclamò: «E va bene! Andiamo a cercare la cosa che ci
permetterà di ritornare a casa».
Nel frattempo due sagome si avvicinarono a
loro; erano Vorabor e Rotramir.
Entrambi erano feriti in maniera lieve,
mostravano i segni della battaglia.
Una volta vicini al gruppo che stava
discutendo davanti al bastone del mago rosso, uno di loro disse: «Siamo riusciti
a sconfiggere ogni membro della loro armata; nessuno è rimasto in vita». Fu
Rotrammir che parlò.
Il drago con i lunghi baffi si complimentò
con loro: «Ben fatto; veramente ben fatto».
Ma Vorabor precisò: «Non saremo riusciti a
sconfiggerli senza l’aiuto dell’Arcangelo apparso dal nulla … Tuttavia, il fato
ci ha sorriso e tutte le entità evocate dal demone sono cadute grazie
all’incanto riprodotto dall’essere celeste».
Brot ribatté: «Quella magia è il più potente
incanto posseduto dai maghi rossi; una magia oramai persa nei secoli: il
famigerato canto dell’arcangelo». Il drago si fermò per un attimo e dopo una
breve pausa continuò il suo discorso: «Non so come possa essere riapparso qui,
in questo giorno. A maggior ragione che la stirpe dei maghi rossi è ormai
estinta. Ma di una cosa sono certo … L’arcangelo ha difeso Maximilian; lui,
dunque, possiede la chiave per affrontare l’oscuro».
Due maghi, in quell’istante, si avvicinarono
velocemente al gruppo e comunicarono una novità.
Uno di loro disse: «Abbiamo trovato qualcosa
d’insolito; laggiù, vicino a quelle rocce che spuntano dalla vegetazione».
I maestri guardarono Brot il quale annuì;
quest’ultimo, rivolgendosi al fratello, chiese: «Sarà quello che stiamo
cercando?».
Aschcore di rimando annuì e, guardando
anch’egli verso la zona indicatagli dai maghi, proferì: «Qualunque cosa sia,
sarà il caso di dargli un’occhiata».
I due draghi si avviarono a grandi passi
verso quella zona e furono seguiti dai maghi e da alcuni esseri magici, tra cui
Vorabor e Rotramir.
Si ritrovarono infine tutti di fronte a due
enormi massi, l’uno appoggiato all’altro; tutt’intorno c’era la folta
vegetazione che quasi li copriva, nonostante la loro grandezza.
Il fatto che parve strano fu che una delle
due rocce, a causa di un’esplosione, si era frantumata lasciando intravedere il
loro interno concavo; e proprio dall’interno si notava un alone rossastro che
fuoriusciva verso l’esterno.
Brot assunse un’aria dubbiosa,
successivamente sferrò un colpo a quel masso mezzo distrutto facendolo finire
in frantumi.
Dietro di esso c’era un antro profondo, dove
l’oscurità era interrotta solamente da un colore rossastro il quale proveniva
da una fessura proprio al centro di quella caverna.
Astral e i suoi due colleghi videro la stessa
cosa anche se arrivarono dopo i draghi.
Astral, sorretto da Wotan e Asdar, riprodusse
un incanto ed esclamò: «Lux!».
La sua voce echeggiò in tutta la caverna e
dalla sua mano destra, protesa in avanti, venne fuori un globo minuscolo di
luce che si diresse proprio vicino al tetto dell’antro rischiarandolo.
Nessun nemico fu avvistato e tutti entrarono,
portandosi con cautela nei pressi della fenditura che al centro di quello
spazio emanava una forte luce.
Tutti furono sorpresi da ciò che videro.
Aschcore affermò: «L’abbiamo trovato».
Dinanzi a loro, in fondo a quel crepaccio,
c’era un’altra caverna altrettanto grande come quella in cui erano appena
entrati.
Un sentiero era stato costruito
artificiosamente lungo le pareti della fenditura; esso portava direttamente sul
fondo dove si notava un lento, ma inesorabile, vorticare degli elementi.
Avevano finalmente trovato il passaggio di
cui si servivano gli esseri ostili per arrivare nel mondo umano …
Percorsero dunque quel sentiero scavato nelle
pareti della roccia fino a giungere sul fondo.
Lì, davanti a loro, c’era il secondo
passaggio che tanto aveva preoccupato i maghi bianchi; era dunque giunto il
momento di renderlo inoffensivo.
Aschcore fu il primo a parlare: «Ed eccolo
qui … Il famigerato passaggio di cui non riuscivamo a capire l’ubicazione».
