Suppongo che, dopo aver letto quattro
capitoli (20.000 parole), ora voi possiate valutare se siete alla presenza di
un romanzo piacevole o meno.
Premettendo che non posso scrivere tanto
perché il capitolo che state per leggere è già molto corposo, vi farò tre
domande delle quali sarei curioso di sentire le risposte:
1.
Siete
d’accordo con le molte case editrici le quali non hanno creduto nel romanzo e
dunque non hanno voluto trasformarlo in un libro cartaceo?
2.
E
voi … Che cosa avreste fatto se foste stati al mio posto. Sareste stati
disposti a farlo leggere così come lo sto facendo leggere io, oppure avreste
pagato per farlo stampare?
3.
E
… Che cos’è la letteratura per voi. Non è forse il narrare storie che hanno
un’anima e che tramandano messaggi costruttivi?
Dunque … Se, come penso, avete risposto allo
stesso mio modo, c’era bisogno di qualcuno che facesse leggere i suoi libri nel
modo in cui io lo sto facendo.
Secondo il mio modesto parere però, ce ne
vorrebbero di più … Ho sempre creduto che una libreria informatica libera, dove
ogni autore potrebbe postare il suo romanzo e dove ogni lettore potrebbe
leggerlo gratuitamente, avrebbe fatto il bene della letteratura.
Tuttavia, sono altresì consapevole che il mio
pensiero è … Come dire … Ecco: idealista; e non va mica tanto bene di questi
tempi (pecunia impera).
Ma bando alle ciance … Siete qui per leggere
e non per altro.
È necessario che io vi dica due cose prima
che voi andiate avanti nella lettura del romanzo.
Chiunque abbia letto il romanzo mi rimprovera
che io descriva le armi in dotazione all’esercito e che avrei dovuto ometterle
quelle informazioni.
Io, però, l’ho fatto per rendere partecipe il
lettore delle condizioni in cui si è venuto a trovare il protagonista del
romanzo.
Pertanto, in questo capitolo, leggerete delle
brevi descrizioni delle armi utilizzate nel 1942.
Sono informazioni che si possono trovare un
po’ ovunque; basta digitare il nome del fucile in dotazione alla fanteria
“Carcano 1891” su google per avere conferma che non sono state scritte falsità.
Infine … Sappiate che se un autore fa leggere
liberamente i suoi scritti ci possono essere solo due ragioni: o costui è
pazzo, oppure il suo amore per la lettura e la scrittura va oltre ogni umana
comprensione.
Buona lettura a tutti:
CAPITOLO 5
LA PARTENZA PER IL FRONTE
ORIENTALE
Durante il viaggio ricordai i numerosi libri
di storia che avevo letto in gioventù e quella non era proprio una bella cosa.
Le nefaste vicende cui stavo per assistere mi
fecero piombare in uno stato di catalessi e per circa tre ore il mio pensiero
fisso fu rivolto a come dovevo uscire da quella brutta situazione.
Io pensai persino di buttarmi giù dal treno
in corsa nel momento in cui avesse decelerato per qualche scambio, oppure in
prossimità di qualche stazione; poi mi guardai attorno e realizzai che di certo
non era una buona idea, ero attorniato da soldati che stavano partendo come me.
I soldati di sicuro mi avrebbero bloccato e
consegnato alle autorità: avrei di certo fatto la conoscenza del plotone di esecuzione
tacciato di vile tradimento.
Su quel treno nessuno chiacchierava
volentieri, tutti erano pensierosi; suppongo che anche loro inconsciamente
sapevano a cosa stavamo andando in contro.
Io guardai il soffitto di quel carro
bestiame, poiché quello era il posto riservato a delle semplici pedine che
secondo il regime nulla valevano se non un miserevole conteggio al tavolo dei
vincitori; infatti, le parole “dell’aiuto carnefice” risuonavano nelle mie
orecchie ed erano esclusiva solo di esse.
Questo non era motivo di sollievo, poiché
ogni faccia presente in quel carro era un probabile uomo sacrificato da chi osò
dire queste parole: «Ho bisogno di un
migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace».
Parole dette da Mussolini al Generale
Badoglio.
Questa fu la considerazione che il fascio
riservò alla popolazione italiana.
Misero in atto un maldestro tentativo di
ottenere privilegi di cui le famiglie, le quali avrebbero pagato il prezzo più
alto, erano completamente all’oscuro.
Mattia e Primo incrociavano talune volte il
loro sguardo ma poi ingurgitavano un po’ di saliva e riprendevano a guardarsi
intorno, infine anche loro osservavano il soffitto.
