Anche il 4° capitolo del libro in questione è
stato aggiustato.
Lo metto dunque a vostra disposizione in modo
che possiate leggerlo.
Al suo interno troverete alcuni termini
particolari; un esempio: C. S. I. R (Corpo di spedizione italiano in Russia).
Ci sono, altresì, informazioni storiche che,
come detto in precedenza, sono documentate e riscontrabili in ogni libro di
storia che si rispetti (non ho scritto bugie o inesattezze).
Inizia, pertanto, la parte storica del
romanzo con i dati annessi.
Disperso nel tempo 1942 è un romanzo
fantascientifico a sfondo storico e potreste trovarvi di fronte a fatti
inconsueti (beh … Lo è già, di per sé, il fatto che un uomo possa viaggiare nel
tempo; direte voi) del tipo: un uomo sarà capace di mangiare delle banconote
per una somma pari a un milione e mezzo di lire (una somma voluminosa che
sarebbe alquanto difficile deglutire).
Ecco … Tenete a mente che è appunto un
romanzo fantascientifico e che, dunque, ci sono al suo interno cose che non potrebbero
avvenire nella realtà (o forse no? Chi lo sa …).
Buona lettura:
CAPITOLO 4
L’ARRUOLAMENTO FORZATO
Appena fuori dall’ospedale ci guardammo in
faccia e un piccolo ghigno apparve sui nostri visi.
Mi accorsi di una stranezza ad un certo
punto: gli occhi di Gabriele divennero di nuovo assenti, segno che il momento
di lucidità del mio compagno stava per terminare; era dunque il caso di cercare
un riparo lontano da sguardi indiscreti poiché c’era il rischio che ci
riconoscessero e a quel punto saremmo stati
rispediti in manicomio: ciò non doveva accadere.
Presi Gabriele e lo portai con me verso un
ponte non lontano di lì; lo bloccai a forza, poiché egli voleva dare sfogo alla
sua iperattività girando come era solito fare in cella.
Lo trascinai sotto quel ponte e lì aspettammo
che le cose si calmassero.
Il fiume che scorreva in un letto abbastanza
ampio riproduceva il tipico rumore dell’acqua che fluiva verso il basso.
Nessuno ci notò, fortunatamente, anche perché
cercai di trattenere il mio compagno in modo da non fargli fare quei movimenti
che avrebbero di certo attirato l’attenzione; non vi dico con che animo
trattenni Gabriele, poiché la mia indole rifiutava quel comportamento e quasi
mi venne da piangere osservando il suo sguardo che m’implorava di lasciarlo
sfogare, come se fosse un suo bisogno impellente.
I suoi occhi mi fissavano supplicando pietà.
Dopo un paio d’ore si calmò e i suoi bulbi
oculari divennero nuovamente lucidi e privi di quella luce che preludeva alle
sue crisi temporanee.
Fu allora che gli chiesi: «Stai bene
adesso?».
Egli non rispose, mi fece solo un cenno di
assenso e allora allentai la presa: ero stato avvinghiato a lui per quasi tutto
il tempo.
A quel punto mi rivolse la parola: «Questo è
un problema che dovrò risolvere. Se rimango in queste condizioni saremo
scoperti». Mise la sua mano nella camicia bianca che avevamo sottratto ai due
infermieri e tirò fuori un borsello colore senape, piccolo ma rigonfio.
Lo slegò all’estremità e tirò fuori un bel
mazzetto di soldi: erano soldi dell’epoca.
Mi diede quei denari in mano e guardandoli mi
accorsi che erano tutti tagli da cinquecento lire, quelle con la mietitrice sul
frontespizio e con le firme di Stringer – Sacchi.
Nel medaglione del frontespizio si notava,
appena visibile, la testa disegnata di Leonardo Da Vinci e sul retro c’era il
decreto ministeriale del 30 luglio 1896; la banconota era grande all’incirca
203 mm per 118 mm.
Accartocciate all’interno di quel congruo
malloppo, vi erano molte mille lire; la loro forma era inconfondibile: sulla
cartamoneta c’era il disegno di Capranesi e dietro c’era il fascio littorio, la
loro dimensione era pressappoco di 223 mm per 123 mm.
Le contai e arrivai a più di un milione
cinquecentomila lire, che per quei tempi era una grossissima cifra.
Guardai Gabriele e gli chiesi: «Questi dove
li hai presi?».
«L’aveva un pazzo all’interno del manicomio.
