Ci siamo … Ho svolto un bel po’ di lavoro dal
giorno in cui ho deciso di rilasciare gratuitamente il testo del libro in
oggetto.
Questa è la metà del manoscritto
e … Se avete letto fin qui, vuol dire che il libro è interessante.
Ciò mi riempie di gioia perché significa che
non ho lavorato invano.
L’ottavo capitolo di "disperso nel tempo 1942" è
dunque sistemato e corretto nel miglior modo possibile, non mi rimane altro che
augurarvi una buona lettura:
CAPITOLO 8
DIETRO LE LINEE NEMICHE
Riaprii gli occhi e un flebile fascio di luce
rischiarò l’interno del carro armato in cui mi ero riparato.
La luce entrava da una piccola fessura del
portellone; era giunta l’alba e dunque dovevo riprendere la mia marcia.
Cercai di uscire dal carro cautamente poiché
fuori potevano esserci dei nemici, sollevai il coperchio leggermente e scrutai
all’esterno: stava nevicando intensamente e un vento gelido spazzava quelle
zone.
Ritirai il capo all’interno del carro e
pensai sul da farsi; dopo pochi minuti decisi che non era il caso di
avventurarsi all’esterno, almeno fin quando perdurava quel tempo.
Mi raggomitolai su me stesso e mi persi nei
miei pensieri, intanto fuori il vento collideva contro il carro e il tepore al
suo interno mi faceva sentire al riparo da ogni pericolo.
Presi la candela e la posai sopra un appoggio
dopo averla accesa: essa rischiarò quanto bastò quel riparo che era stato una
tremenda arma dell’esercito invasore.
Poi il mio occhio si posò su una sorta di
diario che era scampato alla distruzione del mezzo; esso era sul pavimento
mimetizzato tra la spazzatura ammassata alla rinfusa.
Lo presi e lo aprii, portandolo più vicino
possibile al lume che avevo appena acceso.
Con mia sorpresa notai che il suo interno era
perfettamente leggibile; tuttavia era redatto in tedesco e, dunque, non fu
possibile sapere cosa ci fosse scritto.
Sfogliai il diario fino a quando non arrivai
all’ultima pagina e lì mi accorsi della data riportata in calce al testo.
Essa dichiarava: 19/12/1942.
Non riuscivo a crederci … Possibile che erano
passati più di quattro mesi dal nostro combattimento?
Io avevo dormito così tanto tempo riuscendo a
sopravvivere?
Non era possibile che un uomo dormisse così
tanto: pensai al coma, stato in cui potevo essere piombato dopo l’esplosione,
ma poi mi convinsi che anche quello stato non dava garanzie di sopravvivenza se
non assistiti; e allora furono tante le domande che mi posi.
Quella situazione era davvero
incomprensibile: ero stato scaraventato nel passato e con sbalzi di tempo
inconcepibili.
Le ultime parole scritte su quel diario erano
state stese il diciannove Dicembre del millenovecentoquarantadue e ciò voleva
dire che in quel periodo le nostre truppe erano in ripiegamento, incalzate
dall’armata rossa che stava cercando di chiuderle in una sacca per poi
annientarle.
Questo significava che io ero nelle retrovie
e sapevo bene che nella posizione in cui mi trovavo, di certo, avrei incontrato
i partigiani russi o addirittura i soldati russi; si fece largo nella mia mente
il pensiero che sarei stato fatto presto prigioniero.
Dovevo assolutamente capire dov’ero e cercare
di passare oltre le linee per poi avviarmi verso l’Italia.
Sapevo che dopo la battaglia di Nikolajewka ,
combattuta il 26 Gennaio del 1943, le residue forze dell’asse si sarebbero
dirette a Shebekino, sottraendosi così all’accerchiamento e al consecutivo
annientamento.
Dovevo cercare di raggiungere quella zona e
pregai perché fossi ancora in tempo a farlo: non sapevo però in che giorno mi
trovassi, l’unica cosa certa fu che quel carro armato era stato fermato dopo il
19 di Dicembre.
Non c’era tempo da perdere: mi feci coraggio,
spensi la candela e la misi via poiché poteva servirmi ancora.
