La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

mercoledì 16 dicembre 2015

Maximilian Arsltain “Il canto dell’arcangelo”; 20° capitolo da leggere online.

E ho dunque terminato anche l’ultimo capitolo del romanzo …
È stato un lungo percorso iniziato il sette aprile del 2015 quello della revisione del “Canto dell’Arcangelo”; ma ne è valsa la pena, ve lo assicuro.
Adesso il libro è più ordinato poiché ho cercato di correggere i periodi, la grammatica, la logica e ho cercato persino di renderlo più coinvolgente.
Certo … È un argomento particolare quello che c’è scritto al suo interno; un libro in cui si parla di demoni, maghi, draghi, arcangeli etc.
Alcuni potrebbero persino pensare, perché no, che sia un romanzo con una trama strana; rimane, a mio avviso, un romanzo il quale non può essere classificato … Ecco … Lo definirei un romanzo unico nel suo genere.
Forse è per questo motivo che ho fatto fatica a trovare una casa editrice che collaborasse con me al fine di poterlo stampare e proporlo così ai lettori in formato cartaceo, e forse sarà lo stesso motivo per il quale “Egli” rimarrà inedito; ma poco importa … È un libro sul quale ho lavorato tantissimo e pertanto la cosa importate è che sia letto e che non cada nel dimenticatoio.
Reputo che sia una bella storia; reputo che il romanzo porti con sé un bel messaggio e che, sebbene narri di vicende fantasy – horror, sia un romanzo che abbia un’anima.
Ho continuato a lavorarci su proprio per questo: io credo nel libro e credo che possa far arrivare uno splendido messaggio a chiunque lo legga.
Detto questo, porto alla vostra attenzione solo alcuni dati.

Questi erano i dati del romanzo prima che io incominciassi la revisione:

PAGINE:   

738  A\5
PAROLE: 

174.903
CARATTERI
 (Spazi Esclusi):
899.803
CARATTERI
 (Spazi Inclusi):
1.075.748
PARAGRAFI:

456
RIGHE:

21.023

Questi, invece, sono i dati del romanzo dopo la revisione:

PAGINE:   

357  A\4
PAROLE: 

162.220
CARATTERI
 (Spazi Esclusi):
831.995
CARATTERI
 (Spazi Inclusi):
988.961
PARAGRAFI:

6.004
RIGHE:

15.487

Come potete osservare, le pagine non cambiano ma rimangono più o meno le stesse: 357 A\4 che moltiplicate per due fanno 714 A\5; ho tagliato 12.683 parole; ho cancellato 67.808 caratteri spazi esclusi e 86.787 caratteri spazi inclusi; ho aggiunto 5.548 paragrafi e, infine, ho tagliato ben 5.536 righe.
Maximilian Arlstain “Il canto dell’arcangelo” è dunque formato da circa 550 cartelle editoriali standard.
Ebbene … Non mi rimane altro, per adesso, che augurarvi buona lettura:




CAPITOLO 20
IL NUOVO PASSAGGIO


La zona dove si era svolto il combattimento fu nuovamente oscurata dalla polvere che il colpo dell’essere appena giunto sul campo di battaglia aveva sollevato.
La polvere fu però velocemente dissipata dalla pioggia che veniva giù sin dall’inizio del combattimento.
La scena che videro i combattenti li lasciò senza parole; tutti: draghi, maghi ed esseri magici, scorsero ciò che non si sarebbero mai aspettati di vedere.
Il corpo del demone giaceva immobile e prono al suolo e le fiamme che prima bruciavano intensamente dietro le sue spalle erano spente; un particolare li colpì: quel corpo era privo di testa.
Essa fu vista non lontana da quel posto, era stata tranciata di netto.
Il demone era stato sconfitto; così pure le creature da lui evocate: approfittando della loro immobilità, tutti gli alleati dei maghi bianchi cercarono di dargli il colpo di grazia, ma si accorsero presto che non ce n’era bisogno poiché avevano cessato la loro vita con la morte di Adrammalech.
Tutti i combattenti esultarono immediatamente e canti di gioia si udirono per tutto il teatro dello scontro; c’erano esseri magici che si stringevano l’un l’atro per la felicità e i maghi che esultavano con la loro spada elementale rivolta al cielo.
I draghi si guardarono palesemente rincuorati dagli eventi; persino Asdar, Wotan e Astral si congratulavano tra loro per la vittoria appena conquistata.
Quando la polvere svanì del tutto, i maghi e i loro alleati si accorsero che quel grosso e potente essere piumato era scomparso.
Nel punto esatto dove lui era svanito, tuttavia, era spuntato un bastone simile in tutto e per tutto a quello del mago rosso Ivan.
Il bastone era piantato nel terreno.
Gli occhi dei tre maghi bianchi andarono a cercare i loro allievi ma ebbero una brutta sorpresa … Astral, seriamente preoccupato, chiese: «Ma dove sono finiti i ragazzi?».
Anche Asdar e Wotan scrutarono l’intera zona, ma dei loro alunni non c’era nessuna traccia.
Wotan confermò l’agghiacciante sospetto di Astral: «Sono svaniti nel nulla!». Esclamò il mago.
Anche Asdar fece una domanda: «Che siano periti nel combattimento?».
Astral gli rispose repentinamente: «No! Non ci voglio nemmeno pensare». Si alzò, perdendo l’equilibrio, e quasi cadde al suolo.
Il mago fu aiutato dai suoi due colleghi che gli diedero sostegno evitando che cadesse.
Egli si rivolse a loro due: «Portatemi in quel luogo». Facendo cenno verso il posto in cui Maximilian e i suoi cinque amici erano scomparsi.
Asdar e Wotan, facendosi carico del collega malconcio, scesero la collinetta sulla quale si erano appostati e arrivarono proprio dove era piantato il bastone del mago rosso.
Lì, scrutandosi intorno, Astral avvalorò la sua ipotesi: «Purtroppo non c’è traccia di loro». Il suo volto divenne cupo e il suo sguardo andò a cercare i due draghi che si stavano lentamente avvicinando.
Quando i draghi arrivarono lì vicino, notarono anche loro che i ragazzi mancavano all’appello e, guardandosi intorno, li cercarono ma non videro nulla.
Brot chiese ai tre maghi bianchi: «Dove sono finiti i vostri alunni?».
Asdar rispose: «Sono svaniti in quell’enorme nuvola di polvere».
Aschcore domandò: «Sono stati colpiti dal demone?».
Wotan, in quell’istante, affermò: «Sono sicuro che Adrammalech non li ha nemmeno sfiorati. Sono stati ben protetti; ne sono certo».
In seguito gli occhi dei draghi si posarono sul bastone che si ergeva di fronte a loro.
Brot disse: «C’è qualcosa che ci sfugge … Prima l’apparizione dell’arcangelo, poi la scomparsa dei ragazzi; adesso la ricomparsa del bastone di Ivan svanito all’atto del suo assassinio».
Astral, invece, espresse tutta la sua preoccupazione: «Cinque ragazzi soli, dell’età di dodici anni. Non è un bene ciò che è accaduto. Hanno bisogno di protezione, dovunque essi siano».
I due colleghi del mago annuirono avallando le sue parole e i draghi di fronte a loro continuarono a scrutarsi attorno, nel tentativo di scorgere i cinque ragazzi.

