L’undicesimo capitolo è terminato.
Buona lettura:
CAPITOLO 11
IL RIMPATRIO
I giorni sembravano uno uguale all’altro e il
cammino che facemmo fu veramente ostico.
Passarono ben due mesi e, finalmente, dopo
che c’eravamo abituati allo stesso panorama e soprattutto al gelo che ci
accompagnò costantemente, si videro i primi segni di una cittadina.
Nessuno ebbe la forza di dire nulla, suppongo
che tutti stessero pensando alla propria casa e alle loro famiglie.
Anch’io stavo riflettendo su come ritornare
dai miei; dovevo innanzitutto raggiungere il luogo dell’incidente e poi
comprendere come riuscire a tornare indietro: ero arrivato fino a quel punto,
avevo persino affrontato battaglie e rischiato di morire innumerevoli volte, e
non potevo mollare proprio adesso.
Arrivammo in una cittadina che sembrava una
città fantasma, non c’era nessuno per strada e quei pochi che si videro furono
i lavoranti: persone che erano state reclutate dagli eserciti dell’asse; loro
dovevano collaborare nella ricostruzione e la manutenzione sia delle strade,
sia delle ferrovie.
Poi, marciando per quelle strade, ci capitò
d’imbatterci persino in prigionieri ebraici.
Li riconobbi perché avevano la stella a sei
punte al braccio ed erano scortati da soldati i quali li stavano accompagnando
verso i treni della morte: treni che li avrebbero portati nei campi di
concentramento.
Non mi fu possibile far finta di niente: tra
loro c’erano donne, uomini, bambini, vecchi; nessuna distinzione fu fatta e i
libri che avevo letto testimoniavano che si stava consumando uno dei più
efferati crimini verso l’intera umanità in quell’epoca.
Avevo letto che nei campi di concentramento
furono uccisi 6.000.000 di persone, di
cui molti bambini; non mi era mai piaciuto leggere quelle notizie in quanto non
pensavo che l’uomo fosse capace di simili barbarie, eppure la storia
dell’umanità è costellata di azioni del genere.
Quello che mi fece più impressione fu lo
sguardo che avevano i prigionieri: uno sguardo spento.
I prigionieri marciavano senza mai fermarsi
altrimenti per loro ci sarebbe stato solo un colpo di pistola, nulla più;
persino ai bambini veniva riservato lo stesso trattamento.
Mi domandai il perché di tutto quell’odio; ma
se in settant’anni non si era riuscito a capire il motivo, figuriamoci se un
povero uomo come me sarebbe riuscito a comprendere del perché quell’esercito
stava cercando di annientare esseri umani fuori dai canoni dettati dal pazzoide
che governava in quel tempo.
In mente mi ritornarono alcune fotografie che
vidi consultando manoscritti e persino cercando in Internet; internet … A quei
tempi era inconcepibile solo immaginarlo.
Beh; quelle foto mi disturbarono parecchio e
non le avrei mai dimenticate.
Nelle foto due figure camminavano su di un
terreno bruciato dal gelo; una era più grande e femminile l’altra era alta
pressoché un metro, non di più.
I due erano vestiti di stracci e con la testa
chinata precedevano un’altra figura che riproduceva il gesto più vile che un
uomo possa mai commettere: l’uomo puntava il fucile verso uno scricciolo di
nemmeno un metro; cosa che al mio tempo non si sarebbe fatta neanche al peggior
delinquente.
Quando poi vidi il testo sotto quella foto,
mi vergognai d’appartenere al genere umano: “Foto di due prigionieri ebraici accompagnati alla camera a Gas”.
Io ero soltanto un ragazzo all’epoca ma mi
domandai com’era possibile che si potesse tollerare una cosa simile e se c’era
un Dio non poteva assolutamente permettere che accadesse.
Poi pensai che Dio doveva amarci oltremodo
per tollerare un simile sfregio: uomini che trucidano altri uomini indifesi;
che macellano bambini; che stuprano ragazze, che imprigionano poiché diversi e
si arrogano il diritto di uccidere per questo; addirittura gli asociali
venivano massacrati e i disabili venivano strappati alle loro famiglie per
compiere quello che i regimi fecero passare come atto di pietà: ucciderli
affinché si ponesse fine alla loro sofferenza.
E chi era colui che aveva stabilito i criteri
della sofferenza all’epoca?
