Hm … Oggi non scrivo nulla di mio pugno; meglio così,
credetemi.
Ho già finito di sistemare e impaginare il
sesto capitolo di “Disperso nel tempo 1942”; se continuo in questo modo,
finirò di correggerlo in breve tempo e poi potrò concentrarmi sulla grafica
del libro.
Buona lettura a tutti:
CAPITOLO 6
IN VIAGGIO
Il treno ormai viaggiava spedito da circa
un’ora e noi, dopo un iniziale disagio, ci adattammo a quelle condizioni.
Ognuno aveva trovato un giaciglio più o meno
comodo: tutti avevamo a disposizione della paglia che doveva servire da
cuscino, tuttavia lo sferragliare del treno sulle rotaie non avrebbe reso il
nostro viaggio molto confortevole.
Il rumore del convoglio ferroviario
sovrastava le nostre voci e poi in quei carri merci tutto si poteva dire che
nulla sarebbe stato compreso: il frastuono risuonava assordante e le orecchie
ad un certo punto si tapparono.
Guardai i miei compagni, tutti erano assorti
nei loro pensieri e anch’io feci la stessa cosa: pensai ai giorni felici che
avevo passato con Giacomo e Simona; se solo avessi avuto la possibilità di
rincontrarli, di certo non mi sarei perso nemmeno un secondo della vita
familiare.
È vero: quando la felicità ce l’hai a portata
di mano non la riconosci; nel momento in cui ti viene a mancare ammetti ciò che
non hai visto prima.
Le ore passavano lentamente, poiché in
quell’angusto spazio eravamo accalcati l’uno sull’altro e la situazione non
aiutava perché le fermate si susseguivano una dopo l’altra.
Le soste non avevano tutte la stessa durata;
alcune erano di pochi minuti, altre addirittura di qualche ora.
Io già sapevo il perché: si doveva dare la
precedenza ai convogli che trasportavano viveri e a quelli che portavano armi.
Dopo circa due giorni ininterrotti di
viaggio, finalmente ci fermammo presso una zona non ben definita della
Cecoslovacchia; il panorama era stupendo e si vedevano ben poche montagne.
La sosta durò circa tre ore e ci fu accordato
di scendere; lì, dov’eravamo giunti, non si vide anima viva e nemmeno i segni
della guerra furono visibili.
Ovviamente pensai che dovevamo trovarci nel
territorio inizialmente occupato, nel quale ci fu poca resistenza.
Quelle tre ore passarono in fretta e
risalimmo sul treno che continuò la sua corsa verso la nostra meta.
Passò un giorno prima che ci permettessero di
scendere nuovamente; questa volta ci ritrovammo in una zona desertica e del
fumo si distinse in lontananza.
Ci dissero che non c’erano problemi poiché
eravamo ancora lontani dal fronte.
Il treno si era fermato sotto una specie di
riparo artificiale che gli faceva ombra e accanto ad esso c’era un grosso
contenitore pieno di acqua.
Quella era una stazione di campagna; i
graduati però, non vollero fare accenno al nome del posto.
Cercai di carpire qualcosa della zona, ma non
ci riuscii poiché non avevo nessun punto di riferimento e le cartine
topografiche erano prerogativa degli ufficiali e dei sottufficiali; a occhio e
croce però, dovevamo essere in Polonia.
Lì già sapevo che i segni della guerra
sarebbero stati più che evidenti; fin dal suo smembramento (patto Ribbentrop –
Molotov stipulato il 23 agosto del 1939, Russia e Germania invadevano la
Polonia) quelle terre erano state teatro di sanguinose lotte sia da parte
tedesca, sia da parte russa, il cui culmine furono le stragi di Katyn, dove,
nella citata foresta, vennero uccisi 21.857 prigionieri polacchi con un colpo
di pistola alla nuca (Marzo – Maggio 1940).
Il ritrovamento avvenne per mano nazista e in
un primo momento non venne dato credito alla versione data dai tedeschi, poi la
verità: dopo accurate ricerche si scoprì che era proprio come i tedeschi
avevano annunciato.