***

In un luogo imprecisato …

In un grande spazio aperto la vegetazione rigogliosa copriva gran parte del paesaggio; si vedevano alberi sconosciuti con grandi foglie sulle quali la rugiada del mattino si era condensata al punto da formare una piccola pozzanghera sospesa da terra.
Quegli alberi risultavano enormi in confronto agli abeti o alle querce; ai loro piedi c’erano piante d’ogni sorta: parevano piante grasse per via della robustezza delle loro fronde.
Vi era qualche pietra di colore grigio chiaro un po’ di qua un po’ di là, sparsa tra il fogliame.
Gli insetti pervadevano tutta la zona; il loro ronzio, alle volte, diveniva insopportabile per la sua intensità.
Cinque sagome giacevano prive di coscienza al suolo nel bel mezzo della flora.
Esse erano parzialmente nascoste dalle piante stesse.
Una di loro accennò un movimento e d’un tratto si sollevò da terra, sedendosi in mezzo all’erba alta; solo metà del suo busto spuntava dall’erba però.
I capelli riccioli di colore castano che scendevano fin dopo le orecchie, il naso leggermente allungato, gli occhi spalancati di colore marrone, la fronte spaziosa e le labbra carnose, non lasciavano alcun dubbio: quella sagoma altri non era che Gerard.
Egli si guardò attorno ed esclamò: «Eh! Che posto è mai questo?». Continuando a scrutare l’orizzonte; poi si accorse che vicino a lui c’erano altri quattro ragazzi distesi al suolo.
Anche loro, a un certo punto, s’iniziarono a muovere.
Hamza si alzò in piedi e si accorse di Gerard; egli si scrutò intorno e gli chiese: «Dove siamo?».
Gerard fece spallucce e rispose: «Boh! Non ho mai visto un posto simile in vita mia».
Da dietro a un fascio d’erba, in quel momento, si udì: «Wow! Che vista meravigliosa …». Era la voce di Chaman.
I suoi due amici si affrettarono a raggiungerlo e lo videro seduto che ammirava un enorme lago di cui non si vedeva la fine.
Dopo poco si sentì la voce di Corine che diceva: «Ahi … Ahi … Ahi. Che botta!». Si alzò anche lei e si mise seduta, toccandosi frequentemente il cranio.
Quando Corine vide i suoi amici chiese: «Cos’è successo?».
I tre fecero cenno di non sapere nulla.
Isak aveva ripreso appena conoscenza e si alzò dal posto dove era sdraiato, poi disse: «Vi rispondo io». Si fermò un attimo e in seguito continuò: «Ricordo una grande luce arancione, poi mi sono risvegliato in questo posto».
Lui scrutò attentamente quell’ambiente e infine affermò: «Eccola … Vi presento la mia visione. Quella che sere fa mi è apparsa minacciosa». E con la sua mano destra, indicava tutto l’ambiente circostante.
Corine guardò il cielo e, sospirando, esclamò: «Non è possibile!». Abbassò il suo sguardo e dinanzi alla ragazza si notò una piccola sagoma la quale scrutava il cielo come aveva fatto lei in precedenza.
Era Maximilian che fissava la volta celeste …
I suoi amici si avvicinarono a lui; la prima fu Corine che lo chiamò: «Maximilian!».
Lui non si mosse dal posto in cui era, pareva non aver sentito la sua amica che lo chiamava ma quando tutti furono abbastanza vicini, Maximilian si rivolse a loro dicendo: «Ho l’impressione che ci siamo ficcati in un bel pasticcio». Distolse poi lo sguardo dal cielo e lo puntò verso i suoi compagni.
Gerard chiese al fratello: «Max; dove sono i maestri?».
Maximilian gli rispose immediatamente: «Non cercate i maestri; non li troverete. Siamo completamente soli e dovremo cavarcela senza l’aiuto di nessuno».
I ragazzi appena giunti cercarono di chiedere maggiori spiegazioni ma Maximilian si limitò a puntare il suo indice destro verso il cielo.
Una potente fonte di luce irrorava tutto l’ambiente al punto da rendere impossibile fissarla e nessuno ci provò, vista la pericolosità rappresentata da quella forte luce per i loro occhi.
In seguito Maximilian chiese loro: «Guardate il riflesso nell’acqua».
I ragazzi, incuriositi, si affrettarono a guardare l’enorme specchio d’acqua.
I cinque videro uno spettacolo maestoso … In cielo c’erano ben due soli.
Tutti sgranarono i propri occhi: c’era un sole immenso nel cielo, pari a due volte quello che erano abituati a vedere; poco distante ce n’era un altro più piccolo di un terzo: esso girava vorticosamente e l’intrecciarsi della sua materia provocava un movimento simile a un gorgo impetuoso.
Un particolare lasciò di stucco i ragazzi: il sole più piccolo girava su sé stesso con differenti velocità.
Al centro il suo vorticare era più veloce e ai poli risultava più lento.
Quel movimento creava dei campi magnetici visibili a occhio nudo; essi disegnavano alti nel cielo un enorme calamaro, con all’interno quell’astro.
Un altro particolare attirò la loro attenzione: i due soli erano collegati da una striscia; essa pareva energia sottratta alla stella più grande che incessantemente veniva risucchiata da quella più piccola.
Tutto quel movimento riproduceva un rumore mai udito prima; pareva un sibilo simile a quello di una tv sintonizzata su di un programma non memorizzato.
Fortuna che quel fastidiosissimo rumore giungeva appena alle loro orecchie e percepivano giusto pochi frammenti di decibel.
Tutti, completamente rapiti da quello spettacolo, si chiesero: «Che cos’è quel fenomeno?».
L’unica che non era infastidita, come se fosse già abituata a quella visione, fu Corine che continuava a mostrare incredulità.
In seguito Maximilian le rivolse una domanda: «Corine; riconosci quest’ambiente?».
La sua risposta lasciò tutti di stucco: «Come potrei dimenticare il posto in cui sono nata».
Quella luce potente continuava a irrorare tutta la zona e loro si guardarono l’un l’altro quasi impauriti scrutando, di tanto in tanto, l’ambiente che li circondava.

***

Nel luogo dove si era svolta la battaglia …

Molti esseri magici e altrettanti maghi si aggiravano festanti per il campo di battaglia.
Di fronte a un bastone eretto, e piantato ben saldo nel terreno, i maestri dell’Asilum continuavano a discutere con i due draghi e le loro voci si udivano appena, coperte dalle urla gioiose dei vincitori.
Si udì la voce di Astral che chiedeva: «Dove potrebbero essere finiti?».
Uno sbuffo provenne da Brot, poi la sua risposta arrivò nitida alle orecchie di coloro che lo stavano ascoltando: «Non sono più in questo mondo. Non sento la loro presenza».
Aschcore chiuse i suoi occhi, annuì e riaprendoli confermò quelle parole: «Non sono più di questo mondo. È l’unica spiegazione possibile».
Asdar chiese: «Cosa vuol dire?».
Brot gli rispose: «Che i ragazzi non appartengono più a questo piano, ma sono stati traspostati nel mondo dove sono stati confinati i maghi neri».
I tre maghi esclamarono all’unisono: «Cosa!».
Aschcore gli diede maggiori spiegazioni: «Non ne conosco il motivo, ma i sei ragazzi sono stati portati nel mondo magico. Probabilmente tutto accade per un preciso progetto, dunque è giunto il momento per noi di raggiungerli. Non credi Brot?». Rivolgendosi al fratello.
Il drago con le scaglie d’acciaio annuì e ribadì: «Ci vorrà del tempo, ma credo che la cosa sia fattibile».
I maghi a loro vicini non si spiegavano il senso di quelle parole: attraversare la barriera di protezione tra i due mondi non era cosa facile; come avrebbero fatto?
Il drago dalla folta chioma si girò verso una zona ben definita ed esclamò: «E va bene! Andiamo a cercare la cosa che ci permetterà di ritornare a casa».
Nel frattempo due sagome si avvicinarono a loro; erano Vorabor e Rotramir.
Entrambi erano feriti in maniera lieve, mostravano i segni della battaglia.
Una volta vicini al gruppo che stava discutendo davanti al bastone del mago rosso, uno di loro disse: «Siamo riusciti a sconfiggere ogni membro della loro armata; nessuno è rimasto in vita». Fu Rotrammir che parlò.
Il drago con i lunghi baffi si complimentò con loro: «Ben fatto; veramente ben fatto».
Ma Vorabor precisò: «Non saremo riusciti a sconfiggerli senza l’aiuto dell’Arcangelo apparso dal nulla … Tuttavia, il fato ci ha sorriso e tutte le entità evocate dal demone sono cadute grazie all’incanto riprodotto dall’essere celeste».
Brot ribatté: «Quella magia è il più potente incanto posseduto dai maghi rossi; una magia oramai persa nei secoli: il famigerato canto dell’arcangelo». Il drago si fermò per un attimo e dopo una breve pausa continuò il suo discorso: «Non so come possa essere riapparso qui, in questo giorno. A maggior ragione che la stirpe dei maghi rossi è ormai estinta. Ma di una cosa sono certo … L’arcangelo ha difeso Maximilian; lui, dunque, possiede la chiave per affrontare l’oscuro».
Due maghi, in quell’istante, si avvicinarono velocemente al gruppo e comunicarono una novità.
Uno di loro disse: «Abbiamo trovato qualcosa d’insolito; laggiù, vicino a quelle rocce che spuntano dalla vegetazione».
I maestri guardarono Brot il quale annuì; quest’ultimo, rivolgendosi al fratello, chiese: «Sarà quello che stiamo cercando?».
Aschcore di rimando annuì e, guardando anch’egli verso la zona indicatagli dai maghi, proferì: «Qualunque cosa sia, sarà il caso di dargli un’occhiata».
I due draghi si avviarono a grandi passi verso quella zona e furono seguiti dai maghi e da alcuni esseri magici, tra cui Vorabor e Rotramir.
Si ritrovarono infine tutti di fronte a due enormi massi, l’uno appoggiato all’altro; tutt’intorno c’era la folta vegetazione che quasi li copriva, nonostante la loro grandezza.
Il fatto che parve strano fu che una delle due rocce, a causa di un’esplosione, si era frantumata lasciando intravedere il loro interno concavo; e proprio dall’interno si notava un alone rossastro che fuoriusciva verso l’esterno.
Brot assunse un’aria dubbiosa, successivamente sferrò un colpo a quel masso mezzo distrutto facendolo finire in frantumi.
Dietro di esso c’era un antro profondo, dove l’oscurità era interrotta solamente da un colore rossastro il quale proveniva da una fessura proprio al centro di quella caverna.
Astral e i suoi due colleghi videro la stessa cosa anche se arrivarono dopo i draghi.
Astral, sorretto da Wotan e Asdar, riprodusse un incanto ed esclamò: «Lux!».
La sua voce echeggiò in tutta la caverna e dalla sua mano destra, protesa in avanti, venne fuori un globo minuscolo di luce che si diresse proprio vicino al tetto dell’antro rischiarandolo.
Nessun nemico fu avvistato e tutti entrarono, portandosi con cautela nei pressi della fenditura che al centro di quello spazio emanava una forte luce.
Tutti furono sorpresi da ciò che videro.
Aschcore affermò: «L’abbiamo trovato».
Dinanzi a loro, in fondo a quel crepaccio, c’era un’altra caverna altrettanto grande come quella in cui erano appena entrati.
Un sentiero era stato costruito artificiosamente lungo le pareti della fenditura; esso portava direttamente sul fondo dove si notava un lento, ma inesorabile, vorticare degli elementi.
Avevano finalmente trovato il passaggio di cui si servivano gli esseri ostili per arrivare nel mondo umano …
Percorsero dunque quel sentiero scavato nelle pareti della roccia fino a giungere sul fondo.
Lì, davanti a loro, c’era il secondo passaggio che tanto aveva preoccupato i maghi bianchi; era dunque giunto il momento di renderlo inoffensivo.
Aschcore fu il primo a parlare: «Ed eccolo qui … Il famigerato passaggio di cui non riuscivamo a capire l’ubicazione».
Wotan, anch’egli sceso con i due suoi colleghi, aggiunse: «Sarebbe stato impossibile rintracciarlo; sottoterra … Chi lo avrebbe mai immaginato».
Brot fece presente: «Nonostante non ci siano più esseri magici a presidiarlo, esso rappresenta ancora un problema per noi».
I presenti non ebbero il coraggio di contraddirlo.
Brot allora fece partecipi gli alleati delle sue intenzioni: «Questo passaggio deve essere invertito». Nessuno aveva mai sentito quel termine prima d’allora …
Asdar provò a chiedere: «Cosa intende per invertirlo?».
Il drago dalle scaglie d’acciaio rispose: «Intendo invertire la sua rotazione, in modo da non permettere a esseri ostili di trapassare ma viceversa … Permettere a noi di arrivare in quel mondo».
Dal gruppo si udì un’esclamazione: «Com’è possibile farlo!».
Brot allora precisò: «È un incanto che solo noi draghi riusciamo a fare, ma ci vuole molto tempo. È per questo che ho bisogno di tutto l’aiuto che potete darmi».
Un’altra domanda gli fu posta proprio in quell’istante: «Ma quale aiuto potremo noi darle?». Questa volta la voce era quella di Asdar.
Il drago accennò un ghigno poi fece in modo che tutti sentissero: «Non immaginate nemmeno quale aiuto potete offrirmi». Il suo sguardo si posò su suo fratello Aschcore e di seguito disse: «C’è bisogno di piantonare questo passaggio, affinché nessuno riesca ad attraversarlo. Io penserò al resto. Datemi del tempo e lo invertirò, rendendo finalmente sicuro il mondo degli uomini».
Il drago dai lunghi baffi poi chiese: «Quanto ci vorrà per fare ciò che hai detto?».
Il fratello gli rispose: «Non meno di due anni».
Il maestro Astral spalancò i suoi occhi e fece presente: «Non resisteranno mai così tanto tempo in quelle terre».
I due draghi, però, parevano non preoccuparsi di quello che il mago bianco aveva appena detto.
Aschcore si affrettò a rispondere: «Non preoccupatevi per loro. Avete di già dimenticato che esiste una resistenza? E soprattutto … Non sono soli, con loro c’è uno dei più potenti draghi che sia mai esistito».
A tutti fu chiaro che il drago stava parlando di Bithor, ma non potevano far altro che pensare alla giovane età di coloro che avevano appena attraversato la barriera ed erano entrati in un mondo comandato da esseri malvagi.
La voce poderosa di Brot li distolse dai loro pensieri: «Ora è il momento di pensare al passaggio. Onde evitare che ci siano brutte sorprese dovremo assicurare un pattugliamento ventiquattro ore su ventiquattro. Ci sarà bisogno di maghi bianchi che contengano magicamente la libera entrata che esso fornisce ed esseri magici nostri alleati che assistano i maghi nel loro compito».
Un’affermazione però provenne dal gruppo dei maghi bianchi: «Noi maghi non siamo in grado di riprodurre incanti simili». Era stato Astral a ricordare al suo maestro le proprie limitazioni.
Tuttavia, il drago rispose: «Di questo non dovete preoccuparvi poiché io v’insegnerò come andrà fatto. Datemi solo fiducia e vedrete i risultati».