Aprii il portellone dolcemente e non vidi
nessun pericolo, allora lo spalancai completamente: quella zona era interamente
pervasa dalla neve che aveva inghiottito tutto ciò che si trovava sul terreno;
e che freddo …
Quello era un momento delicato; facendo mente
locale i russi, nel gennaio del 1943, precisamente il 12 dello stesso mese,
avrebbero sferrato la più imponete offensiva che avrebbe provocato il crollo
della linea del Don.
C’era da sperare che ancora non fosse quel
giorno, ma una cosa era certa: dovevo muovermi.
Sgattaiolai fuori dal carro armato e
incominciai a camminare; ma anche se ero bello coperto, il freddo pungente,
quasi insopportabile, m’impose enormi sacrifici.
Mi ritrovai dopo poco tempo con i piedi, le
mani e la faccia, completamente ghiacciati; ma ciò non poteva fermarmi, se
volevo salva la vita dovevo raggiungere la zona di Nikolajewka in tempo per la
battaglia e in qualche modo riuscire a passare inosservato.
Ero disarmato; avevo con me solo la
baionetta, che era difettosa poiché era a scatto: la molla si era allentata e
la lama penzolava.
Pensare che una baionetta innestata potesse
penzolare mi fece sorridere ma anche in quel caso sapevo che era la situazione
in cui si erano trovati parecchi soldati italiani: caricarono con la baionetta
penzolante poiché unica arma in loro possesso e si arrangiarono con il calcio
del fucile.
Avevo recuperato persino il mio zaino nel
quale c’erano gli effetti che mi portavo dietro dall’inizio, incluso il
cellulare.
I miei passi facevano rumore a contatto con
il manto della via che stavo percorrendo; talune volte affondavo e fu allora
che decisi di rimediare delle racchette per i piedi.
Lì vicino c’era un bosco, pensai subito a dei
rami che potessero sostituire gli attrezzi che mi servivano.
Ne trovai due che potevano fare al caso mio,
li tagliai a fatica visto lo stato della baionetta che possedevo e li misi ai
piedi, fissandoli con dei lacci che avevo sottratto ai soldati morti incontrati
nel carro armato.
Strinsi bene quei rami che erano aperti a
ventaglio, in modo da occupare più volume ed evitare il mio sprofondamento, e
ripresi la marcia.
Camminai per lungo tempo, non saprei
quantificarlo però poiché non avevo alcun riferimento.
Lo stomaco venne stretto in una morsa
provocata dalla fame e il suo continuo gorgogliare mi accompagnò per tutto il
mio cammino, finché non arrivai dinanzi ad un albero; lì trovai strani frutti:
parevano ghiande.
Ne assaggiai uno e il sapore era tremendo, ma
la fame imponeva di mettere qualcosa all’interno dello stomaco: masticai
energicamente e mandai giù, ma dopo un paio di pezzi lignei ovoidali non ce la
feci più; non erano commestibili.
Quasi vomitai, ma non ci fu tempo nemmeno per
fare quello: dovevo muovermi e camminare più che potevo, la sera si stava avvicinando
e c’era bisogno di cercare un riparo.
Passò altro tempo e la mia marcia continuò,
tuttavia non riuscivo a regolarmi e l’unica cosa che potevo fare era seguire
alcune nozioni che avevo imparato a scuola: se ti perdi in un bosco riesci a
orientarti osservando il muschio sui tronchi; esso cresce rivolto verso il nord
e, tenendo presente il posto dove fummo inviati l’ultima volta, comparandolo
con la cartina che avevo ben impresso nella mia mente, mi diressi verso la zona
che credevo fosse esatta.
La sera calò presto ed io non avevo ancora
trovato un riparo, se non l’avessi individuato di certo sarei morto assiderato
poiché le già basse temperature di sera sarebbero ulteriormente scese.
