Ho finito di sistemare il capitolo prima del
previsto.
Pertanto, poiché già sto lavorando sul
quarto, lo metto a vostra disposizione in modo che possiate leggere anche il
terzo capitolo.
Vista la loro lunghezza, è meglio che
non mi dilunghi in scritti che magari sarebbero fuori luogo in questo momento;
Quindi … Buona lettura a tutti:
CAPITOLO 3
IN MANICOMIO
«Vedi di non fare troppo baccano matto!».
Dissero quei due signori che mi avevano accompagnato nell’angusta stanza.
Poi uno di loro sottolineò: «Qui sarai in
buona compagnia. Il tuo amico crede anch’egli di essere in un film e di venire
da un altro posto … Ah … Ah … Ah …».
Le risate di scherno continuavano a protrarsi
e quegli orridi individui altro non facevano che prendersi gioco di noi.
Non so cosa volessero, ma di umano non
avevano proprio nulla; parevano peggio delle bestie.
I due in seguito si allontanarono e rimasi
solo con il mio compagno di cella che continuava a canticchiare e sogghignare.
«Cosa sta succedendo?». Domandai irritato a
quella sagoma che era parzialmente nascosta nell’ombra.
Ma la solita cantilena continuava a risuonare
appena sussurrata:
«Intrappolato
nel tempo sopravvissi a stento; in seguito capii la via da percorrere ma fui
bloccato dagli eventi. Ero uno scienziato del tutto affermato, ma nei meandri
mi persi dei molti universi. Ah! Ah! Ah!».
L’uomo poi venne fuori dall’oscurità che
regnava in quella parte di cella.
Era un uomo dai capelli bianchi di mezza età
e dagli occhi colore azzurrino, alto all’incirca un metro e settanta.
Si avvicinò a me ripetendo di continuo quella
filastrocca in modo maniacale e mi guardò con accuratezza, poi smise di
canticchiare quel fastidioso motivetto.
A quel punto si abbandonò a una risata
frenetica, fino a quando non arrivò proprio dinnanzi a me.
Mi squadrò bene e mi disse: «Oh … Hanno
portato un nuovo compagno». E dopo un attimo di pausa affermò: «Per averti
messo qui devi aver fatto qualcosa d’importante. Oppure hanno intenzione di
sperimentare un nuovo farmaco … Ah! Ah! Ah!». E lì finirono i momenti lucidi di
quel personaggio: egli continuò con la sua cantilena.
Era palese che quell’uomo era del tutto privo
di lucidità, essa compariva per pochi attimi per poi svanire immediatamente.
Lui gironzolava per la cella muovendo le mani
freneticamente e saltellando ad ogni passo.
Mi avventai su di lui e lo bloccai, lo
costrinsi a sedere su uno dei letti di legno presenti in quella cella e gli
domandai con voce decisa: «Ho bisogno di sapere quello che accade. Che cos’è
successo?».
Pareva che la mia domanda non fosse stata
recepita, poiché esso mi guardava confuso e con lo sguardo perso.
Lo stesso sguardo che di botto mi fissò in un
attimo di lucidità.
L’uomo disse: «Siamo nel
millenovecentoquaranta in piena seconda guerra mondiale».
«Possibile che sia vero ciò che dici?».
Chiesi al signore di tutta fretta, poiché già sapevo che quell’attimo di
lucidità sarebbe presto svanito.
«No!». Esclamò il signore di mezza età.
«Anche tu!». Poi sottolineò.
«Cosa?». Chiesi.
«Ti sei perso anche tu?». Di rimando mi
domandò.
«Perso …». Risposi perplesso.
«Sì, esatto. Perduto nei meandri del tempo».
Ribatté il mio interlocutore.
«Spiegati meglio!». Esclamai.
«Non l’hai ancora capito … Anch’io non sono
di questo tempo. Basta guardarti per rendersi conto che devi provenire
pressappoco dal 2011; le tue scarpe … I tuoi
vestiti … Tutte cose che di questi tempi non si trovano in giro». Poi il
suo sguardo divenne di nuovo assente e incominciò a urlare.
Dovetti lasciare la presa per farlo smettere,
altrimenti sarebbero accorsi gli infermieri che prima mi avevano accompagnato
in quella cella.
