La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

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Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

mercoledì 18 febbraio 2015

Disperso nel tempo 1942 – 6° capitolo da leggere online –.

Hm … Oggi non scrivo nulla di mio pugno; meglio così, credetemi.
Ho già finito di sistemare e impaginare il sesto capitolo di “Disperso nel tempo 1942”; se continuo in questo modo, finirò di correggerlo in breve tempo e poi potrò concentrarmi sulla grafica del libro.
Buona lettura a tutti:




CAPITOLO 6
IN VIAGGIO


Il treno ormai viaggiava spedito da circa un’ora e noi, dopo un iniziale disagio, ci adattammo a quelle condizioni.
Ognuno aveva trovato un giaciglio più o meno comodo: tutti avevamo a disposizione della paglia che doveva servire da cuscino, tuttavia lo sferragliare del treno sulle rotaie non avrebbe reso il nostro viaggio molto confortevole.
Il rumore del convoglio ferroviario sovrastava le nostre voci e poi in quei carri merci tutto si poteva dire che nulla sarebbe stato compreso: il frastuono risuonava assordante e le orecchie ad un certo punto si tapparono.
Guardai i miei compagni, tutti erano assorti nei loro pensieri e anch’io feci la stessa cosa: pensai ai giorni felici che avevo passato con Giacomo e Simona; se solo avessi avuto la possibilità di rincontrarli, di certo non mi sarei perso nemmeno un secondo della vita familiare.
È vero: quando la felicità ce l’hai a portata di mano non la riconosci; nel momento in cui ti viene a mancare ammetti ciò che non hai visto prima.
Le ore passavano lentamente, poiché in quell’angusto spazio eravamo accalcati l’uno sull’altro e la situazione non aiutava perché le fermate si susseguivano una dopo l’altra.
Le soste non avevano tutte la stessa durata; alcune erano di pochi minuti, altre addirittura di qualche ora.
Io già sapevo il perché: si doveva dare la precedenza ai convogli che trasportavano viveri e a quelli che portavano armi.
Dopo circa due giorni ininterrotti di viaggio, finalmente ci fermammo presso una zona non ben definita della Cecoslovacchia; il panorama era stupendo e si vedevano ben poche montagne.
La sosta durò circa tre ore e ci fu accordato di scendere; lì, dov’eravamo giunti, non si vide anima viva e nemmeno i segni della guerra furono visibili.
Ovviamente pensai che dovevamo trovarci nel territorio inizialmente occupato, nel quale ci fu poca resistenza.
Quelle tre ore passarono in fretta e risalimmo sul treno che continuò la sua corsa verso la nostra meta.
Passò un giorno prima che ci permettessero di scendere nuovamente; questa volta ci ritrovammo in una zona desertica e del fumo si distinse in lontananza.
Ci dissero che non c’erano problemi poiché eravamo ancora lontani dal fronte.
Il treno si era fermato sotto una specie di riparo artificiale che gli faceva ombra e accanto ad esso c’era un grosso contenitore pieno di acqua.
Quella era una stazione di campagna; i graduati però, non vollero fare accenno al nome del posto.
Cercai di carpire qualcosa della zona, ma non ci riuscii poiché non avevo nessun punto di riferimento e le cartine topografiche erano prerogativa degli ufficiali e dei sottufficiali; a occhio e croce però, dovevamo essere in Polonia.
Lì già sapevo che i segni della guerra sarebbero stati più che evidenti; fin dal suo smembramento (patto Ribbentrop – Molotov stipulato il 23 agosto del 1939, Russia e Germania invadevano la Polonia) quelle terre erano state teatro di sanguinose lotte sia da parte tedesca, sia da parte russa, il cui culmine furono le stragi di Katyn, dove, nella citata foresta, vennero uccisi 21.857 prigionieri polacchi con un colpo di pistola alla nuca (Marzo – Maggio 1940).