Quale cenno di nervosismo più appariscente di
quello …
Anch’io non osai dire nulla, mi misi
all’ascolto dello sferragliare delle rotaie e cercai di non farmi male durante
i sobbalzi che quelle carrozze facevano all’avvicinarsi degli scambi
ferroviari; ma noi eravamo fanti e di certo non potevamo aspettarci granché,
dovevamo accontentarci della paglia che usavamo come cuscino sotto al sedere.
Dopo quella veloce occhiata ai miei due
compagni di viaggio più vicini, e scartata la fuga, sprofondai nuovamente nei
miei pensieri e la paura incominciò ancora a farsi largo nella mia mente.
Mi ricordai di un articolo letto
sull’armamento dei soldati italiani durante la seconda guerra mondiale che in
pratica era quello della prima …
Gli scritti di quel libro recitavano: I soldati italiani partirono per la guerra
mal equipaggiati e mal armati; le cause dell’impreparazione alla guerra sono da
attribuire alla inefficienza del regime fascista che non diede ascolto ai suoi
generali quando confermarono che l’Italia non era pronta alla guerra.
Anche le fabbriche italiane erano
completamente impreparate e inefficienti, tant’è che mi venne in mente un dato
impressionante: gli esemplari di carri
armati (per così dire) prodotti durante la guerra, ammontavano a poche
centinaia di unità, al contrario delle altre nazioni che ne avevano costruito
decine di migliaia e di ben altra fattura: di parecchie tonnellate l’uno e di
grosso calibro.
Poi mi ricordai un dato sulle armi anticarro
di cui l’Italia era totalmente priva.
Pensate: l’esercito usava i vecchi cannoni
bohler da 47mm sequestrati all’Austria nella prima guerra mondiale; nel 1942
quelle armi erano di ridicola fattura, poiché le corazze dei carri armati erano
di gran lunga più spesse e dunque i cannoni non le avrebbero nemmeno scalfite.
I pezzi di artiglieria non erano migliori
delle altre armi: solo il 29% di esse era stato costruito nuovo, il resto
arrivava dai sequestri fatti nella guerra precedente.
Per via della totale mancanza di armi
anticarro la fanteria fu costretta a schierare l’artiglieria in prima linea
usandola con tiro retto come arma anticarro.
Ne derivò il completo annientamento di quel
materiale e dei suoi utilizzatori, poiché in prima linea essi non erano
difendibili e fu difficile muoverli nei casi di repentina ritirata.
Era strano, io riuscivo a ricordare tutti i
dati minuziosamente e, di tanto in tanto, chinavo il capo e mi portavo le mani
alla faccia; ovviamente non facendo trasparire che era un segno di
disperazione.
Ricordai quello che recitava un versetto del
libro che avevo letto nel 2000: “le
grandi unità di fanteria italiane erano tutte appiedate, ne derivò che durante
le repentine ritirate solo le divisioni motorizzate e auto trasportate
riuscivano a raggiungere le linee di difese arretrate, mentre quelle appiedate
finivano per essere accerchiate dalle unità motorizzate nemiche, cadendo loro
prigionieri”; e intere divisioni fecero questa fine.
Ci fu, pero, a chi andò peggio …
Pensai anche alle armi individuali e lì mi
venne da annuire in segno di rassegnazione; quelle in
dotazione a livello di plotone e di compagnia erano antiquate.
Il fucile Carcano calibro 6,5 mm
con caricatore del tipo Mannlicher risultava particolarmente scadente, con una
gittata molto corta, scarsa precisione e una potenza decisamente più bassa
rispetto a quella delle armi delle altre nazioni in guerra.
I fucili mitragliatori Beretta
cal. 9 erano armi ottime, ma questa arma utilizzò solo le munizioni da 6,5 mm,
la loro efficienza fu del tutto vana: i colpi risultavano imprecisi.
La mitragliatrice Breda da 8 mm
aveva un congegno di caricamento complicato che abbassava significativamente la
potenza (caricatori da venti colpi …).
Infine … Sia le mitragliatrici
leggere, sia quelle pesanti, erano note per incepparsi frequentemente.
Il fucile italiano di base era il celebre modello 91 utilizzato nella Prima Guerra Mondiale.
Il fucile italiano di base era il celebre modello 91 utilizzato nella Prima Guerra Mondiale.
Quei fucili negli anni successivi
subirono diverse modifiche ma tutto si basò su riciclo di materiale vecchio e,
poiché erano concepiti per un massimo di tremila tiri, si poteva immaginare
quale fosse il loro stato dopo aver fatto già una guerra e il perché dopo un
po’ non sparavano più.
Il calibro originale 6,5 mm venne
potenziato nel 1938 con il 7,35 mm, ma durante la guerra furono usate le armi
di entrambi i calibri; così si creò un caos enorme.