Il mio compagno di prigione si calmò in un
attimo e incominciò nuovamente a girovagare per la cella e a saltellare
canticchiando quella filastrocca.
Ma tutto fu vano: gli infermieri arrivarono
di gran fretta, aprirono la cella e si precipitarono a braccare il povero malcapitato.
Una volta bloccato l’uomo a terra, i due
tirarono fuori una siringa e gli iniettarono qualcosa: dopo poco della bava
bianca uscì dalla sua bocca ed egli, completamente immobile, fu abbandonato sul
pavimento quasi privo di coscienza.
Uno degli infermieri si rivolse all’altro
dicendo: «Ha dato di matto anche oggi. Meno male che abbiamo questo farmaco
sperimentale che li calma all’istante».
Il compagno annuì ad ogni sua parola.
Egli infine si girò verso di me e affermò:
«Tanto alla prima crisi che hai toccherà anche a te». E si mise a ridere.
Io non dissi nulla, ma sapevo bene che dovevo
opporre poca resistenza in quanto, probabilmente, quello che loro iniettavano
era qualche strano farmaco.
Aspettai che uscissero ed evitai addirittura
di guardarli, poi, quando scomparvero nei corridoi dello stabile, mi avvicinai
all’uomo riverso per terra, lo alzai e lo poggiai sul letto, stendendolo alla
meglio.
Anch’io feci la stessa cosa: quello era il
momento di riposare, in seguito avrei cercato di saperne di più.
Gli occhi si fecero pesanti e io mi
addormentai.
***
Mi risvegliai dopo un bel po’ e vidi che il
mio compagno di cella era ancora privo di sensi.
Mi alzai, mi diressi verso la finestra che
dava all’esterno dello stabile e da lì fui in grado di vedere il tramonto;
rimasi incantato per circa cinque minuti a guardare il sole che si tuffava
dietro l’orizzonte.
Quando il cielo fu completamente privo di
luce solare, mi scostai dalla finestra e mi diressi verso il giaciglio dov’era
poggiato l’uomo che avevo appena conosciuto.
Mi sedetti sulle tavole che erano un po’
marce, pareva che fossero lì da tanto tempo.
Ero ai piedi di quel letto improvvisato e
cercai di svegliare l’uomo di cui sapevo così poco.
«Psst … Psst … Svegliati!». E mentre
bisbigliavo quelle parole con la mano
destra lo mossi leggermente.
Lui emise pochi lamenti: «Hm …». Si udì.
Ma non potevo attendere: dovevo sapere quanto
più possibile su quella situazione e per fortuna, o sfortuna, quell’uomo
dinnanzi a me, un po’ pazzo e con il fare strano, pareva saperne molto su
quanto stava avvenendo.
Lo percossi leggermente, ma non sortii nessun
risultato: continuava ad essere totalmente assente; mi domandai che tipo di
medicinale gli avessero somministrato.
Ebbi un’idea a quel punto, non rimaneva che prendere
dell’acqua e svegliarlo bruscamente.
Mi alzai nuovamente, mi diressi verso un
bacile a pochi passi da noi e presi dell’acqua all’interno delle mie mani
unite.
L’acqua riusciva a filtrare lo stesso dalle
mie dita, ma avvicinai quanto bastava per tirarla sulla faccia del mio compagno
di cella.
Quando lui venne colpito si udì: «Wow … Che
fredda!». Si alzò di scatto e mi guardò con occhi sgranati.
Capii che quello era uno dei pochi momenti di
lucidità che aveva.
Dovevo approfittarne …
Lo guardai e gli domandai: «Allora: vuoi
spiegarmi cosa sta succedendo?».
Lui di rimandò mi chiese: «Chi sei?».
Io gli risposi: «Una persona che ha bisogno
d’aiuto».
«Oh … Caro … Qui tutti abbiamo bisogno
d’aiuto». Ribatté l’uomo quasi deridendomi.
«Voglio sapere cosa sta succedendo. Fino a
poco tempo fa pensavo di essere all’interno di un set cinematografico; poi ho
realizzato che siamo prigionieri di fanatici fascisti. Adesso mi ritrovo in
manicomio; perché?». Domandai infine.