Un ricco signore a cui il fascio aveva sequestrato tutto. Lui era il mio
compagno di cella prima che morisse per via delle medicine che ci hanno
somministrato». Ribatté guardandomi.
Poi aggiunse: «Sapevo che un giorno mi sarebbero
state utili».
«Come ha fatto il ricco signore a
nasconderle?». Gli domandai.
«Lui è stato privato di tutti i suoi averi e
ha pensato bene di nascondere quei soldi mangiandoli. Li ha recuperati all’atto
dell’avvenuta digestione». Affermò.
Udite quelle parole, feci una faccia schifata
e mi affrettai a rimettere tutto a posto cercando di toccare i soldi il meno
possibile; il solo fatto che un uomo li avesse inghiottiti e in qualche modo
espulsi mi disgustava.
Gabriele mi guardò e asserì: «Non preoccuparti;
quei soldi non sono mai venuti in contatto con il suo apparto digestivo, a
quanto pare li ha messi in ovuli ben chiusi e poi li ha ingeriti; per il
recupero puoi immaginare come abbia fatto. Ecco: un po’ come fanno i
trafficanti di droga del nostro tempo. Molto astuto …».
«E adesso?». Chiesi incuriosito.
«Adesso tenteremo di trovare una pensione e
lì aspetteremo che le cose si calmino, cercando di capire cosa sta accadendo.
Per di più io devo disintossicarmi dallo schifo che mi hanno iniettato per molto
tempo e suppongo che ci vorrà qualche mese. Questi soldi ci saranno utili».
Sottolineò Gabriele.
Beh, con quella cifra un operaio del tempo ci
poteva sfamare fino alla decima generazione e pertanto, noi due, non avremo
avuto problemi per parecchio dal punto di vista finanziario; ma non era quello
il nostro obiettivo. Dovevamo ritornare alle nostre case al più presto.
Ci avviammo verso il centro e, cercando un
ostello in cui sostare, girovagammo per almeno un’ora; infine trovammo qualcosa
che pareva fare al caso nostro: una bettola in periferia.
Entrammo e contrattammo con il proprietario
che ci fece un prezzo di favore secondo lui: se gli avessimo pagato mille lire,
la stanza ce l’avrebbe data per due mesi.
Non potevamo perdere quell’occasione e
acconsentimmo; consegnammo metà del prezzo pattuito, cinquecento lire, e ci
accordammo che il rimanente della cifra gli sarebbe stata consegnata alla fine
del nostro contratto verbale.
Quel signore robusto e calvo prese subito ciò
che gli avevamo dato e lo infilò nella tasca del pantalone.
Con un cenno ci fece capire di seguirlo e
s’incamminò verso una scala che portava al piano superiore.
La imboccò e noi lo seguimmo, alla fine ci
portò dinanzi ad una porta che pareva tenersi in piedi per miracolo, l’aprì e
ci disse: «Questa è la vostra stanza.
Due letti come pattuito e in più la prima
colazione». Dopo averci mostrato la camera ci salutò e incominciò ad
allontanarsi, poi si girò repentinamente e ci fece presente: «Ah, signori; in
questo ostello non sono gradite le accompagnatrici. Per quello c’è la casa di
tolleranza in fondo alla strada».
Noi annuimmo e lui, assicuratosi che avessimo
capito quello che ci aveva detto, scese le scale dirigendosi al piano
inferiore.
Io e Gabriele ci precipitammo in stanza e
chiudemmo la porta a chiave; appena in tempo, poiché il mio compagno di ventura
iniziò ad avere un’altra crisi e questa volta io non dovetti trattenerlo per
mia fortuna.
***
Passarono un paio di mesi da
quell’avvenimento e le crisi di Gabriele si diradavano man mano che il tempo
scorreva.
Ciò fu possibile grazie a degli strani
intrugli che si somministrava; spesso mi mandava in segheria a prendere polvere
di pioppo, la quale risultava intangibile da quanto era fine.
Beh … Da quella polvere ricavava una sorta
d’intruglio riscaldandolo a vapore per non so quale arcano motivo, poi lo
assumeva in piccole dosi ogni sei ore ad intervalli ciclici: tre giorni lo
assumeva, sei giorni no.
Facendo in questo modo le sue crisi erano
migliorate e si erano diradate fino ad arrivare a solo una al giorno.
La crisi durava quasi un’ora, poi era
possibile discorrere normalmente con il mio compagno e finalmente incominciai a
capire più a fondo in che razza di guaio ero capitato.