Una persona, se così possiamo definirla, che
di lì a poco si sarebbe ammalata divenendo anch’essa diversa: l’ignoranza
veniva colmata, come al solito, palesando che tutti siamo fatti di carne e ossa
e dunque assoggettati alle stesse restrizioni.
La faccia di quel bambino accompagnato alla
morte, strappato innanzi tempo alla vita, rimase indelebile nel mio cervello e
fu allora che mi convinsi che quelle cose non dovevano più accadere e andavano
evitate a ogni costo.
Pensai che se solo i miei compagni avessero
saputo dove erano diretti quei bambini, beh … Avrebbero fatto di tutto per
liberarli; in fondo parlai con molti di loro e tutti erano padri di famiglia,
avevano anch’essi dei pargoli che li aspettavano a casa, bambini identici a
quelli che stavano per essere internati nei campi della morte e che sarebbero
stati “docciati” con lo Ziklon b, un gas letale.
Chiusi gli occhi e trattenni a fatica le
lacrime; avrei voluto fare qualcosa, ma non c’era nulla che io potessi fare:
primo perché non ero di quel tempo, secondo perché mi avrebbero ucciso
immediatamente.
I soldati che scortavano i prigionieri erano
armati fino ai denti, io invece avevo solo il Carcano 91 ed era anche
inceppato: non sparava.
Sbuffai, poi riaprii gli occhi.
Il soldato accanto a me mi vide fare quella
smorfia e chiese: «Che c’è?».
Io gli risposi: «Stavo osservando i
prigionieri e mi domandavo cosa gli stia per accadere».
Lui affermò: «Perlomeno per loro la guerra è
finita. Penso che tra poco i russi saranno qui e con il ritiro delle truppe
verranno lasciati liberi».
Ah … Quanto si sbagliava, ma non era colpa
sua: probabilmente quei prigionieri sarebbero stati tutti uccisi, soprattutto
in virtù dell’arrivo dell’Armata Rossa; li avrebbero fucilati tutti se non
avessero avuto il tempo di metterli nella doccia a gas.
Quella colonna di prigionieri presto
scomparve tra le strade e la miseria che esse contenevano.
Arrivammo in una stazione ferroviaria e
alcuni treni erano già pronti sui binari di partenza.
Gli ufficiali cercarono di smistare i soldati
su quante più carrozze possibili e i primi treni incominciarono a partire.
Io venni caricato sul quinto treno che quel
giorno pativa; certo non era di lusso, ma comunque mi avrebbe risparmiato la
marcia.
Entrai in un carro merci simile in tutto e
per tutto a quello in cui avevo fatto il viaggio d’andata, mi adagiai su della
paglia umidiccia e non ce la feci più: quando il treno partì io mi addormentai
di botto.
La stanchezza per quella lunga marcia aveva
sopraffatto il desiderio di rimanere sveglio per osservare il panorama dalle
fessure di quel carro bestiame.
***
Il rumore degli scambi ferroviari e il
saltellare della carrozza mi fecero svegliare.
I miei occhi si spalancarono e vidi una massa
di persone che erano sedute sul pavimento di quel carro.
Non sapevo quanto tempo era passato dalla
nostra partenza, allora provai a chiedere a un soldato vicino a me.
«Da quanto stiamo viaggiando?». Chiesi.
«È circa un giorno e mezzo che siamo partiti.
Ma non abbiamo fatto tanta strada poiché ci fermiamo spesso, dando la
precedenza ai treni che vanno verso il fronte». Mi rispose lui.
Sapevo anche quello; per via dei rifornimenti
che dovevano affluire al fronte, i nostri treni dovevano dare la precedenza
agli altri e succedeva persino di sostare un paio d’ore in un determinato
posto.
In quel periodo ancora non era giunto il
caldo e in quelle anguste e fatiscenti carrozze faceva freddo, tant’è che chi
aveva con sé delle coperte le usò, gli altri si arrangiarono come poterono.
Lo sferragliare delle rotaie copriva le
nostre voci, ma come si poteva immaginare nessuno aveva voglia di parlare; chi
più, chi meno, avevano tutti assistito a eventi indicibili.
Io pensavo spesso a Primo e Mattia; in fondo
avevamo condiviso parte della nostra vita e ci eravamo protetti come fratelli.
I loro volti sarebbero rimasti impressi nella
mia mente per lungo tempo.