L’uomo guardò per un attimo il pavimento, poi
mi rivolse la parola: «Anch’io pensavo di essere in una scena di un film. Poi
ho creduto di ritrovarmi in un incubo; ma ti assicuro che è tutto vero: questo
è il millenovecentoquaranta e quelli sono veri fascisti». La sua espressione
divenne triste e il suo sguardo si levò da terra per fissarmi nuovamente.
Egli ribadì: «Ci ritroviamo in un anno non
nostro e, dall’aspetto e dai vestiti che porti, suppongo che tu debba provenire
da un’altra era; vero?».
«Non so cosa sia accaduto di preciso; l’unica
cosa che ricordo è quella di aver perso il controllo della mia auto e in
seguito di essermi risvegliato in un paese che pareva dei primi anni quaranta».
Sottolineai.
«Non pareva: è un paese degli anni quaranta».
Ribatté il mio interlocutore.
«Cos’è successo a te?». Chiesi.
«La stessa cosa tua. Dopo aver avuto un
incidente mi sono svegliato nel millenovecentotrentadue. Inizialmente è stato
uno shock, poi realizzai che lo spazio tempo era stato distorto dall’incidente
e io sono stato scaraventato indietro nel tempo. Devo, tuttavia, comprendere
come fare a ritornare nel luogo da cui arrivo; di certo non posso finire i miei
giorni in un manicomio». Mi disse.
Non credevo alle mie orecchie: per qualche
strano motivo mi ritrovavo nell’era più buia che il genere umano avesse mai
vissuto e per giunta in un tempo di guerra, che oltretutto io conoscevo bene
poiché mi piaceva la storia e ne avevo letto a bizzeffe di libri che trattavano
l’argomento.
«Come ne usciamo?». Chiesi nuovamente.
«Qualunque cosa sia successa, l’unico modo di
venirne fuori è quello di raggiungere il posto dove abbiamo avuto l’incidente.
Là il tempo è stato distorto; ed è lì che probabilmente verrà nuovamente
alterato. In qualche modo dobbiamo uscire da qui. Il problema è: come?». Quelle
furono le sue ultime parole sensate, poi divenne nuovamente strano e iniziò a
ridere, alzò il suo sguardo verso il soffitto e riprodusse ancora quei
movimenti con le mani.
Io chiesi: «Stai bene?».
Ma lui non mi diede nessuna risposta: il suo
sguardo era spento, morto …
Incominciò a girare in tondo, senza meta; non
era dunque più possibile parlargli.
Di lì a poco arrivarono i due infermieri che
la sera precedente avevano iniettato quella strana medicina all’uomo con cui
avevo appena parlato, lo guardarono e dissero: «Ha incominciato a fare il
corridore …».
In seguito uno domandò all’altro: «Secondo te
quanto dura?».
«Ah … Non saprei; quelli a cui iniettiamo la
medicina sono tutti morti in un paio di mesi. Questo a quanto pare è coriaceo e
di morire proprio non ne vuole sapere».
Poi fecero la solita risata da Orchi.
In mente mia tante domante si fecero largo,
ma una su tutte mi tormentò: com’è possibile essere tanto spietati?
Evidentemente costoro non avevano più niente
di umano.
Infine mi guardarono e uno di loro annunciò:
«Devi venire con noi».
«Ti stanno aspettando». Sottolineò il suo
collega.
Quest’ultimo si apprestò ad aprire la cella e
fece cenno di avvicinarmi, nel frattempo l’altro preparò una specie di siringa
piena di un liquido rossastro, lo stesso che era stato iniettato al mio
compagno di cella.
Egli fece presente in modo brusco: «Se non
vieni con le buone, ci costringerai ad usare le maniere forti».
Io non dissi nulla e chiusi leggermente le
palpebre; in mente mia pensai: “Sono in trappola. Costoro hanno il potere di farmi
ciò che vogliono. Mi conviene seguirli”.
Mi avvicinai a loro senza dire una parola e
quando fui fuori dalla cella venni subito braccato e vestito con una bella
camicia bianca: la camicia di forza …
«Oh … Adesso possiamo state tranquilli».
Disse sollevato l’essere abietto più piccolo.
Io lo guardai quasi con odio: se fossi stato
libero avrei certamente colpito quell’impiastro, poiché tanto era piccolo
quanto era cattivo.