Wotan, anch’egli sceso con i due suoi
colleghi, aggiunse: «Sarebbe stato impossibile rintracciarlo; sottoterra … Chi
lo avrebbe mai immaginato».
Brot fece presente: «Nonostante non ci siano
più esseri magici a presidiarlo, esso rappresenta ancora un problema per noi».
I presenti non ebbero il coraggio di
contraddirlo.
Brot allora fece partecipi gli alleati delle
sue intenzioni: «Questo passaggio deve essere invertito». Nessuno aveva mai
sentito quel termine prima d’allora …
Asdar provò a chiedere: «Cosa intende per
invertirlo?».
Il drago dalle scaglie d’acciaio rispose:
«Intendo invertire la sua rotazione, in modo da non permettere a esseri ostili
di trapassare ma viceversa … Permettere a noi di arrivare in quel mondo».
Dal gruppo si udì un’esclamazione: «Com’è
possibile farlo!».
Brot allora precisò: «È un incanto che solo
noi draghi riusciamo a fare, ma ci vuole molto tempo. È per questo che ho
bisogno di tutto l’aiuto che potete darmi».
Un’altra domanda gli fu posta proprio in
quell’istante: «Ma quale aiuto potremo noi darle?». Questa volta la voce era
quella di Asdar.
Il drago accennò un ghigno poi fece in modo
che tutti sentissero: «Non immaginate nemmeno quale aiuto potete offrirmi». Il
suo sguardo si posò su suo fratello Aschcore e di seguito disse: «C’è bisogno
di piantonare questo passaggio, affinché nessuno riesca ad attraversarlo. Io
penserò al resto. Datemi del tempo e lo invertirò, rendendo finalmente sicuro
il mondo degli uomini».
Il drago dai lunghi baffi poi chiese: «Quanto
ci vorrà per fare ciò che hai detto?».
Il fratello gli rispose: «Non meno di due
anni».
Il maestro Astral spalancò i suoi occhi e
fece presente: «Non resisteranno mai così tanto tempo in quelle terre».
I due draghi, però, parevano non preoccuparsi
di quello che il mago bianco aveva appena detto.
Aschcore si affrettò a rispondere: «Non
preoccupatevi per loro. Avete di già dimenticato che esiste una resistenza? E
soprattutto … Non sono soli, con loro c’è uno dei più potenti draghi che sia
mai esistito».
A tutti fu chiaro che il drago stava parlando
di Bithor, ma non potevano far altro che pensare alla giovane età di coloro che
avevano appena attraversato la barriera ed erano entrati in un mondo comandato
da esseri malvagi.
La voce poderosa di Brot li distolse dai loro
pensieri: «Ora è il momento di pensare al passaggio. Onde evitare che ci siano
brutte sorprese dovremo assicurare un pattugliamento ventiquattro ore su
ventiquattro. Ci sarà bisogno di maghi bianchi che contengano magicamente la
libera entrata che esso fornisce ed esseri magici nostri alleati che assistano
i maghi nel loro compito».
Un’affermazione però provenne dal gruppo dei
maghi bianchi: «Noi maghi non siamo in grado di riprodurre incanti simili». Era
stato Astral a ricordare al suo maestro le proprie limitazioni.
Tuttavia, il drago rispose: «Di questo non
dovete preoccuparvi poiché io v’insegnerò come andrà fatto. Datemi solo fiducia
e vedrete i risultati».
***
Nel
medesimo momento, in un mondo differente …
Sei ragazzi si chiedevano dove fossero
finiti.
L’ambiente era totalmente differente da
quello cui erano abituati; sia la flora sia la fauna parevano non appartenere
al loro mondo.
Maximilian cercava di far capire ai suoi
amici dove fossero giunti ed era sulle sponde dell’immenso lago dove i due soli
si rispecchiavano nitidamente.
Strani insetti fecero la loro apparizione e
strane piante erano disseminate dappertutto.
I sei rimasero senza parole nel vedere
quell’ambiente.
Maximilian stava aspettando la risposta di
Corine la quale non tardò a dirgli: «Questo posto è identico al mondo dove sono
nata. E questo lago l’ho visto altre volte».
Gerard sapeva della sua provenienza e un
brivido attraversò il suo corpo, poi esclamò: «Come abbiamo fatto ad arrivare
qui! Nemmeno un essere con grandi poteri può riuscirci».
Hamza, Chaman e Isak, non capivano a cosa
alludevano i tre loro amici; chiesero spiegazioni e fu proprio Isak che
domandò: «Voi già sapete di che posto si tratta?».