Il treno riprese a camminare dopo aver fatto
passare un convoglio che sfrecciò veloce, diretto verso la zona da cui noi
provenivamo; non invidiavo le persone che erano all’interno di quei convogli:
sarebbero stati travolti tutti entro un anno e mezzo.
Passarono molte ore e di fermate ne facemmo
ancora tante.
Mi misi a parlare con il mio vicino,
ovviamente parlavamo a bassa voce.
«Da dove arrivi?». Mi chiese un ragazzo che
poteva avere al massimo vent’anni.
«Vengo da una zona del sud Italia». Gli
risposi.
«Precisamente …». Ribatté quel ragazzo.
«Idrio». Affermai.
«Idrio … Hm … Non lo conosco». E dopo un
attimo mi domandò ancora: «Qual’era la tua compagnia?».
«La 301° fanteria». Mi soffermai per un
attimo poi aggiunsi: «Eravamo stanziati sulla linea tra l’armata rumena e
quella tedesca».
«Ah … Noi invece eravamo un po’ più a nord; a
Belogorje. C’è stato un attimo in cui ci sono piovute addosso tante bombe e non
si è capito nulla. Ben pochi si sono riusciti a salvare». Asserì infine.
«Della mia compagnia solo io mi sono salvato.
Fummo attaccati il primo giorno di trincea; e chi se lo scorda. Tante bombe
così non le ho mai viste …». Risposi io.
«La verità è che non si doveva partire per
questo fronte; non eravamo preparati». Disse quel ragazzo.
Io annuii, poi sostenni: «Tutti sappiamo che
non avevamo armi idonee, per non parlare dell’equipaggiamento. Mi domando se si
può mandare a combattere i soldati con l’uniforme di tela … E con quale
coraggio».
Annuì anche lui, poi mi disse: «Io mi chiamo
Gino». E mi tese la mano.
Parlammo del più e del meno, discorsi sempre
inerenti a ciò che avevamo vissuto; in seguito la conversazione si spostò sullo
stato del nostro paese.
Anch’egli si era accorto che ciò che stava
succedendo non poteva protrarsi ancora per lungo tempo e mi disse parole colme
di saggezza: «La situazione politica del nostro paese presto cambierà. In
Africa corre voce che siamo stati sconfitti, pertanto si suppone che gli
Americani e gli Inglesi sbarcheranno in Italia; è solo questione di tempo. In
Russia stiamo arretrando su tutto il fronte; tuttavia temo che arrivati in
Italia ci toccherà assistere a una guerra peggiore di quella che abbiamo appena
fatto».
Hm … Gino aveva ragione; il gran consiglio
del fascismo avrebbe sfiduciato Mussolini e il re lo avrebbe fatto arrestare
(24 / 25 luglio 1943).
Dopo il suo arresto e il trasferimento sul
Gran Sasso fu poi liberato da paracadutisti tedeschi e, portato in Germania,
annunciò la nascita nefasta della Repubblica Sociale di Salò (23 settembre
1943).
A quel punto gli italiani avrebbero
combattuto l’uni contro gli altri e ci sarebbe stata una vera e propria guerra
civile tra partigiani e repubblichini.
Il prezzo più alto di quella fondazione lo
avrebbe pagato il settentrione d’Italia che, a costo di grandi spargimenti di
sangue tra la popolazione locale, non solo insorse contro gli oppressori, ma in
alcuni casi li costrinse alla fuga.
Avevo letto con molto interesse i libri che
parlavano dell’insurrezione delle città del nord Italia.
Le popolazioni, stanche della lunga tirannia,
imbracciarono le armi e combatterono con ogni mezzo sia i soldati nemici, sia i
repubblichini.
Quella che ricordavo con più precisione era
l’insurrezione di Genova: alle ore 19,30 del 25 aprile 1945, il Generale
Meinhold, dopo aver minacciato di bombardare la città di Genova con
l’artiglieria, vista la palese impossibilità di fare ciò che aveva minacciato,
firmò l’atto di resa; in quel momento già 1360 erano prigionieri che gli
insorti fecero.
Gli insorti distrussero tutte le postazioni
nemiche conquistandosi la libertà e provocando la resa dell’esercito nemico:
per la prima volta nella storia una forza militare organizzata si arrendeva
alla popolazione civile.
In quell’istante pensai a ciò che stava
accadendo nel mio tempo: facendosi sfregio dei sacrifici che la gente fece in
quei periodi, personaggi discutibili inneggiavano a una secessione d’Italia e
il culmine di quell’ideologia terminava in riti pagani.