Anche lui, come me, aveva avuto un incidente
e si era ritrovato nel passato.
Due varchi si erano aperti e noi ci eravamo
cascati dentro appieno, il problema era proprio quello di porvi rimedio e
ritornare dalle nostre famiglie.
Gabriele non parlava volentieri del suo
tempo, non fece alcun accenno all’epoca da cui arrivava.
La cosa strana fu che era riuscito a capire
da che tempo arrivassi io solamente osservando i miei vestiti, dunque mi
accorsi che proveniva da un’era più lontana della mia.
Io provai a fare delle domande, ma mi disse
che non sarebbe stata una storia bella quella che aveva da raccontare e che il
genere umano non aveva imparato nulla dai suoi errori … Poi non aggiunse più
niente.
Alla fine mi rassegnai e non chiesi più
nulla, mi limitai solo a collaborare con lui per ritornare al più presto dai miei
cari.
Quel giorno l’aria non era delle più calde e,
a dir la verità, non saprei dire di che giorno si trattasse, poiché da un po’
di tempo essi erano tutti uguali.
Eravamo intenti ad ascoltare ciò che diceva
una vecchia radio che avevamo acquistato; era una radio della Telefunken, con
il fascio littorio proprio in mezzo alle due manopole tonde.
Una manopola serviva per il volume, l’altra
per la sintonizzazione.
Il suo colore era marrone chiaro;
assomigliava al colore del ciliegio.
Da essa provenivano proclami baldanzosi e,
come regime dettava, di vittoria su tutti i fronti; ma io sapevo già che di lì
a poco tutti quei fronti sarebbero crollati, a partire da quello Africano, fino
ad arrivare a quello russo.
«Che situazione, eh …». Mi disse Gabriele.
«Sì; direi proprio che non è bello conoscere
già quello che accadrà. E di certo mi piange il cuore nel vedere quanta
incuranza c’è e come si prende in giro la gente per via dei mezzi di
comunicazione. La mia domanda è sempre la stessa: ma la gente è cieca? Crede a
tutto quello che gli da in pasto la stampa?». Ribattei.
«Hm … Non hai ancora visto nulla. Le persone
credono che singoli individui possano fare il loro interesse; ma la storia ha
dimostrato che gli interessi che hanno perseguito costoro sono sempre stati i
propri e quelli delle loro famiglie. Gli ideali sono caduti e coloro che un
tempo inneggiavano a patriottismi maestosi si ritrovano ben poco, solo la mera
illusione». Precisò il mio compagno.
In seguito mi disse: «La fortuna dei grandi
popoli è quella di aver avuto come dirigenti persone onorevoli che hanno voluto
bene alla loro gente; e ti assicuro che questa categoria di persone è rara».
«Ma bando
alle ciance, è ora di dare una svolta alla nostra storia». Affermò
subito dopo.
Io lo guardai come a chiedere cosa volesse
dire e lui sottolineò: «Le mie crisi si sono dimezzate, oserei dire quasi
rarefatte. È ora di ritornare nel posto che ci ha visti arrivare in questa
era».
Annuii e risposi: «Ebbene, ognuno di noi si
avvierà verso zone diverse».
Anche lui annuì, poi affermò: «Questo è un
brutto periodo; un periodo in cui vengono perseguiti i deboli e i diversi. Dove
non c’è pietà per nessuno, nemmeno per i bambini».
Si fermò per un attimo e mi fece presente:
«Lo sai che per via della tua età sei abile all’arruolamento?».
A quella domanda io risposi: «Sì, lo so.
Dovrò fare molta attenzione o corro il rischio di essere inquadrato
nell’esercito e spedito a forza verso uno dei tanti fronti».
Gabriele annuì nuovamente e mi fece intendere
che avevo proprio ragione, poi parlò: «Domani le nostre strade si divideranno;
lasceremo la locanda in cui viviamo da più di due mesi e, raggiunti i
rispettivi posti d’entrata in questo tempo, aspetteremo la riapertura dello
squarcio temporale».
Ci fu un attimo di silenzio in cui ci
scrutammo, in seguito fu di nuovo lui a parlare: «Deve riaprirsi e non v’è
dubbio che lo faccia nelle condizioni in cui si è precedentemente schiuso: alla
nostra presenza. Siamo diventati la chiave di quel passaggio».
Udita quell’affermazione io gli feci una
domanda: «Cosa vorresti dire?».
«Non posso spiegarti tutto chiaramente, ma
una cosa te la posso dire: il passaggio non si aprirà senza la nostra presenza.