Camminai ancora per molto tempo … In me la
disperazione iniziò a palesarsi e immaginai quello che sarebbe successo di lì a
poco; il fiato si ghiacciava come appena usciva dalla bocca e sul naso iniziò a
formarsi una sorta di piccola stalattite di ghiaccio, così come nella barba
incolta che mi era cresciuta e della quale non riuscivo a liberarmi per
mancanza di lamette, fatto che ovviamente non mi penalizzava poiché essa mi
riscaldava le parti che non potevo coprire.
Poi vidi qualcosa che non mi sarei mai
aspettato di guardare: non lontano da me c’era un mucchio di pietrame.
Al centro del mucchio di pietre c’era
un’entrata; mi avvicinai, controllai che non ci fossero nemici al suo interno
e, dopo essermi assicurato che fosse sgombero, mi addentrai al suo interno.
Lasciai il freddo e la neve alle mie spalle e
imboccai un cunicolo abbastanza grande da permettermi il passaggio.
Feci molta attenzione, in fondo quella poteva
essere una tana di qualche animale oppure un rifugio della resistenza russa.
Niente, dentro non c’era nessuno: era
solamente buio.
Accesi di nuovo la mia candela e il suo lume
mi permise di vedere l’interno del rifugio.
Ero capitato in un deposito di armi
sotterranee dei partigiani e al suo interno c’erano le più disparate armi
stipate in casse ben chiuse.
Io, a quel punto, aprii quelle casse per
capacitarmi del loro contenuto.
Lì dentro c’erano anche casse piene di Vodka
liscia e persino delle munizioni calibro 7,35.
Dovevo stare attento con quella fiamma,
altrimenti potevo farmi male; e così feci … Misi la candela in un posto dove
non avrebbe arrecato danno e mi stesi il più lontano possibile dall’entrata.
Mi addormentai riparato dietro una cassa
abbastanza grande da nascondermi del tutto; ovviamente dopo aver spento la
candela.
***
I miei occhi si riaprirono e la luce che
filtrava dall’entrata mi permise di vedere senza l’ausilio del mozzicone di
candela già scarno che possedevo.
Dovevo muovermi, se quello era un deposito di
armi sotterraneo della resistenza presto sarebbero arrivati coloro che
l’avevano costruito.
Mi affrettai a uscire allo scoperto e,
arrivato nei pressi dell’entrata di quel rifugio, mi assicurai che non ci
fossero sgradite sorprese; non notai alcun impedimento alla mia uscita, lasciai
quel posto e ripresi il cammino iniziato due giorni prima.
C’era solo neve distesa per
quell’interminabile pianura e nessun segno di vita; sperai di raggiungere una
stazione ferroviaria nella zona non ancora riconquistata dai russi in modo da
poter ritornare in Italia.
Camminai ancora per lungo tempo e persi
definitivamente il senso dell’orientamento, poiché ero fuoriuscito dalla
boscaglia e tutt’intorno non si vedeva altro che neve; stavo seriamente
pensando di lasciarmi andare.
Dopo soli pochi giorni di marcia ero già
sfinito: i piedi e le mani erano ghiacciati; il viso era sferzato perennemente
dal freddo; ero affamato e pieno di pidocchi che si muovevano tra i vestiti e
sulla pelle incessantemente.
Se fosse sopraggiunta la morte sarebbe
arrivata anche la pace e le sofferenze sarebbero finite, ma poi pensai a
Giacomo e a Simona … Non potevo rinunciare a rivederli ancora una volta: loro
furono la mia forza, il mio barlume di speranza in mezzo a quel tetro periodo
impregnato di odio e di follia.
Le gambe erano pesanti e quasi non le sentivo
più, così come le braccia: sapevo che esse erano le prime a dare segni di
assideramento.
Sconsolato guardai innanzi a me e qualcosa
vidi effettivamente; là davanti, a qualche chilometro di distanza, c’erano
delle strane figure e non erano uomini: sembravano dei mezzi abbandonati.
Pensai nuovamente al rifugio che avevo
lasciato poco tempo prima: in quella tormenta sarebbe stata una manna; poi mi
affrettai a raggiungere quella zona e con mia sorpresa vidi che i mezzi non
erano stati colpiti.
Lì c’erano delle macchine con le porte
aperte; erano state abbandonate di tutta fretta.
