La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

giovedì 5 febbraio 2015

Disperso nel tempo 1942 – 3° capitolo da leggere online –.


Ho finito di sistemare il capitolo prima del previsto.
Pertanto, poiché già sto lavorando sul quarto, lo metto a vostra disposizione in modo che possiate leggere anche il terzo capitolo.
Vista la loro lunghezza, è meglio che non mi dilunghi in scritti che magari sarebbero fuori luogo in questo momento; Quindi … Buona lettura a tutti:


CAPITOLO 3
IN MANICOMIO



«Vedi di non fare troppo baccano matto!». Dissero quei due signori che mi avevano accompagnato nell’angusta stanza.
Poi uno di loro sottolineò: «Qui sarai in buona compagnia. Il tuo amico crede anch’egli di essere in un film e di venire da un altro posto … Ah … Ah … Ah …».
Le risate di scherno continuavano a protrarsi e quegli orridi individui altro non facevano che prendersi gioco di noi.
Non so cosa volessero, ma di umano non avevano proprio nulla; parevano peggio delle bestie.
I due in seguito si allontanarono e rimasi solo con il mio compagno di cella che continuava a canticchiare e sogghignare.
«Cosa sta succedendo?». Domandai irritato a quella sagoma che era parzialmente nascosta nell’ombra.
Ma la solita cantilena continuava a risuonare appena sussurrata:

«Intrappolato nel tempo sopravvissi a stento; in seguito capii la via da percorrere ma fui bloccato dagli eventi. Ero uno scienziato del tutto affermato, ma nei meandri mi persi dei molti universi. Ah! Ah! Ah!». 

L’uomo poi venne fuori dall’oscurità che regnava in quella parte di cella.
Era un uomo dai capelli bianchi di mezza età e dagli occhi colore azzurrino, alto all’incirca un metro e settanta.
Si avvicinò a me ripetendo di continuo quella filastrocca in modo maniacale e mi guardò con accuratezza, poi smise di canticchiare quel fastidioso motivetto.
A quel punto si abbandonò a una risata frenetica, fino a quando non arrivò proprio dinnanzi a me.
Mi squadrò bene e mi disse: «Oh … Hanno portato un nuovo compagno». E dopo un attimo di pausa affermò: «Per averti messo qui devi aver fatto qualcosa d’importante. Oppure hanno intenzione di sperimentare un nuovo farmaco … Ah! Ah! Ah!». E lì finirono i momenti lucidi di quel personaggio: egli continuò con la sua cantilena.
Era palese che quell’uomo era del tutto privo di lucidità, essa compariva per pochi attimi per poi svanire immediatamente.
Lui gironzolava per la cella muovendo le mani freneticamente e saltellando ad ogni passo.
Mi avventai su di lui e lo bloccai, lo costrinsi a sedere su uno dei letti di legno presenti in quella cella e gli domandai con voce decisa: «Ho bisogno di sapere quello che accade. Che cos’è successo?».
Pareva che la mia domanda non fosse stata recepita, poiché esso mi guardava confuso e con lo sguardo perso.
Lo stesso sguardo che di botto mi fissò in un attimo di lucidità.
L’uomo disse: «Siamo nel millenovecentoquaranta in piena seconda guerra mondiale».
«Possibile che sia vero ciò che dici?». Chiesi al signore di tutta fretta, poiché già sapevo che quell’attimo di lucidità sarebbe presto svanito.
«No!». Esclamò il signore di mezza età.
«Anche tu!». Poi sottolineò.
«Cosa?». Chiesi.
«Ti sei perso anche tu?». Di rimando mi domandò.
«Perso …». Risposi perplesso.
«Sì, esatto. Perduto nei meandri del tempo». Ribatté il mio interlocutore.
«Spiegati meglio!». Esclamai.
«Non l’hai ancora capito … Anch’io non sono di questo tempo. Basta guardarti per rendersi conto che devi provenire pressappoco dal 2011; le tue scarpe … I tuoi  vestiti … Tutte cose che di questi tempi non si trovano in giro». Poi il suo sguardo divenne di nuovo assente e incominciò a urlare.