“Vicino a Smolensk sono state trovate delle
fosse comuni. I bolscevichi hanno semplicemente ucciso circa 10.000 prigionieri
polacchi seppellendoli alla rinfusa”; questo era ciò che ricordavo di una
lettura degli appunti del famigerato Joseph Goebbels.
Al tempo nessuno però sapeva che diecimila
era una somma sbagliata e che lì sotto giacevano ben più di diecimila corpi.
Con quelle prospettive iniziò a pervadermi
uno strano presentimento … Non era paura, era qualcosa di più che non so
spiegare; le gambe iniziarono a tremare e dovetti sedermi sotto un albero lì
vicino.
Il cuore batteva talmente forte che pensai
venisse fuori dal petto, poi esso si fermò per un attimo e accadde una cosa che
non mi era mai successa: il mio petto fu attraversato da una scarica elettrica
che durò pochi istanti.
Mi mancò il fiato, infine sentii un tonfo e
il cuore riprese a battere dolorosamente dopo tre secondi circa; in seguito
tossii.
Divenni pallido e se ne accorsero anche i miei
compagni.
Mattia mi chiese: «Va tutto bene Giuseppe?».
Io non risposi fin quando lui non esclamò:
«Giuseppe!».
Mi ripresi e capii che stava parlando con me,
d’altronde quello non era il mio vero nome e talune volte facevo fatica a
comprendere che i miei compagni si rivolgessero proprio a me.
«Sì grazie, sto bene. È stato solo un
capogiro». Fu la mia risposta.
Ma erano ben altre le mie preoccupazioni:
solo a pensare quello che ci stava aspettando la gola si stringeva; no, non era
paura: era proprio terrore.
Io avevo terrore della morte, del nulla e
dell’oblio.
Ero impreparato a un evento troppo grande da
sopportare e soprattutto: non volevo abbandonare l’idea che avrei rivisto i
miei cari; non volevo morire prima d’averli rincontrati.
Ma comprendevo allo stesso tempo che non ero
solo in quel posto e che ragazzi più piccoli di me mi stavano osservando.
Loro non sapevano cosa li stesse aspettando …
Guardai Primo che era con me all’ombra di
quell’albero e gli dissi: «Non è proprio il momento di sentirsi male; eh?».
Lui annuì.
Mi feci coraggio e inspirai profondamente;
quella crisi svanì d’improvviso così com’era arrivata dopo poco.
Fortuna che solo loro due si erano accorti
del mio malore, gli altri parevano avere pensieri diversi e scrutavano le zone
da dove si ergeva verso l’alto il fumo.
Altri soldati guardavano il cielo timorosi
che qualche aereo si facesse vivo e
iniziasse a mitragliare.
Sapevo che era troppo presto per incontrare i
nemici, li avremmo probabilmente trovati a fine maggio dopo un’estenuante
marcia nella steppa; camminata fatta per arrivare al fronte poiché non avevamo
mezzi a disposizione, anche se il nostro appellativo era quello di truppe
autotrasportate.
«E allora: cosa ti è preso?». Mi domandò
Mattia.
Anche Primo mi osservò curioso aspettando la
mia risposta.
«Ogni tanto mi capita; fin da piccolo soffro
di questi disturbi. Fortuna che sono passeggeri». Dissi scherzandoci sopra.
I due, vedendo che io ero allegro, annuirono
e, sicuri delle mie buone condizioni, riprodussero un sorriso.
Fu allora che si cambiò discorso.
Primo chiese: «Quando incontreremo i
nemici?».
«Penso che oramai saremo vicini». Affermò
Mattia.
Poi mi domandò: «Dove siamo?».
Alzai le mie spalle stringendole e dissi:
«Non so di preciso, ma mi sembra tanto la Polonia».
Guardai un gruppetto di ufficiali e provai a
fare un’ipotesi: «Per consultare le carte topografiche così freneticamente,
penso che oramai siamo vicini al punto in cui dovremo scendere dal treno e
marciare».