La memoria veniva continuamente calpestata
nel tempo da cui provenivo e l’essere colti non serviva; l’ignoranza era
divenuta priorità assoluta, nel tentativo di far attecchire ciò che io definivo
la politica cialtrona e del malaffare.
Gino ed io eravamo impegnati nel nostro
discorso, fummo però interrotti da uno smottamento del treno; dapprima esso era
appena percettibile, poi lo sentimmo eccome …
Fu un vero inferno, la carrozza si cappottò
con noi all’interno e un fragore si propagò ovunque.
Tutto divenne buio e il male che percepivo
ogni qual volta sbattevo contro una parete del carro che ci trasportava (talune
volte cozzavo addirittura contro i miei compagni) fu l’ultima cosa che riuscii
a percepire …
***
Una luce orizzontale comparve nel mio campo
visivo fino a divenire un’immagine sfocata, poi apparve nitida dinanzi a me
nuovamente quella dannata visione che mi aveva tormentato per lungo tempo: la
neve …
Cos’era accaduto?
Cercai di alzarmi ma non ci riuscii: qualcosa
m’impediva di farlo; fu come se sopra di me ci fossero detriti che
appesantivano tutto il mio corpo, per di più il freddo incominciava a far
sentire i suoi effetti: non percepivo più le ginocchia.
Mi preoccupai, poiché sapevo che quelli erano
sintomi i quali potevano benissimo preludere a una rottura delle vertebre e in
quel momento non potevo permettermi una cosa simile, per me avrebbe significato
la morte.
«C’È QUALCUNO LA FUORI?». Gridai; ma nessuna
risposta arrivò.
Tentai nuovamente di alzarmi e questa volta
vidi che il materiale cadutomi addosso si mosse, segno che potevo tentare di
forzare.
Raccolsi tutte le mie forze e spinsi verso
l’alto; la prima volta quella mossa non diede risultati, ma la seconda volta
riuscii ad alzarmi scrollandomi di dosso le assi di legno e, quando riuscii a
venir fuori completamente da quel groviglio di rottami lignei, vidi un
paesaggio desolante: quel posto era pieno di pezzi del treno, qualcosa aveva
fatto esplodere il convoglio su cui viaggiavamo.
Mi liberai completamente, in modo che io
potessi muovermi, controllai che non avessi delle ferite e stranamente anche
questa volta il mio corpo apparve in ottimo stato: nessuna scheggia mi aveva
colpito.
Incominciai a pensare che il mio angelo
custode avesse smesso di fare lo sfaticato e che si stesse impegnando tanto,
poiché era la terza volta che uscivo indenne da una situazione critica.
Feci un giro veloce tra quei rottami per
controllare che non ci fossero soldati intrappolati sotto di essi, ma con
rammarico costatai solamente decessi e trovai corpi mutilati e resti appena
riconoscibili, sventrati dall’esplosione.
Iniziò nuovamente il macabro rituale a cui
avevo assistito durante la campagna di Russia pochi mesi prima di quell’evento:
mi dovetti piegare alle leggi della guerra e divenire una bestia per
sopravvivere; il comportamento che abiuravo in precedenza, d’un tratto divenne
propedeutico alla mia sopravvivenza.
Cercai indumenti che potessero andarmi bene
tra i morti, persino scarpe della mia stessa misura, rasentai lo sciacallaggio;
anzi lo diventai: mi sentivo tutto fuorché umano e quasi mi misi a piangere per
quelle azioni che stavo facendo.
Avrei voluto dare sepoltura a ognuno di quei
ragazzi, tuttavia ce n’erano un’infinità e di certo non potevo perdere tempo;
dovevo muovermi altrimenti sarei cascato nelle mani degli eserciti che si
stavano scontrando: se fossi finito in mano ai tedeschi sarei stato rischiarato
in linea e dopo la resa dell’Italia imprigionato; se fossi stato catturato dai
russi mi sarebbe toccata la prigionia nei campi di concentramento.
Dissi una piccola preghiera facendomi il
segno della croce, poi mi bardai con il vestiario che avevo trovato e
m’incamminai verso sud-ovest, ovviamente dopo aver recuperato il mio zaino: lì
c’erano parecchi oggetti che mi sarebbero tornati utili.
Non avevo idea di dove mi trovassi, ma
calcolando i giorni di permanenza in treno, le soste e il posto da dove
partimmo, dedussi che dovevo ancora essere in Polonia.