Il mitragliatore Beretta (MAB
mod. 38, Moschetto Automatico Beretta, realizzato nel 1938), fu un’ottima arma,
ma la sua produzione fu limitata e anche lì il regime non si risparmiò per
abbattere i costi e abbassare l’efficienza dell’arma.
Alle mitragliatrici si deve
aggiungere la Fiat Revelli M1935 da 8 mm, antiquata, il cui calibro si andava
ad aggiungere ai troppi già in circolazione, aggravando il problema logistico
delle munizioni al fronte.
Anche il fucile mitragliatore
Breda circolò nei due calibri: 6,5 e 7,35; in pratica si sparava con le
munizioni che il fato ti faceva trovare, oppure c’era bisogno di andare a
rubare le munizioni al nemico, ritornare in trincea e poi sparargliele addosso.
Infine un trafiletto del libro
recitava: “l’esercito italiano era privo
di forze corazzate e di aeronautica moderna (i suoi macchi erano sì i più
veloci nelle competizioni anteguerra, ma essi non trasportavano munizioni ed
erano fatti completamente in legno; la felice idea di dotarli di tre motori
diede ai veicoli italiani il colpo di grazia rendendoli difficili da manovrare
e più lenti degli altri aerei). Privo di rifornimenti, logistica, armi moderne
sia individuali, sia di plotone,l’esercito dimostrò coraggio a scendere in
guerra, poiché con quelle armi era del tutto
impossibile sopravvivere. La tragica conclusione delle campagne militari
italiane deve dunque attribuirsi alla scarsa efficienza e competenza del regime
fascista e alle sue scellerate mire espansionistiche”.
Spesso le alte sfere militari non
erano interessate al fabbisogno corrente, ma solamente al compiacimento dei
gerarchi fascisti al fine di fare carriera.
Tutto ciò causò più di 600.000
morti all’Italia.
Certo … Era una magra
consolazione il riconoscimento del coraggio avuto, ma io sapevo con certezza
che il coraggio non ci avrebbe salvato la vita nell’inferno dove il fascismo ci
stava inviando.
Tirai un sospiro che udirono i miei compagni
più vicini e anche loro mi fecero capire che nutrivano i miei stessi pensieri e
finalmente i nostri sguardi s’incrociarono.
Ci guardammo l’un l’altro, annuimmo e Mattia
disse: «Saremo quasi arrivati. Oramai viaggiamo da circa otto ore».
Primo confermò quell’impressione: «Sì, penso
proprio che oramai ci siamo». Scrutando tra le fenditure di quel carro merci.
Anch’io dissi la mia: «Mancherà poco …».
Poi sottolineai: «Per averci mandato verso
Udine penso che la nostra destinazione sarà la Russia».
Mattia non si rendeva conto del pericolo cui
stavamo andando in contro, viceversa Primo era cupo in volto e ogni tanto
distoglieva lo sguardo per dirigerlo verso gli altri commilitoni.
Mattia asserì: «Il duce sa quello che fa. Se
ci ha mandato lì ci deve essere una fondata ragione».
Ah … Quanto avrei voluto rispondergli.
Io sapevo bene che il duce non aveva la
benché minima idea di ciò che stava combinando e, soprattutto, che stava
inviando al fronte ragazzi poco più che ventenni completamente privi d’ogni
speranza, visto le armi di cui il regime aveva dotato l’esercito.
Mi ero fatto un’opinione alquanto decisa sul
duce: un inetto incompetente, completamente fuori di senno.
La popolazione del tempo non poteva saperlo
però, ancora dovevano scoprire quanto fosse attendibile colui a cui si erano
affidati e presto, tra il 9 e il 10 luglio del 1943, all’atto dello sbarco
degli alleati in Sicilia, avrebbero visto lo sgretolamento del regime e lo
sbando dello stato fino a quel momento costruito.
L’operazione Colosso degli eserciti
Americano, Inglese e Canadese, forte di più di 478.000 uomini, avrebbe posto
fine alla dittatura di Benito Mussolini: non appena conquistata la Sicilia i
fascisti sarebbero scomparsi tutti per magia dichiarandosi antifascisti, magari
dopo aver commesso molte atrocità.
Primo guardò Mattia e con un fil di voce
asserì: «Non è una bella situazione quella in cui ci stanno ficcando. La Russia
è grande e popolosa, in quel pantano ci resteremo tutti, poiché sarà
impossibile avere ragione di una tale forza numerica». In seguito guardò me e
io non feci altro che dargli ragione.
«La differenza è troppa. Se dovessi fare un
confronto direi che un topolino sta cercando d’infastidire un elefante gigantesco».
Infine aggiunsi.
«Sss … Non fatevi sentire». Ci sussurrò
Mattia.
