La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

mercoledì 11 febbraio 2015

Disperso nel tempo 1942 – 4° capitolo da leggere online –.

Anche il 4° capitolo del libro in questione è stato aggiustato.
Lo metto dunque a vostra disposizione in modo che possiate leggerlo.
Al suo interno troverete alcuni termini particolari; un esempio: C. S. I. R (Corpo di spedizione italiano in Russia).
Ci sono, altresì, informazioni storiche che, come detto in precedenza, sono documentate e riscontrabili in ogni libro di storia che si rispetti (non ho scritto bugie o inesattezze).
Inizia, pertanto, la parte storica del romanzo con i dati annessi.
Disperso nel tempo 1942 è un romanzo fantascientifico a sfondo storico e potreste trovarvi di fronte a fatti inconsueti (beh … Lo è già, di per sé, il fatto che un uomo possa viaggiare nel tempo; direte voi) del tipo: un uomo sarà capace di mangiare delle banconote per una somma pari a un milione e mezzo di lire (una somma voluminosa che sarebbe alquanto difficile deglutire).
Ecco … Tenete a mente che è appunto un romanzo fantascientifico e che, dunque, ci sono al suo interno cose che non potrebbero avvenire nella realtà (o forse no? Chi lo sa …).
Buona lettura:






CAPITOLO 4
L’ARRUOLAMENTO FORZATO


Appena fuori dall’ospedale ci guardammo in faccia e un piccolo ghigno apparve sui nostri visi.
Mi accorsi di una stranezza ad un certo punto: gli occhi di Gabriele divennero di nuovo assenti, segno che il momento di lucidità del mio compagno stava per terminare; era dunque il caso di cercare un riparo lontano da sguardi indiscreti poiché c’era il rischio che ci riconoscessero e a quel punto saremmo stati  rispediti in manicomio: ciò non doveva accadere.
Presi Gabriele e lo portai con me verso un ponte non lontano di lì; lo bloccai a forza, poiché egli voleva dare sfogo alla sua iperattività girando come era solito fare in cella.
Lo trascinai sotto quel ponte e lì aspettammo che le cose si calmassero.
Il fiume che scorreva in un letto abbastanza ampio riproduceva il tipico rumore dell’acqua che fluiva verso il basso.
Nessuno ci notò, fortunatamente, anche perché cercai di trattenere il mio compagno in modo da non fargli fare quei movimenti che avrebbero di certo attirato l’attenzione; non vi dico con che animo trattenni Gabriele, poiché la mia indole rifiutava quel comportamento e quasi mi venne da piangere osservando il suo sguardo che m’implorava di lasciarlo sfogare, come se fosse un suo bisogno impellente.
I suoi occhi mi fissavano supplicando pietà.
Dopo un paio d’ore si calmò e i suoi bulbi oculari divennero nuovamente lucidi e privi di quella luce che preludeva alle sue crisi temporanee.
Fu allora che gli chiesi: «Stai bene adesso?».
Egli non rispose, mi fece solo un cenno di assenso e allora allentai la presa: ero stato avvinghiato a lui per quasi tutto il tempo.
A quel punto mi rivolse la parola: «Questo è un problema che dovrò risolvere. Se rimango in queste condizioni saremo scoperti». Mise la sua mano nella camicia bianca che avevamo sottratto ai due infermieri e tirò fuori un borsello colore senape, piccolo ma rigonfio.
Lo slegò all’estremità e tirò fuori un bel mazzetto di soldi: erano soldi dell’epoca.
Mi diede quei denari in mano e guardandoli mi accorsi che erano tutti tagli da cinquecento lire, quelle con la mietitrice sul frontespizio e con le firme di Stringer – Sacchi.
Nel medaglione del frontespizio si notava, appena visibile, la testa disegnata di Leonardo Da Vinci e sul retro c’era il decreto ministeriale del 30 luglio 1896; la banconota era grande all’incirca 203 mm per 118 mm.
Accartocciate all’interno di quel congruo malloppo, vi erano molte mille lire; la loro forma era inconfondibile: sulla cartamoneta c’era il disegno di Capranesi e dietro c’era il fascio littorio, la loro dimensione era pressappoco di 223 mm per 123 mm.
Le contai e arrivai a più di un milione cinquecentomila lire, che per quei tempi era una grossissima cifra.