***

Nel medesimo momento, in un mondo differente …

Sei ragazzi si chiedevano dove fossero finiti.
L’ambiente era totalmente differente da quello cui erano abituati; sia la flora sia la fauna parevano non appartenere al loro mondo.
Maximilian cercava di far capire ai suoi amici dove fossero giunti ed era sulle sponde dell’immenso lago dove i due soli si rispecchiavano nitidamente.
Strani insetti fecero la loro apparizione e strane piante erano disseminate dappertutto.
I sei rimasero senza parole nel vedere quell’ambiente.
Maximilian stava aspettando la risposta di Corine la quale non tardò a dirgli: «Questo posto è identico al mondo dove sono nata. E questo lago l’ho visto altre volte».
Gerard sapeva della sua provenienza e un brivido attraversò il suo corpo, poi esclamò: «Come abbiamo fatto ad arrivare qui! Nemmeno un essere con grandi poteri può riuscirci».
Hamza, Chaman e Isak, non capivano a cosa alludevano i tre loro amici; chiesero spiegazioni e fu proprio Isak che domandò: «Voi già sapete di che posto si tratta?».
Maximilian, Gerard e Corine, annuirono e risposero di sì; sentita quell’affermazione, i tre si tranquillizzarono: se i loro compagni sapevano dov’erano, era logico pensare che sapessero come tornare a casa.
Maximilian, tuttavia, aggiunse: «Per tornare a casa dovremo prima compiere il nostro destino». Parole pesanti che echeggiarono ovunque in quel luogo.
Chaman gli chiese: «Vorresti dire che non c’è modo di ritornare indietro per il momento?».
Non fu però Maximilian a rispondere, ma Corine la quale confermò: «Esattamente. Nessuno di noi può ritornare all’Asilum, nemmeno riproducendo le formule che noi conosciamo». Si riferiva alle formule insegnategli da Astral per uscire ed entrare nel rifugio.
Le loro facce divennero nuovamente cupe e la preoccupazione iniziò a pervadere le loro menti.
Nessuno osava più parlare e nell’aria un silenzio tombale calò impetuosamente.
Maximilian osservava i suoi amici dispiaciuto di quanto accaduto, in fondo era successo tutto perché avevano tentato di soccorrerlo.
Lì, in piedi, di fronte a loro e tutto sporco di sangue, tirò un sospiro, poi stava quasi per parlare quando udì delle parole a lui familiari: «Maximilian».
Qualcuno lo stava chiamando e fu ben chiaro che quella voce la sentì solo lui.
Essa, dopo un attimo di pausa, si udì nuovamente: «Hai riconosciuto il posto?».
Maximilian annuì.
Quella stessa voce continuò dicendo: «Ti è ben chiaro dove ci troviamo. Tempo fa io ti dissi che sarebbe giunto il giorno in cui la barriera esistente sarebbe stata da noi varcata. Ebbene … Quel giorno è arrivato. Oggi siamo giunti nel modo in cui furono richiusi i maghi neri e i loro alleati». La voce si fermò un attimo, in seguito riprese: «Stai in guardia, poiché da questo momento sarete oggetto di ogni sorta d’attacco e inganno; faranno di tutto per uccidervi».
Maximilian pensò: «Dunque fra poco ti vedremo arrivare?».
La risposta arrivò immediatamente: «Non potrò uscire dal tuo corpo fino al momento opportuno».
Il drago aveva capito il suo pensiero ed egli ci riprovò di nuovo e mentalmente ripeté: «Sei in grado di sentire i miei pensieri?».
«Certo, entrambi siamo uniti da un legame particolare. Possiamo comunicare senza che altri ci sentano». La sua espressione in quell’istante cambiò e fu sorpreso.
Anche i suoi amici, che lo stavano fissando, si chiesero cosa gli stesse succedendo.
Maximilian pensò ancora: «Perché non ti materializzi? Siamo nel mondo dove è consentito».
Il drago rispose: «Non è proprio così. Io e te abbiamo fatto un patto che mi impedisce la libertà, ma che ti permette di usare delle mie particolari doti ivi compresa la facoltà di parlare con me solo con il pensiero. Ti sei accorto che quando evochi la tua spada elementale essa ti trascina? Ebbene … Ella viene guidata dalla mia volontà; se la materializzi, io sarò al tuo fianco. Ma perdila e svanirà l’incanto. Hai avuto la prova nella lotta contro Adrammalech. Adesso però sarebbe meglio se vi poneste al riparo. Cercate un posto dove nascondervi poiché presto il fato vi farà incontrare un  faro che vi scorterà nei meandri di questo mondo». Non finì nemmeno di parlare che un rumore di ali, le quali si dibattevano, attirò la loro attenzione.
Gerard guardò verso il posto da dove proveniva il rumore e chiese: «Cosa sarà mai questo rumore di ali che tagliano l’aria?».
Maximilian sgranò i suoi grandi occhi, guardò di scatto i suoi amici e gli intimò: «Presto! Nascondiamoci sotto quei cespugli». Indicando con l’indice destro un agglomerato di rovi  che si trovava alla loro sinistra vicino alle acque del laghetto.
Nessuno pose più alcuna domanda, ma si affrettarono a fare quello che il loro amico gli aveva chiesto.
I sei si nascosero sotto i cespugli e l’ambiente tornò nuovamente deserto come lo era prima del loro arrivo.
I ragazzi erano completamente coperti, nascosti nel grosso viluppo di foglie e arbusti e videro comparire su nel cielo un piccolo punto nero.
Chaman chiese a bassa voce: «Che cos’è?».
Maximilian gli rispose con un fil di voce: «Qualunque cosa sia è malvagia e non deve vederci».
Tutti i ragazzi, ben camuffati, si ritrovarono di fronte a una creatura mai vista in precedenza: quel puntino in lontananza presto si delineò e sembrava un cavallo alato.
I suoi muscoli erano senza la pelle e s’intravedevano persino i suoi tendini e i suoi vasi sanguigni, per non parlare delle sue grosse vene disseminate su tutto il corpo.
Le sue ali non avevano piume ma erano come quelle di un pipistrello, centinaia di volte più grandi però: esse si stagliavano in cielo come una ragnatela e aumentavano il volume dell’essere.
Egli era grande il doppio di un normale cavallo e la sua testa era completamente diversa: i ragazzi videro una testa umana e quest’ultima era ricoperta da una chioma come quella di un leone.
Una coda volteggiava alle sue spalle e pareva proprio quella di uno scorpione.
Il suo colore era rosso, probabilmente colore dovuto al sangue che si poteva vedere per via della mancanza di pelle.
Ma le sorprese non erano ancora finite … In groppa a quell’essere montava un’altra strana bestia: pareva tutt’uno con la belva che cavalcava l’aria.
I sei si accorsero che essa era fissata al suo busto tramite la coda, ovvero tramite più della metà del suo corpo.
L’essere fissato alla chimera era metà serpente e metà essere umano con fattezze femminili.
La bestia, cavalcando il suo destriero, pareva pattugliare quella zona.
Si voltava da un lato e dall’altro spasmodicamente e di tanto in tanto emetteva un urlo spaventosamente acuto.
In mano stringeva un tridente acuminato e le sue lische luccicavano riflettendo la luce dei due soli.
Quando le bestie furono proprio sulle loro teste, essa intimò di fermarsi e odorò l’aria che la circondava.
Il dibattere delle ali del suo destriero provocò una turbolenza proprio lì, dove Maximilian e i suoi amici si nascondevano.
I ragazzi non mossero un dito; rimasero completamente immobili e, spaventati, si fissarono l’un l’altro.
Maximilian si portò l’indice vicino al naso e fece cenno a tutti di non fiatare; la loro reazione fu di annuire facendo intendere che avrebbero retto alla pressione di quel momento.
Una voce terrificante domandò: «Hai visto qualcosa?». Quella voce era doppia e tremendamente malvagia, arrivava dalla bestia che portava in groppa il serpente con il busto di donna.
La voce della serpe si udì nitidamente: «Mi pare di aver sentito qualche odore strano».
La bestia gli rispose: «Sarà il caso di scendere a controllare».
La figura femminile però non fu d’accordo: «No, non è il caso. Oggi abbiamo troppe cose da fare e proprio non abbiamo il tempo di dare la caccia a dei ratti che si nascondono in mezzo all’erba».
L’essere sotto di lei confermò: «Hai proprio ragione. Se ci attardiamo ancora, la sua ira si abbatterà su di noi». E, infine, quell’animale strano riprese a volare.
Egli si spostò dal luogo dove stava fluttuando, aiutato dalle sue possenti ali da pipistrello.
I ragazzi videro allontanarsi le bestie progressivamente e non ebbero il coraggio di uscire dal nascondiglio almeno per mezz’ora dalla loro scomparsa.
Maximilian si rivolse a loro con voce appena percettibile: «Dobbiamo cercare un riparo. Non è saggio muoversi di giorno; non nel mondo comandato dai maghi neri».
Quell’affermazione stupì tutti in quel cespuglio enorme: Chaman, Hamza, Isak, Corine, Gerard e Maximilian, per qualche strano motivo erano arrivati nel mondo parallelo dove millenni prima i maghi neri erano stati confinati.
Le loro facce avevano un’espressione bizzarra e l’ombra della siepe che li sovrastava le nascondeva appena.
Tanti erano gli interrogativi ma urgeva spostarsi in una zona più sicura, al riparo da occhi indiscreti: alla luce dei soli di quel mondo stava per svolgersi l’ennesimo capitolo di una diatriba che ormai persisteva da lungo tempo.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo tra un po’ di giorni, momento in cui posterò il link per poter scaricare gratuitamente l’intero manoscritto in PDF. 