«Se si accorgono dei nostri discorsi potremmo
incappare in grossi guai. Non vogliono nemmeno sentir parlare della possibilità
di sconfitta».
In effetti Mattia non aveva torto; eravamo
appena a maggio del 1942 e l’eco di El Alamein ancora non poteva destare nessun
campanello d’allarme, in quanto quella battaglia si sarebbe svolta tra il 23
Ottobre e il 3 Novembre.
Lì sarebbe stata annientata tutta l’armata
spedita in Africa …
Dopo pochi istanti il treno si fermò e con
esso anche quell’assordante rumore che ci aveva accompagnato lungo tutto il
viaggio.
Si iniziarono a sentire alcune voci e i
portelloni dei carri merci che contenevano i ragazzi furono aperti.
Ogni qual volta che i portelloni venivano
spalancati una voce diceva: «VELOCI, SCENDETE!».
Presto fu aperto anche il nostro vagone e
scendemmo tutti a terra; c’incamminammo ordinatamente verso quella che pareva
una stazione e imboccammo una strada, guidati da un sergente che conosceva il
posto.
Dopo un’oretta di marcia giungemmo dinanzi a
un grande caseggiato tutto cintato da mura alte più di due metri e mezzo.
Oltrepassammo un cancello grande che
permetteva il passaggio di grossi camion per quanto era largo, sopra di esso
c’era un numero che avrei sempre ricordato d’ora in avanti: 301°.
Entrammo in una caserma e fummo radunati
nell’atrio; lì, dopo pochi minuti, un alto graduato ci accolse con un discorso
trionfalistico.
Il discorso durò circa mezz’ora; poi con la
frase: «Rendete fiera la vostra patria». Egli si congedò e ci diedero il
permesso di salire nelle camerate ove poggiammo il nostro zaino con gli effetti
personali.
Appena trascorsi dieci minuti si presentò un
sergente che ci disse: «Fate presto! Si dovrà passare dall’armeria per
l’equipaggiamento».
Dopo pochi istanti seguimmo quella figura e
arrivammo in un punto non ben definito della caserma; lì ci fecero mettere in
fila e ognuno di noi ricevette il suo armamentario: mi venne consegnato il
fucile, un modello moschetto 1891 Carcano con baionetta pieghevole la quale
pareva uno spiedino.
A prima vista appariva solido, un bel fucile,
poi guardai sul suo calcio e mi accorsi che c’era scritto qualcosa.
La cosa m’incuriosì … Quello era proprio un
nome con una data: 1916 B. Baldassarri; probabilmente, anzi di sicuro, era il
nome del suo padrone precedente.
Ricevuto l’armamento fummo avviati al
poligono di tiro, ma ad esso non arrivammo mai poiché il sergente che comandava
il gruppo ebbe la bell’idea di farci marciare tutto il giorno: «V’insegnerò la
disciplina; dovete imparare chi comanda!». Queste furono le prime parole che ci
disse, poi solo: «March!».
Dopo un bel po’ di marcia, il sergente ebbe
compassione di noi e ci fece ritornare in caserma; ovviamente noi avevamo sia
lo zaino sulle spalle, sia l’armamento.
Quando vidi la branda non esitai a tuffarmi
letteralmente sopra di essa e lo stesso fecero Mattia e Primo.
Mattia si era piazzato alla mia destra, Primo
alla mia sinistra; ci guardammo l’un l’altro e non ci fu bisogno di dire nulla:
annuimmo e io, dopo pochi istanti, caddi in un sonno pesante.
***
Un cinguettio d’un pettirosso mi destò dal
mio sonno.
Era ancora notte, controllai l’orologio e
presi atto che erano le cinque del mattino.
Nella camerata dove eravamo alloggiati si
udiva un gran russare e quando una trentina di persone ronfano riprendere sonno
è un’impresa impossibile.
Fu allora che il mio pensiero andò a Giacomo
e Simona; chissà cosa stavano facendo e come si erano organizzati dopo la mia
scomparsa.
Devo dire che mi mancavano tanto; e Giacomo …
Chissà che ometto s’era fatto.
Un bambino di dieci anni che si affaccia alla
vita è uno spettacolo che nessun padre o madre si dovrebbe perdere.
Tutto però, ebbe una breve durata; dopo pochi
istanti arrivarono a darci la sveglia i nostri sottufficiali e a fargli eco
c’era la tromba che annunciava l’inizio di quella giornata.
Scattammo tutti in piedi, ci vestimmo,
scendemmo a fare colazione e di fretta e furia andammo nuovamente a marciare;
era un triste presagio di quello che ci avrebbe atteso nei giorni a venire.