«Marciare?». Chiese facendo un’espressione
stranita Mattia.
«Siamo una compagnia autotrasportata; non
siamo attrezzati per marciare tanto». Infine affermò.
Mi era sfuggito un particolare che nessuno
poteva sapere, poiché a quei ragazzi non era chiaro che non avremo avuto alcun
aiuto, ma ce la dovevamo cavare con le nostre sole forze e dinnanzi avevamo una
lunga ed estenuante marcia attraverso la steppa e per ben ottocento o mille
kilometri.
Ci avrebbero mitragliato gli aerei russi,
avremo dovuto passare in mezzo ai campi minati, avremo marciato sotto le piogge
battenti e saremo arrostiti al sole di quei posti; per non parlare dei pidocchi
che ci stavano aspettando e del freddo che avremo patito di lì a poco nei mesi
invernali.
Oramai avevo fatto la gaffe … Dovevo trovare
una spiegazione plausibile, poiché mi avrebbero chiesto di sicuro delle
delucidazioni per quell’affermazione.
E presto arrivò la fatidica domanda: «Come
fai a sapere che dovremo marciare? Tutti ci aspettavamo di essere trasportati
verso il fronte». Mi chiese Mattia.
Non sapevo cosa rispondere allora
improvvisai: «La mia non è una certezza, solo una deduzione». Affermai.
Poi feci loro presente: «Guardate là».
Facendo cenno verso gli ufficiali che si affannavano a guardare le carte
dispiegate e tenute ben salde tra le mani.
«Per essere così indaffarati a studiarle, si
presume che stiano cercando la via più breve per arrivare al fronte». Infine
dissi.
Dopo aver accennato una smorfia, anche loro
si convinsero che c’era qualcosa che non quadrava: non c’erano camion al nostro
seguito ed era in dubbio che l’avremmo trovati lì dov’eravamo diretti.
Le tre ore passarono in fretta e fummo
caricati nuovamente sul treno che ripartì a tutta velocità verso il nostro
obiettivo.
Al tremendo rancio propinatoci in caserma
(pane ammuffito e minestra di sconosciute origini) si sostituì pane nero e
secco, gallette e, quando ci andava bene, una scatoletta di carne; e non era
abbastanza per far fronte al viaggio che ci aspettava.
Erano ormai passate molte ore, durante le
quali non avevamo fatto altro che soste alternate a lunghi viaggi in treno;
all’ennesima sosta ci fu una stranezza: ci venne dato l’ordine di equipaggiarci
con quello che avevamo, mettere il moschetto sulle spalle e scendere dal treno.
Ecco: quello era il giorno tanto temuto,
stavamo per iniziare il lungo viaggio verso la battaglia.
Primo mi guardò e chiese: «Siamo già al
fronte?».
«No, stiamo solo per iniziare a marciare».
Ribattei sconsolato.
Mattia non disse nulla, fece solo un
brontolio: «Meno male che dovevamo essere autotrasportai …». Poi non si udì più
nulla.
Scendemmo dal convoglio ferroviario, ci
ammassammo in fila per due e incominciammo a camminare lungo un’infinita
distesa piana costellata di zolle di terreno crepato colore rossiccio.
Dopo un paio d’ore ininterrotte di marcia
sotto il sole cocente s’iniziò a sentire il peso di quello sforzo, ma non era
consentito fermarsi: l’ordine era di camminare in fretta poiché al fronte c’era
bisogno di uomini.
Alcuni si domandavano del perché se il
bisogno di unità era così impellente non ci fosse stata fornita assistenza dal
punto di vista della mobilità; altri imprecavano contro colui che li aveva
mandati in quell’inferno, ma ancora non avevano visto nulla …
Mattia, che marciava accanto a me, mi chiese:
«Sembra che tu sappia molte cose su questa guerra. Hai indovinato che ci
avrebbero fatto marciare».
Io annuii e risposi: «Ho trentasei anni, non
posso farmi sfuggire le evidenze. Ed era palese quello che stavamo per fare».