sabato 5 dicembre 2015

Maximilian Arsltain “il canto dell’arcangelo”; 19° capitolo da leggere online.

Il penultimo capitolo del romanzo dovrebbe andar bene; dunque lo pubblico sul blog affinché i lettori che hanno letto i precedenti capitoli possano leggere anche questo.
Buona lettura:



19° CAPITOLO
LA CADUTA DEL DEMONE


Cinque figure camminavano nel fitto bosco muovendo foglie d’ogni tipo.
Quelle persone furono distratte da alcuni rumori assordanti; i boati erano provocati da magie scagliate non molto lontano da loro.
Il fumo che si ergeva al cielo non prometteva nulla di buono.
In lontananza si scorgevano strane figure; una troneggiava su tutte e la sua mole si vedeva nitidamente.
I cinque erano Chaman, Isak, Hamza, Corine e Gerard.
Corine fu la prima a parlare: «Quella cosa …». Rivolgendosi verso la grande sagoma in lontananza.
Gerard chiese: «Conosci quell’essere?».
La risposta data dalla ragazza fu inquietante: «Chi non conosce quell’essere! Dalle nostre parti è famoso per essere il re delle anime spietate. È tra i più temuti demoni, secondo solo al suo padrone».
Hamza, Chaman, Isak e Gerard, guardarono con gli occhi sgranati la loro amica.
Hamza chiese ancora: «Come ha fatto ad arrivare qui?».
Corine strinse le sue esili spalle e ribatté: «Non lo so, ma di certo non è una buona cosa il suo arrivo».
Isak fissò il grosso corpo che si muoveva in lontananza; egli fece un’espressione strana e si voltò verso i suoi amici, poi asserì: «Proprio come nella mia visione!».
Chaman lo invitò a spiegarsi meglio: «Cosa intendi per tua visione?».
Isak, a quel punto, affermò: «Quell’essere è lo stesso del mio sogno. Ed è il motivo per cui siamo qui. Dobbiamo far presto … Maximilian è in gravissimo pericolo». E detto quello spronò i suoi compagni a muoversi.
Chaman obiettò: «Hai guardato bene quanto è grande? Non potremo essere d’aiuto in alcun modo». Allargando poi le braccia cercò di far desistere l’amico.
Gerard, preoccupato, rivolse lo sguardo verso il posto in cui sostava il demone; egli poi si rivolse a Isak: «Hai davvero avuto una brutta visione?».
Il ragazzo interpellato annuì e confermò: «Gerard; è una brutta … Anzi, bruttissima visione. Dobbiamo avvisare Maximilian, oppure lui scomparirà dal nostro mondo».
L’espressione del fratello maggiore di Maximilian mutò e trasparì tutta la sua preoccupazione.
Hamza gli poggiò una mano sulla spalla e disse: «Non preoccuparti, Maximilian è forte e l’ha dimostrato in molte occasioni. Vedrai che se la caverà anche questa volta. E poi ci siamo noi, i suoi amici; cercheremo di aiutarlo nel miglior modo possibile».
Gerard chiuse per un attimo le palpebre, annuendo lievemente, poi emise uno sbuffo e guardò ancora in direzione del demone.
Chaman e Corine si scambiarono un cenno di complicità, si avvicinarono a Gerard e Chaman disse: «Hm … Io ho sempre detto che prima o poi mi farete ammazzare».
Il ragazzo sbuffò e poi riprese il suo discorso: «E va bene … Per l’ennesima volta … Vi porterò vicino a quella cosa; ma ricordatevi di non allontanarvi da me».
I suoi amici furono tutti d’accordo con lui.
Hamza fece presente: «Non possiamo andare lì senza conoscere nulla su quell’essere».
Una voce soave, quella di Corine, ribadì: «Io so perfettamente chi è. Di questo non preoccupatevi».
Chaman non perse occasione per far sapere ai suoi amici: «In verità sono già estremamente preoccupato». Poi fece cenno con il capo in direzione dell’essere ed esclamò: «Guardate là!».
Il demone si stava scagliando contro qualcuno e il suo pugno si abbatté al suolo; un polverone ricoprì tutto quel luogo e un verso agghiacciante echeggiò dappertutto.
Chaman inghiottì la sua stessa saliva e domandò: «Siete sicuri di voler andare proprio vicino a quel coso?». Ma nessuna risposta gli fu data.
Subito dopo, però, Corine affermò: «Quel demone seminò panico tra gli abitanti del mio paese. Tutti si rintanarono nei posti più reconditi per sfuggire alla sua ira. I demoni stavano catturando ogni genere di creatura vivente per scopi a noi tuttora oscuri. Lui è il signore di un esercito numeroso e con particolari doti; s’impossessò in poco tempo di tutta la regione. Pensate, il suo esercito conta migliaia di membri ed è impossibile ucciderli poiché sono già morti».
I ragazzi erano increduli e timorosi ma c’era da salvare un amico, era un’azione che andava fatta.
Si guardarono tutti e annuirono, poi si radunarono in modo da toccarsi l’uno con l’altro e Chaman disse: «Stiamo per partire, siate pronti!».
L’ambiente intorno a loro divenne impalpabile e i cinque ragazzi scomparvero dal luogo dove avevano discusso fino a quel momento.