Anche quel giorno passò veloce e non contai i
passi che diedi, sentivo solo un gran dolore ai piedi che erano rinchiusi in
scarponi di una scomodità indescrivibile.
Tornammo in caserma e con nostra sorpresa
vedemmo che nel centro dell’atrio vi era un palchetto tutt’addobbato dal
tricolore Sabaudo.
Già sapevo cosa volesse dire quella scena: ci
stavano annunciando la partenza per il fronte …
Primo, accanto a me, mi guardò e chiese:
«Cosa starà succedendo?».
«Brutta; bruttissima cosa …». Ribattei
dondolando il capo.
Mattia mi chiese maggiori spiegazioni:
«Perché dici questo?».
«Ci stanno per annunciare la nostra partenza
verso il fronte ragazzi». Dissi quelle parole assumendo un’aria seria.
«È per questo che siamo qui; per fare la
guerra». Sottolineò Mattia.
Di certo non potevo rispondergli, quelli
erano anni in cui non v’era libertà di parola e, com’è sempre avvenuto, l’idea
sovrana del momento nascondeva agli occhi dei buoni la realtà funesta che si
sarebbe manifestata in tutta la sua cruenta verità di lì a poco.
Annuii e feci cenno di accomodarci in quello
spiazzo.
Anche il nostro sergente ci fece intendere di
prendere posto; e così facemmo tutti.
Lo spiazzo presto fu riempito e dopo pochi
istanti comparvero su quel palchetto due figure di mezz’età.
Io non conoscevo i gradi, poiché non avevo
fatto il militare nel mio tempo; ignoravo del tutto chi fossero.
Mi dissero che erano un generale e un
colonnello.
In poche parole ci tennero mezz’ora
inchiodati lì per un discorso che molti di noi non udirono proprio, tutti erano
preoccupati della sorte che li attendeva.
«Ebbene … Il giorno tanto atteso è arrivato.
Miei soldati: l’ora di dimostrare il nostro valore è giunta. Domani si parte
per il fronte». Disse il Generale.
Dopo quelle parole le facce dei miei
commilitoni ingrigirono e non guardarono più verso quelle due figure, ma verso
il basso; io potevo immaginare il loro pensiero che poi risultò anche il mio:
tutti pensammo alle nostre famiglie.
Poi sentii le parole più cupe che io potessi
mai udire: «Mi dispiace solo di non potervi seguire, poiché incarichi pressanti
mi tengono inchiodato in patria. Ah, cosa darei per un’ora di guerra …». Infine
disse quel personaggio il quale altri non era che un incompetente; rimaneva il fatto
di scoprire come fosse diventato un graduato.
Mi venne voglia di urlargli: “Disgraziato tu
e tutti coloro che, senza capire niente di ciò che fanno, stanno mandando a
morire intere generazioni”.
Come al solito però, non potevo farlo; sarei
stato ucciso all’istante, oppure fatto prigioniero e lasciato marcire in
prigione.
E … Se c’era una speranza di rivedere la mia
famiglia era proprio quella di rimanere libero e di potermi muovere al momento
opportuno.
Quando il graduato finì il discorso non ci
furono applausi per lui, che mestamente si allontanò dalle truppe dopo aver
riprodotto il saluto militare.
La compagnia fu sciolta e ci fu un corri
corri generale per preparare il necessario alla partenza.
Quando tutto fu pronto, andammo a consumare il
rancio; e anche quello sarebbe stato l’ultimo pasto decente che noi avremmo
fatto.
Ci dirigemmo in camerata e parlammo un po’
fra noi.
I pochi che avevano voglia di parlare si
domandarono come sarebbe stata la Russia, gli altri scrissero una lettera alla
loro famiglia: alcuni alla loro mamma, altri alla loro fidanzata, nel timore
che non avessero altro tempo per redigere i loro ultimi pensieri.
Anche Mattia stava scrivendo, poi il mio
sguardo si posò su Primo: egli non stava facendo nulla, era solo pensieroso.
Mi avvicinai e gli chiesi: «E tu Primo non
scrivi?».
Primo mi guardò e fece una leggera smorfia,
pareva però che si vergognasse e che volesse dirmi qualcosa.
Feci mente locale e allora capii il perché di
quel suo comportamento: in quel tempo la letteratura non era diffusa e tanti
non sapevano leggere; e fu allora che gli chiesi con un fil di voce: «Primo, tu
sai scrivere?».
Egli non mi rispose subito, arrossì
leggermente, poi mi guardò e mi fece capire che era illetterato.
Riprodussi una smorfia, mi avvicinai a lui e
gli sussurrai per non far udire agli altri: «Se non ti offendi posso scriverla
io la lettera per te, magari in un momento in cui i nostri commilitoni sono
presi a fare dell’altro».