Hm … Solo, in mezzo al gelo e in un posto
invaso, pieno di partigiani e di probabili insidie: in mezzo a tutto questo io
dovevo ritrovare la via di casa e senza l’ausilio di macchinari.
Come avrei potuto orientarmi?
Non sapevo nulla del posto ma dovevo comunque
marciare.
Passò un’intera giornata da quel momento e
con il buio arrivò anche la necessità di cercare un riparo; ciò non fu un
problema, poiché il posto era pieno di ruderi e macerie provocate dai
combattimenti.
Presto individuai un sito dove era possibile
ripararsi e non persi tempo, mi avvicinai a una struttura fatiscente e mi
affrettai a cercare un ripostiglio che presto trovai: una camera senza porte
era l’ideale per trascorrerci la serata; rimaneva da inventarsi un modo per
chiudere quel passaggio onde evitare che l’aria fredda della notte passasse.
Tra i detriti scovai un’asse abbastanza
grande da coprire tutta l’apertura: appena in tempo, il sole si tuffò
nell’orizzonte per lasciare il posto all’oscurità e al freddo che essa portava.
Entrai in quella piccola stanza e legai
l’asse con fil di ferro a un ramo di circa otto centimetri di diametro; prima
tirai a me quell’asse, tenendo il ramo in modo verticale, poi, quando il fil di
ferro fu ben teso, girai il ramo orizzontalmente, in modo che si bloccasse
sulla soglia dell’entrata fissando, di fatto, l’asse definitivamente.
L’asse era ben messo e ben pochi spifferi
riuscirono a farsi l’argo dentro quella stanza.
Tutto divenne buio, ma dato che ero ben
chiuso all’interno di quel rifugio fu possibile accendere il mozzicone di
candela che conservavo gelosamente come se fosse oro.
Il lume della candela con la sua luce gialla
mi fece uno strano effetto quella sera e in mente mi ritornarono i momenti in
cui alla luce artificiale leggevo libri d’ogni genere; una volta preferivo la
luce di una candela a quella del lampadario, ora quel lume non mi bastava: bramavo
il bagliore delle plafoniere.
Frugai nel mio zaino per cercare ciò che mi
sarebbe potuto essere utile, tirai fuori una nastrina del novantuno con
all’interno cinque colpi ritrovati nell’incidente ferroviario in cui ero stato
coinvolto.
Presi il Carcano, anch’esso trovato nello
stesso luogo, lo caricai e pregai di non doverlo usare; però quelli erano tempi
tristi e ci si poteva aspettare di tutto, dovevo essere pronto a ogni
evenienza.
Lo poggiai vicino al muro dove avevo
intenzione di coricarmi e tirai fuori un paio di coperte tutte lerce e
puzzolenti.
Una la stesi al suolo, l’altra la misi
attorno a me, ovviamente io indossavo più maglie e due cappotti, uno di giusta
misura e uno più grande: quello preso al soldato morto nell’incidente.
Spensi la candela e mi coprii fino al naso
con la coperta; come al solito all’esterno altro non si udiva che l’ululato del
vento.
Nell’oscurità i miei pensieri viaggiarono
senza meta, poi mi focalizzai sul posto dove mi trovavo e sul come avrei potuto
orientarmi; dovevo camminare fino all’Italia o quantomeno cercare un passaggio
di volta in volta.
Se ciò che avevo dedotto era vero e mi
trovavo in Polonia, ebbene: sapevo che il viaggio era ancora lungo e dovevo
almeno fare altri mille chilometri per arrivare ai confini italiani.
Poi c’era da tenere in considerazione che di
lì a poco si sarebbe combattuto sul suolo nazionale, dunque pensai e ripensai
al modo di raggiungere il paese dove ero apparso per la prima volta.
Dovevo oltremodo evitare di consegnarmi alle
forze militari, altrimenti mi avrebbero costretto nuovamente a combattere; e in
Italia, se arruolati nella Repubblica Sociale di Salò, o si commettevano
crimini atroci, oppure cadevi prigioniero dei partigiani.
Invero vi furono anche semplici soldati e
graduati che vennero costretti ad arruolarsi nelle file repubblichine, poiché,
come era successo a me, se non lo avessero fatto sarebbero stati fucilati come
traditori.
La stanchezza a quel punto prese il
sopravvento e mi addormentai improvvisamente.