Primo era dietro di noi e aggiunse: «Vorrà
dire che non sarà lontana la nostra destinazione».
Non potevo dire nulla poiché avrei portato
scompiglio con le mie conoscenze, ma sapevo con certezza che la nostra marcia
sarebbe stata di kilometri e kilometri, poi nemmeno un secondo di riposo: in
linea immediatamente a sparare sui nemici quelle poche munizioni che avevamo e,
una volta finite, ci saremo dovuti arrangiare.
Marciammo in silenzio fino a sera; quando
essa arrivò, ci accampammo alla buona presso una boscaglia.
A occhio e croce avevamo percorso quaranta
Kilometri in dieci ore e la marcia era stata estenuante, poiché nelle giornate
di Giugno il sole era veramente caldo.
Non avevamo acqua in abbondanza, ma solo
quella della nostra borraccia e ci doveva bastare almeno per altri due o tre
giorni, in attesa di trovare fonti da cui attingere.
Stabiliti i turni di guardia, montammo le
tende; ma alcuni vollero dormire all’aperto.
Lì, zanzare e pidocchi avrebbero lavorato per
tutta la sera e sarebbero stati nostri compagni di ventura fino alla fine di
quella nefasta esperienza.
Il prudere di quegli insetti e il pizzicare
delle zanzare contribuivano alla vigile attenzione che già avevamo per paura di
attacchi aerei o d’imboscate.
Giacevamo ai piedi dei pini e dei pioppi per
ristorarci dalle fatiche della giornata.
Fino a quel momento avevamo visto solo un
ambiente ostile e zone completamente desertiche.
Quello fu il primo posto dove vedemmo dei
Pini, i Salici, gli Abeti rossi e qualche Larice.
Nel boschetto dove ci eravamo appostati,
pareva tutto così tranquillo alla luce della luna piena.
Io e i miei compagni discorrevamo in cerca di
svago e tentavamo di non pensare a quello che ci aspettava, anche se il mio
pensiero non poteva che immaginare come fosse veramente la guerra.
Ne avevo sempre sentito parlare, avevo letto
di essa; ma una cosa è leggere di essa, una cosa è viverla: raccomandai spesso
la mia anima al buon Dio quella notte e gli chiesi di poter tornare dai miei
cari sano e salvo.
Ci scrutavamo intorno e si sentiva solo il
suono degli insetti notturni; qualche volta sussurravamo alcune frasi … Mattia
disse: «Penso a come staranno vivendo i nostri camerati al fronte e tante
domande si fanno largo nella mia mente».
«Del tipo?». Chiesi io incuriosito.
«Eh, del tipo contro quali armi ci troveremo
a combattere. E poi come saranno i soldati russi». Finì di dire Mattia.
Primo, accanto a me, appoggiato su di un
tronco di pioppo, rispose: «Come vuoi che siano i russi; ragazzi come noi che
sono stati prelevati da casa propria e spediti in guerra. L’unica differenza è
che difendono la loro terra … Possiamo mai dargli torto?».
«No. Direi proprio di no». Affermai io.
«La difenderei anch’io la mia terra. Guai a
chi la tocca, è la mia vita. È per questo che mi chiedo se stiamo facendo la
cosa giusta». Fece presente Primo.
«Noi non siamo venuti per la terra, ma per
combattere il Bolscevismo». Disse con enfasi Mattia.
Non ce la feci a stare zitto e gli chiesi:
«Perché cosa ti ha fatto il bolscevismo. Forse ti ha arrecato danno?».
«È una ideologia nefasta; bisogna scongiurare
il pericolo che si espanda». Affermò il mio interlocutore.
Primo stava a sentire ciò che dicevamo quasi
spaesato, poiché probabilmente apolitico.
«Ideologia …». Affermai.
In seguito pensai un po’.
«Hm … Sapresti dirmi l’ideologia fascista?».
Domandai infine.
«Certo!». Esclamò Mattia.
Io e Primo aspettammo una sua spiegazione,
che presto arrivò: «È un nuovo movimento che predica rigore e collaborazione,
il tutto coordinato da un uomo forte che guida la nazione».