Lo dissi in maniera da non offenderlo e lui
di rimando mi sorrise, poi mi chiese a bassa voce: «Davvero scriveresti una
lettera per me?».
Annuii facendo intuire le mie intenzioni; lui
mi disse: «Ma non ho soldi con cui ricambiare».
«Ah …». Affermai con tono di voce basso.
«Mi offendi così». Finii di dire.
«Ma allora come mi sdebito?». Mi domandò.
«Non c’è bisogno. Staremo assieme come
fratelli d’ora in poi e di tempo ce ne sarà per ricambiare. Ora: prendi carta e
penna; nel momento che riterrai opportuno ci metteremo a scrivere ciò che vuoi
far sapere alla tua famiglia».
Il suo viso sorridente mi ripagò all’istante
di quel gesto, che io feci volentieri; sapevo che molti di loro non avrebbero
fatto ritorno a casa e come rifiutare di far arrivare il loro saluto alle
proprie famiglie: era il minimo che potessi fare.
Primo mi guardò e chiese: «E tu non scrivi
alla tua famiglia?».
Il mio volto cambiò, i miei lineamenti
divennero tesi e le mie palpebre si chiusero d’istinto; poi pensai in fretta e
mi venne da dire: «I miei non ci sono; nel posto in cui si trovano la lettera
non gli arriverebbe».
«Mi dispiace, non era mia intenzione farti
ricordare questa cosa». Disse Primo, avendo timore d’avermi offeso.
«No, non ti preoccupare. Orami sono passati
due anni e ci sto facendo l’abitudine; certo, vorrei tanto poterli riabbracciare».
Affermai in seguito.
«Purtroppo la vita è questa; non possiamo
farci niente, ma una cosa è certa: le persone a cui vogliamo bene sono sempre
con noi qui». Asserì Primo facendo cenno verso il cuore e il suo faccione
d’improvviso si riempì di gioia.
Ecco; quella saggezza popolare di cui era
colma la maggioranza della gente dava sfoggio per un’ennesima volta della sua
millenaria esistenza, e persino una persona normale non acculturata aveva
accesso ad essa senz’alcun problema.
Quelle parole mi fecero tenerezza …
Probabilmente Primo credeva che i miei cari fossero morti e io non potevo
dirgli ciò che mi era accaduto poiché anch’egli mi avrebbe scambiato per un
pazzo.
Dopo una mezz’oretta vidi che la maggior
parte dei nostri commilitoni si alzò dal posto dove stavano scrivendo e si
avviarono in direzione della porta d’uscita: si stavano dirigendo verso la
mensa.
Mattia si fermò dinnanzi a noi e con accento
nordico ci chiese: «E voi che fate, non venite?».
Io e Primo ci guardammo in faccia, quello era
il momento di stilare la famosa lettera di cui avevamo parlato.
Fui io a rispondere a Mattia: «No, noi ci
fermiamo qui in camera».
«Siete sicuri?». Ci chiese facendo una faccia
curiosa.
Entrambi annuimmo e lui allora si convinse e
scese in refettorio; così fece il resto della compagnia.
In quell’enorme camerata rimanemmo solo io e
Primo e fu allora che gli dissi: «Forza Primo. Tira fuori penna e carta e
andiamo a sederci in quella scrivania». Facendo cenno verso un tavolo non
lontano da noi.
Ci alzammo e ci dirigemmo verso di esso.
Io mi accomodai sulla sedia, lui rimase in
piedi dietro di me e mi passò carta e penna dicendomi: «Sai; un po’ mi vergogno
di non saper scrivere, ma non ho potuto imparare poiché in famiglia siamo
numerosi e papà e mamma avevano bisogno d’aiuto nella campagna. Proprio non me
la sentivo di lasciarli soli a lavorare».
I suoi occhioni mi guardarono fisso e mi
venne spontaneo rispondergli: «Ma che vai dicendo …».
«Non sei tu che ti devi vergognare, ma coloro
che ci hanno ficcato in questo pasticcio». Feci presente.
«C’è più onore in una persona semplice la
quale lavora onestamente che in quei delinquenti che, pur avendo studiato,
l’onore non sanno nemmeno dove si trovi. Lavorare è onorevole, rubare è
vergognoso; e di certo il secondo non è il nostro caso. Con il tempo vedrai
anche tu chi si deve vergognare. Sai qual è il punto?». Chiesi a Primo.
Lui annuì e mi guardò.
«Il punto è che chi si deve vergognare non lo
fa e chi deve essere fiero del suo modo d’agire si vergogna; e questa non è una
bella cosa. Ma non perdiamo tempo, scriviamo ciò che devi». Lo dissi Facendo
cenno verso la lettera.