***
Un odore nauseabondo mi fece svegliare di
soprassalto; mi chiesi cosa mai potesse essere quel tanfo esageratamente acre.
La gola incominciò a bruciare.
In un primo momento pensai che fosse gas
nervino e mi ritenni spacciato poiché non possedevo alcun tipo di maschera.
Mi precipitai ad aprire la porta provvisoria
che mi ero costruito facendo le operazioni inverse della sera precedente.
Una luce pervase tutta la camera dove avevo
passato la notte.
Quando liberai il passaggio del rifugio, con
mio stupore, mi avvidi che quel dì era un bel giorno e non c’era traccia di
alcuna bomba o soldato nei paraggi.
Io, armato di fucile, mi acquattai,
nascondendomi tra le rovine di quel posto; e solo quando scrutai bene
l’orizzonte mi accorsi che quel tanfo proveniva da una zona non lontana di lì.
Un fumo nero s’innalzava verso l’alto, chiusi
leggermente i miei occhi per scrutare meglio e vidi alcune ciminiere.
In quell’istante pensai a delle fabbriche o
qualche diavoleria bellica e non ci feci molto caso a quel puzzo, ma era
fastidioso e t’impregnava tutti i vestiti; persino la pelle ne fu impregnata.
Ritornai nel mio nascondiglio, raccolsi tutti
i miei effetti nello zaino, lo caricai sulle spalle e dopo aver fasciato il
fucile in una coperta, in modo che non si vedesse, iniziai nuovamente a
camminare.
Mi regolai guardando la posizione del sole e,
tenendo conto che nasce ad est, cercai di puntare a sud-ovest.
Dopo due o tre ore di cammino mi si parò
dinanzi una piccola cittadina anch’essa recante i segni della guerra.
Pareva deserta e nessun uomo si vide in
lontananza.
Sapevo che sarebbe stato saggio evitare di
entrare al suo interno e decisi di aggirarla standomene in disparte e non
facendomi notare.
Mai decisione fu più saggia …
Dopo circa mezz’ora si udirono spari di un
mitra seguiti da delle urla femminili.
Dalla mia postazione non riuscii a vedere
cosa stesse accadendo e di certo non era il caso di uscire dal mio
nascondiglio.
Quando udii il rumore di una macchina
allontanarsi, mi decisi a uscire allo scoperto; srotolai il fucile dalla
coperta, lo armai e mi preparai alla difesa: avevo cinque colpi solamente, me
li dovevo far bastare.
Mi avvicinai cautamente al posto dov’era
avvenuta la sparatoria, feci attenzione ai cecchini poiché in guerra ero stato
abituato a tutto, osservai i dintorni e dopo aver notato che non c’erano
nascondigli adatti ai tiratori, mi avvicinai a quello che pareva un corpo senza
vita disteso al suolo.
Quando arrivai nelle sue vicinanze mi accorsi
che si trattava di una donna; una splendida donna.
I capelli biondi coprivano parzialmente il
suo viso scarno che testimoniava la mal nutrizione che in quel periodo era
prassi.
La donna giaceva al suolo e il suo stato fu
indescrivibile; mi domandai chi avesse avuto quel barbaro coraggio.
Non ci fu bisogno di girarlo quel corpo,
poiché era con il petto rivolto verso il cielo.
Era vestita con un lungo cappotto di lana e
sul petto aveva una stella di colore giallo e con sei punte.
Il suo sangue arrossava la neve caduta da
poco.
Era stata fucilata, ma non pareva
un’esecuzione come tutte le altre: il suo corpo era tristemente straziato dai
buchi, come se chi avesse commesso quell’abominio avesse voluto infierire su
quel corpo crivellandolo di colpi.
Chiusi gli occhi per un attimo e dondolai la
testa, poi bisbigliai: «Bestie; solo delle bestie possono commettere una simile
atrocità».
Mi guardai attorno per controllare
un’ennesima volta se c’erano pericoli e, resomi conto che era tutto libero,
decisi di dare sepoltura a quel corpo.
Controllai il polso, ma fu tutto inutile:
esso taceva, il cuore era fermo.
I suoi occhi puntati verso il cielo e
spalancati oltremodo risultarono privi di quella luce che normalmente si
riscontra nelle persone vive.
Chiusi dolcemente le sue palpebre,
inginocchiandomi nei pressi della sua testa, mi feci il segno della croce e
subito dopo mi rialzai.