Mi avvicinai ancora di più fino ad arrivare
proprio dinanzi a quei marchingegni e mi domandai se fossero macchine italiane
o tedesche, quesito che fu svelato appena dopo quattro minuti.
Quando io fui abbastanza vicino, mi resi conto
che si trattava di macchinari tedeschi e tra loro c’era anche una
Kommandeurwagen.
Che colpo di fortuna …
Lì, dinanzi a me, c’era una macchina a
quattro ruote motrici che poteva raggiungere gli ottanta chilometri orari.
Tirai fuori più neve possibile dalla
macchina, poiché essa era penetrata al suo interno per via dello sportello
aperto; quando la macchina fu sgombera dalla neve mi avvicinai al cruscotto: lì
c’erano le chiavi d’accensione, tuttavia non riuscii ad accenderla.
«Che scemo!». Esclamai.
Cercai dappertutto nell’abitacolo fino a
quando non trovai la manovella, quella che serviva per accendere il motore.
Mi diressi davanti alla macchina, cercai il
punto d’innesto della manopola e la fissai al suo interno, dopo di che iniziai
a ruotarla.
Inizialmente feci un sacco di fatica, pareva
ingolfata; poi d’un tratto il motore decise di funzionare e il suo piacevole
rumore, che voleva dire salvezza, si udì nell’aria.
La mia espressione, per la prima volta da
quando mi ero risvegliato, cambiò: abbozzai un sorriso.
Mi precipitai in macchina, guardai il
cruscotto e osservai la lancetta della benzina; nonostante il freddo intenso
pareva che il combustibile non fosse ghiacciato e allora provai a farla
muovere.
La macchina era impantanata nella neve, ma
dopo poco riuscii a sbloccarla percorrendo la strada sterrata disseminata da un
manto bianco.
Il serbatoio era metà e dunque avevo una
buona autonomia, con quel mezzo avrei dovuto raggiungere almeno un centro
abitato.
Dopo circa un paio d’ore di viaggio, durante
le quali non incontrai anima viva, incominciai a udire di nuovo i rumori che
avevo sentito quando mi avvicinai al fronte per la prima volta.
Ero vicino alla linea dei combattimenti,
quello era il momento più delicato; dovevo essere cauto e non mi potevo
permettere il lusso di finire nelle mani di nessuno schieramento: i russi mi
avrebbero fucilato e i soldati dell’asse mi avrebbero rimesso sul campo di
battaglia.
In entrambi i casi sarei morto …
Il motore d’un tratto iniziò a fare le bizze
e la macchina si piantò nel luogo dov’ero arrivato; poco male, non avrei potuto
usarla lo stesso poiché sarei stato bersaglio dei soldati russi con quel
macchinario.
Scesi, misi nuovamente i ramoscelli ben
fissati agli scarponi e lasciai la macchina.
Guardai con attenzione sui sedili posteriori
e mi fu fatto dono di un’altra perla: al suo interno trovai una sorta di kway
bianco più grande della mia corporatura, ma assolse lo stesso il suo compito;
con quello addosso, il freddo risultò meno pungente, ma con tre paia di
pantaloni l’uno su l’altro, tre paia di giacche messe allo stesso modo, il
movimento era difficoltoso fin dall’inizio.
Mi diressi verso i rumori, sapevo che era
pericoloso ma non avevo altra scelta: se volevo sfuggire all’inverno e ai
soldati, dovevo passare le linee e mettermi sul primo treno per il rimpatrio;
era necessario raggiungere il posto dell’incidente e fare ciò che mi aveva
detto Gabriele al momento della nostra separazione.
Camminai ancora e la notte scese sul posto,
tuttavia le cannonate non accennarono a diminuire: continuarono imperterrite a
scuotere quei territori.
Man mano che andavo avanti incominciai a
vedere anche le luci che esse producevano e il rumore assordante delle Katyushe
si udì incontrastato.
Nel cielo pareva che ci fossero una miriade
di stelle che andavano a collidere contro le linee nemiche e il frastuono
risultò fastidioso; quelle eccezionali armi stavano letteralmente spazzando la
terra dove esse cadevano.