Il ritrovamento avvenne per mano nazista e in un primo momento non venne dato credito alla versione data dai tedeschi, poi la verità: dopo accurate ricerche si scoprì che era proprio come i tedeschi avevano annunciato.
“Vicino a Smolensk sono state trovate delle fosse comuni. I bolscevichi hanno semplicemente ucciso circa 10.000 prigionieri polacchi seppellendoli alla rinfusa”; questo era ciò che ricordavo di una lettura degli appunti del famigerato Joseph Goebbels.
Al tempo nessuno però sapeva che diecimila era una somma sbagliata e che lì sotto giacevano ben più di diecimila corpi.
Con quelle prospettive iniziò a pervadermi uno strano presentimento … Non era paura, era qualcosa di più che non so spiegare; le gambe iniziarono a tremare e dovetti sedermi sotto un albero lì vicino.
Il cuore batteva talmente forte che pensai venisse fuori dal petto, poi esso si fermò per un attimo e accadde una cosa che non mi era mai successa: il mio petto fu attraversato da una scarica elettrica che durò pochi istanti.
Mi mancò il fiato, infine sentii un tonfo e il cuore riprese a battere dolorosamente dopo tre secondi circa; in seguito tossii.
Divenni pallido e se ne accorsero anche i miei compagni.
Mattia mi chiese: «Va tutto bene Giuseppe?».
Io non risposi fin quando lui non esclamò: «Giuseppe!».
Mi ripresi e capii che stava parlando con me, d’altronde quello non era il mio vero nome e talune volte facevo fatica a comprendere che i miei compagni si rivolgessero proprio a me.
«Sì grazie, sto bene. È stato solo un capogiro». Fu la mia risposta.
Ma erano ben altre le mie preoccupazioni: solo a pensare quello che ci stava aspettando la gola si stringeva; no, non era paura: era proprio terrore.
Io avevo terrore della morte, del nulla e dell’oblio.
Ero impreparato a un evento troppo grande da sopportare e soprattutto: non volevo abbandonare l’idea che avrei rivisto i miei cari; non volevo morire prima d’averli rincontrati.
Ma comprendevo allo stesso tempo che non ero solo in quel posto e che ragazzi più piccoli di me mi stavano osservando.
Loro non sapevano cosa li stesse aspettando …
Guardai Primo che era con me all’ombra di quell’albero e gli dissi: «Non è proprio il momento di sentirsi male; eh?».
Lui annuì.
Mi feci coraggio e inspirai profondamente; quella crisi svanì d’improvviso così com’era arrivata dopo poco.
Fortuna che solo loro due si erano accorti del mio malore, gli altri parevano avere pensieri diversi e scrutavano le zone da dove si ergeva verso l’alto il fumo.
Altri soldati guardavano il cielo timorosi che qualche aereo si facesse vivo e  iniziasse a mitragliare.
Sapevo che era troppo presto per incontrare i nemici, li avremmo probabilmente trovati a fine maggio dopo un’estenuante marcia nella steppa; camminata fatta per arrivare al fronte poiché non avevamo mezzi a disposizione, anche se il nostro appellativo era quello di truppe autotrasportate.
«E allora: cosa ti è preso?». Mi domandò Mattia.
Anche Primo mi osservò curioso aspettando la mia risposta.
«Ogni tanto mi capita; fin da piccolo soffro di questi disturbi. Fortuna che sono passeggeri». Dissi scherzandoci sopra.
I due, vedendo che io ero allegro, annuirono e, sicuri delle mie buone condizioni, riprodussero un sorriso.
Fu allora che si cambiò discorso.
Primo chiese: «Quando incontreremo i nemici?».
«Penso che oramai saremo vicini». Affermò Mattia.
Poi mi domandò: «Dove siamo?».
Alzai le mie spalle stringendole e dissi: «Non so di preciso, ma mi sembra tanto la Polonia».