Le nostre cellule si sono impregnate di quell’energia particolare che ha
permesso tale apertura e sono loro che daranno il via ad una nuova formazione
del fenomeno. In poche parole: se noi non siamo presenti nel posto dove siamo
arrivati, è impossibile che quel fatto si ripeta». Affermò tutto serioso.
Io non capii proprio niente di quello che aveva
detto, in fondo ero sempre stato scarso in scienze e glielo feci presente: «Non
ho capito nulla: potresti spiegarti meglio?». Infine domandai.
«Hm …». Farfugliò in un primo momento.
Poi asserì: «Non devi sapere molto sulla
questione; soltanto che: perché il passaggio si riapra c’è bisogno della tua
presenza, solo allora esso farà la sua comparsa e tu ritornerai al tuo tempo.
Va nel luogo dove hai avuto l’incidente … E avvicinati più possibile alla tua
macchina, il resto lo farà l’energia di cui ti sei impregnato durante il
trapasso».
Beh, una cosa l’avevo capita: Gabriele ne
sapeva molto su quei fenomeni e altro non potevo fare che dargli retta.
Poi il discorso terminò lì; lui si tracannò
quel liquido melmoso ottenuto dalla polvere finissima di pioppo che aveva
riscaldato con uno strano marchingegno.
Il marchingegno l’aveva costruito Gabriele:
sembrava quello con cui distillavamo la grappa un tempo.
Mi guardò e mi fece cenno di avvicinarmi,
posò la tazza con il rimasuglio di quella melma e si mise una mano nel petto,
sotto la camicia, dove teneva ben fasciati in una benda attorcigliata i soldi
che ci erano serviti per sopravvivere.
Srotolò quel grosso fascio e contò ben un
milione quattrocentonovantaseimila lire, poiché avevamo speso quattromila lire
da quando eravamo lì.
Separò la metà del gruzzolo e me lo diede,
poi disse: «Questi sono settecentocinquantamila lire, l’equivalente di molti
stipendi di un operaio del tempo; sfruttali al meglio, in modo che ti possano
rendere la via più facile. Non disdegnare nemmeno la corruzione, di questi
tempi ti può salvare la vita».
Gli feci cenno di aver capito e presi quei
soldi, infilandomeli in un taschino della camicia che poi richiusi bene.
«Ora mangiamo, poiché le energie ci
serviranno». Fece presente Gabriele.
Presto fatto … Mangiammo una sorta di
minestra d’avena e un po’ di pane di ghianda.
Il pane fatto con la farina di ghianda aveva
un saporaccio orrendo, ma di quei periodi trovare il grano era quasi
impossibile.
Finito di mangiare ci accorgemmo che la notte
aveva sostituito il chiarore del sole e decidemmo di andare a dormire, ci
salutammo e ci poggiammo entrambi sul proprio giaciglio.
Io mi addormentai dopo poco poiché sentivo
un’insolita stanchezza, chiusi gli occhi e non capii più nulla.
***
Il canto di un gallo mi risvegliò dolcemente
e quando aprii gli occhi vidi che Gabriele era già pronto, vestito di tutto
punto e con lo zaino poggiato su di uno sgabello nelle sue vicinanze.
Lui mi guardò e disse: «Buongiorno Giuseppe».
Eh sì; avevo dato i nome falso anche a lui,
ma suppongo che anche Gabriele non fosse il suo vero nome.
Risposi con un: «Buongiorno anche a te».
Mi alzai, mi andai a lavare e mi vestii di
tutta fretta; preparai lo zaino e mi sedetti al tavolo dove Gabriele faceva la
sua colazione con un altro intruglio strano di colore verde.
Mi disse: «Prendine una tazza e fai colazione
con me quest’oggi, almeno l’ultimo giorno che ci vediamo …».
Come rifiutare …
Mi sedetti accanto a lui e presi la tazza che
mi aveva passato, al suo interno c’era il liquido verdastro che pareva tè.
Sorseggiai quel tè e devo ammettere che non
era affatto male, ma non saprei descrivere il suo sapore: era qualcosa che non
avevo mai assaggiato.
Presto finimmo la colazione, mettemmo a posto
la stanza e ci caricammo sulle spalle i nostri rispettivi zaini di iuta e di
colore senape.
Ci avviammo per le scale e giungemmo al piano
terra dove incontrammo l’oste che quando ci vide ci salutò: «Oh … Signor
Gabriele, signor Giuseppe. È dunque giunto il giorno della vostra partenza?».