Dovetti lasciare la presa per farlo smettere, altrimenti sarebbero accorsi gli infermieri che prima mi avevano accompagnato in quella cella.
Il mio compagno di prigione si calmò in un attimo e incominciò nuovamente a girovagare per la cella e a saltellare canticchiando quella filastrocca.
Ma tutto fu vano: gli infermieri arrivarono di gran fretta, aprirono la cella e si precipitarono a braccare il povero malcapitato.
Una volta bloccato l’uomo a terra, i due tirarono fuori una siringa e gli iniettarono qualcosa: dopo poco della bava bianca uscì dalla sua bocca ed egli, completamente immobile, fu abbandonato sul pavimento quasi privo di coscienza.
Uno degli infermieri si rivolse all’altro dicendo: «Ha dato di matto anche oggi. Meno male che abbiamo questo farmaco sperimentale che li calma all’istante».
Il compagno annuì ad ogni sua parola.
Egli infine si girò verso di me e affermò: «Tanto alla prima crisi che hai toccherà anche a te». E si mise a ridere.
Io non dissi nulla, ma sapevo bene che dovevo opporre poca resistenza in quanto, probabilmente, quello che loro iniettavano era qualche strano farmaco.
Aspettai che uscissero ed evitai addirittura di guardarli, poi, quando scomparvero nei corridoi dello stabile, mi avvicinai all’uomo riverso per terra, lo alzai e lo poggiai sul letto, stendendolo alla meglio.
Anch’io feci la stessa cosa: quello era il momento di riposare, in seguito avrei cercato di saperne di più.
Gli occhi si fecero pesanti e io mi addormentai.

***

Mi risvegliai dopo un bel po’ e vidi che il mio compagno di cella era ancora privo di sensi.
Mi alzai, mi diressi verso la finestra che dava all’esterno dello stabile e da lì fui in grado di vedere il tramonto; rimasi incantato per circa cinque minuti a guardare il sole che si tuffava dietro l’orizzonte.
Quando il cielo fu completamente privo di luce solare, mi scostai dalla finestra e mi diressi verso il giaciglio dov’era poggiato l’uomo che avevo appena conosciuto.
Mi sedetti sulle tavole che erano un po’ marce, pareva che fossero lì da tanto tempo.
Ero ai piedi di quel letto improvvisato e cercai di svegliare l’uomo di cui sapevo così poco. 
«Psst … Psst … Svegliati!». E mentre bisbigliavo quelle parole con la  mano destra lo mossi leggermente.
Lui emise pochi lamenti: «Hm …». Si udì.
Ma non potevo attendere: dovevo sapere quanto più possibile su quella situazione e per fortuna, o sfortuna, quell’uomo dinnanzi a me, un po’ pazzo e con il fare strano, pareva saperne molto su quanto stava avvenendo.
Lo percossi leggermente, ma non sortii nessun risultato: continuava ad essere totalmente assente; mi domandai che tipo di medicinale gli avessero somministrato.
Ebbi un’idea a quel punto, non rimaneva che prendere dell’acqua e svegliarlo bruscamente.
Mi alzai nuovamente, mi diressi verso un bacile a pochi passi da noi e presi dell’acqua all’interno delle mie mani unite.
L’acqua riusciva a filtrare lo stesso dalle mie dita, ma avvicinai quanto bastava per tirarla sulla faccia del mio compagno di cella.
Quando lui venne colpito si udì: «Wow … Che fredda!». Si alzò di scatto e mi guardò con occhi sgranati.
Capii che quello era uno dei pochi momenti di lucidità che aveva.
Dovevo approfittarne …
Lo guardai e gli domandai: «Allora: vuoi spiegarmi cosa sta succedendo?».
Lui di rimandò mi chiese: «Chi sei?».
Io gli risposi: «Una persona che ha bisogno d’aiuto».
«Oh … Caro … Qui tutti abbiamo bisogno d’aiuto». Ribatté l’uomo quasi deridendomi.
«Voglio sapere cosa sta succedendo. Fino a poco tempo fa pensavo di essere all’interno di un set cinematografico; poi ho realizzato che siamo prigionieri di fanatici fascisti. Adesso mi ritrovo in manicomio; perché?». Domandai infine.