Guardai un gruppetto di ufficiali e provai a fare un’ipotesi: «Per consultare le carte topografiche così freneticamente, penso che oramai siamo vicini al punto in cui dovremo scendere dal treno e marciare».
«Marciare?». Chiese facendo un’espressione stranita Mattia.
«Siamo una compagnia autotrasportata; non siamo attrezzati per marciare tanto». Infine affermò.
Mi era sfuggito un particolare che nessuno poteva sapere, poiché a quei ragazzi non era chiaro che non avremo avuto alcun aiuto, ma ce la dovevamo cavare con le nostre sole forze e dinnanzi avevamo una lunga ed estenuante marcia attraverso la steppa e per ben ottocento o mille kilometri.
Ci avrebbero mitragliato gli aerei russi, avremo dovuto passare in mezzo ai campi minati, avremo marciato sotto le piogge battenti e saremo arrostiti al sole di quei posti; per non parlare dei pidocchi che ci stavano aspettando e del freddo che avremo patito di lì a poco nei mesi invernali.
Oramai avevo fatto la gaffe … Dovevo trovare una spiegazione plausibile, poiché mi avrebbero chiesto di sicuro delle delucidazioni per quell’affermazione.
E presto arrivò la fatidica domanda: «Come fai a sapere che dovremo marciare? Tutti ci aspettavamo di essere trasportati verso il fronte». Mi chiese Mattia.
Non sapevo cosa rispondere allora improvvisai: «La mia non è una certezza, solo una deduzione». Affermai.
Poi feci loro presente: «Guardate là». Facendo cenno verso gli ufficiali che si affannavano a guardare le carte dispiegate e tenute ben salde tra le mani.
«Per essere così indaffarati a studiarle, si presume che stiano cercando la via più breve per arrivare al fronte». Infine dissi.
Dopo aver accennato una smorfia, anche loro si convinsero che c’era qualcosa che non quadrava: non c’erano camion al nostro seguito ed era in dubbio che l’avremmo trovati lì dov’eravamo diretti.
Le tre ore passarono in fretta e fummo caricati nuovamente sul treno che ripartì a tutta velocità verso il nostro obiettivo.
Al tremendo rancio propinatoci in caserma (pane ammuffito e minestra di sconosciute origini) si sostituì pane nero e secco, gallette e, quando ci andava bene, una scatoletta di carne; e non era abbastanza per far fronte al viaggio che ci aspettava.
Erano ormai passate molte ore, durante le quali non avevamo fatto altro che soste alternate a lunghi viaggi in treno; all’ennesima sosta ci fu una stranezza: ci venne dato l’ordine di equipaggiarci con quello che avevamo, mettere il moschetto sulle spalle e scendere dal treno.
Ecco: quello era il giorno tanto temuto, stavamo per iniziare il lungo viaggio verso la battaglia.
Primo mi guardò e chiese: «Siamo già al fronte?».
«No, stiamo solo per iniziare a marciare». Ribattei sconsolato.
Mattia non disse nulla, fece solo un brontolio: «Meno male che dovevamo essere autotrasportai …». Poi non si udì più nulla.
Scendemmo dal convoglio ferroviario, ci ammassammo in fila per due e incominciammo a camminare lungo un’infinita distesa piana costellata di zolle di terreno crepato colore rossiccio.
Dopo un paio d’ore ininterrotte di marcia sotto il sole cocente s’iniziò a sentire il peso di quello sforzo, ma non era consentito fermarsi: l’ordine era di camminare in fretta poiché al fronte c’era bisogno di uomini.
Alcuni si domandavano del perché se il bisogno di unità era così impellente non ci fosse stata fornita assistenza dal punto di vista della mobilità; altri imprecavano contro colui che li aveva mandati in quell’inferno, ma ancora non avevano visto nulla …
Mattia, che marciava accanto a me, mi chiese: «Sembra che tu sappia molte cose su questa guerra. Hai indovinato che ci avrebbero fatto marciare».