Sapevo che la Katyusha era un’arma
portentosa: il sistema d'arma era composto di una motrice avente una struttura
di sostegno per il lancio di un numero variabile tra i 16 e i 46 razzi che
partivano in colpi consecutivi.
Lo scopo era quello di creare un nutrito
fuoco di sbarramento o disseminare una linea densa di distruzione
sull'obiettivo.
Alternato a quel rumore si udivano anche
spari e raffiche di mitra; c’ero arrivato, avevo trovato la linea del fronte,
adesso dovevo escogitare un modo per passarla.
Approfittai dell’oscurità per muovermi
furtivamente e cercai di avvicinarmi al posto in cui stavano combattendo;
volevo arrivare in una zona dove ci fosse la visuale libera.
Vidi un leggero rialzo del terreno a pochi
metri da me e allora decisi di raggiungerlo per cercare di scorgere come
stavano i fatti e, soprattutto, capire in che data mi trovassi.
Raggiunsi quel rialzo e mi acquattai al
suolo, purtroppo non riuscii a vedere nulla poiché l’oscurità m’impedì di
scorgere in lontananza.
Mi alzai e provai a camminare cautamente, ma
d’un tratto udii una voce che parlò in una lingua che non capii.
Quello era russo, lo avrei riconosciuto fra
mille linguaggi; ero stato pizzicato.
«Porc …». L’unica cosa che riuscii a
sussurrare, poi sentii una sventagliata di mitra e un dolore lancinante al
livello del petto, della gamba destra e addirittura del cranio: fu come se
mille aculei appuntiti mi avessero trafitto in tutti quei punti.
La vista si appannò e poi divenne tutto
scuro: non capii più nulla di quello che stava succedendo, percepii solamente
un gran freddo che si propagò attraverso tutto il mio corpo, fino ad arrivare a
ogni osso che avevo; un bruciore diffuso si cosparse in tutte le mie cellule:
fu l’ultima cosa che sentii, poi il nulla …
***
Una linea orizzontale apparve nel mio campo
visivo, poi pian piano si allargò fino a divenire una visuale sfocata, infine
essa diventò più nitida: ero in qualche rifugio.
Ero steso su di un letto con della paglia che
faceva da materasso ed ero coperto da una sorta di pelle di qualche animale
strano; ma devo dire che essa teneva caldo.
Guadai in giro e mi accorsi che non era un
rifugio quello, bensì una capanna: una isba.
Sentii delle voci in lontananza; parevano
russi, poi un’altra stranezza si presentò dinnanzi a me, come se già la situazione
in cui versavo non fosse abbastanza strana.
Quelle voci che parlavano in russo d’un
tratto si tramutarono in italiano: io comprendevo quel linguaggio, eppure ero
sicuro che stessero parlando una lingua incomprensibile prima.
Bene, esse dicevano: «Non possiamo tenerlo
qui!». Esclamò una voce di un uomo che pareva di mezz’età.
Poi continuò: «Dovremo consegnarlo ai
partigiani, se dovessero trovarlo in casa nostra verremo tutti fucilati».
Gli rispose una voce d’una fanciulla: «Papà
non possiamo farlo».
«Ma ragiona figlia». Ribatté una voce
femminile che sicuramente era la mamma di colei che aveva parlato poc’anzi.
«Papà sei stato tu a insegnarmi che gli
uomini sono uguali e non c’è distinzione fra essi. Se lo riconsegniamo sarà fucilato».
Affermò quella splendida voce.
Poi continuò: «Ricorda il giuramento che hai
fatto papà: Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale,
né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un
medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia
arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a
coloro che sono esperti di questa attività. In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi
asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione
corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io
possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio
sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato,
ritenendo come un segreto cose simili. E a me, dunque, che adempio un tale
giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte,
onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se
spergiuro».
Ci fu un attimo di silenzio, poi la voce
dell’uomo disse: «Lo so; non ho paura per me, ma per voi».
«Se vi succedesse qualcosa non me lo
perdonerei mai». Infine affermò.