Ricordavo bene come la pensava colui che
l’aveva fatto nascere quel movimento; egli citava: «Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che
cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con
quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e
materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro
programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei
socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica,
amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e
tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito
fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro». Frasi del 19 agosto 1922 – diario della
volontà.
Io personalmente
vedevo Fascismo, Comunismo, Nazismo alla stessa maniera.
Tutti e tre
professavano la guida di un uomo forte alla testa di una nazione; talune volte
il concetto non era spiegato esplicitamente, ma era velato sotto il nome di
partito: era il caso del Comunismo Sovietico.
Per quanto concerne
il Nazismo, beh … Direi proprio che il motto: “Eine Volk, eine land, eine Führer“, dava idea di cosa
fosse.
«Mattia non esistono ideologie a cui far
riferimento. Ciò che vi hanno fatto credere è solo illusione: siamo tutti uguali
e non ci sono sub uomini o razze inferiori; siamo semplici umani, tutti sulla
stessa barca e … Faremo la stessa fine». Bisbigliai.
«Allora tu sei Comunista». Mi disse Mattia.
«No, non sono Comunista; non ho mai visto di
buon occhio il: “tutto è di tutti”. E poi in Italia esiste un solo partito a
cui sono iscritti la maggior parte dei cittadini … Siamo tutti fascisti».
Questa volta il mio tono di voce fu ironico, ma per chi non conosceva i fatti
storici non era facile cogliere quell’ironia.
Ce l’avevo con il fatto che la maggioranza
fascista, quando le truppe alleate sbarcarono in Sicilia, divenne
immediatamente la minoranza e come per incanto i fascisti spariranno.
Ma forse non c’era da biasimarli … Di quei
tempi o eri fascista, oppure non mangiavi o peggio: venivi ucciso.
«Per quanto riguarda il Comunismo e la
rivoluzione del popolo, presto vi accorgerete che dietro tutto quanto si
nasconde come al solito l’interesse di poca gente». Lì terminai il mio
discorso.
«Wow … Giuseppe pare che tu abbia molte conoscenze
letterarie: hai studiato?». Mi chiese Primo.
«Sì mi sono diplomato». Ribattei.
«Diplomato?». Chiese il mio compagno.
«E sei un soldato semplice come tutti noi!».
Esclamò infine.
«Eh sì. La mia si può dire che sia pigrizia,
non ho fatto i vari corsi». Mi giustificai.
Era nel mio interesse non far trapelare ciò
che mi era accaduto; se solo si fosse saputo ciò di cui ero depositario, di
certo mi avrebbero ucciso o peggio: mi avrebbero torturato per carpire
informazioni vitali.
Io non sopportavo proprio il dolore, dunque
non potevo permettermi il lusso di spiattellare tutte le date di mia
conoscenza.
Conoscevo la data dello sbarco in Normandia
(martedì sei giugno 1944, in mattinata);
Conoscevo la data dello sbarco in Sicilia
(nove – dieci Luglio del 1943) e addirittura l’attacco dei sovietici alle linee
dell’asse che avrebbe cambiato le sorti della guerra (diciassette luglio 1942,
prima battaglia di Stalingrado, e sedici dicembre 1942 operazione piccolo
saturno, dove i russi ruppero le linee italiane e rumene aggirando con i loro
mezzi meccanizzati la linea del fronte).
Nei mesi tra luglio e dicembre del 1942 ci
furono aspre battaglie lungo la linea del fronte che culminarono nella ritirata
delle armate dell’asse verso le retrovie.
Ero a conoscenza persino della famigerata
battaglia di Nicolajewska.
In seguito dissi: «Ma ora quello che conta è
riuscire a ritornare a casa sani e salvi».
Anche loro parvero dello stesso mio parere.
Ben presto smettemmo tutti di parlare e
cercammo di riposare in vista della marcia del giorno seguente; nonostante la
nostra volontà di riposare però, nessuno di noi chiuse gli occhi.