Io annuii e risposi: «Ho trentasei anni, non posso farmi sfuggire le evidenze. Ed era palese quello che stavamo per fare».
Primo era dietro di noi e aggiunse: «Vorrà dire che non sarà lontana la nostra destinazione».
Non potevo dire nulla poiché avrei portato scompiglio con le mie conoscenze, ma sapevo con certezza che la nostra marcia sarebbe stata di kilometri e kilometri, poi nemmeno un secondo di riposo: in linea immediatamente a sparare sui nemici quelle poche munizioni che avevamo e, una volta finite, ci saremo dovuti arrangiare. 
Marciammo in silenzio fino a sera; quando essa arrivò, ci accampammo alla buona presso una boscaglia.
A occhio e croce avevamo percorso quaranta Kilometri in dieci ore e la marcia era stata estenuante, poiché nelle giornate di Giugno il sole era veramente caldo.
Non avevamo acqua in abbondanza, ma solo quella della nostra borraccia e ci doveva bastare almeno per altri due o tre giorni, in attesa di trovare fonti da cui attingere.
Stabiliti i turni di guardia, montammo le tende; ma alcuni vollero dormire all’aperto.
Lì, zanzare e pidocchi avrebbero lavorato per tutta la sera e sarebbero stati nostri compagni di ventura fino alla fine di quella nefasta esperienza.
Il prudere di quegli insetti e il pizzicare delle zanzare contribuivano alla vigile attenzione che già avevamo per paura di attacchi aerei o d’imboscate.
Giacevamo ai piedi dei pini e dei pioppi per ristorarci dalle fatiche della giornata.
Fino a quel momento avevamo visto solo un ambiente ostile e zone completamente desertiche.
Quello fu il primo posto dove vedemmo dei Pini, i Salici, gli Abeti rossi e qualche Larice.
Nel boschetto dove ci eravamo appostati, pareva tutto così tranquillo alla luce della luna piena.
Io e i miei compagni discorrevamo in cerca di svago e tentavamo di non pensare a quello che ci aspettava, anche se il mio pensiero non poteva che immaginare come fosse veramente la guerra.
Ne avevo sempre sentito parlare, avevo letto di essa; ma una cosa è leggere di essa, una cosa è viverla: raccomandai spesso la mia anima al buon Dio quella notte e gli chiesi di poter tornare dai miei cari sano e salvo.
Ci scrutavamo intorno e si sentiva solo il suono degli insetti notturni; qualche volta sussurravamo alcune frasi … Mattia disse: «Penso a come staranno vivendo i nostri camerati al fronte e tante domande si fanno largo nella mia mente».
«Del tipo?». Chiesi io incuriosito.
«Eh, del tipo contro quali armi ci troveremo a combattere. E poi come saranno i soldati russi». Finì di dire Mattia.
Primo, accanto a me, appoggiato su di un tronco di pioppo, rispose: «Come vuoi che siano i russi; ragazzi come noi che sono stati prelevati da casa propria e spediti in guerra. L’unica differenza è che difendono la loro terra … Possiamo mai dargli torto?».
«No. Direi proprio di no». Affermai io.
«La difenderei anch’io la mia terra. Guai a chi la tocca, è la mia vita. È per questo che mi chiedo se stiamo facendo la cosa giusta». Fece presente Primo.
«Noi non siamo venuti per la terra, ma per combattere il Bolscevismo». Disse con enfasi Mattia.
Non ce la feci a stare zitto e gli chiesi: «Perché cosa ti ha fatto il bolscevismo. Forse ti ha arrecato danno?».
«È una ideologia nefasta; bisogna scongiurare il pericolo che si espanda». Affermò il mio interlocutore.
Primo stava a sentire ciò che dicevamo quasi spaesato, poiché probabilmente apolitico.
«Ideologia …». Affermai.
In seguito pensai un po’.
«Hm … Sapresti dirmi l’ideologia fascista?». Domandai infine.