In mezzo alla battaglia …

I maghi bianchi e gli esseri magici fuggiti dal mondo dei demoni stavano soccombendo; nonostante si sforzassero di colpire quegli esseri, essi non perivano sotto i loro colpi ma, dopo essere caduti al suolo, si rialzavano immediatamente.
Le spade non servivano e allora i maghi bianchi provarono con gli incanti, ma anche quelli non furono efficaci: gli esseri continuavano ad avanzare in formazione compatta, falciando tutto quello che trovavano sulla loro strada.
I generali Vorabor e Rotramir si ritrovarono in enormi difficoltà, non sapevano come contrastare quel tipo di nemici.
I due si avvicinarono al loro maestro, anch’egli alle prese con i membri dell’esercito di Adrammalech; una volta vicini, coprendosi le spalle l’un l’altro, uno di loro rivolse una domanda al drago: «Maestro; sapevamo dell’esistenza di questo tipo di esseri, ma nessuno li ha mai contrastati o, perlomeno, nessuno è mai ritornato indietro dopo averli incontrati. Cosa facciamo?». Era Vorabor che si rivolse ad Aschcore.
Il drago, conscio che erano in forte svantaggio numerico, riprodusse un incanto: d’un tratto una possente folata di vento impazzò per tutto il campo di battaglia, scaraventando lontano i loro nemici.
Aschcore rispose poi a Vorabor: «Dobbiamo respingerli e cercare di colpire il demone. Se abbattiamo la bestia, loro cadranno assieme a lui. È l’unico modo per uscirne vivi».
Rotarmir, sentite quelle parole, esclamò: «Dunque è perfettamente inutile attaccarli!».
Il drago dai lunghi baffi non aggiunse altro, guardò i due suoi generali e gli fece un cenno con il capo.
Essi capirono quello che il loro maestro gli stava dicendo e si fecero nuovamente largo tra i nemici.
Tutto, però, risultò vano: i nemici colpiti, nonostante riportassero dei danni evidenti cascando al suolo, si rialzavano come nulla fosse e riprendevano a combattere ancora più forti di prima.
I maghi bianchi e gli esseri magici buoni erano esausti: quelle entità parevano invincibili; persino Aschcore iniziava a sentire il peso del lungo scontro.
Egli si rivolse nuovamente ai suoi dicendo: «Guardatemi le spalle. Cercherò di colpire il demone con tutta la forza che possiedo. Se riesco ad abbatterlo, queste entità scompariranno con lui».
Aschcore levitò, svanendo poi tra le nuvole grigie colme di acqua che di lì a poco si sarebbe riversata al suolo.