C’incamminammo lungo un corridoio disseminato
di celle sia sulla sinistra, sia sulla destra, fino ad arrivare dinnanzi a una
porta rivestita con un materiale gommoso.
Il tizio più alto mi afferrò per un braccio e
quasi mi strattonò, dicendomi: «Presto, non possiamo far aspettare la
commissione».
Quell’uomo aprì la porta e al suo interno vi
erano quattro individui vestiti con un camice bianco: tutti erano seduti dietro
una tavola di colore marrone che pareva una cattedra usata dalle maestre di
scuola.
C’erano due donne e due maschi, dietro di
loro c’era la fotografia del duce attaccata al muro: il duce era vestito con la
divisa militare.
La donna più vicina a me fece cenno di
sedermi su una sedia dinnanzi a quella cattedra e gli infermieri, dal canto
loro, non aspettavano altro: quasi mi trascinarono vicino ad essa e poi mi
costrinsero a sedere.
Ero totalmente immobile e la camicia di forza
dava un grosso contributo alla mia immobilità; intanto i quattro figuri dotti
mi squadravano dalla testa ai piedi …
Uno di loro si rivolse agli infermieri:
«Ancora vestito civile è?». Dimostrando che l’italiano non era di casa.
Gli infermieri annuirono e poi uno di loro si
prese la briga di rispondere: «Non abbiamo più camici, nemmeno di recupero.
Bisognerà aspettare che ci inviino i nuovi rifornimenti».
Il dottore che aveva posto la domanda a quel
punto annuì, poi si rivolse ai suoi colleghi e gli fece un cenno, come a voler
dire: iniziate voi.
La donna che aveva parlato poc’anzi mi
domandò: «Allora, vogliamo conoscerci un po’?». Riproducendo un finto sorriso
che avrebbe riconosciuto anche un bambino di quattro anni.
«Come ti chiami?». Infine chiese.
Tutti mi guardavano attendendo una risposta.
L’infermiere, come suo solito, mi diede un
colpo con la mano aperta al livello della spalla destra e intimò: «Rispondi!».
Io abbassai lo sguardo e pensai: “Se solo fossi
libero ti riempirei di botte, brutto tappo fascista” , ma poi guardai in faccia
i quattro che probabilmente avrebbero deciso del mio destino: dovevo essere
cauto, non potevo far trasparire la verità.
Se avessero solo sospettato ciò che io
pensavo, sarei stato internato a vita e mi avrebbero riempito di medicine
rimbambendomi; a quel punto le speranze di rivedere la mia famiglia sarebbero
state praticamente nulle.
«Il mio nome è Giuseppe». Risposi con voce
appena percettibile.
«Il cognome … Giuseppe». Sottolineò un
giovane dottore in mezzo alla combriccola appollaiata lì davanti a me.
«Santi Giuseppe». Terminai io.
«Bene Santi Giuseppe; dovrai rispondere ad
alcune domande che noi ti faremo». Affermò la donna più anziana.
Non avevo altra scelta che rispondere: annuii
rassegnato.
«Perché girovagavi da solo per un paese in
cui non ti conosceva nessuno? E vestito in quel modo poi …». Mi domandò la
donna più giovane.
«Ho avuto un incidente e cercavo aiuto per
poter tornare alla mia casa». Ribattei.
«Incidente …». Disse uno di loro, poi
aggiunse: «Abbiamo già controllato quella zona e non c’è traccia di incidenti.
Dicci la verità!». Mi intimò in seguito.
«È la semplice verità. Credetemi: stavo
andando al lavoro e ho perso il controllo del mezzo. Mi sono schiantato in una
cunetta e in seguito, dopo essermi cambiato, ho cercato aiuto». Affermai.
Sbuffarono tutti e l’altro dottore, quello
più giovane, mi fece notare: «Quei vestiti non sono usuali; dove li hai
presi?».
«Li avevo sul mezzo in caso di emergenza,
sono vestiti vecchi». Replicai.
«CI PRENDI IN GIRO!». Urlò il dottore anziano
dai capelli bianchi.
«Nient’affatto …». Cercai di rispondere, ma
fui interrotto …
«I jeans e la tua maglia sono vestiti
americani; e da noi le spie fanno una brutta fine». Mi fece notare ancora una
volta con voce calma il dottore più giovane.