L’uomo guardò per un attimo il pavimento, poi mi rivolse la parola: «Anch’io pensavo di essere in una scena di un film. Poi ho creduto di ritrovarmi in un incubo; ma ti assicuro che è tutto vero: questo è il millenovecentoquaranta e quelli sono veri fascisti». La sua espressione divenne triste e il suo sguardo si levò da terra per fissarmi nuovamente.
Egli ribadì: «Ci ritroviamo in un anno non nostro e, dall’aspetto e dai vestiti che porti, suppongo che tu debba provenire da un’altra era; vero?».
«Non so cosa sia accaduto di preciso; l’unica cosa che ricordo è quella di aver perso il controllo della mia auto e in seguito di essermi risvegliato in un paese che pareva dei primi anni quaranta». Sottolineai.
«Non pareva: è un paese degli anni quaranta». Ribatté il mio interlocutore.
«Cos’è successo a te?». Chiesi.
«La stessa cosa tua. Dopo aver avuto un incidente mi sono svegliato nel millenovecentotrentadue. Inizialmente è stato uno shock, poi realizzai che lo spazio tempo era stato distorto dall’incidente e io sono stato scaraventato indietro nel tempo. Devo, tuttavia, comprendere come fare a ritornare nel luogo da cui arrivo; di certo non posso finire i miei giorni in un manicomio». Mi disse.
Non credevo alle mie orecchie: per qualche strano motivo mi ritrovavo nell’era più buia che il genere umano avesse mai vissuto e per giunta in un tempo di guerra, che oltretutto io conoscevo bene poiché mi piaceva la storia e ne avevo letto a bizzeffe di libri che trattavano l’argomento.
«Come ne usciamo?». Chiesi nuovamente.
«Qualunque cosa sia successa, l’unico modo di venirne fuori è quello di raggiungere il posto dove abbiamo avuto l’incidente. Là il tempo è stato distorto; ed è lì che probabilmente verrà nuovamente alterato. In qualche modo dobbiamo uscire da qui. Il problema è: come?». Quelle furono le sue ultime parole sensate, poi divenne nuovamente strano e iniziò a ridere, alzò il suo sguardo verso il soffitto e riprodusse ancora quei movimenti con le mani.
Io chiesi: «Stai bene?».
Ma lui non mi diede nessuna risposta: il suo sguardo era spento, morto …
Incominciò a girare in tondo, senza meta; non era dunque più possibile parlargli.
Di lì a poco arrivarono i due infermieri che la sera precedente avevano iniettato quella strana medicina all’uomo con cui avevo appena parlato, lo guardarono e dissero: «Ha incominciato a fare il corridore …».
In seguito uno domandò all’altro: «Secondo te quanto dura?».
«Ah … Non saprei; quelli a cui iniettiamo la medicina sono tutti morti in un paio di mesi. Questo a quanto pare è coriaceo e di morire proprio non ne vuole sapere».
Poi fecero la solita risata da Orchi.
In mente mia tante domante si fecero largo, ma una su tutte mi tormentò: com’è possibile essere tanto spietati?
Evidentemente costoro non avevano più niente di umano.
Infine mi guardarono e uno di loro annunciò: «Devi venire con noi».
«Ti stanno aspettando». Sottolineò il suo collega.
Quest’ultimo si apprestò ad aprire la cella e fece cenno di avvicinarmi, nel frattempo l’altro preparò una specie di siringa piena di un liquido rossastro, lo stesso che era stato iniettato al mio compagno di cella.
Egli fece presente in modo brusco: «Se non vieni con le buone, ci costringerai ad usare le maniere forti».
Io non dissi nulla e chiusi leggermente le palpebre; in mente mia pensai: “Sono in trappola. Costoro hanno il potere di farmi ciò che vogliono. Mi conviene seguirli”.
Mi avvicinai a loro senza dire una parola e quando fui fuori dalla cella venni subito braccato e vestito con una bella camicia bianca: la camicia di forza …
«Oh … Adesso possiamo state tranquilli». Disse sollevato l’essere abietto più piccolo.
Io lo guardai quasi con odio: se fossi stato libero avrei certamente colpito quell’impiastro, poiché tanto era piccolo quanto era cattivo.