Nello stesso momento, non distante da quel luogo …

Maximilian e i suoi maestri erano di fronte al demone.
Egli aveva cercato di colpirli ma il gruppo riuscì a defilarsi e quando l’enorme polverone si disperse, si vide il demone riportarsi in posizione eretta e ritrarre il suo braccio destro con il quale aveva sferrato il pugno verso i malcapitati.
Si guardò in giro e i suoi occhi rossi non riuscivano a mettere fuoco le prede.
Lui scrutava attentamente il luogo per scovare il loro nascondiglio; d’un tratto, dal cielo, provenne un ruggito.
Un fragore preannunciò la comparsa di una saetta; essa si diresse verso il demone centrandolo.
Adrammalech cadde sulle ginocchia ma poi, dopo un attimo, si riprese e si rialzò nuovamente.
Il demone agguantò un’altra lingua di fuoco e la tirò fuori da un ventaglio infuocato ben visibile dietro di lui, tanto appariscente che sembrava una coda di pavone.
Il ventaglio infuocato si era aperto all’inverosimile in quell’occasione, proprio per permettere al demone di estrarre la lingua di fuoco che assomigliava tanto a una frusta.
Egli la impugnò e la schioccò sul terreno, causando un terremoto; in quell’istante s’incendiarono tutti gli alberi della zona e il calore sprigionato dal fuoco violaceo si sommò a quello del muro infuocato che li attorniava.
Il demone guardò verso il cielo, nel punto da dove aveva avuto origine la folgore; schioccò nuovamente la frusta sul terreno per poi proiettarla con velocità verso quella parte del cielo.
La lingua di fuoco si bloccò, tesa nell’aria, e un lamento si udì nitidamente; pareva quello di un drago.
Egli tirò con forza verso il basso servendosi di una sola mano, quella destra.
Il corpo allungato di Aschcore, inerme, stava precipitando al suolo; quando atterrò, si avvinghiò su sé stesso e continuò a ruzzolare.
Il demone, tenendo ben salda la sua frusta, faceva attenzione a non farselo sfuggire; poi si avvicinò al drago nel tentativo di dargli il colpo di grazia.
Lui teneva la sua frusta in modo che fosse sempre ben tesa e, man mano che si avvicinava, l’attorcigliava tra il suo gomito destro e il palmo della mano, come un marinaio usa fare per ritrarre una corda con velocità.
Era quasi giunto vicino al loong, quando un getto di pulviscolo di pietre, misto a schegge d’acciaio, lo colpì ed esso fu allontanato dalla furia di quel getto e quasi perse l’equilibrio.
Si udì una voce che si rivolse al drago legato alla frusta del demone: «Fratello! Va tutto bene?».
Dopo pochi istanti il drago appena colpito si rialzò, si liberò della lingua di fuoco che Adrammalech stringeva tra le mani poco tempo prima e rispose a quella domanda: «Sto bene. È solo un graffio, non preoccupatevi per me. Piuttosto, cercate di mettervi al riparo; lo trattengo io».
La voce possente che prima lo aveva interpellato si sentì nuovamente: «Questa volta non puoi fare da solo. Ti aiuterò anch’io». La sagoma del drago di ferro si materializzò, le sue scaglie di color argenteo brillavano lisciate dalla pioggia che cadeva incessantemente.
Il drago dalla folta chioma emise uno sbuffo, a testimoniare la consapevolezza che questa volta si trovasse di fronte a un nemico potente e che da solo era alquanto improbabile riuscire a sconfiggerlo.
I due draghi si fecero un cenno e subito dopo proiettarono verso il  demone due getti distinti: Aschcore lanciò un getto di acqua ad alta pressione; Brot lanciò del pulviscolo.
Entrambi i getti colpirono l’essere appena rialzatosi dal terreno ed egli inizio a riprodurre movimenti più lenti.
I tre maghi bianchi e Maximilian assistettero a quella scena ben nascosti in un luogo non lontano da lì.
I due draghi riuscirono a bloccare il demone mirando alle sue gambe e riproducendo una doppia coltre di ghiaccio la quale andò progressivamente a coprire tutto il corpo di Adrammalech.
Il demone era completamente avvolto dal ghiaccio, rimaneva fuori da esso solamente la testa; a quel punto Aschcore disse al fratello: «Ottima idea usare due elementi combinati per ottenere il ghiaccio. Ora, però, diamoci una mossa e finiamo quello che abbiamo cominciato».
Il drago di ferro non obiettò e i due si avventarono sull’essere completamente inerme.
All’improvviso uno smottamento d’aria fece allontanare violentemente i due draghi dal demone che con facilità ruppe quel ghiaccio e i draghi si schiantarono entrambi contro il terreno, rimanendo indifesi per un istante.
Il demone dapprima li fissò, poi si disinteressò a loro e proseguì verso un punto ben definito; mise una mano sul suo fianco sinistro e, dopo poco, tirò fuori da una guaina enorme una spada di colore nero come la notte: da essa saliva al cielo un alone oscuro, sembrava fumo quasi impercettibile e si percepiva la malvagità che essa sprigionava.
La portò davanti a sé, brandendola con la mano destra e continuò la sua marcia.
I maghi e Maximilian si accorsero presto che il demone si stava avvicinando a loro; egli aveva capito dove si nascondevano.
Maximilian osservò quella sagoma dirigersi verso il loro covo e a ogni  passo il terreno tremava sotto il peso del demone.
Una voce si udì nitida a quel punto: “Maximilian; non hai altra scelta, devi affrontarlo”.
Il ragazzo assunse un’aria preoccupata, ma non vi fu il tempo di rispondere: il demone scagliò la sua spada proprio dove erano celati lui e i maghi.
Due grossi massi, dove si notava uno spiraglio, furono colpiti e si levò al cielo ancora una volta una nube di polvere fitta che la pioggia dissipò immediatamente; di quei due massi non rimase altro che pulviscolo.
Non lontano dal posto colpito, però, si delinearono le sagome dei tre maestri dell’Asilum e di Maximilian.
I quattro guardavano la grossa spada dalla lama nera conficcata nel terreno; loro, prima nascosti tra le due rocce, si erano spostati appena in tempo e si ritrovarono di fronte al demone senza alcun riparo.
Gli occhi rossi dell’essere fissarono i quattro umani, poi egli girò il palmo della mano, in modo che fosse ben visibile; portò in avanti il suo braccio destro, dirigendo il palmo verso la sua arma e la spada, che precedentemente aveva lanciato contro di loro, iniziò a muoversi fino a liberarsi dal terreno e ritornare magicamente in mano sua.
Wotan, Astral e Asdar lanciarono alcuni incanti per cercare di proteggersi, ma il demone li soppresse con poco sforzo e alzò nuovamente la sua spada nel tentativo di colpire i malcapitati.
Il tempo si fermò per i quattro umani, pareva scorrere lento; una voce si sentì nuovamente: “Maximilan; cerca di combatterlo. È potente, non riuscirai a fuggire. L’unico modo di uscirne vivi è la sua soppressione. Io, Bithor, drago celestiale, cercherò di aiutarti in ogni modo possibile”.
Il tempo riprese a scorrere normalmente e la spada era sempre più vicina.
Un bagliore accecante però avvolse i quattro, facendoli scomparire e la spada si abbatté sul posto mancandoli.
Lo stesso bagliore comparve non lontano da quel luogo, vicino al corpo esanime di Melkore.
Il demone, leggermente piegato in avanti, girò la sua testa e li vide là, a poca distanza da lui; scattò in avanti e provò a colpirli con un fendente, ma ancora una volta i maghi bianchi riuscirono a scansare l’attacco.
Il gruppo si divise: Wotan e Asdar si spostarono d’istinto sulla loro destra e Astral con Maximilian si spostarono sulla sinistra.
Adrammalech scagliò un altro incanto contro di loro e un muro di fuoco si eresse tra i due gruppi: egli era riuscito a separare i maghi bianchi.
Wotan e Asdar furono imprigionati tra pareti di fuoco violaceo che non permettevano alcun movimento.
Il primo si rivolse ad Asdar chiedendogli: «Cosa diavolo è questo fuoco?».
Asdar rispose: «Non ne ho idea; sembra fuoco greco».
Esso risultò inestinguibile e, seppur colpito da incanti d’acqua riprodotti dai due, non accennava a spegnersi; anzi: aumentava d’intensità.
Asdar guardò Wotan e disse: «È una bruttissima situazione; o fuggiamo, o per noi è la fine».
Il compagno di avventura annuì e pronunciò: «Vicissitudo niveus; elementum terra: immigro!». Con una mano toccò il suolo, con l’altra il suo collega.
Entrambi divennero tutt’uno con la terra e scomparvero immergendosi in essa; e fecero appena in tempo: la prigione di fuoco si piegò su sé stessa accartocciandosi.
I due draghi si rialzarono e, vedendo la scena, si precipitarono verso Maximilian e Astral.
Anche loro furono intrappolati da quel fuoco particolare: una gabbia di forma cubica li attorniò ed essi furono immobilizzati; e quell’essere parlò: «Di voi mi occuperò dopo; permettetemi di sistemare il dragonkin».
Egli si girò di scatto e il suo sguardo fu rivolto nuovamente verso Maximilian e Astral.
Maximilian vide le intenzioni del demone chiaramente: ancora una volta, con marcia lenta e inesorabile, si avvicinava a lui.
La voce di Bithor si udì ancora: “Usa la magia per attaccarlo. Ricorda che possiedi un’arma potente e che, se lo colpisci, l’attacco sortirà il suo effetto.”
Maximilian esclamò: «Il gladio!».
Astral lo guardò per un istante, cercando di capire cos’avesse detto ma poi, vista la situazione, si preparò per affrontare Adrammalech.
Il mago dalla barba bianca si armò nuovamente con la sua spada elementale e si appostò davanti al ragazzo che doveva proteggere.
Maximilian però si rivolse a lui dicendo: «Maestro; è il mio turno adesso. Si sposti».
Astral si defilò sulla destra del ragazzo, poiché capì le sue intenzioni e si preparò a vedere nuovamente lo spettacolo cui aveva assistito poco prima, quando Maximilian aveva fronteggiato Melkore.
Maximilian esclamò nuovamente: «Gladio!». E quel turbinio impetuoso fece ancora una volta la sua comparsa.
Tutti gli elementi furono attirati verso di lui, persino il fuoco violaceo, ma nessun danno fu arrecato al ragazzo.
Adrammalech, questa volta, fece fatica a tenersi in piedi; quel turbinio era di inaudita potenza, tant’è che l’essere cadde in ginocchio e con la mano libera dalla spada si ancorò al terreno.
Dopo pochi istanti quel vento cessò e nella mano destra di Maximilian apparve la sua spada.
Egli brandiva il gladio elementale e la sua potenza era testimoniata dal colore minaccioso e dal continuo ribollire dell’elemento di cui era costituita.
Adrammalech si rialzò repentinamente e, di scatto, si avvicinò al ragazzo; con sua sorpresa, però, vide che Maximilian si era avvicinato muovendosi velocemente.
Pareva che la sua spada si muovesse con volontà propria e che Maximilian venisse letteralmente trascinato.
La voce del drago celestiale si udì di nuovo: “Sono io che muovo la spada; non aver paura, assicurati di aggrapparti a essa e non perderla mai. Se ciò avvenisse, svanirà l’incanto e io non potrò più aiutarti”.
Astral vide quei movimenti repentini e non riuscì a spiegarsi quanto stava avvenendo; tuttavia, non era il momento di pensare ma quello di agire.