Ci domandò in seguito.
Entrambi accennammo un sì deciso e lui
ribatté: «Sicuri che non vogliate fermarvi ancora per un po’?».
«No, proprio non possiamo». Fece presente
Gabriele.
Io gli diedi manforte: «Siete stato
gentilissimo con noi Renatino, ma è giunto il momento di andare».
Finite di dire quelle parole lo salutammo
avvicinandoci e tendendogli la mano, in seguito uscimmo da quella locanda che
era stata la nostra casa per più di due mesi.
Io e Gabriele facemmo un bel pezzo di strada
a piedi e, arrivati dinnanzi a un ponte, egli mi disse: «Eh sì; qui finisce il
nostro cammino assieme». Guardandomi con occhi quasi lucenti.
Anche a me dispiacque molto, poiché senza
quell’uomo probabilmente sarei morto.
Mi affrettai ad abbracciarlo e gli dissi:
«Grazie di tutto quello che hai fatto. Senza di te non sarei qui».
Lui mi rispose: «Ma che vai dicendo … Grazie
a te; non tutti avrebbero fatto compagnia ad uno sciroccato. Aiutandomi a
disintossicarmi non sai quanto sostegno mi hai dato».
Le parole finirono lì, nessuno di noi disse
altro poiché eravamo entrambi provati da quella situazione; ci incamminammo
ognuno verso la propria meta: lui oltrepassò il ponte senza nemmeno girarsi, io
aspettai che sparisse all’orizzonte e mi avviai verso il paesino dove era
incominciato tutto.
I ricordi dei giorni passati con lui mi
accompagnarono lungo tutto il tragitto che feci, ma non era il momento di
pensare a quello: dovevo agire in modo da passare inosservato.
Camminai un bel po’, fino a quando arrivai
nella zona di mio interesse; stavo quasi per uscire dalla città, quando una
voce attirò la mia attenzione: «Ehi tu!». Sentii in lontananza.
In un primo momento non diedi peso a
quell’esclamazione, poi essa si fece più
pesante: «Non capisci l’italiano!».
«Fermo o sparo!». M’intimò.
Fu allora che mi bloccai d’istinto e pian
piano mi girai; vidi che quattro persone in divisa stavano correndo verso il
punto in cui mi trovavo.
Una di loro si era fermata in lontananza e mi
teneva sotto tiro con il suo fucile d’ordinanza.
Quelle quattro persone arrivarono nelle mie
vicinanze e due di loro si affrettarono a bloccarmi le mani.
Io chiesi subito spiegazioni: «Cosa state
facendo?».
«Stiamo cercando dei disertori, gente che sta
scappando per non fare il servizio militare». Affermò colui che sembrava il
capo della pattuglia.
Quell’uniforme io la riconobbi come la
tristemente nota divisa delle camice nere, con il loro strano cappello e il
teschio sopra infisso; ero nei guai, in grossi guai: sarei finito certamente
dinnanzi al plotone d’esecuzione.
«Non sono un disertore!». Esclamai.
«Ah sì; e che cosa sei?». Mi domandò il loro
capo.
Io risposi: «Sono un infermiere del manicomio
bombardato poco tempo addietro; sto tornando a casa dopo aver fatto la
convalescenza, poiché sono stato ferito gravemente». Ovviamente avevo esagerato
affermando quello.
«Lo vedremo!». Esclamò in cagnesco colui che
era dinnanzi a me.
Quell’uomo tirò fuori la pistola che aveva
nella fondina e me la puntò in faccia, poi gridò: «PERCHÉ STAI SCAPPANDO?».
Quando ti puntano una pistola alla tempia, la
tua vita sfreccia in un istante dinnanzi ai tuoi occhi; e io la mia la vedevo
terminata lì …
Poi una voce distolse l’attenzione di
quell’esaltato: «Basta!». Si udì.
Egli si girò tenendomi la pistola puntata
alla tempia con il cane dell’arma alzato già pronto ad abbattersi sul
percussore; si avvide che colui il quale aveva parlato era un militare di
passaggio, con lui c’erano almeno dieci commilitoni suoi sottoposti.
Il militare era un tenente del regio
esercito.
La figura di quell’uomo in divisa grigio
verde si avvicinò lentamente a noi e, quando arrivò abbastanza vicino, gli
uomini che mi avevano bloccato si posero sugli attenti; anche colui che mi
teneva la pistola alla tempia la ritirò e si mise in posizione di saluto.