Guardai Gabriele e gli chiesi: «Questi dove li hai presi?».
«L’aveva un pazzo all’interno del manicomio. Un ricco signore a cui il fascio aveva sequestrato tutto. Lui era il mio compagno di cella prima che morisse per via delle medicine che ci hanno somministrato». Ribatté guardandomi.
Poi aggiunse: «Sapevo che un giorno mi sarebbero state utili».
«Come ha fatto il ricco signore a nasconderle?». Gli domandai.
«Lui è stato privato di tutti i suoi averi e ha pensato bene di nascondere quei soldi mangiandoli. Li ha recuperati all’atto dell’avvenuta digestione». Affermò.
Udite quelle parole, feci una faccia schifata e mi affrettai a rimettere tutto a posto cercando di toccare i soldi il meno possibile; il solo fatto che un uomo li avesse inghiottiti e in qualche modo espulsi mi disgustava.
Gabriele mi guardò e asserì: «Non preoccuparti; quei soldi non sono mai venuti in contatto con il suo apparto digestivo, a quanto pare li ha messi in ovuli ben chiusi e poi li ha ingeriti; per il recupero puoi immaginare come abbia fatto. Ecco: un po’ come fanno i trafficanti di droga del nostro tempo. Molto astuto …».
«E adesso?». Chiesi incuriosito.
«Adesso tenteremo di trovare una pensione e lì aspetteremo che le cose si calmino, cercando di capire cosa sta accadendo. Per di più io devo disintossicarmi dallo schifo che mi hanno iniettato per molto tempo e suppongo che ci vorrà qualche mese. Questi soldi ci saranno utili». Sottolineò Gabriele.
Beh, con quella cifra un operaio del tempo ci poteva sfamare fino alla decima generazione e pertanto, noi due, non avremo avuto problemi per parecchio dal punto di vista finanziario; ma non era quello il nostro obiettivo. Dovevamo ritornare alle nostre case al più presto.
Ci avviammo verso il centro e, cercando un ostello in cui sostare, girovagammo per almeno un’ora; infine trovammo qualcosa che pareva fare al caso nostro: una bettola in periferia.
Entrammo e contrattammo con il proprietario che ci fece un prezzo di favore secondo lui: se gli avessimo pagato mille lire, la stanza ce l’avrebbe data per due mesi.
Non potevamo perdere quell’occasione e acconsentimmo; consegnammo metà del prezzo pattuito, cinquecento lire, e ci accordammo che il rimanente della cifra gli sarebbe stata consegnata alla fine del nostro contratto verbale.
Quel signore robusto e calvo prese subito ciò che gli avevamo dato e lo infilò nella tasca del pantalone.
Con un cenno ci fece capire di seguirlo e s’incamminò verso una scala che portava al piano superiore.
La imboccò e noi lo seguimmo, alla fine ci portò dinanzi ad una porta che pareva tenersi in piedi per miracolo, l’aprì e ci disse: «Questa è la vostra stanza.
Due letti come pattuito e in più la prima colazione». Dopo averci mostrato la camera ci salutò e incominciò ad allontanarsi, poi si girò repentinamente e ci fece presente: «Ah, signori; in questo ostello non sono gradite le accompagnatrici. Per quello c’è la casa di tolleranza in fondo alla strada».
Noi annuimmo e lui, assicuratosi che avessimo capito quello che ci aveva detto, scese le scale dirigendosi al piano inferiore.
Io e Gabriele ci precipitammo in stanza e chiudemmo la porta a chiave; appena in tempo, poiché il mio compagno di ventura iniziò ad avere un’altra crisi e questa volta io non dovetti trattenerlo per mia fortuna.

***

Passarono un paio di mesi da quell’avvenimento e le crisi di Gabriele si diradavano man mano che il tempo scorreva.
Ciò fu possibile grazie a degli strani intrugli che si somministrava; spesso mi mandava in segheria a prendere polvere di pioppo, la quale risultava intangibile da quanto era fine.
Beh … Da quella polvere ricavava una sorta d’intruglio riscaldandolo a vapore per non so quale arcano motivo, poi lo assumeva in piccole dosi ogni sei ore ad intervalli ciclici: tre giorni lo assumeva, sei giorni no.
Facendo in questo modo le sue crisi erano migliorate e si erano diradate fino ad arrivare a solo una al giorno.