«È vero; sono vestiti fatti in America, ma li
ho comprati d’importazione». A quell’affermazione si avvicinarono fra loro e
incominciarono a discutere a bassa voce, in modo da non farmi udire ciò che si
stavano dicendo.
«E va bene Giuseppe; mettiamo che tutto
quello che ci hai detto sia vero, come la spieghiamo la storia che sei andato a
raccontare in giro?». Mi domandò la donna più giovane.
Io provai a chiedere maggiori spiegazioni:
«Quali storie?».
Il signore dal camice candido con i capelli
bianchi, leggendo una sorta di scheda, mi disse: «Quella in cui tu credevi di
essere in un film, per non parlare dell’affermazione fatta in caserma dove tu
asserivi di provenire dal 2011».
Ero nei guai e non potevo negare di aver
detto quelle cose, visto che erano state riferite da persone in divisa; che
cosa potevo inventarmi adesso?
Pensai per un attimo a cosa dovevo dire, ma
non mi venne in mente niente.
Chiusi le palpebre e riaprendole mi venne
un’idea.
«È che sono un burlone, allora ho pensato
bene di prendere in giro quel maresciallo». Dissi frettolosamente.
Dopo quell’affermazione mi furono poste una
miriade di domande e passarono all’incirca un paio d’ore, ma il mio
interrogatorio non accennava a finire.
Solo dopo un’altra mezz’ora di domande la
donna più anziana mi annunciò: «Per adesso può bastare, ma aspettati un’altra
chiacchierata».
Fece cenno verso gli infermieri e loro mi
alzarono di peso e mi forzarono ad andare verso la porta dalla quale io ero entrato,
la aprirono e la oltrepassammo, inoltrandoci nuovamente nei corridoi che oramai
iniziavo a riconoscere bene.
Arrivammo di nuovo dinnanzi alla mia cella e
quei due osceni individui mi derisero con le più disparate affermazioni che
preferisco non ricordare; aprirono la cella, mi tolsero la camicia di forza, mi
spinsero letteralmente dentro quell’angusto spazio e richiusero con più mandate
la serratura, poi s’incamminarono di nuovo per i corridoi riproducendo le loro
solite risate.
Non appena furono svaniti dietro l’angolo, mi
precipitai verso il mio compagno di stanza ma mi accorsi che era ancora fuori
di sé e non potevo interloquire con lui; mi toccava aspettare il momento
propizio: già sapevo che durante le giornate aveva più momenti in cui si poteva
chiacchierare ma bisognava fare in fretta, in quanto quei momenti erano
fuggenti e terminavano quasi subito.
Mi appostai sul letto fatto interamente di
legno e attesi il momento propizio per poter fare ancora quattro chiacchiere
con lui.
Quel momento arrivò dopo un paio d’ore, egli
smise di girovagare in tondo e mi guardò con aria strana.
Poi, come se si fosse ricordato chi ero, si
avvicinò e si sedette accanto a me.
Io non dissi nulla, lo guardai solamente.
«Allora; ti sei reso conto che siamo in un
bel pasticcio?». Mi domandò.
«Più passa il tempo, più mi accorgo che è
qualcosa d’incomprensibile. Com’è stato possibile?». Chiesi di rimando.
«Distorsione spazio tempo. Questa è la
risposta». Affermò.
«Disto che?». Richiesi.
«Sono uno scienziato e mi occupo di studi
sulle pieghe spazio temporali. Ti posso assicurare che esse esistono. È,
tuttavia, ancora impossibile sapere come si formano e che tipo di reazione
avvenga». Asserì ancora.
«Uno scienziato? Perché ti trovi in questa
situazione?». Domandai.
«Durante un mio esperimento qualcosa è andato
storto e sono giunto in quest’epoca. Ho fatto il grosso sbaglio di parlare
troppo e sono stato rinchiuso in questo manicomio». Facendo poi cenno con il
capo verso le sbarre.
In seguito continuò il suo discorso: «Prima
che sia troppo tardi ascolta attentamente …». Si fermò per un attimo e io
annuii.
Lui continuò: «Come ti dicevo, c’è un solo
modo per tornare indietro: raggiungere il luogo della distorsione spazio tempo,
poiché prima o poi se ne verificherà un’altra. È però necessario fuggire da qui
e io non posso essere d’aiuto: mi stanno riempiendo di medicine, proprio quelle
che mi stanno facendo perdere il lume della ragione. Dovrai lavorare per
entrambi».