Anche Primo annuì, poi iniziò a parlare.
«Cara
mamma e papà».
Iniziò così la lettera.
«Care
sorelle …».
Poi pensò qualcosa, infine si decise a dirla;
ovviamente io scrivevo in corsivo e nel modo più chiaro possibile.
«è
passata una settimana da quando sono partito e già mi mancate tutti,
soprattutto il mio amato fratellino Gino che è ancora piccolo e che non sa in
che guaio ci siamo messi. La guerra mi ha sempre spaventato, non lo nego, ma ho
anche un obbligo verso la mia famiglia: quello di difenderla da ogni minaccia».
In quel momento gli scappò una parola
dialettale: «mo c’è stato detto che
domani si parte».
Io cercai di aggiustare: «oggi ci hanno comunicato che all’indomani si
partirà».
In seguito continuò a dettarmi la sua
missiva: «non preoccupatevi per me, in qualche modo sono sicuro che ritornerò a
casa e rivedrò voi tutti. Sono certo che la guerra non durerà molto. Stando a
quello che dice il partito, nell’arco di tre mesi finirà e noi ritorneremo ai
campi tanto amati e ai giorni felici in cui ci si ammazzava di lavoro, certo,
ma poi il calore della famiglia ci ristorava di tutte le fatiche fatte. A sera,
quando ci riunivamo accanto al fuoco e a mangiare il buon minestrone che mamma
cucinava, era un piacere ascoltare i racconti dei nonni in cui narravano la
loro gioventù. Ma capisco che quei tempi sono passati e che è ora di diventare
adulto; penso a voi e al lavoro che ci sarà da svolgere nei campi, visto che
sei dei vostri nove figli sono partiti per la guerra. È vicino il tempo in cui
il lavoro dei campi è più pesante e non immagino come farete a svolgerlo da
soli. Ah quanto vorrei essere lì per darvi una mano, ma purtroppo ciò non è
possibile. Vi prometto che alla prima licenza che mi daranno vi raggiungerò e
mi unirò al lavoro. Adesso però è ora di andare, anche perché Giuseppe, colui
che mi sta scrivendo la lettera, merita un po’ di riposo. Un saluto a tutti e
non siate in pensiero, qui ci trattano bene: ci danno tre pasti al giorno e
qualche ora di riposo non manca. Ah, dimenticavo: date un grosso bacio a Gino
e, se vi capita di scrivermi, fatemi sapere degli altri fratelli partiti per la
guerra».
Lì finì la lettera.
Io la piegai come si conviene, la imbustai e,
dopo averla sigillata, apposto il mittente e il destinatario, la diedi a Primo
che la prese e la mise nel taschino al livello del petto, custodendola
gelosamente come uno dei suoi più grandi tesori.
Poi mi guardò e disse: «Non ti ringrazierò
mai abbastanza».
Io gli risposi: «Non hai nulla per cui
ringraziare; ho fatto solo ciò che ritenevo giusto. E ad ogni modo, come ti ho
detto poc’anzi, ne avremo di tempo per pensare a queste cose».
Non feci in tempo a dire altro che arrivarono
tutti i nostri compagni, si disposero sui propri letti e pochissimi parlarono
quella sera.
Tutti meditarono sulla partenza dell’indomani
…
Anche Io e Primo ci coricammo sulle nostre
brande, poi fui richiamato da lui: «Giuseppe».
Mi girai e vidi volare verso di me qualcosa
di solido.
Lo presi al volo e mi accorsi che Primo mi
aveva lanciato un pezzo di salame.
Poi mi disse: «Assaggialo, lo abbiamo fatto
noi: è genuino».
Mi scappò un sorriso in quel momento.
Mi sembrò di rivedere in lui alcuni miei
conoscenti che erano stati altrettanto buoni come il mio compagno d’avventura.
Effettivamente avevo fame, non toccavo cibo
da circa cinque ore; non persi tempo e addentai quel pezzo di salame: non avevo
mai assaggiato della carne così buona e la mangiai con gusto.
I miei compagni mi videro mangiare e curiosi
osservarono quello che stavo portando alla bocca.
Alcuni soldati provarono a chiedere a Primo
un pezzo, ma la sua risposta fu che quello era l’ultimo e io me l’ero
guadagnato.
Presto suonò la tromba che annunciava la chiusura
delle luci: quella era l’ultima sera che probabilmente avremmo dormito su delle
brande; anche in quell’occasione mi addormentai di colpo, tutto divenne oscuro
e la stanchezza prese il sopravvento.
***
Mi svegliò un gran frastuono e quel dì non fu
come il precedente in cui il risveglio era stato tranquillo; tutti correvano di
qua e di là precipitosamente.
