La magia di narrare storie.

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La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

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Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
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Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

lunedì 16 marzo 2015

Disperso nel tempo 1942 – 11° capitolo da leggere online –.

L’undicesimo capitolo è terminato.
Buona lettura:




CAPITOLO 11
IL RIMPATRIO


I giorni sembravano uno uguale all’altro e il cammino che facemmo fu veramente ostico.
Passarono ben due mesi e, finalmente, dopo che c’eravamo abituati allo stesso panorama e soprattutto al gelo che ci accompagnò costantemente, si videro i primi segni di una cittadina.
Nessuno ebbe la forza di dire nulla, suppongo che tutti stessero pensando alla propria casa e alle loro famiglie.
Anch’io stavo riflettendo su come ritornare dai miei; dovevo innanzitutto raggiungere il luogo dell’incidente e poi comprendere come riuscire a tornare indietro: ero arrivato fino a quel punto, avevo persino affrontato battaglie e rischiato di morire innumerevoli volte, e non potevo mollare proprio adesso.
Arrivammo in una cittadina che sembrava una città fantasma, non c’era nessuno per strada e quei pochi che si videro furono i lavoranti: persone che erano state reclutate dagli eserciti dell’asse; loro dovevano collaborare nella ricostruzione e la manutenzione sia delle strade, sia delle ferrovie.
Poi, marciando per quelle strade, ci capitò d’imbatterci persino in prigionieri ebraici.
Li riconobbi perché avevano la stella a sei punte al braccio ed erano scortati da soldati i quali li stavano accompagnando verso i treni della morte: treni che li avrebbero portati nei campi di concentramento.
Non mi fu possibile far finta di niente: tra loro c’erano donne, uomini, bambini, vecchi; nessuna distinzione fu fatta e i libri che avevo letto testimoniavano che si stava consumando uno dei più efferati crimini verso l’intera umanità in quell’epoca.
Avevo letto che nei campi di concentramento furono uccisi  6.000.000 di persone, di cui molti bambini; non mi era mai piaciuto leggere quelle notizie in quanto non pensavo che l’uomo fosse capace di simili barbarie, eppure la storia dell’umanità è costellata di azioni del genere.
Quello che mi fece più impressione fu lo sguardo che avevano i prigionieri: uno sguardo spento.
I prigionieri marciavano senza mai fermarsi altrimenti per loro ci sarebbe stato solo un colpo di pistola, nulla più; persino ai bambini veniva riservato lo stesso trattamento.
Mi domandai il perché di tutto quell’odio; ma se in settant’anni non si era riuscito a capire il motivo, figuriamoci se un povero uomo come me sarebbe riuscito a comprendere del perché quell’esercito stava cercando di annientare esseri umani fuori dai canoni dettati dal pazzoide che governava in quel tempo.
In mente mi ritornarono alcune fotografie che vidi consultando manoscritti e persino cercando in Internet; internet … A quei tempi era inconcepibile solo immaginarlo.
Beh; quelle foto mi disturbarono parecchio e non le avrei mai dimenticate.
Nelle foto due figure camminavano su di un terreno bruciato dal gelo; una era più grande e femminile l’altra era alta pressoché un metro, non di più.
I due erano vestiti di stracci e con la testa chinata precedevano un’altra figura che riproduceva il gesto più vile che un uomo possa mai commettere: l’uomo puntava il fucile verso uno scricciolo di nemmeno un metro; cosa che al mio tempo non si sarebbe fatta neanche al peggior delinquente.