«Certo!». Esclamò Mattia.
Io e Primo aspettammo una sua spiegazione, che presto arrivò: «È un nuovo movimento che predica rigore e collaborazione, il tutto coordinato da un uomo forte che guida la nazione».
Ricordavo bene come la pensava colui che l’aveva fatto nascere quel movimento; egli citava: «Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro». Frasi del 19 agosto 1922 – diario della volontà.
Io personalmente vedevo Fascismo, Comunismo, Nazismo alla stessa maniera.
Tutti e tre professavano la guida di un uomo forte alla testa di una nazione; talune volte il concetto non era spiegato esplicitamente, ma era velato sotto il nome di partito: era il caso del Comunismo Sovietico.
Per quanto concerne il Nazismo, beh … Direi proprio che il motto: “Eine Volk, eine land, eine Führer“, dava idea di cosa fosse.
«Mattia non esistono ideologie a cui far riferimento. Ciò che vi hanno fatto credere è solo illusione: siamo tutti uguali e non ci sono sub uomini o razze inferiori; siamo semplici umani, tutti sulla stessa barca e … Faremo la stessa fine». Bisbigliai.
«Allora tu sei Comunista». Mi disse Mattia.
«No, non sono Comunista; non ho mai visto di buon occhio il: “tutto è di tutti”. E poi in Italia esiste un solo partito a cui sono iscritti la maggior parte dei cittadini … Siamo tutti fascisti». Questa volta il mio tono di voce fu ironico, ma per chi non conosceva i fatti storici non era facile cogliere quell’ironia.
Ce l’avevo con il fatto che la maggioranza fascista, quando le truppe alleate sbarcarono in Sicilia, divenne immediatamente la minoranza e come per incanto i  fascisti spariranno.
Ma forse non c’era da biasimarli … Di quei tempi o eri fascista, oppure non mangiavi o peggio: venivi ucciso.
«Per quanto riguarda il Comunismo e la rivoluzione del popolo, presto vi accorgerete che dietro tutto quanto si nasconde come al solito l’interesse di poca gente». Lì terminai il mio discorso.
«Wow … Giuseppe pare che tu abbia molte conoscenze letterarie: hai studiato?». Mi chiese Primo.
«Sì mi sono diplomato». Ribattei.
«Diplomato?». Chiese il mio compagno.
«E sei un soldato semplice come tutti noi!». Esclamò infine.
«Eh sì. La mia si può dire che sia pigrizia, non ho fatto i vari corsi». Mi giustificai.
Era nel mio interesse non far trapelare ciò che mi era accaduto; se solo si fosse saputo ciò di cui ero depositario, di certo mi avrebbero ucciso o peggio: mi avrebbero torturato per carpire informazioni vitali.
Io non sopportavo proprio il dolore, dunque non potevo permettermi il lusso di spiattellare tutte le date di mia conoscenza.
Conoscevo la data dello sbarco in Normandia (martedì sei giugno 1944, in mattinata);
Conoscevo la data dello sbarco in Sicilia (nove – dieci Luglio del 1943) e addirittura l’attacco dei sovietici alle linee dell’asse che avrebbe cambiato le sorti della guerra (diciassette luglio 1942, prima battaglia di Stalingrado, e sedici dicembre 1942 operazione piccolo saturno, dove i russi ruppero le linee italiane e rumene aggirando con i loro mezzi meccanizzati la linea del fronte).
Nei mesi tra luglio e dicembre del 1942 ci furono aspre battaglie lungo la linea del fronte che culminarono nella ritirata delle armate dell’asse verso le retrovie.
Ero a conoscenza persino della famigerata battaglia di Nicolajewska.
In seguito dissi: «Ma ora quello che conta è riuscire a ritornare a casa sani e salvi».
Anche loro parvero dello stesso mio parere.
Ben presto smettemmo tutti di parlare e cercammo di riposare in vista della marcia del giorno seguente; nonostante la nostra volontà di riposare però, nessuno di noi chiuse gli occhi.