«Cosa sta succedendo?». Fu la domanda che
quell’uomo rivolse ai quattro.
Uno di loro rispose: «Stiamo dando la caccia
ai disertori e pare che ne abbiamo trovato uno».
«Di che prove disponete?». Domandò
guardandomi con occhi curiosi.
«Nessuna signore». Fu la loro risposta.
«Bene, allora converrete con noi che costui
deve essere accompagnato al distretto militare per l’identificazione, solo dopo
egli potrà essere accusato di tradimento o meno. Non credete?». Si rivolse
ancora una volta a loro.
Le camice nere non fecero alcuna rimostranza
e, obbedienti, diedero ragione al tenente il quale ordinò ai suoi di prendermi
in consegna.
Dopo poco fui affiancato da quattro soldati
in uniforme, questa volta grigia; le prime parole che mi dissero furono: «Ci
segua al distretto». E con le carabine in pugno mi mostrarono la via.
Nel frattempo il tenente si fermò a parlare
con gli uomini vestiti di nero, con lui c’erano quattro sottoposti; non sentii
quello che gli venne detto, ma dopo pochi minuti egli ci raggiunse.
Al suo arrivo non potei fare altro che
ringraziare: «Tenente la ringrazio. Senza il suo intervento mi avrebbero
ucciso».
«Non mi ringrazi. Se all’arrivo in caserma
risulterà precettato e non si è presentato al suo distretto, l’aspetterà il
plotone di esecuzione». Affermò tutto severo.
E chi disse più niente …
Mi limitai a seguirli e ben presto arrivammo
presso un edificio alto due piani e sul quale sventolava una bandiera con lo
stemma sabaudo.
Al lato della porta c’erano due soldati di
guardia, che quando videro arrivare il nostro gruppo si posero sull’attenti;
noi, intanto, varcammo quella porta e al suo interno fummo accolti da altri
soldati i quali salutarono.
Il nostro gruppo si diresse verso una stanza
non lontana da lì, vi entrammo e il tenente fece rimanere fuori quasi tutti i
suoi sottoposti fuorché due, i quali entrarono nella camera tenendomi sempre
sotto osservazione.
Egli si accomodò dietro una scrivania e fece
cenno ai suoi soldati di accompagnarmi accanto a una sedia lì vicina; i soldati
fecero ciò che il loro comandante gli aveva chiesto ed io mi accomodai
poggiando il mio zaino a terra.
«Allora; qual è il tuo nome?». Chiese il mio
interlocutore.
«Mi chiamo Santi Giuseppe». Risposi.
«Hm … Santi Giuseppe … Da dove arrivi?».
Ribatté il tenente.
Gli spiegai da dove arrivavo e gli dissi
quello che era successo al manicomio; ovviamente omettendo che io non ero
l’infermiere, ma uno dei loro pazienti internati a forza.
Fui fortunato … A quanto pareva conosceva
quello che era accaduto e incominciò ad avere un comportamento meno severo,
mettendomi a mio agio.
Poi mi disse: «Comprende che dovremo
accertare la sua posizione con la leva».
Di certo non potevo opporre resistenza: ero
il più debole e dovetti sottostare a tutto ciò che loro dissero.
Dopo circa un’ora d’interrogatorio mi
accompagnarono in una stanza; non era una cella, pareva piuttosto una stanza di
un soldato con una brandina confortevole su cui riposare e un lavandino in cui
lavarsi.
Il bagno era in comune e si trovava nel
corridoio.
Lì avrei passato la notte in attesa dei loro
controlli, controlli che a dir la verità mi spaventarono poiché il fratello di
mia nonna era scomparso improvvisamente e da allora non se ne seppe più nulla;
quel nome era un nome scomodo, avrebbero potuto pensare che fossi un disertore.
L’indomani arrivò implacabile e di prima
mattina mi venne a chiamare un soldato.
Egli aprì la porta e mi disse: «Santi, vieni
con me dal tenente».
Io mi preparai e andai a colloquio con l’uomo
che mi aveva fatto chiamare.
Arrivai nella sua stanza ed egli, indaffarato
con un bel mazzo di scartoffie, mi fece cenno di sedere dinnanzi alla scrivania
nuovamente.
Non potevo che obbedire … Feci ciò che mi
chiese.
Dopo qualche secondo smise di leggere, si
tolse i suoi occhiali e mi fissò, poi si udì: «E allora Santi; cosa vogliamo
fare?». Mi domandò.