Quando poi vidi il testo sotto quella foto, mi vergognai d’appartenere al genere umano: “Foto di due prigionieri ebraici accompagnati alla camera a Gas”.
Io ero soltanto un ragazzo all’epoca ma mi domandai com’era possibile che si potesse tollerare una cosa simile e se c’era un Dio non poteva assolutamente permettere che accadesse.
Poi pensai che Dio doveva amarci oltremodo per tollerare un simile sfregio: uomini che trucidano altri uomini indifesi; che macellano bambini; che stuprano ragazze, che imprigionano poiché diversi e si arrogano il diritto di uccidere per questo; addirittura gli asociali venivano massacrati e i disabili venivano strappati alle loro famiglie per compiere quello che i regimi fecero passare come atto di pietà: ucciderli affinché si ponesse fine alla loro sofferenza.
E chi era colui che aveva stabilito i criteri della sofferenza all’epoca?
Una persona, se così possiamo definirla, che di lì a poco si sarebbe ammalata divenendo anch’essa diversa: l’ignoranza veniva colmata, come al solito, palesando che tutti siamo fatti di carne e ossa e dunque assoggettati alle stesse restrizioni.
La faccia di quel bambino accompagnato alla morte, strappato innanzi tempo alla vita, rimase indelebile nel mio cervello e fu allora che mi convinsi che quelle cose non dovevano più accadere e andavano evitate a ogni costo.
Pensai che se solo i miei compagni avessero saputo dove erano diretti quei bambini, beh … Avrebbero fatto di tutto per liberarli; in fondo parlai con molti di loro e tutti erano padri di famiglia, avevano anch’essi dei pargoli che li aspettavano a casa, bambini identici a quelli che stavano per essere internati nei campi della morte e che sarebbero stati “docciati” con lo Ziklon b, un gas letale.
Chiusi gli occhi e trattenni a fatica le lacrime; avrei voluto fare qualcosa, ma non c’era nulla che io potessi fare: primo perché non ero di quel tempo, secondo perché mi avrebbero ucciso immediatamente.
I soldati che scortavano i prigionieri erano armati fino ai denti, io invece avevo solo il Carcano 91 ed era anche inceppato: non sparava.
Sbuffai, poi riaprii gli occhi.
Il soldato accanto a me mi vide fare quella smorfia e chiese: «Che c’è?».
Io gli risposi: «Stavo osservando i prigionieri e mi domandavo cosa gli stia per accadere».
Lui affermò: «Perlomeno per loro la guerra è finita. Penso che tra poco i russi saranno qui e con il ritiro delle truppe verranno lasciati liberi».
Ah … Quanto si sbagliava, ma non era colpa sua: probabilmente quei prigionieri sarebbero stati tutti uccisi, soprattutto in virtù dell’arrivo dell’Armata Rossa; li avrebbero fucilati tutti se non avessero avuto il tempo di metterli nella doccia a gas.
Quella colonna di prigionieri presto scomparve tra le strade e la miseria che esse contenevano.
Arrivammo in una stazione ferroviaria e alcuni treni erano già pronti sui binari di partenza.
Gli ufficiali cercarono di smistare i soldati su quante più carrozze possibili e i primi treni incominciarono a partire.
Io venni caricato sul quinto treno che quel giorno pativa; certo non era di lusso, ma comunque mi avrebbe risparmiato la marcia.
Entrai in un carro merci simile in tutto e per tutto a quello in cui avevo fatto il viaggio d’andata, mi adagiai su della paglia umidiccia e non ce la feci più: quando il treno partì io mi addormentai di botto.
La stanchezza per quella lunga marcia aveva sopraffatto il desiderio di rimanere sveglio per osservare il panorama dalle fessure di quel carro bestiame.