C’incamminammo lungo un corridoio disseminato di celle sia sulla sinistra, sia sulla destra, fino ad arrivare dinnanzi a una porta rivestita con un materiale gommoso.
Il tizio più alto mi afferrò per un braccio e quasi mi strattonò, dicendomi: «Presto, non possiamo far aspettare la commissione».
Quell’uomo aprì la porta e al suo interno vi erano quattro individui vestiti con un camice bianco: tutti erano seduti dietro una tavola di colore marrone che pareva una cattedra usata dalle maestre di scuola.
C’erano due donne e due maschi, dietro di loro c’era la fotografia del duce attaccata al muro: il duce era vestito con la divisa militare.
La donna più vicina a me fece cenno di sedermi su una sedia dinnanzi a quella cattedra e gli infermieri, dal canto loro, non aspettavano altro: quasi mi trascinarono vicino ad essa e poi mi costrinsero a sedere.
Ero totalmente immobile e la camicia di forza dava un grosso contributo alla mia immobilità; intanto i quattro figuri dotti mi squadravano dalla testa ai piedi …
Uno di loro si rivolse agli infermieri: «Ancora vestito civile è?». Dimostrando che l’italiano non era di casa.
Gli infermieri annuirono e poi uno di loro si prese la briga di rispondere: «Non abbiamo più camici, nemmeno di recupero. Bisognerà aspettare che ci inviino i nuovi rifornimenti».
Il dottore che aveva posto la domanda a quel punto annuì, poi si rivolse ai suoi colleghi e gli fece un cenno, come a voler dire: iniziate voi.
La donna che aveva parlato poc’anzi mi domandò: «Allora, vogliamo conoscerci un po’?». Riproducendo un finto sorriso che avrebbe riconosciuto anche un bambino di quattro anni.
«Come ti chiami?». Infine chiese.
Tutti mi guardavano attendendo una risposta.
L’infermiere, come suo solito, mi diede un colpo con la mano aperta al livello della spalla destra e intimò: «Rispondi!».
Io abbassai lo sguardo e pensai: “Se solo fossi libero ti riempirei di botte, brutto tappo fascista” , ma poi guardai in faccia i quattro che probabilmente avrebbero deciso del mio destino: dovevo essere cauto, non potevo far trasparire la verità.
Se avessero solo sospettato ciò che io pensavo, sarei stato internato a vita e mi avrebbero riempito di medicine rimbambendomi; a quel punto le speranze di rivedere la mia famiglia sarebbero state praticamente nulle.
«Il mio nome è Giuseppe». Risposi con voce appena percettibile.
«Il cognome … Giuseppe». Sottolineò un giovane dottore in mezzo alla combriccola appollaiata lì davanti a me.
«Santi Giuseppe». Terminai io.
«Bene Santi Giuseppe; dovrai rispondere ad alcune domande che noi ti faremo». Affermò la donna più anziana.
Non avevo altra scelta che rispondere: annuii rassegnato.
«Perché girovagavi da solo per un paese in cui non ti conosceva nessuno? E vestito in quel modo poi …». Mi domandò la donna più giovane.
«Ho avuto un incidente e cercavo aiuto per poter tornare alla mia casa». Ribattei.
«Incidente …». Disse uno di loro, poi aggiunse: «Abbiamo già controllato quella zona e non c’è traccia di incidenti. Dicci la verità!». Mi intimò in seguito.
«È la semplice verità. Credetemi: stavo andando al lavoro e ho perso il controllo del mezzo. Mi sono schiantato in una cunetta e in seguito, dopo essermi cambiato, ho cercato aiuto». Affermai.
Sbuffarono tutti e l’altro dottore, quello più giovane, mi fece notare: «Quei vestiti non sono usuali; dove li hai presi?».
«Li avevo sul mezzo in caso di emergenza, sono vestiti vecchi». Replicai.
«CI PRENDI IN GIRO!». Urlò il dottore anziano dai capelli bianchi.
«Nient’affatto …». Cercai di rispondere, ma fui interrotto …
«I jeans e la tua maglia sono vestiti americani; e da noi le spie fanno una brutta fine». Mi fece notare ancora una volta con voce calma il dottore più giovane.
