Ebbene, ecco giunto il momento nel quale due
minuscole lucciole decidono di seguire altrettanti enormi esseri per cercar di
salvare i loro simili.
La lucciola meno dotata della colonia, colei
che non è in grado di accendere nemmeno la sua luce, parte con un suo amico
alla ricerca del Re catturato da alcuni giganti.
Come andrà a finire?
Buona lettura del sesto capitolo:
CAPITOLO 6
«Stai scherzando?». Mi chiese Barlume.
«No, per niente». Ribattei io.
In un primo momento guardai verso il posto
che occupavamo in precedenza, poi mi rivolsi nuovamente a lui: «La colonia è
devastata. Dobbiamo cercare il Re, perché solo lui potrà condurci verso posti
più tranquilli».
«Ma non abbiamo speranza contro quei
giganti». Affermò lui.
«Lo so. Dobbiamo comunque tentare, poiché non
c’è speranza senza il Re». Dissi infine.
Sicuri che i giganti si fossero allontanati,
uscimmo dal nostro rifugio e prestammo soccorso a tutti i feriti.
Solo in quel momento mi accorsi che Watt era
uscito dal suo nascondiglio e si stava vantando d’aver combattuto contro le
quattro possenti braccia dei Giganti Rosa.
A quanto parve riscosse anche molto successo
fra le lucciole, poiché fu attorniato dai curiosi che cercavano di capire cosa
fosse successo.
Io però sapevo che egli non stava raccontando
la verità; avevo visto bene dov’era nel momento dell’attacco: tremava come una
foglia e si proteggeva la testa con le sue quattro braccia.
Ma ciò non era importante, adesso dovevamo
cercare il modo di riportare indietro Re Neon.
In quel momento feci cenno verso Barlume e
gli chiesi: «Mi accompagni?».
«Luminos è una follia. Ragiona …». Ribatté
lui.
Io sospirai e poi m’incamminai verso
l’esterno della colonia.
«Aspetta!». Udii; e Barlume mi raggiunse.
Quando fu abbastanza vicino disse: «Ci farai uccidere, ma come faccio a non
accompagnarti: siamo cresciuti assieme».
Sul suo volto apparve un sorriso, quel
sorriso che avevo sempre visto nel momento del bisogno; l’unica dimostrazione
di gentilezza cui ero abituato.
«Sono contento che il mio miglior amico sia
con me in questo viaggio». Feci presente.
«Proprio perché sono il tuo miglior amico
sono obbligato a seguirti. Non immagino cosa combineresti senza di me. Tu e la
paura siete distanti miglia, quindi chissà in quali guai ti cacceresti se non
ti frenassi». Disse lui, poi abbozzò una risata.
Barlume ed io passammo proprio vicino al
posto dove Watt stava vantandosi; con lui c’erano tutti i suoi compagni.
Io non lo salutai nemmeno poiché ero immerso
nei miei pensieri, ma fu lui a richiamare la mia attenzione.
Questa volta però, lo fece con un disprezzo
che mai prima d’ora aveva mostrato: «Ehi; perdente. Dove stai scappando?». Mi
domandò.
Mi girai verso di lui, quasi volevo gridare a
tutti quello che aveva fatto durante l’attacco dei Giganti Rosa … Fui però
anticipato da Barlume.
Il mio compagno gli rispose: «Continua …
Continua pure a comportarti da larva; prima o poi le lucciole ti vedranno per
quello che sei: un fifone e arrogante».
Barlume lo disse continuando a camminare e
probabilmente Watt e i suoi amici nemmeno la sentirono quella risposta.
Io vidi solo che, imperterriti, continuavano
a ridacchiare e raccontavano ciò che avevano fatto.
Sentii addirittura che si vantavano d’aver
ferito una delle quattro braccia; secondo ciò che stavano dicendo era per quel
motivo che si erano ritirati i giganti.
Io dondolai la testa in segno di dissenso, ma
avevo cose ben più importanti da fare in quel momento.