***

Il rumore degli scambi ferroviari e il saltellare della carrozza mi fecero svegliare.
I miei occhi si spalancarono e vidi una massa di persone che erano sedute sul pavimento di quel carro.
Non sapevo quanto tempo era passato dalla nostra partenza, allora provai a chiedere a un soldato vicino a  me.
«Da quanto stiamo viaggiando?». Chiesi.
«È circa un giorno e mezzo che siamo partiti. Ma non abbiamo fatto tanta strada poiché ci fermiamo spesso, dando la precedenza ai treni che vanno verso il fronte». Mi rispose lui.
Sapevo anche quello; per via dei rifornimenti che dovevano affluire al fronte, i nostri treni dovevano dare la precedenza agli altri e succedeva persino di sostare un paio d’ore in un determinato posto.
In quel periodo ancora non era giunto il caldo e in quelle anguste e fatiscenti carrozze faceva freddo, tant’è che chi aveva con sé delle coperte le usò, gli altri si arrangiarono come poterono.
Lo sferragliare delle rotaie copriva le nostre voci, ma come si poteva immaginare nessuno aveva voglia di parlare; chi più, chi meno, avevano tutti assistito a eventi indicibili.
Io pensavo spesso a Primo e Mattia; in fondo avevamo condiviso parte della nostra vita e ci eravamo protetti come fratelli.
I loro volti sarebbero rimasti impressi nella mia mente per lungo tempo.
Il treno riprese a camminare dopo aver fatto passare un convoglio che sfrecciò veloce, diretto verso la zona da cui noi provenivamo; non invidiavo le persone che erano all’interno di quei convogli: sarebbero stati travolti tutti entro un anno e mezzo.
Passarono molte ore e di fermate ne facemmo ancora tante.
Mi misi a parlare con il mio vicino, ovviamente parlavamo a bassa voce.
«Da dove arrivi?». Mi chiese un ragazzo che poteva avere al massimo vent’anni.
«Vengo da una zona del sud Italia». Gli risposi.
«Precisamente …». Ribatté quel ragazzo.
«Idrio». Affermai.
«Idrio … Hm … Non lo conosco». E dopo un attimo mi domandò ancora: «Qual’era la tua compagnia?».
«La 301° fanteria». Mi soffermai per un attimo poi aggiunsi: «Eravamo stanziati sulla linea tra l’armata rumena e quella tedesca».
«Ah … Noi invece eravamo un po’ più a nord; a Belogorje. C’è stato un attimo in cui ci sono piovute addosso tante bombe e non si è capito nulla. Ben pochi si sono riusciti a salvare». Asserì infine.
«Della mia compagnia solo io mi sono salvato. Fummo attaccati il primo giorno di trincea; e chi se lo scorda. Tante bombe così non le ho mai viste …». Risposi io.
«La verità è che non si doveva partire per questo fronte; non eravamo preparati». Disse quel ragazzo.
Io annuii, poi sostenni: «Tutti sappiamo che non avevamo armi idonee, per non parlare dell’equipaggiamento. Mi domando se si può mandare a combattere i soldati con l’uniforme di tela … E con quale coraggio».
Annuì anche lui, poi mi disse: «Io mi chiamo Gino». E mi tese la mano.
Parlammo del più e del meno, discorsi sempre inerenti a ciò che avevamo vissuto; in seguito la conversazione si spostò sullo stato del nostro paese.
Anch’egli si era accorto che ciò che stava succedendo non poteva protrarsi ancora per lungo tempo e mi disse parole colme di saggezza: «La situazione politica del nostro paese presto cambierà. In Africa corre voce che siamo stati sconfitti, pertanto si suppone che gli Americani e gli Inglesi sbarcheranno in Italia; è solo questione di tempo. In Russia stiamo arretrando su tutto il fronte; tuttavia temo che arrivati in Italia ci toccherà assistere a una guerra peggiore di quella che abbiamo appena fatto».
Hm … Gino aveva ragione; il gran consiglio del fascismo avrebbe sfiduciato Mussolini e il re lo avrebbe fatto arrestare (24 / 25 luglio 1943).
Dopo il suo arresto e il trasferimento sul Gran Sasso fu poi liberato da paracadutisti tedeschi e, portato in Germania, annunciò la nascita nefasta della Repubblica Sociale di Salò (23 settembre 1943).
A quel punto gli italiani avrebbero combattuto l’uni contro gli altri e ci sarebbe stata una vera e propria guerra civile tra partigiani e repubblichini.
Il prezzo più alto di quella fondazione lo avrebbe pagato il settentrione d’Italia che, a costo di grandi spargimenti di sangue tra la popolazione locale, non solo insorse contro gli oppressori, ma in alcuni casi li costrinse alla fuga.
Avevo letto con molto interesse i libri che parlavano dell’insurrezione delle città del nord Italia.
Le popolazioni, stanche della lunga tirannia, imbracciarono le armi e combatterono con ogni mezzo sia i soldati nemici, sia i repubblichini.
Quella che ricordavo con più precisione era l’insurrezione di Genova: alle ore 19,30 del 25 aprile 1945, il Generale Meinhold, dopo aver minacciato di bombardare la città di Genova con l’artiglieria, vista la palese impossibilità di fare ciò che aveva minacciato, firmò l’atto di resa; in quel momento già 1360 erano prigionieri che gli insorti fecero.
Gli insorti distrussero tutte le postazioni nemiche conquistandosi la libertà e provocando la resa dell’esercito nemico: per la prima volta nella storia una forza militare organizzata si arrendeva alla popolazione civile.
In quell’istante pensai a ciò che stava accadendo nel mio tempo: facendosi sfregio dei sacrifici che la gente fece in quei periodi, personaggi discutibili inneggiavano a una secessione d’Italia e il culmine di quell’ideologia terminava in riti pagani.
La memoria veniva continuamente calpestata nel tempo da cui provenivo e l’essere colti non serviva; l’ignoranza era divenuta priorità assoluta, nel tentativo di far attecchire ciò che io definivo la politica cialtrona e del malaffare.
Gino ed io eravamo impegnati nel nostro discorso, fummo però interrotti da uno smottamento del treno; dapprima esso era appena percettibile, poi lo sentimmo eccome …
Fu un vero inferno, la carrozza si cappottò con noi all’interno e un fragore si propagò ovunque.
Tutto divenne buio e il male che percepivo ogni qual volta sbattevo contro una parete del carro che ci trasportava (talune volte cozzavo addirittura contro i miei compagni) fu l’ultima cosa che riuscii a percepire …