«È vero; sono vestiti fatti in America, ma li ho comprati d’importazione». A quell’affermazione si avvicinarono fra loro e incominciarono a discutere a bassa voce, in modo da non farmi udire ciò che si stavano dicendo.
«E va bene Giuseppe; mettiamo che tutto quello che ci hai detto sia vero, come la spieghiamo la storia che sei andato a raccontare in giro?». Mi domandò la donna più giovane.
Io provai a chiedere maggiori spiegazioni: «Quali storie?».
Il signore dal camice candido con i capelli bianchi, leggendo una sorta di scheda, mi disse: «Quella in cui tu credevi di essere in un film, per non parlare dell’affermazione fatta in caserma dove tu asserivi di provenire dal 2011».
Ero nei guai e non potevo negare di aver detto quelle cose, visto che erano state riferite da persone in divisa; che cosa potevo inventarmi adesso?
Pensai per un attimo a cosa dovevo dire, ma non mi venne in mente niente.
Chiusi le palpebre e riaprendole mi venne un’idea.
«È che sono un burlone, allora ho pensato bene di prendere in giro quel maresciallo». Dissi frettolosamente.
Dopo quell’affermazione mi furono poste una miriade di domande e passarono all’incirca un paio d’ore, ma il mio interrogatorio non accennava a finire.
Solo dopo un’altra mezz’ora di domande la donna più anziana mi annunciò: «Per adesso può bastare, ma aspettati un’altra chiacchierata».
Fece cenno verso gli infermieri e loro mi alzarono di peso e mi forzarono ad andare verso la porta dalla quale io ero entrato, la aprirono e la oltrepassammo, inoltrandoci nuovamente nei corridoi che oramai iniziavo a riconoscere bene.
Arrivammo di nuovo dinnanzi alla mia cella e quei due osceni individui mi derisero con le più disparate affermazioni che preferisco non ricordare; aprirono la cella, mi tolsero la camicia di forza, mi spinsero letteralmente dentro quell’angusto spazio e richiusero con più mandate la serratura, poi s’incamminarono di nuovo per i corridoi riproducendo le loro solite risate.
Non appena furono svaniti dietro l’angolo, mi precipitai verso il mio compagno di stanza ma mi accorsi che era ancora fuori di sé e non potevo interloquire con lui; mi toccava aspettare il momento propizio: già sapevo che durante le giornate aveva più momenti in cui si poteva chiacchierare ma bisognava fare in fretta, in quanto quei momenti erano fuggenti e terminavano quasi subito.
Mi appostai sul letto fatto interamente di legno e attesi il momento propizio per poter fare ancora quattro chiacchiere con lui.
Quel momento arrivò dopo un paio d’ore, egli smise di girovagare in tondo e mi guardò con aria strana.
Poi, come se si fosse ricordato chi ero, si avvicinò e si sedette accanto a me.
Io non dissi nulla, lo guardai solamente.
«Allora; ti sei reso conto che siamo in un bel pasticcio?». Mi domandò.
«Più passa il tempo, più mi accorgo che è qualcosa d’incomprensibile. Com’è stato possibile?». Chiesi di rimando.
«Distorsione spazio tempo. Questa è la risposta». Affermò.
«Disto che?». Richiesi.
«Sono uno scienziato e mi occupo di studi sulle pieghe spazio temporali. Ti posso assicurare che esse esistono. È, tuttavia, ancora impossibile sapere come si formano e che tipo di reazione avvenga». Asserì ancora.
«Uno scienziato? Perché ti trovi in questa situazione?». Domandai.
«Durante un mio esperimento qualcosa è andato storto e sono giunto in quest’epoca. Ho fatto il grosso sbaglio di parlare troppo e sono stato rinchiuso in questo manicomio». Facendo poi cenno con il capo verso le sbarre.
In seguito continuò il suo discorso: «Prima che sia troppo tardi ascolta attentamente …». Si fermò per un attimo e io annuii.
Lui continuò: «Come ti dicevo, c’è un solo modo per tornare indietro: raggiungere il luogo della distorsione spazio tempo, poiché prima o poi se ne verificherà un’altra. È però necessario fuggire da qui e io non posso essere d’aiuto: mi stanno riempiendo di medicine, proprio quelle che mi stanno facendo perdere il lume della ragione. Dovrai lavorare per entrambi».