Maximilian, Gerard e Corine, annuirono e
risposero di sì; sentita quell’affermazione, i tre si tranquillizzarono: se i
loro compagni sapevano dov’erano, era logico pensare che sapessero come tornare
a casa.
Maximilian, tuttavia, aggiunse: «Per tornare
a casa dovremo prima compiere il nostro destino». Parole pesanti che echeggiarono
ovunque in quel luogo.
Chaman gli chiese: «Vorresti dire che non c’è
modo di ritornare indietro per il momento?».
Non fu però Maximilian a rispondere, ma
Corine la quale confermò: «Esattamente. Nessuno di noi può ritornare
all’Asilum, nemmeno riproducendo le formule che noi conosciamo». Si riferiva
alle formule insegnategli da Astral per uscire ed entrare nel rifugio.
Le loro facce divennero nuovamente cupe e la
preoccupazione iniziò a pervadere le loro menti.
Nessuno osava più parlare e nell’aria un
silenzio tombale calò impetuosamente.
Maximilian osservava i suoi amici dispiaciuto
di quanto accaduto, in fondo era successo tutto perché avevano tentato di
soccorrerlo.
Lì, in piedi, di fronte a loro e tutto sporco
di sangue, tirò un sospiro, poi stava quasi per parlare quando udì delle parole
a lui familiari: «Maximilian».
Qualcuno lo stava chiamando e fu ben chiaro
che quella voce la sentì solo lui.
Essa, dopo un attimo di pausa, si udì
nuovamente: «Hai riconosciuto il posto?».
Maximilian annuì.
Quella stessa voce continuò dicendo: «Ti è ben chiaro dove ci troviamo. Tempo fa
io ti dissi che sarebbe giunto il giorno in cui la barriera esistente sarebbe
stata da noi varcata. Ebbene … Quel giorno è arrivato. Oggi siamo giunti nel
modo in cui furono richiusi i maghi neri e i loro alleati». La voce si
fermò un attimo, in seguito riprese: «Stai
in guardia, poiché da questo momento sarete oggetto di ogni sorta d’attacco e
inganno; faranno di tutto per uccidervi».
Maximilian pensò: «Dunque fra poco ti vedremo arrivare?».
La risposta arrivò immediatamente: «Non potrò uscire dal tuo corpo fino al
momento opportuno».
Il drago aveva capito il suo pensiero ed egli
ci riprovò di nuovo e mentalmente ripeté: «Sei
in grado di sentire i miei pensieri?».
«Certo,
entrambi siamo uniti da un legame particolare. Possiamo comunicare senza che
altri ci sentano». La sua espressione in quell’istante cambiò e fu
sorpreso.
Anche i suoi amici, che lo stavano fissando,
si chiesero cosa gli stesse succedendo.
Maximilian pensò ancora: «Perché non ti materializzi? Siamo nel mondo
dove è consentito».
Il drago rispose: «Non è proprio così. Io e te abbiamo fatto un patto che mi impedisce la
libertà, ma che ti permette di usare delle mie particolari doti ivi compresa la
facoltà di parlare con me solo con il pensiero. Ti sei accorto che quando
evochi la tua spada elementale essa ti trascina? Ebbene … Ella viene guidata
dalla mia volontà; se la materializzi, io sarò al tuo fianco. Ma perdila e
svanirà l’incanto. Hai avuto la prova nella lotta contro Adrammalech. Adesso
però sarebbe meglio se vi poneste al riparo. Cercate un posto dove nascondervi
poiché presto il fato vi farà incontrare un
faro che vi scorterà nei meandri di questo mondo». Non finì nemmeno
di parlare che un rumore di ali, le quali si dibattevano, attirò la loro
attenzione.
Gerard guardò verso il posto da dove
proveniva il rumore e chiese: «Cosa sarà mai questo rumore di ali che tagliano
l’aria?».
Maximilian sgranò i suoi grandi occhi, guardò
di scatto i suoi amici e gli intimò: «Presto! Nascondiamoci sotto quei
cespugli». Indicando con l’indice destro un agglomerato di rovi che si trovava alla loro sinistra vicino alle
acque del laghetto.
Nessuno pose più alcuna domanda, ma si
affrettarono a fare quello che il loro amico gli aveva chiesto.
I sei si nascosero sotto i cespugli e
l’ambiente tornò nuovamente deserto come lo era prima del loro arrivo.