***

Una luce orizzontale comparve nel mio campo visivo fino a divenire un’immagine sfocata, poi apparve nitida dinanzi a me nuovamente quella dannata visione che mi aveva tormentato per lungo tempo: la neve …
Cos’era accaduto?
Cercai di alzarmi ma non ci riuscii: qualcosa m’impediva di farlo; fu come se sopra di me ci fossero detriti che appesantivano tutto il mio corpo, per di più il freddo incominciava a far sentire i suoi effetti: non percepivo più le ginocchia.
Mi preoccupai, poiché sapevo che quelli erano sintomi i quali potevano benissimo preludere a una rottura delle vertebre e in quel momento non potevo permettermi una cosa simile, per me avrebbe significato la morte.
«C’È QUALCUNO LA FUORI?». Gridai; ma nessuna risposta arrivò.
Tentai nuovamente di alzarmi e questa volta vidi che il materiale cadutomi addosso si mosse, segno che potevo tentare di forzare.
Raccolsi tutte le mie forze e spinsi verso l’alto; la prima volta quella mossa non diede risultati, ma la seconda volta riuscii ad alzarmi scrollandomi di dosso le assi di legno e, quando riuscii a venir fuori completamente da quel groviglio di rottami lignei, vidi un paesaggio desolante: quel posto era pieno di pezzi del treno, qualcosa aveva fatto esplodere il convoglio su cui viaggiavamo.
Mi liberai completamente, in modo che io potessi muovermi, controllai che non avessi delle ferite e stranamente anche questa volta il mio corpo apparve in ottimo stato: nessuna scheggia mi aveva colpito.
Incominciai a pensare che il mio angelo custode avesse smesso di fare lo sfaticato e che si stesse impegnando tanto, poiché era la terza volta che uscivo indenne da una situazione critica.
Feci un giro veloce tra quei rottami per controllare che non ci fossero soldati intrappolati sotto di essi, ma con rammarico costatai solamente decessi e trovai corpi mutilati e resti appena riconoscibili, sventrati dall’esplosione.
Iniziò nuovamente il macabro rituale a cui avevo assistito durante la campagna di Russia pochi mesi prima di quell’evento: mi dovetti piegare alle leggi della guerra e divenire una bestia per sopravvivere; il comportamento che abiuravo in precedenza, d’un tratto divenne propedeutico alla mia sopravvivenza.
Cercai indumenti che potessero andarmi bene tra i morti, persino scarpe della mia stessa misura, rasentai lo sciacallaggio; anzi lo diventai: mi sentivo tutto fuorché umano e quasi mi misi a piangere per quelle azioni che stavo facendo.
Avrei voluto dare sepoltura a ognuno di quei ragazzi, tuttavia ce n’erano un’infinità e di certo non potevo perdere tempo; dovevo muovermi altrimenti sarei cascato nelle mani degli eserciti che si stavano scontrando: se fossi finito in mano ai tedeschi sarei stato rischiarato in linea e dopo la resa dell’Italia imprigionato; se fossi stato catturato dai russi mi sarebbe toccata la prigionia nei campi di concentramento.
Dissi una piccola preghiera facendomi il segno della croce, poi mi bardai con il vestiario che avevo trovato e m’incamminai verso sud-ovest, ovviamente dopo aver recuperato il mio zaino: lì c’erano parecchi oggetti che mi sarebbero tornati utili.
Non avevo idea di dove mi trovassi, ma calcolando i giorni di permanenza in treno, le soste e il posto da dove partimmo, dedussi che dovevo ancora essere in Polonia.
Hm … Solo, in mezzo al gelo e in un posto invaso, pieno di partigiani e di probabili insidie: in mezzo a tutto questo io dovevo ritrovare la via di casa e senza l’ausilio di macchinari.
Come avrei potuto orientarmi?
Non sapevo nulla del posto ma dovevo comunque marciare.
Passò un’intera giornata da quel momento e con il buio arrivò anche la necessità di cercare un riparo; ciò non fu un problema, poiché il posto era pieno di ruderi e macerie provocate dai combattimenti.
Presto individuai un sito dove era possibile ripararsi e non persi tempo, mi avvicinai a una struttura fatiscente e mi affrettai a cercare un ripostiglio che presto trovai: una camera senza porte era l’ideale per trascorrerci la serata; rimaneva da inventarsi un modo per chiudere quel passaggio onde evitare che l’aria fredda della notte passasse.