Non avevo altra scelta, dissi di sì.
In seguito egli mi suggerì: «Quando ti daranno le medicine da prendere, perché te le daranno stanne certo, non opporre resistenza, fa finta di prenderle e in qualche modo disfatene. Se farai storie te le inietteranno come stanno facendo con me, a quel punto diverrai come sono diventato io: instabile. Ora: non so cosa mi stanno dando, ma suppongo sia qualche schifezza da testare sui pazienti; io sono l’ultimo paziente rimasto su cui stanno testando quelle cose, gli altri sono tutti morti. Se non fuggo mi uccideranno». Mi guardò e fece un’espressione di supplica.
Io annuii nuovamente in segno d’accordo, lui si avvide di quanto avevo fatto ma non fece in tempo a rispondermi, in quanto perse di nuovo il lume della ragione e ridendo si alzò dal suo giaciglio continuando a muoversi in tondo.
Capii che era nello stato confusionale, ma quella chiacchierata mi aveva fatto comprendere qualcosa in più di quello che sapevo prima; qualunque cosa fosse successa, l’unico modo per ritornare indietro era fuggire da quel posto.
Il problema era come farlo …
Non passarono nemmeno dieci minuti che si rividero i due loschi infermieri i quali sogghignando portavano in mano due gavette di ferro con dentro una sorta di brodaglia.
Uno di loro disse: «È arrivata la sbobba».
L’altro si affrettò ad aprire la cella e, reggendo un bastone nero lungo all’incirca quaranta centimetri e spesso più di un manico di scopa, entrò nel nostro spazio seguito dal suo collega.
I due poggiarono le gavette su una sorta di scrivania tutta arrugginita vicino alla zona bagno: era tutto chiuso in venti metri quadri, dunque un tugurio.
«Questa è la cena. Affrettatevi a mangiarla». Affermò il secondo infermiere riferendosi ad entrambi.
Il mio compagno, di cui non sapevo il nome, si avventò come un rapace sulla scodella contente quella schifezza e con le mani, che affondò nella sorta di purea colore verdastro, si portò alla bocca ciò che i due aguzzini ci avevano dato.
Il più grosso mi guardò e chiese: «E tu non hai fame?». Sogghignando.
«Ti conviene mangiare, poiché dopo il pasto dovrai prendere queste». Mostrandomi cinque grosse capsule di medicine colore rossastro.
Mi ritornarono a mente i consigli dell’uomo che in quel momento stava mangiando con le mani dalla gavetta appena portata dagli infermieri.
Annuii, presi la scodella di ferro e provai a mangiare ciò che c’era al suo interno; non vi dico … Un sapore così sgradevole non l’avevo mai assaggiato in vita mia, ma dovetti stringere i denti e buttar giù ciò che c’era.
L’ultima porzione di quel purea l’infilai in bocca, ma non la deglutii.
A quel punto l’infermiere mi passò le cinque capsule tutte assieme e m’intimò di mandarle giù, facendo notare il grosso bastone ch’egli aveva ben saldo tra le mani.
Io le presi, le portai alla bocca e le depositai sulla lingua, infine, come un abile giocoliere, mandai giù il purea nauseabondo e nascosi le cinque capsule sotto di essa.
Gli infermieri, visto quello, ghignarono nuovamente e fecero un cenno d’assenso.
Parlando fra di loro dissero: «Meno male, almeno uno che non fa storie».
A quel punto ritirarono le scodelle e uscirono dalla cella chiudendo le sbarre.
Infine scomparvero nei corridoi dello stabile.
Solo allora mi precipitai verso la zona bagno e lì sputai quelle grosse capsule che avevo nascosto sotto la lingua, tirai l’acqua ed esse svanirono inghiottite dallo scarico.
Pensai: “Meno male che non hanno controllato l’interno della mia bocca, altrimenti sarei stato costretto ad inghiottirle”.
Poi bevetti dal rubinetto del lavandino lì vicino.
Mi sedetti sul mio letto e guardai quell’uomo che continuava imperterrito a girare nella stanza, pareva impossibile che fosse uno scienziato.