La crisi durava quasi un’ora, poi era possibile discorrere normalmente con il mio compagno e finalmente incominciai a capire più a fondo in che razza di guaio ero capitato.
Anche lui, come me, aveva avuto un incidente e si era ritrovato nel passato.
Due varchi si erano aperti e noi ci eravamo cascati dentro appieno, il problema era proprio quello di porvi rimedio e ritornare dalle nostre famiglie.
Gabriele non parlava volentieri del suo tempo, non fece alcun accenno all’epoca da cui arrivava.
La cosa strana fu che era riuscito a capire da che tempo arrivassi io solamente osservando i miei vestiti, dunque mi accorsi che proveniva da un’era più lontana della mia.
Io provai a fare delle domande, ma mi disse che non sarebbe stata una storia bella quella che aveva da raccontare e che il genere umano non aveva imparato nulla dai suoi errori … Poi non aggiunse più niente.
Alla fine mi rassegnai e non chiesi più nulla, mi limitai solo a collaborare con lui per ritornare al più presto dai miei cari.
Quel giorno l’aria non era delle più calde e, a dir la verità, non saprei dire di che giorno si trattasse, poiché da un po’ di tempo essi erano tutti uguali.
Eravamo intenti ad ascoltare ciò che diceva una vecchia radio che avevamo acquistato; era una radio della Telefunken, con il fascio littorio proprio in mezzo alle due manopole tonde.
Una manopola serviva per il volume, l’altra per la sintonizzazione.
Il suo colore era marrone chiaro; assomigliava al colore del ciliegio.
Da essa provenivano proclami baldanzosi e, come regime dettava, di vittoria su tutti i fronti; ma io sapevo già che di lì a poco tutti quei fronti sarebbero crollati, a partire da quello Africano, fino ad arrivare a quello russo.
«Che situazione, eh …». Mi disse Gabriele.
«Sì; direi proprio che non è bello conoscere già quello che accadrà. E di certo mi piange il cuore nel vedere quanta incuranza c’è e come si prende in giro la gente per via dei mezzi di comunicazione. La mia domanda è sempre la stessa: ma la gente è cieca? Crede a tutto quello che gli da in pasto la stampa?». Ribattei.
«Hm … Non hai ancora visto nulla. Le persone credono che singoli individui possano fare il loro interesse; ma la storia ha dimostrato che gli interessi che hanno perseguito costoro sono sempre stati i propri e quelli delle loro famiglie. Gli ideali sono caduti e coloro che un tempo inneggiavano a patriottismi maestosi si ritrovano ben poco, solo la mera illusione». Precisò il mio compagno.
In seguito mi disse: «La fortuna dei grandi popoli è quella di aver avuto come dirigenti persone onorevoli che hanno voluto bene alla loro gente; e ti assicuro che questa categoria di persone è rara».
«Ma bando  alle ciance, è ora di dare una svolta alla nostra storia». Affermò subito dopo.
Io lo guardai come a chiedere cosa volesse dire e lui sottolineò: «Le mie crisi si sono dimezzate, oserei dire quasi rarefatte. È ora di ritornare nel posto che ci ha visti arrivare in questa era».
Annuii e risposi: «Ebbene, ognuno di noi si avvierà verso zone diverse».
Anche lui annuì, poi affermò: «Questo è un brutto periodo; un periodo in cui vengono perseguiti i deboli e i diversi. Dove non c’è pietà per nessuno, nemmeno per i bambini».
Si fermò per un attimo e mi fece presente: «Lo sai che per via della tua età sei abile all’arruolamento?».
A quella domanda io risposi: «Sì, lo so. Dovrò fare molta attenzione o corro il rischio di essere inquadrato nell’esercito e spedito a forza verso uno dei tanti fronti».
Gabriele annuì nuovamente e mi fece intendere che avevo proprio ragione, poi parlò: «Domani le nostre strade si divideranno; lasceremo la locanda in cui viviamo da più di due mesi e, raggiunti i rispettivi posti d’entrata in questo tempo, aspetteremo la riapertura dello squarcio temporale».
Ci fu un attimo di silenzio in cui ci scrutammo, in seguito fu di nuovo lui a parlare: «Deve riaprirsi e non v’è dubbio che lo faccia nelle condizioni in cui si è precedentemente schiuso: alla nostra presenza. Siamo diventati la chiave di quel passaggio».
Udita quell’affermazione io gli feci una domanda: «Cosa vorresti dire?».