«Papà non appena sarà in grado di muoversi
farò il possibile per accompagnarlo dai suoi». Asserì quella ragazza.
«Hm …». Si sentì.
Poi la voce che apparteneva alla donna più
anziana disse: «Ma perché sono venuti?».
Ci fu nuovamente un momento in cui non parlò
nessuno, in seguito si udì: «Cosa stanno cercando?». Fu la stessa voce di prima
a porre quella domanda.
In verità quelle domande me l’ero poste
anch’io; pure coloro che erano periti nei vari combattimenti non sapevano del
perché fummo inviati in una regione remota e soprattutto non sapevano che scopo
avesse quella spedizione.
Quella gente parlò ancora per lungo tempo,
alla fine giunsero all’accordo che io dovevo andar via prima possibile onde
evitare ritorsioni sulla famiglia.
Io mi sentivo veramente un verme, mai in vita
mia avevo provato quella sensazione: ero un invasore e per colpa mia la gente
stava patendo la fame e vivendo la guerra, ciononostante essi mi stavano
offrendo riparo e assistenza.
Sbuffai e poi cercai di alzarmi, se ci fossi
riuscito sarei voluto andare via in modo che quella famiglia non avesse grane
per colpa mia; ma non ce la feci: il dolore risultò ancora lancinante e dovetti
desistere.
Mi rimisi nuovamente sotto quella pelle di un
non ben definito animale e mi addormentai.
Le ferite dolevano eccome …
Riaprii nuovamente gli occhi e vidi una donna
che mi stava medicando; aveva appena fatto dei bendaggi attorno al mio braccio.
Lei era una splendida ragazza; una delle più
belle ragazze che avessi mai visto: i suoi occhi erano castani, la sua
carnagione era chiara e le sue guance erano rosse; i suoi capelli erano lisci e
neri; le sue splendide labbra, il suo sguardo pieno di vita e l’esplosione di
gioia che provai quando me la trovai dinanzi, mi fecero sobbalzare il cuore
come se avessi quindici anni.
La ragazza mi parlò in russo; inizialmente
non la capii, poi, man mano che parlava, accadde nuovamente quello strano
fenomeno: la sua lingua divenne perfettamente comprensibile, come se non stesse
parlando in russo.
Capii: «Ti sei svegliato; come va?». Mi
domandò.
Io le risposi: «Grazie infinite». E lo dissi
con un fil di voce.
Lei però, non mi capì; si vide chiaramente
poiché riprodusse una smorfia che palesò l’incomprensione.
Allora cercai di tirarmi su da quel giaciglio
di paglia ma lei mi fece cenno di rimanere sdraiato e poi sottolineò: «Non puoi
alzarti poiché sei stato ferito gravemente. Aspetta, sii paziente, non appena
ti rimetterai sarai accompagnato dai tuoi amici».
Pareva un volto angelico il suo; per un
attimo dimenticai la guerra e m’incantai quasi, poi feci segno verso di me e
dissi: «Giuseppe». Cercando di far comprendere che quello era il mio nome; e
anche lì dovetti dire una bugia, ma effettivamente il mio vero nome non lo
usavo oramai da circa tre anni: stavo abituandomi al nome preso in prestito.
«Ah; il tuo nome è Giuseppe. Hm … Direi che è
proprio un tipico nome italiano». Lei affermò.
Io poi feci cenno verso la sua figura con la
mano sinistra, l’unica in grado di muoversi in quel momento.
«Vuoi sapere come mi chiamo?». Mi domandò.
Annuii.
Lei mi rispose: «Il mio nome è Anastasia».
Un nome stupendo per una ragazza bellissima …
Poi pensai a mia moglie: se mi avesse sentito
mi avrebbe spezzato le gambe, tuttavia non feci nulla di male e mi limitai a
osservare lo splendore della vita che dimorava nella ragazza dinanzi a me.
E … Nella bruttura della guerra, vile,
inumana, la quale ti trasforma in una bestia, incontrare una persona simile non
è poca roba.
Rimasi letteralmente con la bocca aperta e
non dissi più niente.
Lei se ne accorse e riprodusse un sorriso,
poi mi chiese: «Che c’è, hai perso la lingua?».