Mi appoggiai allo schienale e fui vinto dalla stanchezza: mi addormentai.

***

Passarono molti giorni e le scene si ripetevano di continuo.
Gli infermieri portavano ogni sorta di schifezza tre volte al giorno e, dopo, ci davano le medicine.
Fino a quel momento mi era andata bene, il trucco di nasconderle sotto la lingua aveva sempre funzionato e in più la cosa veniva avallata anche dal mio comportamento che era del tutto simile a quello del mio compagno di cella. Esatto: mi comportavo come lui, copiandolo.
In quel lungo periodo imparai a conoscere il mio compagno che si chiamava Gabriele; il cognome non volle mai rivelarmelo.
Dai vari colloqui che avevamo avuto, oramai era ben chiaro che la situazione in cui ci trovavamo non era una finzione e che eravamo veramente stati catapultati in un’era diversa da quella di appartenenza.
I giorni erano così strutturati: la colazione la facevamo con il latte rancido e il pane duro, assieme alle medicine; a pranzo ci davano un purea di vari colori e medicine; e per cena ci propinavano la stessa sbobba.
Non riuscii a contare i giorni che erano passati dal mio arrivo in manicomio, poiché sarebbe stato segno d’intelletto e dunque non feci alcuna tacca per poterli conteggiare; mi avvidi anche di comportarmi da pazzo totale ai vari colloqui fatti con i professori: dovevo essere convincente e sembrare innocuo.
Di tanto in tanto si udiva una sirena antiaerea e poi assordanti boati, segno che stavano veramente bombardando; fino a quando quei boati non arrivarono persino a sfiorare lo stabile e, ogni volta che ciò accadeva, quasi lo centravano quel maledetto manicomio.
Il terrore si vedeva chiaramente sui volti degli infermieri quando venivano a somministrarci le terapie e a darci da mangiare, poi un giorno accadde qualcosa d’inaspettato: mentre gli infermieri ci stavano propinando la cena con le sbarre della cella spalancate, un boato echeggiò nello stabile; la polvere s’innalzò ovunque, fino a quasi soffocarci.
I calcinacci caddero dappertutto e si percepì un odore acre che quasi faceva venire da vomitare.
Il fuoco si propagò in ogni cella e le grida d’aiuto si levarono da ogni angolo dello stabile; quando la polvere si diradò, apparve ai miei occhi un’orrenda visione: il muro del manicomio non esisteva più, era crollato.
Sotto di esso giacevano i due infermieri senza vita e il mio compagno di cella si era salvato miracolosamente, per giunta in quell’istante era in uno stato di lucidità che subito si notò.
«Presto; è il momento». Affermò Gabriele.
Poi si affrettò a dire: «Cambiamoci d’abito con questi due disgraziati e fuggiamo lontano».
L’idea era buona e l’attuammo immediatamente scambiandoci i vestiti con loro, in modo da far sembrare che noi due fossimo morti sotto le macerie.
Il fatto fu facilitato dallo stato in cui erano i corpi dei nostri due aguzzini: completamente irriconoscibili in volto e totalmente schiacciati dai detriti.
Io presi immediatamente il cellulare che avevo sapientemente nascosto sotto le tavole del letto, in modo che nessuno lo scoprisse, e lo misi in una tasca della camicia che avevo appena indossato.
Facemmo tutto in cinque minuti e poi c’incamminammo lungo i corridoi dello stabile, facendo finta di dare soccorso.
Alla fine riuscimmo a uscire da lì e fummo aiutati da alcuni militari appena fuori da esso.
I militari ci portarono presso un campo non lontano adibito alla cura dei feriti, ci medicarono e ci trasferirono verso una città a bordo di un camion.
Arrivammo in una grande città che io riconobbi come la capitale, ci accompagnarono in ospedale e dopo alcune visite fummo dimessi.
Con nostro sommo piacere, ci accorgemmo che ci avevano scambiato per due lavoratori del manicomio: finalmente eravamo liberi, non ci rimaneva che raggiungere il luogo del nostro incidente e cercare di ritornare da dove eravamo arrivati.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il quarto capitolo).