Non avevo altra scelta, dissi di sì.
In seguito egli mi suggerì: «Quando ti
daranno le medicine da prendere, perché te le daranno stanne certo, non opporre
resistenza, fa finta di prenderle e in qualche modo disfatene. Se farai storie
te le inietteranno come stanno facendo con me, a quel punto diverrai come sono
diventato io: instabile. Ora: non so cosa mi stanno dando, ma suppongo sia
qualche schifezza da testare sui pazienti; io sono l’ultimo paziente rimasto su
cui stanno testando quelle cose, gli altri sono tutti morti. Se non fuggo mi
uccideranno». Mi guardò e fece un’espressione di supplica.
Io annuii nuovamente in segno d’accordo, lui
si avvide di quanto avevo fatto ma non fece in tempo a rispondermi, in quanto
perse di nuovo il lume della ragione e ridendo si alzò dal suo giaciglio
continuando a muoversi in tondo.
Capii che era nello stato confusionale, ma
quella chiacchierata mi aveva fatto comprendere qualcosa in più di quello che
sapevo prima; qualunque cosa fosse successa, l’unico modo per ritornare
indietro era fuggire da quel posto.
Il problema era come farlo …
Non passarono nemmeno dieci minuti che si
rividero i due loschi infermieri i quali sogghignando portavano in mano due
gavette di ferro con dentro una sorta di brodaglia.
Uno di loro disse: «È arrivata la sbobba».
L’altro si affrettò ad aprire la cella e,
reggendo un bastone nero lungo all’incirca quaranta centimetri e spesso più di
un manico di scopa, entrò nel nostro spazio seguito dal suo collega.
I due poggiarono le gavette su una sorta di
scrivania tutta arrugginita vicino alla zona bagno: era tutto chiuso in venti
metri quadri, dunque un tugurio.
«Questa è la cena. Affrettatevi a mangiarla».
Affermò il secondo infermiere riferendosi ad entrambi.
Il mio compagno, di cui non sapevo il nome,
si avventò come un rapace sulla scodella contente quella schifezza e con le
mani, che affondò nella sorta di purea colore verdastro, si portò alla bocca
ciò che i due aguzzini ci avevano dato.
Il più grosso mi guardò e chiese: «E tu non
hai fame?». Sogghignando.
«Ti conviene mangiare, poiché dopo il pasto
dovrai prendere queste». Mostrandomi cinque grosse capsule di medicine colore
rossastro.
Mi ritornarono a mente i consigli dell’uomo
che in quel momento stava mangiando con le mani dalla gavetta appena portata
dagli infermieri.
Annuii, presi la scodella di ferro e provai a
mangiare ciò che c’era al suo interno; non vi dico … Un sapore così sgradevole
non l’avevo mai assaggiato in vita mia, ma dovetti stringere i denti e buttar
giù ciò che c’era.
L’ultima porzione di quel purea l’infilai in
bocca, ma non la deglutii.
A quel punto l’infermiere mi passò le cinque
capsule tutte assieme e m’intimò di mandarle giù, facendo notare il grosso
bastone ch’egli aveva ben saldo tra le mani.
Io le presi, le portai alla bocca e le
depositai sulla lingua, infine, come un abile giocoliere, mandai giù il purea
nauseabondo e nascosi le cinque capsule sotto di essa.
Gli infermieri, visto quello, ghignarono
nuovamente e fecero un cenno d’assenso.
Parlando fra di loro dissero: «Meno male,
almeno uno che non fa storie».
A quel punto ritirarono le scodelle e
uscirono dalla cella chiudendo le sbarre.
Infine scomparvero nei corridoi dello
stabile.
Solo allora mi precipitai verso la zona bagno
e lì sputai quelle grosse capsule che avevo nascosto sotto la lingua, tirai
l’acqua ed esse svanirono inghiottite dallo scarico.
Pensai: “Meno male che non hanno controllato
l’interno della mia bocca, altrimenti sarei stato costretto ad inghiottirle”.
Poi bevetti dal rubinetto del lavandino lì
vicino.
Mi sedetti sul mio letto e guardai quell’uomo
che continuava imperterrito a girare nella stanza, pareva impossibile che fosse
uno scienziato.