Di tanto in tanto, al minimo rumore, si vedeva chiaramente che gli occhi di tutti si spalancavano e scrutavano ovunque.
Era palese l’agitazione e sotto quella scorza dura dei soldati, altro non vi era che un’umana natura.
L’oscurità notturna lasciò il posto al chiarore della luce mattutina; in quel momento ci radunammo e rincominciammo a marciare in mezzo alla steppa.
D’un tratto però, il cielo divenne cupo e la pioggia venne giù a catinelle …
Dopo pochi istanti quella infinita pianura divenne una palude e iniziammo ad affondare quasi fino alle ginocchia.
Anche in quel caso non mi stupì la situazione in cui ci trovammo e, mentre gli altri imprecavano, io mi  aspettavo anche di peggio.
Eravamo nei mesi estivi e presto ci sarebbe toccato affrontare un nemico ben più temibile: l’inverno russo con alle calcagna l’armata rossa e i suoi poderosi T34.
Eravamo inzuppati, sudici, talune volte perdevamo gli scarponi nella melma e, se non riuscivamo a recuperarli subito, ci toccava fare il resto della marcia con i piedi nudi, tant’è vero che conveniva toglierseli gli scarponi quando pioveva, altrimenti, in caso di loro perdita, quando il terreno si sarebbe asciugato sarebbero stati guai a percorrerlo a piedi nudi.
Le nostre divise grigio verdi oramai non si riconoscevano più, erano tutte lerce e lo stesso era per coloro che le indossavano; ciononostante la marcia continuava ed essa proseguì ancora per dieci giorni, fino a quando arrivammo a Starobelsk.
Lì ci dissero che c’era il quartier generale dell’ottava armata italiana in Russia.
Durante il nostro cammino avevamo visto di tutto: dalle zone colpite dalla guerra, alla povertà che essa aveva provocato e, sovente, avevamo incontrato persone che con sguardi spenti tiravano ad andare avanti.
Avevamo visto i teatri di passate battaglie, con carcasse di T34 russi e tank tedeschi; non mancarono ritrovamenti lugubri, come corpi di soldati sia russi, sia dell’asse.
Quei morti erano, probabilmente, dei dispersi dimenticati in loco per la foga dei combattimenti.
Avevamo incontrato persino delle zone minate segnalate da appositi cartelli.
Quando entrammo nella zona di Starobelsk, in Ucraina, ci venne detto che eravamo vicini alla nostra meta e che dopo un giorno di riposo avremmo ripreso la marcia verso il fronte e più precisamente a Krutowskoj.
Lì c’era anche il 3° e il 5° reggimento bersaglieri; in quell’istante mi tornarono alla mente alcune letture che avevo fatto in gioventù.
Secondo quanto avevo letto, tra il diciassette e il ventuno Dicembre si sarebbe scatenato l’inferno e quella zona fu il posto dove intere divisioni furono annientate e nessun superstite tornò a casa.
Sapevo che la distanza era ancora di circa 400 km, ovviamente tutti da coprire rigorosamente a piedi e, tenendo conto che potevamo raggiungere una velocità di circa 4 km all’ora, calcolai che avremmo raggiunto il posto in circa 100 ore di marcia, più di quattro giorni pieni di cammino; e dato che si doveva dormire, pronosticai che ci sarebbero voluti all’incirca otto giorni di 13 ore di marcia.
Questa volta però, avremmo percorso la strada di notte per non essere attaccati dai caccia russi.
Stavo seriamente pensando di fuggire in qualche modo, rimaneva da decidere come farlo senza che mi prendessero …
Ci accampammo appena fuori la cittadina, montammo tende e cercammo dei giacigli di fortuna.
Eravamo sporchi, armati di poche munizioni e avevamo scarsissime razioni di cibo; ci fu soltanto una soddisfazione: quella di poter bere da fonti di acqua fresca e che nulla avevano in comune con quella bevuta nella marcia precedente.