Di tanto in tanto, al minimo rumore, si
vedeva chiaramente che gli occhi di tutti si spalancavano e scrutavano ovunque.
Era palese l’agitazione e sotto quella scorza
dura dei soldati, altro non vi era che un’umana natura.
L’oscurità notturna lasciò il posto al
chiarore della luce mattutina; in quel momento ci radunammo e rincominciammo a
marciare in mezzo alla steppa.
D’un tratto però, il cielo divenne cupo e la
pioggia venne giù a catinelle …
Dopo pochi istanti quella infinita pianura
divenne una palude e iniziammo ad affondare quasi fino alle ginocchia.
Anche in quel caso non mi stupì la situazione
in cui ci trovammo e, mentre gli altri imprecavano, io mi aspettavo anche di peggio.
Eravamo nei mesi estivi e presto ci sarebbe
toccato affrontare un nemico ben più temibile: l’inverno russo con alle
calcagna l’armata rossa e i suoi poderosi T34.
Eravamo inzuppati, sudici, talune volte
perdevamo gli scarponi nella melma e, se non riuscivamo a recuperarli subito,
ci toccava fare il resto della marcia con i piedi nudi, tant’è vero che
conveniva toglierseli gli scarponi quando pioveva, altrimenti, in caso di loro
perdita, quando il terreno si sarebbe asciugato sarebbero stati guai a
percorrerlo a piedi nudi.
Le nostre divise grigio verdi oramai non si
riconoscevano più, erano tutte lerce e lo stesso era per coloro che le
indossavano; ciononostante la marcia continuava ed essa proseguì ancora per
dieci giorni, fino a quando arrivammo a Starobelsk.
Lì ci dissero che c’era il quartier generale
dell’ottava armata italiana in Russia.
Durante il nostro cammino avevamo visto di
tutto: dalle zone colpite dalla guerra, alla povertà che essa aveva provocato
e, sovente, avevamo incontrato persone che con sguardi spenti tiravano ad
andare avanti.
Avevamo visto i teatri di passate battaglie,
con carcasse di T34 russi e tank tedeschi; non mancarono ritrovamenti lugubri,
come corpi di soldati sia russi, sia dell’asse.
Quei morti erano, probabilmente, dei dispersi
dimenticati in loco per la foga dei combattimenti.
Avevamo incontrato persino delle zone minate
segnalate da appositi cartelli.
Quando entrammo nella zona di Starobelsk, in
Ucraina, ci venne detto che eravamo vicini alla nostra meta e che dopo un
giorno di riposo avremmo ripreso la marcia verso il fronte e più precisamente a
Krutowskoj.
Lì c’era anche il 3° e il 5° reggimento
bersaglieri; in quell’istante mi tornarono alla mente alcune letture che avevo
fatto in gioventù.
Secondo quanto avevo letto, tra il
diciassette e il ventuno Dicembre si sarebbe scatenato l’inferno e quella zona
fu il posto dove intere divisioni furono annientate e nessun superstite tornò a
casa.
Sapevo che la distanza era ancora di circa
400 km, ovviamente tutti da coprire rigorosamente a piedi e, tenendo conto che
potevamo raggiungere una velocità di circa 4 km all’ora, calcolai che avremmo
raggiunto il posto in circa 100 ore di marcia, più di quattro giorni pieni di
cammino; e dato che si doveva dormire, pronosticai che ci sarebbero voluti
all’incirca otto giorni di 13 ore di marcia.
Questa volta però, avremmo percorso la strada
di notte per non essere attaccati dai caccia russi.
Stavo seriamente pensando di fuggire in
qualche modo, rimaneva da decidere come farlo senza che mi prendessero …
Ci accampammo appena fuori la cittadina,
montammo tende e cercammo dei giacigli di fortuna.
Eravamo sporchi, armati di poche munizioni e
avevamo scarsissime razioni di cibo; ci fu soltanto una soddisfazione: quella
di poter bere da fonti di acqua fresca e che nulla avevano in comune con quella
bevuta nella marcia precedente.