Presi la paletta che avevo nello zaino e
cercai un punto dove il terreno fosse più morbido, in modo da non fare tanta
fatica.
Lo trovai poco distante da lei e incominciai
a scavare.
Andai giù circa un metro, poi non ce la feci
più: le forze vennero meno, il viaggio e la denutrizione si fecero sentire.
Quella profondità poteva bastare …
Presi il corpo dolcemente e mi sporcai del
suo sangue; ma poco importava, il sangue di un innocente non imbrattava
affatto, il lasciare quel corpo lì invece avrebbe macchiato in modo vile la mia
anima e ciò non lo potevo permettere.
Avvolsi il corpo in una delle mie coperte e
lo coprii nel migliore dei modi, lo posai in fondo alla buca da me scavata e
incominciai a riempirla di terra; alla fine il solito rialzo tipico della
tumulazione si delineò in modo cupo.
Dissi ancora delle preghiere, ma nel rispetto
di quel corpo e della religione da essa osservata non misi alcun simbolo; anche
se devo dire che fui tentato di fabbricare una croce.
Non sapevo nulla della sua identità e non
potevo neppure scrivere il suo nome sulla vistosa pietra che misi sopra quel
cumulo di terra, allo stesso tempo non me la sentii di iscrivere sconosciuta;
incisi solo l’anno: “Deat: 1943”
lasciando “Born:” senza data.
Venne dunque il momento di riprendere il
viaggio, non potevo permettermi ancora di rimanere in quel posto, poiché
sicuramente coloro che avevano compiuto quell’omicidio sarebbero tornati.
Mi affrettai a rimettere a posto lo zaino e
quando tutto fu pronto, lo caricai sulle spalle, ovviamente il fucile lo tenni
ben stretto tra le mie mani ed era pronto per sparare all’occorrenza.
Stavo quasi per mettermi in marcia quando
udii flebile un singhiozzo, tanto debole da essere percepito appena.
Inarcai le mie sopraciglia e mi acquattai
poiché avevo timore che ci fosse un cecchino, poi cercai di capire da dove
arrivassero quei rumori.
«Sigh …». Risentii nuovamente.
Era qualcuno che stava singhiozzando.
Gattonai verso quel posto in modo da tenerlo
sotto tiro, poi mi avvidi che qualcosa si muoveva in un riparo fatiscente: lì
c’erano due lamiere messe l’una su l’altra in modo da sembrare una tettoia e
con i detriti che facevano da tappo tra i due pezzi di lamiera.
Una mano piccola, tanto piccola da sembrare
quella di un bambino, apparve tra quelle lastre metalliche; allora pensai che
qualche bimbo fosse rimasto intrappolato lì in mezzo.
Mi alzai cautamente e mi avvicinai a quel
posto; quando arrivai rimasi impietrito per un attimo, poi mi ripresi e fissai
due piccole figure che tremavano dinanzi a me, semicoperte dal riparo
improvvisato.
Erano due bimbi: un maschietto e una
femminuccia; avevano il viso scarno e si stringevano abbracciati l’un l’altro.
Il maschietto aveva i capelli di colore
biondo cenere, ma non ne fui sicuro poiché erano belli sporchi; sembrava avesse
otto anni.
La femminuccia, un paio di anni più grande,
aveva i capelli biondi; era anche lei magra: più che altro si vedevano solo un
mucchio di ossicini che si muovevano.
Singhiozzavano entrambi e, quando videro me,
mi rivolsero parole che io non compresi; non avevo idea di che lingua si
trattasse poiché non l’avevo mai udita.
Continuavano a parlarmi stringendosi e
tremando, io continuai a riprodurre un’espressione stranita inarcando
nuovamente le mie sopraciglia.
«Ma che …». Affermai.
Mi avvicinai lentamente cercando di fargli
capire che le mie intenzioni non erano ostili; ma pareva che i due non
capissero cosa io dicessi.
Poi avvenne nuovamente la stranezza di cui
ero stato protagonista in Russia quando incontrai Anastasia: d’un colpo riuscii
a comprendere ciò che stavano dicendo quei due pargoli e non erano proprio
delle belle parole, soprattutto dette da bimbi che dovrebbero solo pensare a
giocare.
«Ti prego non farci del male». Disse
singhiozzando la bambina.
«Ma per l’amor di Dio». Affermai in un primo
momento. Poi aggiunsi: «Perché dovrei farvi del male …».