Durante la marcia avevamo preso l’acqua ovunque si potesse, persino dalle pozzanghere.
Passammo l’ennesima notte all’aperto …
Gli insetti ci punzecchiarono a morte ed eravamo pieni di pidocchi.
Quando fece giorno incominciammo a organizzarci per la nostra partenza che sarebbe avvenuta la sera, non appena il sole fosse sparito dal cielo lasciando il posto alla luna.
Ci furono date razioni di pane duro e miglio, riempimmo le borracce e cercammo le munizioni, ma con nostra sorpresa non trovammo granché; alla compagnia fu detto che le avrebbero trovate al fronte …
Arrivò la sera della partenza e fummo tutti schierati per due su delle strade sterrate: iniziò l’avvicinamento al vero e proprio fronte, dove di lì a poco ci sarebbe stato da sparare e da lottare per portare a casa la pelle.
«Come vi sentite?». Fu la domanda che Mattia ci fece.
La luce lunare illuminava lievemente quei posti e ci guardammo in faccia, ma nessuno disse nulla in quell’istante.
Poi io gli feci presente: «Non posso spiegare come mi sento; ma so che si prospettano brutti periodi per noi».
«Non essere così pessimista. I bollettini sono rassicuranti e stiamo vincendo su tutti i fronti. Da quel che si dice la guerra durerà al massimo un paio di mesi, poi i russi si arrenderanno».
«Hm …». Fu la mia risposta.
Ah quanto avrei voluto spiattellare tutto quello che sapevo per fargli rendere conto della situazione in cui eravamo.
Entro due mesi ci saremo trovati a combattere aspramente e molti dei nostri commilitoni non si sarebbero salvati: mi chiesi se tra quei ragazzi che non sarebbero tornati a casa, ci saremo stati anche noi.
«Date retta a me; dovremo essere molto cauti e stare uniti. È l’unico modo per tornare a casa sani e salvi». Infine affermai.
Annuirono entrambi e Primo bisbigliò: «Vedrai che andrà tutto bene. Quando ci rincontreremo in Italia racconteremo questa avventura e ci faremo anche due risate».
Annuii e continuai a marciare, lo stesso fecero loro; ma da quel momento non dicemmo più nulla: ci concentrammo sulla strada e divenimmo guardinghi, poteva succedere qualsiasi cosa poiché il nemico era vicino.
Passarono un paio d’ore da quel momento e l’andatura che tenevamo fu costante, d’altronde chi guidava la nostra marcia aveva affermato: «Arriveremo prima possibile! I nostri commilitoni hanno bisogno di noi».
D’un tratto però, qualcosa cambiò; un boato precedette una miriade di lumi allungati che emettevano fischi assordanti.
Essi accarezzarono i nostri elmetti …
Ci fu un attimo di caos, seguito dall’ordine: «TUTTI A TERRA!».
Mi acquattai istintivamente, cosa che fecero anche i miei due amici accanto a me.
Così fecero anche gli altri soldati.
«Da dove arrivano?». Domandò Primo.
«CI STANNO ATTACCANDO!». Esclamò Mattia.
Nella notte buia risplendevano solo quelle strisce luminescenti e talune volte alcune si schiantavano pericolosamente vicine.
«RISPONDETE AL FUOCO!». Ci ordinò il comandante.
E fu allora che tutti mirarono a una zona ben definita che pareva il punto di partenza dell’attacco.
Presto quella zona fu investita dai nostri colpi e le armi che in precedenza ci avevano bersagliato tacquero d’improvviso.
Un drappello di nostri compagni si alzò e di corsa cercò d’aggirare quelli che credevamo soldati nemici.
Essi si portarono sulla sinistra del boschetto che stava proprio dinnanzi a noi.
Non passarono nemmeno due minuti che fummo di nuovo oggetto di attacco da parte dei nemici.