Durante la marcia avevamo preso l’acqua
ovunque si potesse, persino dalle pozzanghere.
Passammo l’ennesima notte all’aperto …
Gli insetti ci punzecchiarono a morte ed
eravamo pieni di pidocchi.
Quando fece giorno incominciammo a
organizzarci per la nostra partenza che sarebbe avvenuta la sera, non appena il
sole fosse sparito dal cielo lasciando il posto alla luna.
Ci furono date razioni di pane duro e miglio,
riempimmo le borracce e cercammo le munizioni, ma con nostra sorpresa non
trovammo granché; alla compagnia fu detto che le avrebbero trovate al fronte …
Arrivò la sera della partenza e fummo tutti
schierati per due su delle strade sterrate: iniziò l’avvicinamento al vero e
proprio fronte, dove di lì a poco ci sarebbe stato da sparare e da lottare per
portare a casa la pelle.
«Come vi sentite?». Fu la domanda che Mattia
ci fece.
La luce lunare illuminava lievemente quei
posti e ci guardammo in faccia, ma nessuno disse nulla in quell’istante.
Poi io gli feci presente: «Non posso spiegare
come mi sento; ma so che si prospettano brutti periodi per noi».
«Non essere così pessimista. I bollettini
sono rassicuranti e stiamo vincendo su tutti i fronti. Da quel che si dice la
guerra durerà al massimo un paio di mesi, poi i russi si arrenderanno».
«Hm …». Fu la mia risposta.
Ah quanto avrei voluto spiattellare tutto
quello che sapevo per fargli rendere conto della situazione in cui eravamo.
Entro due mesi ci saremo trovati a combattere
aspramente e molti dei nostri commilitoni non si sarebbero salvati: mi chiesi
se tra quei ragazzi che non sarebbero tornati a casa, ci saremo stati anche
noi.
«Date retta a me; dovremo essere molto cauti
e stare uniti. È l’unico modo per tornare a casa sani e salvi». Infine
affermai.
Annuirono entrambi e Primo bisbigliò: «Vedrai
che andrà tutto bene. Quando ci rincontreremo in Italia racconteremo questa
avventura e ci faremo anche due risate».
Annuii e continuai a marciare, lo stesso
fecero loro; ma da quel momento non dicemmo più nulla: ci concentrammo sulla
strada e divenimmo guardinghi, poteva succedere qualsiasi cosa poiché il nemico
era vicino.
Passarono un paio d’ore da quel momento e
l’andatura che tenevamo fu costante, d’altronde chi guidava la nostra marcia
aveva affermato: «Arriveremo prima possibile! I nostri commilitoni hanno
bisogno di noi».
D’un tratto però, qualcosa cambiò; un boato
precedette una miriade di lumi allungati che emettevano fischi assordanti.
Essi accarezzarono i nostri elmetti …
Ci fu un attimo di caos, seguito dall’ordine:
«TUTTI A TERRA!».
Mi acquattai istintivamente, cosa che fecero
anche i miei due amici accanto a me.
Così fecero anche gli altri soldati.
«Da dove arrivano?». Domandò Primo.
«CI STANNO ATTACCANDO!». Esclamò Mattia.
Nella notte buia risplendevano solo quelle
strisce luminescenti e talune volte alcune si schiantavano pericolosamente
vicine.
«RISPONDETE AL FUOCO!». Ci ordinò il
comandante.
E fu allora che tutti mirarono a una zona ben
definita che pareva il punto di partenza dell’attacco.
Presto quella zona fu investita dai nostri
colpi e le armi che in precedenza ci avevano bersagliato tacquero d’improvviso.
Un drappello di nostri compagni si alzò e di
corsa cercò d’aggirare quelli che credevamo soldati nemici.
Essi si portarono sulla sinistra del
boschetto che stava proprio dinnanzi a noi.
Non passarono nemmeno due minuti che fummo di
nuovo oggetto di attacco da parte dei nemici.