Come glielo spiegavo io che ero rimasto
sbalordito dalla sua figura?
Non parlavo il russo e a stento mi facevo
capire gesticolando.
Anastasia riprodusse un altro sorriso e a
ogni suo accenno di smorfia il mio cuore sobbalzava.
Lei mi disse: «Prendi questi; ti daranno
forza». Passandomi del pane duro e del miglio.
Io li presi con la mano sinistra e li poggiai
sul letto, un pezzo per volta portai alla bocca quel cibo e lo divorai
letteralmente.
Lei mi fece cenno di aspettare e andò
nell’altra stanza, subito dopo ricomparve con un recipiente di colore bianco
pieno di acqua.
Anche in quel caso presi il recipiente, lo
portai alla bocca e tracannai tutta l’acqua; lei continuava a guardarmi come se
fosse il mio angelo custode.
In seguito mi disse: «Hai bisogno di riposo,
non puoi muoverti per adesso».
Io annuii per far intendere che avevo capito
cosa avesse detto.
Giustamente lei non poteva sapere che per
qualche arcano motivo io veramente riuscivo a comprendere ciò che diceva, ma al
contrario non riuscivo a farmi intendere e a parlare la loro lingua.
«Papà». Chiamò Anastasia.
Dopo poco arrivò nella camera il signore di
cui avevo sentito la voce in precedenza.
Il signore appena arrivato si avvicino al letto
e mi guardò in maniera curiosa, a tratti anche stupita.
Poi si affrettò a prendere il mio polso e a
controllare i battiti del cuore.
Riprodusse un’espressione stranita, fece
qualche sorta di segno alla figlia che si avvicinò prendendomi anch’essa il polso
che poc’anzi era nelle mani del padre.
Io non avevo alcuna forza, non riuscivo a
muovere il braccio in quel momento.
Anche lei riprodusse la stessa espressione
del padre; in un primo momento non disse nulla, poi guardò quell’uomo anziano e
bisbigliò: «Com’è possibile una cosa simile». Sgranò infine gli occhi.
Il padre riprodusse una smorfia e le fece
cenno di andare nella stanza accanto alla mia.
Si allontanarono da me e uscirono dalla
camera in cui ero, poi si udirono voci appena percettibili.
«È una cosa che non ho mai visto in vita
mia». Disse il padre di Anastasia.
Poi aggiunse: «Quell’uomo ha subito ferite
mortali, dovrebbe essere morto; eppure le sue funzioni vitali paiono non aver
risentito minimamente di quelle pallottole».
«Papà è come se il suo corpo non avesse avuto
nessun trauma». Concluse Anastasia.
«Pensavo che sarebbe morto in poco tempo,
eppure si è ripreso in soli tre giorni …».
Si fermò per un attimo e poi disse: «Continuo a non capire; è fuori da
ogni umana logica». Affermò il papà.
Quelle parole mi fecero preoccupare,
incominciai a controllare con il braccio buono cosa mi fosse successo e alzai
quella coperta di pelle; seppur a fatica.
Guardai il mio corpo e parve che fosse tutto
a posto, non mancava nulla: le mie arti erano presenti, lo stesso fu per il mio
busto che non presentava nessuna ferita vistosa e sotto le bende non notai
alcuna traccia di sangue.
Ciò voleva dire che le ferite di cui
parlavano non erano così gravi; probabile che si fossero sbagliati.
In quel momento mi tranquillizzai e, dopo
aver sbuffato, mi poggiai al muro che faceva da schienale; guardai in alto e
sperai di potermi rimettere quanto prima affinché potessi muovermi e
raggiungere la tanto desiderata libertà.
Intanto il discorso delle persone di cui ero
ospite continuò: «Dobbiamo assolutamente portarlo via». Disse il padre di
Anastasia.
Non gli fu data risposta in un primo momento,
poi gli fu posta una domanda: «Quanto tempo ci vorrà affinché si riprenda
completamente?». Fu la voce della donna più anziana che pose quel quesito.