In pochi minuti fummo pronti, in divisa, con
gli scarponi ai piedi e con lo zaino in spalla.
Ci dirigemmo in cortile, dove l’intera
caserma pareva sostare in attesa di qualcosa che presto arrivò: lì davanti a
noi apparvero dei graduati che ci fecero un breve discorso.
I superiori dissero che si partiva per la
guerra e che sarebbero venuti con noi anche loro trattandoci come figli.
Infine ci chiesero di controllare
l’equipaggiamento avuto in dotazione, cosa che già avevamo fatto la sera
precedente: era tutto in ordine … Il fucile, la baionetta, la borraccia, il
cinturone, tutto il necessario per poter far fronte alle difficoltà; almeno
così ci dissero …
Dopo poco, in perfetta fila per due, ci
avviammo verso la stazione lasciando definitivamente quella caserma e la
scritta 301° si fece man mano più lontana.
Nelle strade la gente ci salutava e il gruppo
sfilava imperterrito in perfetta sincronia, marciando verso la sua meta.
Giungemmo in stazione dopo un’oretta di
cammino.
Ci portammo sul binario dove doveva arrivare
il nostro treno e sostammo alla meglio ovunque trovammo posto.
Si rivide la solita scena: mamme e parenti
che salutavano i propri cari e che, in un ultimo gesto di affetto, gli
passavano qualche pacchetto alle volte pieno di dolciumi, alle volte contenete
della biancheria.
Io, Mattia e Primo ci appartammo all’inizio
del binario e osservammo l’infinità di persone che stavano salutando i propri
cari; di tanto in tanto si sentiva: «Mi raccomando, stai attento».
Le mamme davano le proprie raccomandazioni ai
figli e a stento trattenevano le lacrime che quasi trasbordavano dai loro
occhioni lucidi e gonfi.
Io non ebbi il coraggio di dire nulla; fu uno
strazio osservare quelle scene, solo a pensare che la maggior parte di quei
ragazzi poco più che diciottenni sarebbe morta lì, dove ci stavano mandando.
Mattia mi rivolse la parola: «Le mamme eh?
Sempre così apprensive …».
Mattia era giovane, non poteva sapere cosa si
prova ad essere padre; ma io lo ero e di certo non sarei stato felice di vedere
il mio bambino partire per la guerra e soprattutto quella guerra: completamente
inutile e priva di ogni logica.
«Sei ancora giovane Mattia. Ma prova a metterti
nei loro panni … Suppongo che faresti la stessa cosa. Questa dannata guerra
senza senso ci farà patire molte sofferenze e ti assicuro che il fronte
orientale non ci risparmierà nulla». Affermai io; e lo guardai in maniera molto
seria.
«Ma cosa ci andiamo a fare poi in Russia; non
ne vedo l’utilità. Non abbiamo già abbastanza terra qui in Italia? Quasi non
riusciamo a coltivarla qui, figuriamoci se ci riusciamo lassù». Borbottò Primo
a bassa voce per non essere sentito.
«Sss … Vuoi farti punire. Queste cose non si
dicono: siamo soldati». Lo rimproverò Mattia.
Questa volta non ce la feci … Sapevo che
Mattia era un fascista, ma non me la sentii di non dire nulla: «Primo ha
ragione: cosa andiamo a fare in Russia? E ti assicuro che se lo domanderanno
anche le persone del posto. È uno sbaglio che pagheremo a caro prezzo. E per
quanto riguarda lo spazio vitale: il regime non è in grado di gestire quel poco
che ha, figuriamoci terre lontane; cosa ne faremo mai? Tutti coloro che
periranno per questa idiozia lo dovranno all’ideologia folle di pochi».
Bisbigliai.
Mattia mi sentì appena, così anche Primo.
Mattia dissentì facendo presente che le
ideologie del posto erano malsane e se la prese con il Comunismo.
Primo stringeva le spalle e mi fece capire
che a lui non interessavano le ideologie politiche, ma le cose concrete: cosa
mettere sotto i denti aveva la priorità assoluta.
Io dondolai la testa e non dissi nulla.
Il giovane Mattia, fascista incallito, si
sarebbe presto ricreduto e avrebbe aperto gli occhi quando le cose si sarebbero
mostrate per quello che erano: un calderone pieno di grandi stupidate e
ingordigia di pochi che non esitavano a sacrificare vite umane le quali in quel
periodo valevano nulla.
In quell’istante arrivò l’ordine di entrare
nei carri merci; finite le operazioni di caricamento delle truppe il lungo
treno incominciò il suo calvario e il fischio del capotreno diede avvio anche
alla nostra epopea, che incominciò in un giorno di fine maggio del 1942: la
301° fanteria si avviò verso il martirio.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il sesto capitolo).