«Non posso spiegarti tutto chiaramente, ma una cosa te la posso dire: il passaggio non si aprirà senza la nostra presenza. Le nostre cellule si sono impregnate di quell’energia particolare che ha permesso tale apertura e sono loro che daranno il via ad una nuova formazione del fenomeno. In poche parole: se noi non siamo presenti nel posto dove siamo arrivati, è impossibile che quel fatto si ripeta». Affermò tutto serioso.
Io non capii proprio niente di quello che aveva detto, in fondo ero sempre stato scarso in scienze e glielo feci presente: «Non ho capito nulla: potresti spiegarti meglio?». Infine domandai.
«Hm …». Farfugliò in un primo momento.
Poi asserì: «Non devi sapere molto sulla questione; soltanto che: perché il passaggio si riapra c’è bisogno della tua presenza, solo allora esso farà la sua comparsa e tu ritornerai al tuo tempo. Va nel luogo dove hai avuto l’incidente … E avvicinati più possibile alla tua macchina, il resto lo farà l’energia di cui ti sei impregnato durante il trapasso».
Beh, una cosa l’avevo capita: Gabriele ne sapeva molto su quei fenomeni e altro non potevo fare che dargli retta.
Poi il discorso terminò lì; lui si tracannò quel liquido melmoso ottenuto dalla polvere finissima di pioppo che aveva riscaldato con uno strano marchingegno.
Il marchingegno l’aveva costruito Gabriele: sembrava quello con cui distillavamo la grappa un tempo.
Mi guardò e mi fece cenno di avvicinarmi, posò la tazza con il rimasuglio di quella melma e si mise una mano nel petto, sotto la camicia, dove teneva ben fasciati in una benda attorcigliata i soldi che ci erano serviti per sopravvivere.
Srotolò quel grosso fascio e contò ben un milione quattrocentonovantaseimila lire, poiché avevamo speso quattromila lire da quando eravamo lì.
Separò la metà del gruzzolo e me lo diede, poi disse: «Questi sono settecentocinquantamila lire, l’equivalente di molti stipendi di un operaio del tempo; sfruttali al meglio, in modo che ti possano rendere la via più facile. Non disdegnare nemmeno la corruzione, di questi tempi ti può salvare la vita».
Gli feci cenno di aver capito e presi quei soldi, infilandomeli in un taschino della camicia che poi richiusi bene.
«Ora mangiamo, poiché le energie ci serviranno». Fece presente Gabriele.
Presto fatto … Mangiammo una sorta di minestra d’avena e un po’ di pane di ghianda.
Il pane fatto con la farina di ghianda aveva un saporaccio orrendo, ma di quei periodi trovare il grano era quasi impossibile.
Finito di mangiare ci accorgemmo che la notte aveva sostituito il chiarore del sole e decidemmo di andare a dormire, ci salutammo e ci poggiammo entrambi sul proprio giaciglio.
Io mi addormentai dopo poco poiché sentivo un’insolita stanchezza, chiusi gli occhi e non capii più nulla.

***

Il canto di un gallo mi risvegliò dolcemente e quando aprii gli occhi vidi che Gabriele era già pronto, vestito di tutto punto e con lo zaino poggiato su di uno sgabello nelle sue vicinanze.
Lui mi guardò e disse: «Buongiorno Giuseppe».
Eh sì; avevo dato i nome falso anche a lui, ma suppongo che anche Gabriele non fosse il suo vero nome.
Risposi con un: «Buongiorno anche a te».
Mi alzai, mi andai a lavare e mi vestii di tutta fretta; preparai lo zaino e mi sedetti al tavolo dove Gabriele faceva la sua colazione con un altro intruglio strano di colore verde.
Mi disse: «Prendine una tazza e fai colazione con me quest’oggi, almeno l’ultimo giorno che ci vediamo …».
Come rifiutare …
Mi sedetti accanto a lui e presi la tazza che mi aveva passato, al suo interno c’era il liquido verdastro che pareva tè.
Sorseggiai quel tè e devo ammettere che non era affatto male, ma non saprei descrivere il suo sapore: era qualcosa che non avevo mai assaggiato.
Presto finimmo la colazione, mettemmo a posto la stanza e ci caricammo sulle spalle i nostri rispettivi zaini di iuta e di colore senape.