Io mi appiattii al suolo e misi la faccia a terra con il fucile ben stretto nella mano destra.
Mattia era vicino a me, mi vide e disse: «Cosa fai! Metti la nastrina nel fucile e spara».
Eh, era facile per lui … Ma io non sapevo sparare e non ero in grado di usare quell’arma.
Primo, di fianco a noi, ci fece presente: «Accidenti! Si è inceppato …». E in seguito si udì un rumore metallico, come se Primo stesse picchiando sul suo Carcano 91.
Il fischio delle pallottole e il rumore che esse facevano collidendo contro il terreno non mi fecero capire granché.
D’un tratto si udirono delle voci che chiedevano aiuto: «MI HANNO FERITO AIUTO!».
Delle sagome acquattate si muovevano per portare soccorso a quei feriti: erano i medici della compagnia e i portaferiti che cercavano di alleviare il dolore dei fanti a terra.
In mente mia frullava un solo pensiero: “Dio speriamo di non beccarmi una pallottola”.
Il pensiero fu interrotto da un colpo che Mattia mi diede; il ragazzo mi aveva dato una gomitata.
In seguito mi disse: «Vuoi sparare o no!».
E fu allora che non me la sentii di nascondere la verità: «Non so sparare». Borbottai cercando di non farmi udire dalle altre persone.
«Cosa! Mi stai prendendo per il culo». Mi disse bruscamente.
Nel frattempo sparò quattro o cinque colpi, poi si rivolse nuovamente a me e frettolosamente chiese: «E l’addestramento?».
Primo intanto imprecava contro il fucile che si era inceppato e a un certo punto rinunciò a sparare portandosi vicino a me.
La sua faccia era proprio vicina alla mia, mi guardò con i suoi occhioni spalancati e mi disse: «Se tu non usi il fucile, dallo a me».
Feci ciò che mi disse e lui mi passò il suo in cambio.
Fu allora che lo vidi caricare il novantuno con uno strano oggetto metallico, poi si sporse leggermente in avanti e iniziò a sparare: il mio fucile era perfettamente funzionante.
Di lì a poco si udirono ulteriori spari provenire dal bosco, però questi non erano diretti a noi bensì agli assalitori, e dopo pochi minuti tutto tacque.
Si udì una voce che diceva: «NON SPARATE. SIAMO NOI!».
In seguito continuò: «Sono il capitano Perrone e siamo riusciti a prendere alle spalle gli assalitori».
Con molta attenzione alcuni di noi si alzarono e si diressero verso il punto in cui erano appostati coloro che ci avevano assalito; dopo pochi istanti udimmo: «È LIBERO. POTETE VENIRE».
Tuttavia, solo dopo un’ispezione accurata del perimetro fummo sicuri che non vi era alcun pericolo.
L’intera compagnia si alzò e si diresse verso quella zona; quando entrammo nel boschetto, incominciammo a vedere dei corpi riversi per terra e armati di fucile: il famigerato svt-40 Tokarev, fucile semiautomatico russo.
Nel buio non si vide granché, poi alla luce della luna scoprimmo che coloro i quali ci avevano attaccato altri non erano che dei ragazzi i quali al massimo avevano sedici anni.
Contammo dieci morti e tre ragazzi furono presi prigionieri, il resto era fuggito; a quanto pareva si trattava di partigiani che operavano dietro le linee del fronte.
Non c’era tempo di pensare ad altro … I tre ragazzi furono fatti prigionieri e, dopo aver dato sepoltura alle vittime, incluso i nemici, si riprese a camminare.
Ci venne detto che c’erano state sette vittime tra le nostre fila.
Noi cercammo di capire di chi si trattasse, ma l’oscurità non ci permise di stabilire chi fossero i caduti.
L'attacco aveva causato anche dieci feriti, i quali furono trasportati nel miglior modo possibile con mezzi di fortuna; per alcuni si costruirono barelle con della legna trovata in quel bosco.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il settimo capitolo).