Si scagliò anche lui contro il demone, cercando di colpirlo, ma risultò difficile avvicinarsi in quanto, per mezzo di malefici che il demone in continuazione pronunziava in lingua incomprensibile, delle difese che l’occhio umano non percepivano respingevano qualsiasi cosa cercasse di avvicinarsi.
Una barriera invisibile attorniava Adrammalech ed egli non smetteva nemmeno per un istante di formulare quelle strane parole.
Astral fu scaraventato lontano e andò a sbattere proprio sul corpo esanime di Melkore, il drago nero che avevano combattuto fino poc’anzi.
L’urto fu violento ed egli perse la sua spada elementale, che lontano dal mago svanì in un istante; poi, Astral, ruzzolò al lato della carcassa del drago, ponendosi al riparo dietro di essa.
Lui fece appena in tempo: un getto infuocato colpì la zona, rendendo irriconoscibile la sagoma del drago abbattuto.
Il demone si rialzò e affermò: «Non resistete; tutto risulterà inutile. C’è solo una cosa possibile: il sonno eterno. Dopo la vostra morte, per voi ci sarà solo pace. È inutile combattere».
Intorno a loro c’era la devastazione più completa: gli alberi erano in fiamme, c’erano crateri ovunque, i frastuoni delle magie che colpivano i loro bersagli echeggiavano dappertutto, i suoni metallici delle spade che urtavano l’una contro l’altra si riconoscevano chiaramente e le grida degli esseri feriti non cessavano mai.
L’intero campo di battaglia era disseminato di corpi senza vita, appartenenti a entrambi gli schieramenti.
Mentre Astral giaceva senza forze in ginocchio, Maximilian era rimasto l’unico a poter fronteggiare la grossa bestia.
Egli questa volta non aveva rivali che si potessero frapporre tra lui e la sua preda.
Il demone avanzò cautamente verso il ragazzo, brandiva la sua enorme spada dalla lama completamente nera da cui scendeva in continuazione il liquido dello stesso colore; pareva oleoso e maleodorante.
Maximilian, dal canto suo, reggeva nella mano sinistra la spada elementale fatta di Idrogeno liquido che magicamente riusciva a rendere stabile.
Il ragazzo guardò verso la gabbia in cui erano rinchiusi i due draghi, poi si girò verso il mago bianco che per lui, nell’ultimo anno, era stato come un padre e infine si avvide che dei due maestri imprigionati tra le pareti di fuoco non vi era rimasta altro che cenere.
Egli allora strinse ancor più forte la sua arma e, conscio che essa solo era in grado di risolvere quella situazione, si gettò con coraggio verso il demone.
I suoi movimenti furono come al solito molto agili, pareva un piccolo drago e a guardarlo bene, se si faceva attenzione al suo occhio sinistro, si notava che esso si scrutava intorno con velocità inverosimile: la sua pupilla allungata e nera non era mai nello stesso punto.
Adrammalech non riusciva a colpire Maximilian poiché lui risultava imprendibile e allo stesso tempo pericoloso.
Benché piccolo come un moscerino in confronto all’enorme massa del demone, il ragazzo cercava di colpirlo e in cuor suo sapeva che sarebbe bastato un piccolo graffio per porre fine a quello scempio.
Anche per Maximilian però non era facile colpire il demone.
Le strane parole pronunciate da Adrammalech non fecero effetto su di lui e la barriera che lo attorniava non gli arrecò alcun danno.
Astral guardava sbigottito quella scena; il suo alunno, a soli undici anni, riusciva a tenere testa a un demone ritenuto uno dei più crudeli e potenti.
Il ragazzo era talmente veloce che gli occhi del mago faticavano a seguire la sua sagoma.
D’un tratto, vicino a lui, apparve come una distorsione dell’ambiente e, pian piano, si delinearono cinque piccole figure.
Quando queste si furono completamente schiarite, il maestro vi riconobbe i suoi alunni e gli venne spontaneo esclamare: «Voi!».
Chaman, Isak, Hamza, Gerard e Corine erano apparsi proprio vicino ad Astral.
Il mago dalla lunga barba bianca allora, con tono severo, disse: «Cosa ci fate qui. È pericoloso e non è posto per dei ragazzi come voi».
I ragazzi lo videro stremato e gli corsero vicino per aiutarlo; arrivati di fronte all’anziano mago Gerard chiese: «Come va maestro? Tutto bene?».
Astral prima si arrabbiò e disse: «Non sapete cos’avete combinato; non dovevate venire qui. Ma come vi è saltato in mente?». Poi si avvide che il demone aveva notato l’arrivo dei ragazzi e con astuzia cercò di portare al riparo almeno loro, visto che Maximilian se la stava cavando egregiamente.
In quell’istante gli disse: «Visto che ci siete arrivati da soli, sarà necessario che ne usciate con le vostre stesse forze. Chaman; riportali all’Asilum!».
Il ragazzo però lo fissò e gli rispose: «Non posso. Siamo venuti per un importante motivo».
Il maestro ribatté: «Non esistono motivi per andare a morire. Vi ripeto che non è posto per voi». Ma a quanto parve le sue parole non sortirono alcun effetto: i ragazzi  si adoperarono per sorreggere il loro maestro non dando peso a ciò che egli aveva appena detto.
Hamza prese il braccio destro del mago e lo mise sul suo collo; Isak fece la stessa cosa con il braccio sinistro, sorreggendolo così in postura eretta.
Corine chiese cosa fosse successo agli altri maghi ma gli occhi rivolti verso il basso di Astral non richiesero altre spiegazioni.
Anche il gruppo dei ragazzi fu attirato dalla lotta tra il demone e Maximilian; non avevano mai assistito a una scena simile: un grosso essere messo in difficoltà da un moscerino.
I cinque, però, non ebbero il tempo di contemplare altro poiché furono anch’essi attorniati dagli scagnozzi di Adrammalech; erano circondati da almeno una decina di quegli esseri i quali stavano per attaccarli e, in effetti, dopo pochi istanti si gettarono contro di loro.
Sia i ragazzi sia Astral, non ebbero neppure il tempo di tentare una reazione ma un aiuto insperato giunse in loro soccorso: un vortice di fuoco colpì tutti gli esseri ostili in procinto di affondare le loro spade nei corpi dei ragazzi inermi e li scaraventò lontano bruciandoli interamente.
Accanto a loro, in quell’istante, apparvero Wotan e Asdar; sul volto di Astral si vide un leggero sorriso e disse: «Mai stato così felice di vedervi».
I due chiusero le loro palpebre annuendo leggermente, poi guardarono verso il luogo dove si stava svolgendo lo scontro tra Maximilian e il demone e uno di loro asserì: «Aiutiamo Maximilian». Era stato Asdar a proporlo.
Wotan non obiettò nella maniera più assoluta e insieme scagliarono incanti nella direzione di Adrammalech.
Il demone fu investito dai loro incanti e indietreggiò leggermente per causa della loro potenza.
Maximilian cercò di approfittare di quella situazione e con la sua spada tentò di colpirlo, ma il demone pareva leggere nella mente del ragazzo e, nonostante sbilanciato dalle magie che si erano abbattute su di lui, riuscì a eludere tutti i suoi attacchi.
Maximilian si accorse dell’arrivo dei suoi compagni e, approfittando del fatto che il demone si stesse riparando dagli attacchi del maestro Wotan e Asdar, si avvicinò repentinamente a loro.
Gerard vide qualcosa di cambiato nel fratello: il suo occhio era totalmente differente dal normale; l’irride era giallo e la pupilla era allungata e più nera del solito, faceva quasi paura a guardarlo.
Maximilian mise giù la spada che teneva saldamente nelle mani, la sua lama era rivolta verso il terreno
Quel movimento destò scalpore tra i suoi amici, tutti guardavano la spada e Gerard gli domandò: «Cos’è quella cosa che stringi nella mano destra?».
Maximilian diede prima uno sguardo al demone, poi, accortosi che si stava avvicinando per sferrare uno dei suoi attacchi, rispose: «Adesso non è il caso di spiegarvelo. Abbiamo ben altri problemi». Facendo cenno con il capo verso l’essere minaccioso che si stava avvicinando a loro.
In effetti anche i ragazzi alzarono lo sguardo verso di lui e compresero che gli incanti parevano punzecchiarlo solamente.
Maximilian disse loro: «Allontanatevi più che potete. Questo essere non è facile da combattere».
Hamza però fece un’obiezione: «Non ti lasceremo da solo; noi siamo un gruppo». Poi si affrettò a fargli notare: «Sei un ragazzo come noi anche tu; non puoi combattere contro di lui. Fuggiamo, Chaman ci porterà via di qui».
L’espressione di Maximilian fece capire le sue intenzioni però.
I ragazzi non ebbero più tempo di dire nulla: il demone era proprio lì vicino; fu in quell’istante che i maestri decisero di allontanarsi repentinamente, presero con loro i ragazzi e si dileguarono magicamente.
Maximilian rimase in quel posto e, guardando la grossa sagoma ormai di fronte a lui, esclamò: «Ianotoris dies elementum: bellum indico alicui!».
I guardiani fatti di elemento fecero nuovamente la loro comparsa; e i quattro centurioni si avventarono su Adrammalech, cercando di colpirlo.
Quell’essere però aveva delle capacità che andavano oltre l’umana comprensione e, nonostante i quattro esseri evocati da Maximilian fossero molto potenti, non riuscivano a colpirlo.
I quattro centurioni si avvicinarono l’uno all’altro e si toccarono schiena contro schiena, fino a fondersi in un’unica entità divenendo un centurione della stessa altezza di Adrammalech.
Non si capiva di cosa fosse fatto quell’enorme centurione poiché era di colore marrone scuro e nella mano sinistra reggeva il clipeus rettangolare il quale proteggeva gran parte del suo corpo.
La grande sagoma, nella mano destra, stringeva il gladio fatto di un elemento sconosciuto.
Maximilian era dietro di lui, protetto da un essere che questa volta aveva la stessa mole del demone.
I due colossi si scrutarono per un attimo, poi l’enorme centurione scagliò la sua spada, alzando il suo poderoso braccio verso Adrammalech.
Il demone parò quel colpo con la sua spada altrettanto poderosa e ne scaturì un rumore assordante, come se due possenti onde si fossero scontrate.
Il rumore echeggiò per tutto il campo di battaglia, ognuno premeva la spada con tutta la sua potenza e ci fu un attimo di stallo in cui Maximilian riprese fiato.
Fu in quell’istante che Bithor disse: “Maximilian; questo scontro si risolverà solo con la morte del demone. Non ti lascerà scappare, ne puoi stare certo. Approfittane e cerca di colpirlo mentre viene distratto dal centurione”.
Il ragazzo chiuse per un attimo le sue palpebre, riaprendole immediatamente; poi, si avventò trascinato dalla spada che egli brandiva verso Adrammalech e per la prima volta dall’inizio dello scontro il demone fu in difficoltà.
I due draghi osservavano increduli dalla loro prigione di fuoco violaceo e si accorsero che la stessa stava incominciando a diventare meno consistente; segno che il demone stava perdendo potenza.
Aschcore affermò: «Dobbiamo uscire da qui. Questo è il momento di assestare un altro colpo ai demoni».
Anche Brot fece intendere di essere della stessa opinione e, dopo aver annuito, incrociarono il loro sguardo.