Ci avviammo per le scale e giungemmo al piano terra dove incontrammo l’oste che quando ci vide ci salutò: «Oh … Signor Gabriele, signor Giuseppe. È dunque giunto il giorno della vostra partenza?». Ci domandò in seguito.
Entrambi accennammo un sì deciso e lui ribatté: «Sicuri che non vogliate fermarvi ancora per un po’?».
«No, proprio non possiamo». Fece presente Gabriele.
Io gli diedi manforte: «Siete stato gentilissimo con noi Renatino, ma è giunto il momento di andare».
Finite di dire quelle parole lo salutammo avvicinandoci e tendendogli la mano, in seguito uscimmo da quella locanda che era stata la nostra casa per più di due mesi.
Io e Gabriele facemmo un bel pezzo di strada a piedi e, arrivati dinnanzi a un ponte, egli mi disse: «Eh sì; qui finisce il nostro cammino assieme». Guardandomi con occhi quasi lucenti.
Anche a me dispiacque molto, poiché senza quell’uomo probabilmente sarei morto.
Mi affrettai ad abbracciarlo e gli dissi: «Grazie di tutto quello che hai fatto. Senza di te non sarei qui».
Lui mi rispose: «Ma che vai dicendo … Grazie a te; non tutti avrebbero fatto compagnia ad uno sciroccato. Aiutandomi a disintossicarmi non sai quanto sostegno mi hai dato».
Le parole finirono lì, nessuno di noi disse altro poiché eravamo entrambi provati da quella situazione; ci incamminammo ognuno verso la propria meta: lui oltrepassò il ponte senza nemmeno girarsi, io aspettai che sparisse all’orizzonte e mi avviai verso il paesino dove era incominciato tutto.
I ricordi dei giorni passati con lui mi accompagnarono lungo tutto il tragitto che feci, ma non era il momento di pensare a quello: dovevo agire in modo da passare inosservato.
Camminai un bel po’, fino a quando arrivai nella zona di mio interesse; stavo quasi per uscire dalla città, quando una voce attirò la mia attenzione: «Ehi tu!». Sentii in lontananza.
In un primo momento non diedi peso a quell’esclamazione, poi essa si fece più  pesante: «Non capisci l’italiano!».
«Fermo o sparo!». M’intimò.
Fu allora che mi bloccai d’istinto e pian piano mi girai; vidi che quattro persone in divisa stavano correndo verso il punto in cui mi trovavo.
Una di loro si era fermata in lontananza e mi teneva sotto tiro con il suo fucile d’ordinanza.
Quelle quattro persone arrivarono nelle mie vicinanze e due di loro si affrettarono a bloccarmi le mani.
Io chiesi subito spiegazioni: «Cosa state facendo?».
«Stiamo cercando dei disertori, gente che sta scappando per non fare il servizio militare». Affermò colui che sembrava il capo della pattuglia.
Quell’uniforme io la riconobbi come la tristemente nota divisa delle camice nere, con il loro strano cappello e il teschio sopra infisso; ero nei guai, in grossi guai: sarei finito certamente dinnanzi al plotone d’esecuzione.
«Non sono un disertore!». Esclamai.
«Ah sì; e che cosa sei?». Mi domandò il loro capo.
Io risposi: «Sono un infermiere del manicomio bombardato poco tempo addietro; sto tornando a casa dopo aver fatto la convalescenza, poiché sono stato ferito gravemente». Ovviamente avevo esagerato affermando quello.
«Lo vedremo!». Esclamò in cagnesco colui che era dinnanzi a me.
Quell’uomo tirò fuori la pistola che aveva nella fondina e me la puntò in faccia, poi gridò: «PERCHÉ STAI SCAPPANDO?».
Quando ti puntano una pistola alla tempia, la tua vita sfreccia in un istante dinnanzi ai tuoi occhi; e io la mia la vedevo terminata lì …
Poi una voce distolse l’attenzione di quell’esaltato: «Basta!». Si udì.
Egli si girò tenendomi la pistola puntata alla tempia con il cane dell’arma alzato già pronto ad abbattersi sul percussore; si avvide che colui il quale aveva parlato era un militare di passaggio, con lui c’erano almeno dieci commilitoni suoi sottoposti.
Il militare era un tenente del regio esercito.
La figura di quell’uomo in divisa grigio verde si avvicinò lentamente a noi e, quando arrivò abbastanza vicino, gli uomini che mi avevano bloccato si posero sugli attenti; anche colui che mi teneva la pistola alla tempia la ritirò e si mise in posizione di saluto.