Mi affannai a tirali fuori da quell’angusto
spazio; in quell’istante assistetti a una scena angosciante di cui non avrei
mai voluto essere testimone: i due piccoli iniziarono a tremare in modo più
vistoso evidenziando un trauma profondo.
Cercai in tutti i modi di tranquillizzarli,
posi sulle mie spalle il fucile per non spaventarli ulteriormente,
m’inginocchiai e provai ad allungare la mia mano verso di loro; ma come normale
che fosse si allontanarono.
Qualcosa li aveva spaventati oltremodo …
Pensai un attimo e poi mi ricordai di quando
giocavo con Giacomo, quando per farlo ridere riproducevo linguacce.
Feci allo stesso modo, ottenendo subito
risultati: in un primo momento mi guardarono straniti mentre riproducevo le più
impensabili espressioni.
I due bimbi non piansero più: mi guardarono
in modo strano, poi finalmente sorrisero, singhiozzando di tanto in tanto.
A quel punto provai ad allungare la mano e in
quel momento riuscii a toccare il più piccolo di loro, lo presi in braccio e
allo stesso tempo presi per mano colei che pareva la sua sorellina.
Usciti dal loro nascondiglio li osservai
bene: non erano che due bambini spaventati che singhiozzando si guardavano in
giro.
«La mamma dov’è?». Domandò il più piccolo.
«Non
so; era qui con quegli uomini in divisa. Dopo quei forti rumori non l’abbiamo
più vista». Gli disse la sorella.
«C’era la vostra mamma qui?». Chiesi io.
Entrambi mi risposero di sì e allora capii di
chi era quel corpo che avevo sotterrato poc’anzi.
«Perché vi eravate nascosti?». Domandai in
seguito.
«La mamma si era raccomandata di stare al
coperto lì dove lei aveva appena costruito quel riparo e di non uscire finché
non avessimo notato il più assoluto silenzio». Asserì la bambina.
In quell’istante successe una cosa ancor più
strana: non solo riuscivo a capire quei due bimbi che in precedenza parlavano una
lingua alquanto bizzarra, ma anche loro riuscivano a comprendermi; successe in
un istante.
Capii tutto: la mamma aveva protetto con la
propria vita i suoi due pargoli, nascondendoli agli assassini che l’avevano
uccisa.
Ma mi fu presto chiaro che non potevamo
ancora sostare in quel posto; mi guardai in giro e fu allora che vidi un buon
luogo dove nasconderci.
Feci cenno ai due bambini di seguirmi e alla
fine li presi per mano e li portai con me all’interno di una casa diroccata per
metà.
Arrivati al suo interno ci sistemammo in modo
da essere comodi e dopo averli messi a loro agio feci un po’ il pagliaccio per
farli sorridere.
In seguito chiesi nuovamente: «Da chi stavate
scappando?». Aspettai e pregai che mi capissero.
I due prima si guardarono, poi la bimba si
fece coraggio e mi rispose: «Eravamo inseguiti da cinque uomini con la divisa,
ci facevano paura. Ci hanno scoperto nel nostro nascondiglio e hanno preso papà
e il nonno; noi e la mamma siamo riusciti a scappare».
Dunque era assodato: anche loro mi
comprendevano.
Tuttavia non riuscii a spiegarmi come ciò
potesse essere possibile, visto che io non avevo studiato alcuna lingua a
scuola e che a malapena riuscivo a spiccicare qualche parola in inglese.
Infine mi rivolsi loro chiedendo: «Avete
fame?».
Entrambi annuirono.
Poi io li guardai e pensai: “Che domanda
stupida ho fatto …”.
Erano talmente magri che per forza dovevano
avere fame.
Quando un bambino ti chiede qualunque cosa,
cosa si può fare se non accontentarlo?
Tirai fuori tutto ciò che avevo, lasciai
solamente del pane duro in borsa: gli diedi due scatolette di carne che aprii
con minuzia, delle gallette e gli porsi la borraccia piena d’acqua.
Spazzolarono tutto in pochi minuti e poi
sorseggiarono l’acqua che gli avevo dato.
Solo allora si calmarono un po’.
Ovvio: quello che gli diedi non saziò tutta
la fame che avevano, ma era pur sempre qualcosa da mettere sotto i denti; e di
quei tempi era difficile trovare vettovagliamento.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche il dodicesimo capitolo).