«Non saprei dirlo con precisione. So per
certo che fra non molto s’incominceranno a vedere i partigiani da queste parti;
e se loro si accorgono che ospitiamo un invasore ci fucileranno». Asserì
l’uomo.
«Non appena sarà in grado di muoversi lo
porterò via». Affermò infine Anastasia.
Non dissero più nulla, si udì solamente il
rumore che riprodussero quando si diressero a fare le loro commissioni.
Dopo circa un’ora mi accorsi di un’altra
stranezza: d’improvviso recuperai la sensibilità di tutto il corpo, compreso la
mano che in precedenza pareva priva d’ogni forza.
Mi tolsi la coperta da dosso, scesi dal letto
toccando il suolo con i piedi e sentii un brivido diffuso provocato dalle
bassissime temperature della stagione; potevano esserci -22° come minimo.
Fui, però, talmente contento d’aver
recuperato la mobilità che non ci feci caso in un primo momento, poi fui
costretto a ritornare sotto quel manto di pelle.
Era palese che stessi guarendo e con mio
sommo piacere già immaginavo il treno che mi avrebbe trasportato in Italia.
Dopo poco ritornò in camera Anastasia, si
avvicinò e chiese: «Come va?». Facendo alcuni cenni affinché io capissi meglio
ciò che lei aveva detto.
Le feci capire che andava bene e, per mezzo
di gesti, mi sforzai di comunicargli che ero in grado di muovermi; cosa
riuscitami dopo qualche minuto poiché lei non capiva bene ciò che dicevo.
Io, d'altronde, non potevo palesare che
riuscivo a capirli, altrimenti non avrebbero parlato liberamente e non sarei
riuscito a carpire alcuni segreti che mi sarebbero tornati utili in caso di
bisogno.
Feci finta di non capire ciò che lei mi
diceva, però al solo guardarla continuavo a rimanere imbambolato e penso che fu
chiaro anche a lei, ma tenne sempre un comportamento dignitoso: in lei scorgevo
tanta forza; essa zampillava da ogni suo poro e il solo avvicinarsi di quella
figura angelica mi riempiva di positività.
Il suo volto sorridente, il suo continuo
mettersi a disposizione, mi fecero sentire tanto piccolo e in me pensai: “La
persona che ti sposerà sarà un uomo fortunato”.
Tuttavia mi resi conto anche che finché sarei
rimasto in quella casa avrei messo in pericolo i suoi abitanti e per questo
dovevo assolutamente uscire e dirigermi verso le retrovie dell’asse; e il prima
possibile.
Feci cenno ad Anastasia di voler scendere dal
letto, lei comprese e mi disse, riproducendo dei segni con le mani al fine di
farmi capire: «Non puoi; sei ancora troppo debole». Ma non le diedi ascolto e
mi misi seduto sul letto, poi mi alzai in piedi.
Vidi nei suoi occhi lo stupore provocato da
quel che avevo fatto; fu come se avesse visto un evento inspiegabile, poi
disse: «Non è possibile». Rimase a bocca aperta.
«Papà!». Esclamò.
Il padre venne in camera di corsa e, dopo che
fu entrato, anch’esso rimase a bocca aperta.
«Eh …». Accennò.
«Si è alzato di già!». Esclamò rivolgendosi
alla figlia.
Anastasia rispose: «Sì papà, proprio in
questo momento».
Il padre si affrettò a raggiungermi e mi
guardò con minuzia, pareva stesse visitandomi.
Mi venne il dubbio che mi trovassi dinanzi un
dottore; allora provai a chiederlo, ovviamente mimando il segno dello
stetoscopio.
«Mi chiedi se sono un dottore?». Mi domandò.
Io gli feci cenno di sì.
«Sì; io sono un dottore». Mi confermò in
seguito.
Fu allora che mi feci visitare e non opposi
nessuna resistenza.
Alla fine della visita chiesi i vestiti e
cercai di farmi capire con i gesti; lui parve comprendermi e chiese ad
Anastasia di andare a prenderli.
Lei uscì dalla camera lasciandoci soli, io mi
rimisi a letto e mi coprii con quella coperta di pelle.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il nono capitolo).