Io rimasi muto: non sapevo cosa rispondere,
avevo lo spettro della fucilazione dinnanzi.
«Abbiamo chiesto informazioni al suo
distretto e ci risulta che lei non si è recato alla chiamata. È anche vero che
non le è stata inviata alcuna lettera di precetto, in quanto dichiarato
disperso». Affermò.
Mi dovevo inventare qualche scusa, altrimenti
la mia copertura sarebbe saltata e allora mi rammentai dei racconti della
nonna.
«È che non sono sposato e allora ho deciso di
emigrare nella capitale per trovare un lavoro migliore; infatti mi avevano
assunto presso il manicomio». Provai a giustificarmi.
Il tenente non mi fece finire di parlare
asserendo: «Beh, sei sempre in tempo».
«In tempo?». Chiesi incuriosito.
«Sì, in tempo per servire la tua patria: sei
arruolato nell’esercito e lo servirai al fronte».
Quell’affermazione fu come una doccia gelata
per me, stava accadendo proprio ciò che non doveva avvenire e quella situazione
mi avrebbe portato ancora più lontano dal mio obiettivo, senza contare
l’incognita guerra e la possibilità di essere ucciso.
Poi il tenente mi fece presente: «Scegli: o
la divisa, o il plotone d’esecuzione».
Cosa mai potevo scegliere?
Assentii e dissi: «Come posso rifiutare di
aiutare la patria».
Infine il tenente si rivolse al suo appuntato
e gli ordinò: «Accompagnate Santi al deposito: che gli diano vestiti e la
destinazione».
Anche quel soldato si mise sull’attenti e
disse: «Sissignore».
Mi guardò e mi intimò: «Segui me».
Ero caduto dalla padella alla brace, sarei
stato accompagnato in un fantomatico comando e spedito presso uno dei molti
fronti aperti; in quell’istante pensai: è la fine.
Seguii il militare dinnanzi a me, fino ad
arrivare in una specie di spaccio dove vi erano innumerevoli articoli militari.
Lì mi furono consegnati indumenti verdi e
grigi, scarponi, cintola e calzini di lana.
Poi fui accompagnato in una stanza, dove mi
fu chiesto di cambiarmi d’abito; anche in quel caso non ebbi scelta: mi cambiai
e riposi i miei abiti civili nello zaino, incluso un cappotto e il cellulare
che erano gli unici ricordi dell’era di mia provenienza.
Mi fu chiesto di ripresentarmi dal tenente in
ufficio ed io feci ciò che mi dissero; lì mi fu consegnata una lettera di
colore rosa con sopra scritto:
il Sig.
Santi Giuseppe è stato precettato per ragioni di servizio e deve presentarsi al
comando del 301° reggimento fanteria Bolzano il giorno 18 maggio alle ore
15:00.
Sotto il precetto c’era l’ordine tassativo
per un eventuale datore di lavoro di lasciarmi libero all’istante e non
impedire al milite di raggiungere i proprio comando.
Dopo aver letto quella lettera, in mente mia
si accavallarono miriadi di domande a cui non potevo rispondere, per giunta io
non avevo fatto il militare e non ero in grado di usare alcuna arma: ero
spacciato, poiché non mi avrebbero fatto fare alcun corso prima della partenza.
«Oggi è l’uno di maggio, avrai tutto il tempo
di arrivare presso il tuo comando». Affermò il tenete che mi aveva fermato il
giorno prima.
Poi aggiunse: «Verrai accompagnato da due
tuoi commilitoni che sono stati assegnati allo stesso reggimento».
Proprio in quell’istante bussarono alla porta
semichiusa e il tenente disse: «Avanti!».
Entrarono due baldi giovani dieci anni più
piccoli di me, all’incirca sui venticinque anni; entrambi si misero
sull’attenti e il tenente rispose loro: «Riposo».
I due assunsero una postura più rilassata e
il nostro superiore si rivolse nuovamente a loro: «Questo soldato si aggregherà
a voi». Facendo cenno verso di me.
Poi continuò: «Siate puntuali e servite bene
la vostra patria».
«Signorsì!». Esclamarono i due.
In seguito il suo sguardo si fermò su di me,
non potevo che mettermi sugli attenti anch’io.
«Bene … Un treno partirà fra circa un’ora;
vedete di non perderlo. Andate pure!». C’intimò il tenente.
Noi riproducemmo di nuovo il saluto e uscimmo
da quella stanza; prendemmo i nostri zaini e ci avviammo verso la stazione.