I ragazzi erano completamente coperti,
nascosti nel grosso viluppo di foglie e arbusti e videro comparire su nel cielo
un piccolo punto nero.
Chaman chiese a bassa voce: «Che cos’è?».
Maximilian gli rispose con un fil di voce:
«Qualunque cosa sia è malvagia e non deve vederci».
Tutti i ragazzi, ben camuffati, si
ritrovarono di fronte a una creatura mai vista in precedenza: quel puntino in
lontananza presto si delineò e sembrava un cavallo alato.
I suoi muscoli erano senza la pelle e
s’intravedevano persino i suoi tendini e i suoi vasi sanguigni, per non parlare
delle sue grosse vene disseminate su tutto il corpo.
Le sue ali non avevano piume ma erano come
quelle di un pipistrello, centinaia di volte più grandi però: esse si
stagliavano in cielo come una ragnatela e aumentavano il volume dell’essere.
Egli era grande il doppio di un normale
cavallo e la sua testa era completamente diversa: i ragazzi videro una testa
umana e quest’ultima era ricoperta da una chioma come quella di un leone.
Una coda volteggiava alle sue spalle e pareva
proprio quella di uno scorpione.
Il suo colore era rosso, probabilmente colore
dovuto al sangue che si poteva vedere per via della mancanza di pelle.
Ma le sorprese non erano ancora finite … In
groppa a quell’essere montava un’altra strana bestia: pareva tutt’uno con la
belva che cavalcava l’aria.
I sei si accorsero che essa era fissata al
suo busto tramite la coda, ovvero tramite più della metà del suo corpo.
L’essere fissato alla chimera era metà
serpente e metà essere umano con fattezze femminili.
La bestia, cavalcando il suo destriero,
pareva pattugliare quella zona.
Si voltava da un lato e dall’altro spasmodicamente
e di tanto in tanto emetteva un urlo spaventosamente acuto.
In mano stringeva un tridente acuminato e le
sue lische luccicavano riflettendo la luce dei due soli.
Quando le bestie furono proprio sulle loro
teste, essa intimò di fermarsi e odorò l’aria che la circondava.
Il dibattere delle ali del suo destriero
provocò una turbolenza proprio lì, dove Maximilian e i suoi amici si
nascondevano.
I ragazzi non mossero un dito; rimasero
completamente immobili e, spaventati, si fissarono l’un l’altro.
Maximilian si portò l’indice vicino al naso e
fece cenno a tutti di non fiatare; la loro reazione fu di annuire facendo
intendere che avrebbero retto alla pressione di quel momento.
Una voce terrificante domandò: «Hai visto
qualcosa?». Quella voce era doppia e tremendamente malvagia, arrivava dalla
bestia che portava in groppa il serpente con il busto di donna.
La voce della serpe si udì nitidamente: «Mi
pare di aver sentito qualche odore strano».
La bestia gli rispose: «Sarà il caso di
scendere a controllare».
La figura femminile però non fu d’accordo:
«No, non è il caso. Oggi abbiamo troppe cose da fare e proprio non abbiamo il
tempo di dare la caccia a dei ratti che si nascondono in mezzo all’erba».
L’essere sotto di lei confermò: «Hai proprio
ragione. Se ci attardiamo ancora, la sua ira si abbatterà su di noi». E,
infine, quell’animale strano riprese a volare.
Egli si spostò dal luogo dove stava
fluttuando, aiutato dalle sue possenti ali da pipistrello.
I ragazzi videro allontanarsi le bestie
progressivamente e non ebbero il coraggio di uscire dal nascondiglio almeno per
mezz’ora dalla loro scomparsa.
Maximilian si rivolse a loro con voce appena
percettibile: «Dobbiamo cercare un riparo. Non è saggio muoversi di giorno; non
nel mondo comandato dai maghi neri».
Quell’affermazione stupì tutti in quel
cespuglio enorme: Chaman, Hamza, Isak, Corine, Gerard e Maximilian, per qualche
strano motivo erano arrivati nel mondo parallelo dove millenni prima i maghi
neri erano stati confinati.
Le loro facce avevano un’espressione bizzarra
e l’ombra della siepe che li sovrastava le nascondeva appena.
Tanti erano gli interrogativi ma urgeva
spostarsi in una zona più sicura, al riparo da occhi indiscreti: alla luce dei
soli di quel mondo stava per svolgersi l’ennesimo capitolo di una diatriba che
ormai persisteva da lungo tempo.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo tra un po’ di giorni, momento in cui posterò il link per poter
scaricare gratuitamente l’intero manoscritto in PDF.