«Cosa sta succedendo?». Fu la domanda che quell’uomo rivolse ai quattro.
Uno di loro rispose: «Stiamo dando la caccia ai disertori e pare che ne abbiamo trovato uno».
«Di che prove disponete?». Domandò guardandomi con occhi curiosi.
«Nessuna signore». Fu la loro risposta.
«Bene, allora converrete con noi che costui deve essere accompagnato al distretto militare per l’identificazione, solo dopo egli potrà essere accusato di tradimento o meno. Non credete?». Si rivolse ancora una volta a loro.
Le camice nere non fecero alcuna rimostranza e, obbedienti, diedero ragione al tenente il quale ordinò ai suoi di prendermi in consegna.
Dopo poco fui affiancato da quattro soldati in uniforme, questa volta grigia; le prime parole che mi dissero furono: «Ci segua al distretto». E con le carabine in pugno mi mostrarono la via.
Nel frattempo il tenente si fermò a parlare con gli uomini vestiti di nero, con lui c’erano quattro sottoposti; non sentii quello che gli venne detto, ma dopo pochi minuti egli ci raggiunse.
Al suo arrivo non potei fare altro che ringraziare: «Tenente la ringrazio. Senza il suo intervento mi avrebbero ucciso». 
«Non mi ringrazi. Se all’arrivo in caserma risulterà precettato e non si è presentato al suo distretto, l’aspetterà il plotone di esecuzione». Affermò tutto severo.
E chi disse più niente …
Mi limitai a seguirli e ben presto arrivammo presso un edificio alto due piani e sul quale sventolava una bandiera con lo stemma sabaudo.
Al lato della porta c’erano due soldati di guardia, che quando videro arrivare il nostro gruppo si posero sull’attenti; noi, intanto, varcammo quella porta e al suo interno fummo accolti da altri soldati i quali salutarono.
Il nostro gruppo si diresse verso una stanza non lontana da lì, vi entrammo e il tenente fece rimanere fuori quasi tutti i suoi sottoposti fuorché due, i quali entrarono nella camera tenendomi sempre sotto osservazione.
Egli si accomodò dietro una scrivania e fece cenno ai suoi soldati di accompagnarmi accanto a una sedia lì vicina; i soldati fecero ciò che il loro comandante gli aveva chiesto ed io mi accomodai poggiando il mio zaino a terra.
«Allora; qual è il tuo nome?». Chiese il mio interlocutore.
«Mi chiamo Santi Giuseppe». Risposi.
«Hm … Santi Giuseppe … Da dove arrivi?». Ribatté il tenente.
Gli spiegai da dove arrivavo e gli dissi quello che era successo al manicomio; ovviamente omettendo che io non ero l’infermiere, ma uno dei loro pazienti internati a forza.
Fui fortunato … A quanto pareva conosceva quello che era accaduto e incominciò ad avere un comportamento meno severo, mettendomi a mio agio.
Poi mi disse: «Comprende che dovremo accertare la sua posizione con la leva».
Di certo non potevo opporre resistenza: ero il più debole e dovetti sottostare a tutto ciò che loro dissero.
Dopo circa un’ora d’interrogatorio mi accompagnarono in una stanza; non era una cella, pareva piuttosto una stanza di un soldato con una brandina confortevole su cui riposare e un lavandino in cui lavarsi.
Il bagno era in comune e si trovava nel corridoio.
Lì avrei passato la notte in attesa dei loro controlli, controlli che a dir la verità mi spaventarono poiché il fratello di mia nonna era scomparso improvvisamente e da allora non se ne seppe più nulla; quel nome era un nome scomodo, avrebbero potuto pensare che fossi un disertore.
L’indomani arrivò implacabile e di prima mattina mi venne a chiamare un soldato.
Egli aprì la porta e mi disse: «Santi, vieni con me dal tenente».
Io mi preparai e andai a colloquio con l’uomo che mi aveva fatto chiamare.
Arrivai nella sua stanza ed egli, indaffarato con un bel mazzo di scartoffie, mi fece cenno di sedere dinnanzi alla scrivania nuovamente.
Non potevo che obbedire … Feci ciò che mi chiese.
Dopo qualche secondo smise di leggere, si tolse i suoi occhiali e mi fissò, poi si udì: «E allora Santi; cosa vogliamo fare?». Mi domandò.