Io mi appiattii al suolo e misi la faccia a
terra con il fucile ben stretto nella mano destra.
Mattia era vicino a me, mi vide e disse:
«Cosa fai! Metti la nastrina nel fucile e spara».
Eh, era facile per lui … Ma io non sapevo
sparare e non ero in grado di usare quell’arma.
Primo, di fianco a noi, ci fece presente:
«Accidenti! Si è inceppato …». E in seguito si udì un rumore metallico, come se
Primo stesse picchiando sul suo Carcano 91.
Il fischio delle pallottole e il rumore che
esse facevano collidendo contro il terreno non mi fecero capire granché.
D’un tratto si udirono delle voci che
chiedevano aiuto: «MI HANNO FERITO AIUTO!».
Delle sagome acquattate si muovevano per
portare soccorso a quei feriti: erano i medici della compagnia e i portaferiti
che cercavano di alleviare il dolore dei fanti a terra.
In mente mia frullava un solo pensiero: “Dio
speriamo di non beccarmi una pallottola”.
Il pensiero fu interrotto da un colpo che
Mattia mi diede; il ragazzo mi aveva dato una gomitata.
In seguito mi disse: «Vuoi sparare o no!».
E fu allora che non me la sentii di
nascondere la verità: «Non so sparare». Borbottai cercando di non farmi udire
dalle altre persone.
«Cosa! Mi stai prendendo per il culo». Mi
disse bruscamente.
Nel frattempo sparò quattro o cinque colpi,
poi si rivolse nuovamente a me e frettolosamente chiese: «E l’addestramento?».
Primo intanto imprecava contro il fucile che
si era inceppato e a un certo punto rinunciò a sparare portandosi vicino a me.
La sua faccia era proprio vicina alla mia, mi
guardò con i suoi occhioni spalancati e mi disse: «Se tu non usi il fucile,
dallo a me».
Feci ciò che mi disse e lui mi passò il suo
in cambio.
Fu allora che lo vidi caricare il novantuno
con uno strano oggetto metallico, poi si sporse leggermente in avanti e iniziò
a sparare: il mio fucile era perfettamente funzionante.
Di lì a poco si udirono ulteriori spari
provenire dal bosco, però questi non erano diretti a noi bensì agli assalitori,
e dopo pochi minuti tutto tacque.
Si udì una voce che diceva: «NON SPARATE.
SIAMO NOI!».
In seguito continuò: «Sono il capitano
Perrone e siamo riusciti a prendere alle spalle gli assalitori».
Con molta attenzione alcuni di noi si
alzarono e si diressero verso il punto in cui erano appostati coloro che ci
avevano assalito; dopo pochi istanti udimmo: «È LIBERO. POTETE VENIRE».
Tuttavia, solo dopo un’ispezione accurata del
perimetro fummo sicuri che non vi era alcun pericolo.
L’intera compagnia si alzò e si diresse verso
quella zona; quando entrammo nel boschetto, incominciammo a vedere dei corpi
riversi per terra e armati di fucile: il famigerato svt-40 Tokarev, fucile
semiautomatico russo.
Nel buio non si vide granché, poi alla luce
della luna scoprimmo che coloro i quali ci avevano attaccato altri non erano
che dei ragazzi i quali al massimo avevano sedici anni.
Contammo dieci morti e tre ragazzi furono
presi prigionieri, il resto era fuggito; a quanto pareva si trattava di
partigiani che operavano dietro le linee del fronte.
Non c’era tempo di pensare ad altro … I tre
ragazzi furono fatti prigionieri e, dopo aver dato sepoltura alle vittime,
incluso i nemici, si riprese a camminare.
Ci venne detto che c’erano state sette
vittime tra le nostre fila.
Noi cercammo di capire di chi si trattasse,
ma l’oscurità non ci permise di stabilire chi fossero i caduti.
L'attacco aveva causato anche dieci feriti, i quali furono
trasportati nel miglior modo possibile con mezzi di fortuna; per alcuni si
costruirono barelle con della legna trovata in quel bosco.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il settimo capitolo).