Durante il tragitto facemmo conoscenza e io
mi presentai come Giuseppe Santi; era ovvio, non potevo certo dare il mio vero nome.
Il più alto di loro, all’incirca un metro e
ottanta, aveva i capelli neri e corti, il suo viso era carnoso, le guance erano
rosse e i suoi occhi erano marroni.
Egli si presentò come Mattia e non fece altro
che tessere le lodi del fascismo durante
il nostro breve tragitto verso la stazione.
L’altro, più piccolo di pochi centimetri,
anch’egli con i capelli rasati e di colore biondo cenere, aveva gli occhi
chiari, il viso allungato e le labbra carnose.
Si chiamava Primo.
Lui non disse una sola parola di elogio per
quell’ideologia che ci stava mandando al macello.
Parevano due bravi ragazzi e lo capii
discorrendo un po’.
Il loro pensiero fisso era la famiglia e mi
raccontarono che le proprie mamme, all’atto della loro partenza da casa, si
erano raccomandate di fare molta attenzione.
Mattia tirò fuori una busta marrone, quella
che si usa per il pane, in cui vi erano delle caramelle e iniziò a distribuirle
anche a noi; quel gesto mi fece sorridere …
Dopo circa mezz’ora arrivammo in stazione e
ci dirigemmo al binario tre, dove già ci attendeva il lungo treno che ci
avrebbe portati a destinazione.
Ci affrettammo a salire sopra di esso e
prendemmo posto sui vagoni i quali sembravano quelli usati per il bestiame;
questa volta, però, erano adibiti al trasporto di bestie umane.
Passò una mezz’oretta e vedemmo sfilare il
capotreno con il suo berretto rosso.
Egli sibilò con il suo fischietto e dopo
pochi secondi il treno partì.
Quando il treno iniziò a muoversi, dai pochi
fori che c’erano in quelle carrozze s’intravidero i volti delle mamme che
avevano accompagnato i propri figli.
Quei volti erano colmi di lacrime …
Le mamme già percepivano che in Russia ci
sarebbe stata una mattanza e che per noi soldati non v’era alcuna speranza,
poiché male equipaggiati e male armati ci apprestavamo a combattere contro un
colosso il cui urto sarebbe stato difficile da contenere.
La cosa che mi faceva più ribrezzo in quel
momento fu che eravamo noi gli aggressori: il regime, valutando erroneamente le
forze russe e pensando che fossero già sconfitte, stava mandando a morte certa
61.700 uomini del CSIR che già operavano sul territorio, i quali sarebbero
divenuti 230.000 uomini nell’autunno del 1942.
Noi soldati non potevamo far altro che
partire, oppure il plotone d’esecuzione avrebbe fatto il suo dovere.
Nel 1942 l'8ª Armata, guidata dal generale Italo
Gariboldi, avrebbe quindi messo in campo 230.000 uomini (di cui
circa 150.000 schierati in prima linea), 16.700 automezzi, 1.150 trattori
d'artiglieria, 4.500 motomezzi, 25.000 quadrupedi, 940 cannoni (di cui 356
controcarro e 52 contraerei), 19 semoventi L40/31 e carri leggeri L6/40 (chiamati
dalle truppe scatole di sardina, o meglio ancora: casse da morto, tant’è vero
che nessuno aveva voglia di mettersi al loro interno; i T34 russi non avrebbero
nemmeno sprecato munizioni, con le loro tonnellate li avrebbero schiacciati
direttamente), 64 aerei (di cui 41 caccia Macchi
M.C.200 o Macchi M.C.202 e 23 aerei da ricognizione).
Queste informazioni le conoscevo poiché le
avevo studiate a scuola e allo stesso tempo ero già al corrente delle sorti
della guerra che stavamo andando a combattere; non nascondo che ebbi paura: la
morte mi aveva sempre spaventato.
Per chi volesse leggere ancora, vi scrivo
alcune informazioni aggiuntive inerenti alla cartamoneta citata nel capitolo.
Le 500 lire e le mille lire con in fascio
littorio inciso sopra.
Pensate che questa cartamoneta era lunga
venti centimetri e larga più di dieci centimetri (belle grandi eh?).
Queste sono le foto:
Per quanto riguarda il fascio littorio non è
altro che uno dei simboli del fascismo e lo potete vedere sulle banconote
cerchiato di rosso e puntato da una freccia rossa.
Ebbene …
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il quinto capitolo).