Io rimasi muto: non sapevo cosa rispondere, avevo lo spettro della fucilazione dinnanzi.
«Abbiamo chiesto informazioni al suo distretto e ci risulta che lei non si è recato alla chiamata. È anche vero che non le è stata inviata alcuna lettera di precetto, in quanto dichiarato disperso». Affermò.
Mi dovevo inventare qualche scusa, altrimenti la mia copertura sarebbe saltata e allora mi rammentai dei racconti della nonna.
«È che non sono sposato e allora ho deciso di emigrare nella capitale per trovare un lavoro migliore; infatti mi avevano assunto presso il manicomio». Provai a giustificarmi.
Il tenente non mi fece finire di parlare asserendo: «Beh, sei sempre in tempo».
«In tempo?». Chiesi incuriosito.
«Sì, in tempo per servire la tua patria: sei arruolato nell’esercito e lo servirai al fronte».
Quell’affermazione fu come una doccia gelata per me, stava accadendo proprio ciò che non doveva avvenire e quella situazione mi avrebbe portato ancora più lontano dal mio obiettivo, senza contare l’incognita guerra e la possibilità di essere ucciso.
Poi il tenente mi fece presente: «Scegli: o la divisa, o il plotone d’esecuzione».
Cosa mai potevo scegliere?
Assentii e dissi: «Come posso rifiutare di aiutare la patria».
Infine il tenente si rivolse al suo appuntato e gli ordinò: «Accompagnate Santi al deposito: che gli diano vestiti e la destinazione».
Anche quel soldato si mise sull’attenti e disse: «Sissignore».
Mi guardò e mi intimò: «Segui me».
Ero caduto dalla padella alla brace, sarei stato accompagnato in un fantomatico comando e spedito presso uno dei molti fronti aperti; in quell’istante pensai: è la fine.
Seguii il militare dinnanzi a me, fino ad arrivare in una specie di spaccio dove vi erano innumerevoli articoli militari.
Lì mi furono consegnati indumenti verdi e grigi, scarponi, cintola e calzini di lana.
Poi fui accompagnato in una stanza, dove mi fu chiesto di cambiarmi d’abito; anche in quel caso non ebbi scelta: mi cambiai e riposi i miei abiti civili nello zaino, incluso un cappotto e il cellulare che erano gli unici ricordi dell’era di mia provenienza.
Mi fu chiesto di ripresentarmi dal tenente in ufficio ed io feci ciò che mi dissero; lì mi fu consegnata una lettera di colore rosa con sopra scritto:

il Sig. Santi Giuseppe è stato precettato per ragioni di servizio e deve presentarsi al comando del 301° reggimento fanteria Bolzano il giorno 18 maggio alle ore 15:00.

Sotto il precetto c’era l’ordine tassativo per un eventuale datore di lavoro di lasciarmi libero all’istante e non impedire al milite di raggiungere i proprio comando.
Dopo aver letto quella lettera, in mente mia si accavallarono miriadi di domande a cui non potevo rispondere, per giunta io non avevo fatto il militare e non ero in grado di usare alcuna arma: ero spacciato, poiché non mi avrebbero fatto fare alcun corso prima della partenza.
«Oggi è l’uno di maggio, avrai tutto il tempo di arrivare presso il tuo comando». Affermò il tenete che mi aveva fermato il giorno prima.
Poi aggiunse: «Verrai accompagnato da due tuoi commilitoni che sono stati assegnati allo stesso reggimento».
Proprio in quell’istante bussarono alla porta semichiusa e il tenente disse: «Avanti!».
Entrarono due baldi giovani dieci anni più piccoli di me, all’incirca sui venticinque anni; entrambi si misero sull’attenti e il tenente rispose loro: «Riposo».
I due assunsero una postura più rilassata e il nostro superiore si rivolse nuovamente a loro: «Questo soldato si aggregherà a voi». Facendo cenno verso di me.
Poi continuò: «Siate puntuali e servite bene la vostra patria».
«Signorsì!». Esclamarono i due.
In seguito il suo sguardo si fermò su di me, non potevo che mettermi sugli attenti anch’io.
«Bene … Un treno partirà fra circa un’ora; vedete di non perderlo. Andate pure!». C’intimò il tenente.
Noi riproducemmo di nuovo il saluto e uscimmo da quella stanza; prendemmo i nostri zaini e ci avviammo verso la stazione.