Mi appoggiai allo schienale e fui vinto dalla
stanchezza: mi addormentai.
***
Passarono molti giorni e le scene si
ripetevano di continuo.
Gli infermieri portavano ogni sorta di
schifezza tre volte al giorno e, dopo, ci davano le medicine.
Fino a quel momento mi era andata bene, il
trucco di nasconderle sotto la lingua aveva sempre funzionato e in più la cosa
veniva avallata anche dal mio comportamento che era del tutto simile a quello
del mio compagno di cella. Esatto: mi comportavo come lui, copiandolo.
In quel lungo periodo imparai a conoscere il
mio compagno che si chiamava Gabriele; il cognome non volle mai rivelarmelo.
Dai vari colloqui che avevamo avuto, oramai
era ben chiaro che la situazione in cui ci trovavamo non era una finzione e che
eravamo veramente stati catapultati in un’era diversa da quella di
appartenenza.
I giorni erano così strutturati: la colazione
la facevamo con il latte rancido e il pane duro, assieme alle medicine; a
pranzo ci davano un purea di vari colori e medicine; e per cena ci propinavano
la stessa sbobba.
Non riuscii a contare i giorni che erano
passati dal mio arrivo in manicomio, poiché sarebbe stato segno d’intelletto e
dunque non feci alcuna tacca per poterli conteggiare; mi avvidi anche di
comportarmi da pazzo totale ai vari colloqui fatti con i professori: dovevo
essere convincente e sembrare innocuo.
Di tanto in tanto si udiva una sirena
antiaerea e poi assordanti boati, segno che stavano veramente bombardando; fino
a quando quei boati non arrivarono persino a sfiorare lo stabile e, ogni volta
che ciò accadeva, quasi lo centravano quel maledetto manicomio.
Il terrore si vedeva chiaramente sui volti
degli infermieri quando venivano a somministrarci le terapie e a darci da
mangiare, poi un giorno accadde qualcosa d’inaspettato: mentre gli infermieri
ci stavano propinando la cena con le sbarre della cella spalancate, un boato
echeggiò nello stabile; la polvere s’innalzò ovunque, fino a quasi soffocarci.
I calcinacci caddero dappertutto e si percepì
un odore acre che quasi faceva venire da vomitare.
Il fuoco si propagò in ogni cella e le grida
d’aiuto si levarono da ogni angolo dello stabile; quando la polvere si diradò,
apparve ai miei occhi un’orrenda visione: il muro del manicomio non esisteva
più, era crollato.
Sotto di esso giacevano i due infermieri
senza vita e il mio compagno di cella si era salvato miracolosamente, per
giunta in quell’istante era in uno stato di lucidità che subito si notò.
«Presto; è il momento». Affermò Gabriele.
Poi si affrettò a dire: «Cambiamoci d’abito
con questi due disgraziati e fuggiamo lontano».
L’idea era buona e l’attuammo immediatamente
scambiandoci i vestiti con loro, in modo da far sembrare che noi due fossimo
morti sotto le macerie.
Il fatto fu facilitato dallo stato in cui
erano i corpi dei nostri due aguzzini: completamente irriconoscibili in volto e
totalmente schiacciati dai detriti.
Io presi immediatamente il cellulare che
avevo sapientemente nascosto sotto le tavole del letto, in modo che nessuno lo
scoprisse, e lo misi in una tasca della camicia che avevo appena indossato.
Facemmo tutto in cinque minuti e poi
c’incamminammo lungo i corridoi dello stabile, facendo finta di dare soccorso.
Alla fine riuscimmo a uscire da lì e fummo
aiutati da alcuni militari appena fuori da esso.
I militari ci portarono presso un campo non
lontano adibito alla cura dei feriti, ci medicarono e ci trasferirono verso una
città a bordo di un camion.
Arrivammo in una grande città che io
riconobbi come la capitale, ci accompagnarono in ospedale e dopo alcune visite
fummo dimessi.
Con nostro sommo piacere, ci accorgemmo che
ci avevano scambiato per due lavoratori del manicomio: finalmente eravamo
liberi, non ci rimaneva che raggiungere il luogo del nostro incidente e cercare
di ritornare da dove eravamo arrivati.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il quarto capitolo).