Barlume e io proseguimmo dunque verso
l’esterno della siepe e, una volta fuori, cercammo di seguire le tracce
lasciate dai Giganti Rosa, ma non vedemmo nulla: era tutto scuro in quel luogo.
D’un tratto la luce che Barlume emanò ci fece
vedere dell’enormi tracce scavate nel terreno.
Le tracce erano ovali e profonde almeno due
centimetri; eravamo sicuri che quei segni sul terreno in precedenza non
c’erano.
«Queste sono state lasciate sicuramente da
quegli esseri». Affermò Barlume.
Io mi avvicinai ed altro non potei fare che
dargli ragione.
«Cosa potranno mai essere quest’enormi
tracce». Pensai ad alta voce.
«Cosa vuoi che siano: le orme delle loro
zampe». Ribatté il mio compagno.
Entrambi sospirammo, ci guardammo e dicemmo
contemporaneamente: «Andiamo».
In quell’istante ci avviammo lungo la strada,
seguendo le tracce lasciate dai due giganti.
Non risultò facile però stare dietro a quelle
tracce; di per sé erano un ostacolo faticoso da passare …
Cercammo di evitare quelle orme, ma non fu
facile in quanto erano talmente estese che aggirarle ci avrebbe portato via il
triplo del tempo.
Barlume e io capimmo che era più conveniente
scendere al loro interno, attraversale, per poi risalire e continuare così fin
quando non avessimo raggiunto il posto in cui si trovavano quei giganteschi
esseri.
Dopo un paio di ore la stanchezza cominciò
farsi sentire; per quanto potessimo impegnarci, comunque risultava un’impresa
troppo difficile per noi.
«Ci fermiamo?». Chiese Barlume.
«Non possiamo. Dobbiamo continuare». Risposi
io.
«Ma almeno riesci ad immaginare dove siano
andati quei colossi?». Chiese.
«No. Ma penso di sapere dove sia il loro
rifugio». Dissi.
«Eh?». Domandò ancora Barlume, non capendo
ciò che avevo voluto dire.
«Guarda lì davanti». Ribattei.
Io già guardavo dinnanzi a noi, lui rivolse
il suo sguardo dove gli avevo indicato e anch’egli notò un’enorme pietra di cui
non si riusciva a vedere la fine.
Quella pietra riuscimmo a vederla grazie alla
luce lunare che quella sera illuminava più delle altri notti.
«Che cos’è?». Disse a bocca aperta Barlume.
«Non lo so». Risposi io ancor più stupito.
«Qualunque cosa sia, dobbiamo raggiungerla.
Ma oserei dire che pare il loro rifugio». Affermai subito dopo.
«Hai ragione. È talmente grande che non
immagino a cos’altro serva, se non a contenere dei Giganti Rosa». Asserì
Barlume.
Dopo qualche attimo d’incertezza, ci
incamminammo verso quell’enorme masso e man mano che ci avvicinavamo notavamo
che non era una pietra come tutte le altre, ma pareva avere una forma diversa.
Entrambi notavamo delle sporgenze strane;
esso non era tondo, ma rettangolare: precisamente un cubo …
Io e barlume ci avvicinammo sempre più, fino
ad arrivare in un prato con dell’erba alta almeno cinque centimetri; per noi,
quell’erba, rappresentava un ostacolo faticoso e, temendo che in quella foresta
ci potessero essere pericoli d’ogni genere, decidemmo di riposare.
Era ormai passato molto tempo dalla nostra
partenza ed avevamo camminato ininterrottamente; c’era bisogno di dormire.
Approfittammo di una pietra non distante dal
prato, fra essa e il terreno c’era una sorta di fenditura: c’entrammo e,
constatato che non c’era pericolo al suo interno, ci mettemmo comodi; appena in
tempo: il sole albeggiò.
Il testo che avete appena letto è così
costituito: parole 1018; caratteri spazi esclusi 5325; caratteri spazi inclusi
6289; paragrafi 57; righe 105.
Vi saluto tutti.
Ciao.