Durante il tragitto facemmo conoscenza e io mi presentai come Giuseppe Santi; era ovvio, non potevo certo dare il mio vero nome.
Il più alto di loro, all’incirca un metro e ottanta, aveva i capelli neri e corti, il suo viso era carnoso, le guance erano rosse e i suoi occhi erano marroni.
Egli si presentò come Mattia e non fece altro che  tessere le lodi del fascismo durante il nostro breve tragitto verso la stazione.
L’altro, più piccolo di pochi centimetri, anch’egli con i capelli rasati e di colore biondo cenere, aveva gli occhi chiari, il viso allungato e le labbra carnose.
Si chiamava Primo.
Lui non disse una sola parola di elogio per quell’ideologia che ci stava mandando al macello.
Parevano due bravi ragazzi e lo capii discorrendo un po’.
Il loro pensiero fisso era la famiglia e mi raccontarono che le proprie mamme, all’atto della loro partenza da casa, si erano raccomandate di fare molta attenzione.
Mattia tirò fuori una busta marrone, quella che si usa per il pane, in cui vi erano delle caramelle e iniziò a distribuirle anche a noi; quel gesto mi fece sorridere …
Dopo circa mezz’ora arrivammo in stazione e ci dirigemmo al binario tre, dove già ci attendeva il lungo treno che ci avrebbe portati a destinazione.
Ci affrettammo a salire sopra di esso e prendemmo posto sui vagoni i quali sembravano quelli usati per il bestiame; questa volta, però, erano adibiti al trasporto di bestie umane.
Passò una mezz’oretta e vedemmo sfilare il capotreno con il suo berretto rosso.
Egli sibilò con il suo fischietto e dopo pochi secondi il treno partì.
Quando il treno iniziò a muoversi, dai pochi fori che c’erano in quelle carrozze s’intravidero i volti delle mamme che avevano accompagnato i propri figli.
Quei volti erano colmi di lacrime …
Le mamme già percepivano che in Russia ci sarebbe stata una mattanza e che per noi soldati non v’era alcuna speranza, poiché male equipaggiati e male armati ci apprestavamo a combattere contro un colosso il cui urto sarebbe stato difficile da contenere.
La cosa che mi faceva più ribrezzo in quel momento fu che eravamo noi gli aggressori: il regime, valutando erroneamente le forze russe e pensando che fossero già sconfitte, stava mandando a morte certa 61.700 uomini del CSIR che già operavano sul territorio, i quali sarebbero divenuti 230.000 uomini nell’autunno del 1942.
Noi soldati non potevamo far altro che partire, oppure il plotone d’esecuzione avrebbe fatto il suo dovere.
Nel 1942 l'8ª Armata, guidata dal generale Italo Gariboldi, avrebbe quindi messo in campo 230.000 uomini (di cui circa 150.000 schierati in prima linea), 16.700 automezzi, 1.150 trattori d'artiglieria, 4.500 motomezzi, 25.000 quadrupedi, 940 cannoni (di cui 356 controcarro e 52 contraerei), 19 semoventi L40/31 e carri leggeri L6/40 (chiamati dalle truppe scatole di sardina, o meglio ancora: casse da morto, tant’è vero che nessuno aveva voglia di mettersi al loro interno; i T34 russi non avrebbero nemmeno sprecato munizioni, con le loro tonnellate li avrebbero schiacciati direttamente), 64 aerei (di cui 41 caccia Macchi M.C.200 o Macchi M.C.202 e 23 aerei da ricognizione).
Queste informazioni le conoscevo poiché le avevo studiate a scuola e allo stesso tempo ero già al corrente delle sorti della guerra che stavamo andando a combattere; non nascondo che ebbi paura: la morte mi aveva sempre spaventato.


Per chi volesse leggere ancora, vi scrivo alcune informazioni aggiuntive inerenti alla cartamoneta citata nel capitolo.
Le 500 lire e le mille lire con in fascio littorio inciso sopra.
Pensate che questa cartamoneta era lunga venti centimetri e larga più di dieci centimetri (belle grandi eh?).
Queste sono le foto:






Per quanto riguarda il fascio littorio non è altro che uno dei simboli del fascismo e lo potete vedere sulle banconote cerchiato di rosso e puntato da una freccia rossa.
Ebbene …
Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il quinto capitolo).