Subito dopo si udì un terremoto e i due draghi svanirono, divenendo tutt’uno con il terreno e lasciando quella gabbia di fuoco vuota.
Anche i tre maestri dell’Asilum, in compagnia dei ragazzi appena arrivati, assistettero a quella scena.
La loro bocca si spalancò, pareva uno scontro epico e la consapevolezza che un ragazzo di undici anni avesse tutta quella forza li turbò profondamente.
Il demone, tuttavia, aveva in serbo ancora altre sorprese: iniziò nuovamente a parlare una lingua sconosciuta; la sibilava appena e, ai presenti sul campo di battaglia, pareva alquanto fastidiosa.
L’aria accanto al suo corpo iniziò a distorcersi in due punti ben definiti, poi comparvero improvvisamente i due villici che in precedenza avevano riparato il vecchio passaggio; dopo qualche istante, quelle due entità appena apparse si tolsero di dosso il saio nero che li copriva completamente.
Due esseri orrendi fecero la loro apparizione, spalancarono le loro ali che parevano quelle di un pipistrello enorme e si alzarono in volo.
Maximilian vide che quegli esseri avevano una forma ripugnante: erano magri, scheletrici; i loro muscoli erano praticamente inesistenti.
La loro forma era umana e avevano due braccia e due gambe; la loro testa pareva un teschio e i loro denti aguzzi sporgevano come quelli di uno squalo.
Erano esseri muniti di una pelle doppia come quella di un ippopotamo.
I due esseri attaccarono alle spalle il centurione che stava osteggiando il demone con successo.
Si avventarono su di lui come due aquile rapaci e lo abbrancarono con le loro braccia scarne; esse si attorcigliarono intorno al suo corpo come se fossero di gomma, bloccandolo del tutto.
La sua spada di elemento cadde al suolo e il demone, privo di ogni impedimento, alzò la sua arma per poi conficcarla nel corpo del centurione.
Esso scomparve all’istante e lasciò Maximilian da solo sul campo di battaglia.
Il ragazzo si fermò un attimo, scrutò i tre esseri di fronte a sé e poi pensò: “Adesso come faccio?”.
Le due entità in volo puntarono il ragazzo e si avventarono su di lui; ma quando gli furono vicini, i due draghi prima prigionieri si scagliarono sugli assalitori.
Aschcore si avvinghiò sul primo rendendolo incapace di muoversi e poi precipitarono entrambi al suolo; lì, il drago, lo azzannò alla testa separandola di netto dal corpo.
L’essere non oppose più resistenza e la sua carcassa fu lanciata lontano.
Il cadavere del villico ruzzolò e si andò a schiantare su una roccia non lontano dal posto in cui era stato abbattuto e il fuoco attecchì su di lui iniziando a bruciarlo.
Brot si gettò con la sua possente mole sull’altro, schiacciandolo al suolo; anch’egli azzannò la testa del villico e la strappò di netto, lanciandola poi vicino Adrammalech.
Il secondo essere volante fu ucciso e il suo corpo inerme giaceva al suolo privo di vita.
I due draghi si eressero in difesa di Maximilian che dietro di loro brandiva ancora la sua spada elementale.
Lì, davanti al demone, i due draghi si erigevano in posizione minacciosa; tuttavia, Adrammalech continuò la sua avanzata.
Il terreno tremava per via del suo peso ad ogni passo che faceva …
Aschcore e Brot si avventarono su di lui ma non riuscirono nemmeno a raggiungerlo: furono bloccati al suolo da una forte pressione proveniente dall’alto.
I due draghi si accorsero che il demone emetteva ancora una volta quel sibilo; parole incomprensibili in lingua demoniaca: probabilmente erano stati oggetto del suo maleficio.
Il demone era a pochi centimetri da loro, alzò la sua spada al cielo e si apprestò a dare il colpo di grazia ai due draghi.
Egli però si accorse che Maximilian cercò di colpirlo con la sua spada; si levò di scatto da quella posizione indietreggiando e il ragazzo prese posto dinanzi ai suoi maestri: con il suo intervento li aveva salvati da morte certa.
Il drago di ferro lo fissò, in seguito pronunciò parole rivolte al ragazzo: «Maximilian; hai fatto già abbastanza. Adesso scappa, oppure il nostro combattimento non sarà servito a nulla. È troppo potente per te!».
Quelle parole arrivarono nitide alle sue orecchie; egli tuttavia, senza girarsi, rispose: «Lo so; ho solo undici anni, gli altri ragazzi alla mia età sono impegnati nel gioco. Ma non posso proprio fuggire di fronte ai miei amici che sono in pericolo; gli stessi che mi hanno salvato quando ancora non conoscevo questo mondo. Se il mio destino è quello di morire proteggendoli, ebbene, allora vorrà dire che lo farò volentieri».
Appena finito il suo discorso si avventò contro il demone, i suoi movimenti erano veloci e la spada elementale che brandiva pareva guidarlo sapientemente.
Aschcore in quell’istante gridò: «RAGAZZO! VA VIA, NON È IL MOMENTO DI FARE L’EROE». Ma il drago dai lunghi baffi, bloccato anch’esso al suolo, vide solo quella piccola sagoma spostarsi velocemente verso Adrammalech.
Questa volta, però, Maximilian si bloccò di colpo, pareva immobilizzato da qualcosa d’invisibile.
Il demone dinanzi a lui continuava imperterrito nel suo sibilare quelle frasi incomprensibili.
Quel sussurrare arrivava alle orecchie di tutti incessantemente, poi due correnti d’aria fecero la loro comparsa e tenevano sospeso a mezz’aria proprio Maximilian.
La sua mano destra si allontanò dal resto del corpo ma i movimenti parevano forzati da un’energia invisibile e misteriosa; in seguito la spada che lui brandiva fu scaraventata lontana dal ragazzo e nel momento che atterrò al suolo si dissipò come d’incanto.
La spada elementale di Maximilian scomparve e il ragazzo perse la sua unica arma e con essa l’aiuto del drago celestiale rifugiatosi nel suo corpo.
I cinque suoi amici e i tre maestri stavano osservando la scena non lontani di lì ed ebbero un cattivo presagio; videro il demone di fronte a Maximilian che si accingeva a colpirlo con tutta la sua potenza.
Maximilian era caduto a terra ed era inerme e la figura demoniaca era dinanzi a lui; negli occhi di Maximilian l’intera sua vita sfrecciò in un istante.
Il demone sferrò il suo ultimo attacco, scagliando la spada verso il ragazzo.
L’impatto alzò un polverone all’interno del quale nessuno fu capace di scorgere la sua figura.
«NO!». Gridò Astral e assieme a lui i suoi due colleghi insegnanti.
Suo fratello corse verso il posto che era stato colpito con le lacrime agli occhi e lo stesso fecero Hamza, Isak, Chaman e Corine; scesero la collinetta dove si erano appostati per sfuggire all’attacco di Adrammalech convinti che Maximilian fosse stato ucciso da quell’essere immondo.
E non era ancora finita: dal cielo una saetta colpì il posto in cui Maximilian era bloccato dal demone e lo fece proprio un attimo prima che quella spada centrasse il luogo; non si era mai vista una cosa del genere: un lampo così maestoso di colore arancione colpì il suolo e il frastuono riprodotto risultò insopportabile.
Si udì poi una voce che echeggiò per tutto il campo di battaglia: “Come da accordi, io cedo il mio dono a chi credo ne sia meritevole. Proteggilo e custodiscilo come hai sempre fatto fin dai tempi remoti con i nostri avi”. La voce si affievolì gradualmente.
Qualcosa di grosso era apparso tra il demone e Maximilian; e tutti pensarono all’ennesimo maleficio riprodotto da quel mostro.
Il polverone si dileguò pian piano e una chioma bionda iniziò a fare la sua apparizione.
In seguito, dopo che quel polverone fu dissipato del tutto, si materializzò un gigante mai apparso in precedenza.
I maestri sul colle riconobbero la voce appena scomparsa ed era proprio quella di Ivan, il gran maestro dei maghi rossi ucciso dal demone in Brasile.
I maghi non si spiegarono le motivazioni di ciò che stava accadendo, poi sgranarono i loro occhi nel vedere quel gigante sul campo di battaglia: egli era della stessa stazza del demone e aveva bloccato la spada scagliata verso Maximilian con la sola mano sinistra.
L’essere appena apparso non aveva nessuna ferita; eppure quella mano stringeva ben salda la spada impugnata dal mostro.
Quest’ultimo tentò di liberarla tirandola a sé, ma la forza di quel gigante andava oltre ogni immaginazione: essa non si spostò nemmeno di un millimetro.
Quando la visuale fu totalmente sgombra dalla polvere, Maximilian si ritrovò dinanzi le spalle di un possente essere e attaccate a esse c’erano delle ali piumate di un colore bianco candido.
Quel gigante gli aveva salvato la vita bloccando l’attacco che Adrammalech aveva scagliato contro di lui.
Il demone fu contrastato da una figura poderosa bardata con una lorica segmentata e di colore argenteo che proteggeva il suo busto.
Egli aveva dei gambali color argento e sotto l’armatura una tunica bianca.
I suoi occhi erano di color azzurro cielo, i suoi capelli erano di color biondo paglierino.
Le sue labbra erano carnose e il suo viso era allungato.
L’essere appena apparso fissò il demone, poi il suo sguardo scrutò tutto il campo di battaglia e infine si posò nuovamente su Adrammalech.
Il demone cessò immediatamente di sibilare le parole incomprensibili, ne derivò che i due draghi imprigionati precedentemente furono nuovamente in grado di muoversi.
I draghi si rialzarono in piedi e meravigliati anch’essi da quella visione la fissarono increduli.
Il demone affermò: «Tu!». In seguito chiese: «Com’è possibile?». Ma non ebbe il tempo di fare nient’altro poiché quell’essere piumato si mosse leggermente.
Maximilian vide le sue ali aprirsi poderosamente oscurando il cielo, aumentandone il volume; la sua bocca si spalancò e il viso si trasformò da dolce in un viso con dei lineamenti tesi, incattiviti; e tutti gli esseri oscuri caddero al suolo con le mani poste sulle orecchie, inermi e senza forze.
Maximilian, che nel frattempo era stato raggiunto dai suoi cinque amici, udì una musica dolce e melodiosa che quasi faceva addormentare da quanto fosse armoniosa. Guardando il demone però, si accorse che quest’ultimo si era accasciato al suolo con le mani sui fori che dovevano essere le sue orecchie e pareva sofferente, al punto da non potersi muovere.
Lì, dietro al gigante piumato, attorniato da Isak, Gerard, Chaman e Corine assisteva al susseguirsi degli eventi.
Adrammalech giaceva al suolo inerme e il gigante accorso in aiuto di Maximilian, continuando a riprodurre quell’armoniosa melodia, posò la mano destra sul suo fianco sinistro e sfoderò una spada sfavillante.
La sua lucentezza non aveva pari; mai in vita loro i ragazzi avevano visto un’arma luccicare in quel modo.
L’essere la alzò al cielo e con un fendente ben assestato colpì il suo bersaglio; ne seguì un tonfo impressionante e si alzò nuovamente un polverone.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo tra un po’ di giorni (tempo necessario affinché io corregga “riscriva” il 20° e ultimo capitolo del romanzo).