Tra i detriti scovai un’asse abbastanza grande da coprire tutta l’apertura: appena in tempo, il sole si tuffò nell’orizzonte per lasciare il posto all’oscurità e al freddo che essa portava.
Entrai in quella piccola stanza e legai l’asse con fil di ferro a un ramo di circa otto centimetri di diametro; prima tirai a me quell’asse, tenendo il ramo in modo verticale, poi, quando il fil di ferro fu ben teso, girai il ramo orizzontalmente, in modo che si bloccasse sulla soglia dell’entrata fissando, di fatto, l’asse definitivamente.
L’asse era ben messo e ben pochi spifferi riuscirono a farsi l’argo dentro quella stanza.
Tutto divenne buio, ma dato che ero ben chiuso all’interno di quel rifugio fu possibile accendere il mozzicone di candela che conservavo gelosamente come se fosse oro.
Il lume della candela con la sua luce gialla mi fece uno strano effetto quella sera e in mente mi ritornarono i momenti in cui alla luce artificiale leggevo libri d’ogni genere; una volta preferivo la luce di una candela a quella del lampadario, ora quel lume non mi bastava: bramavo il bagliore delle plafoniere.
Frugai nel mio zaino per cercare ciò che mi sarebbe potuto essere utile, tirai fuori una nastrina del novantuno con all’interno cinque colpi ritrovati nell’incidente ferroviario in cui ero stato coinvolto.
Presi il Carcano, anch’esso trovato nello stesso luogo, lo caricai e pregai di non doverlo usare; però quelli erano tempi tristi e ci si poteva aspettare di tutto, dovevo essere pronto a ogni evenienza.
Lo poggiai vicino al muro dove avevo intenzione di coricarmi e tirai fuori un paio di coperte tutte lerce e puzzolenti.
Una la stesi al suolo, l’altra la misi attorno a me, ovviamente io indossavo più maglie e due cappotti, uno di giusta misura e uno più grande: quello preso al soldato morto nell’incidente.
Spensi la candela e mi coprii fino al naso con la coperta; come al solito all’esterno altro non si udiva che l’ululato del vento.
Nell’oscurità i miei pensieri viaggiarono senza meta, poi mi focalizzai sul posto dove mi trovavo e sul come avrei potuto orientarmi; dovevo camminare fino all’Italia o quantomeno cercare un passaggio di volta in volta.
Se ciò che avevo dedotto era vero e mi trovavo in Polonia, ebbene: sapevo che il viaggio era ancora lungo e dovevo almeno fare altri mille chilometri per arrivare ai confini italiani.
Poi c’era da tenere in considerazione che di lì a poco si sarebbe combattuto sul suolo nazionale, dunque pensai e ripensai al modo di raggiungere il paese dove ero apparso per la prima volta.
Dovevo oltremodo evitare di consegnarmi alle forze militari, altrimenti mi avrebbero costretto nuovamente a combattere; e in Italia, se arruolati nella Repubblica Sociale di Salò, o si commettevano crimini atroci, oppure cadevi prigioniero dei partigiani.
Invero vi furono anche semplici soldati e graduati che vennero costretti ad arruolarsi nelle file repubblichine, poiché, come era successo a me, se non lo avessero fatto sarebbero stati fucilati come traditori.
La stanchezza a quel punto prese il sopravvento e mi addormentai improvvisamente.

***

Un odore nauseabondo mi fece svegliare di soprassalto; mi chiesi cosa mai potesse essere quel tanfo esageratamente acre.
La gola incominciò a bruciare.
In un primo momento pensai che fosse gas nervino e mi ritenni spacciato poiché non possedevo alcun tipo di maschera.
Mi precipitai ad aprire la porta provvisoria che mi ero costruito facendo le operazioni inverse della sera precedente.
Una luce pervase tutta la camera dove avevo passato la notte.
Quando liberai il passaggio del rifugio, con mio stupore, mi avvidi che quel dì era un bel giorno e non c’era traccia di alcuna bomba o soldato nei paraggi.
Io, armato di fucile, mi acquattai, nascondendomi tra le rovine di quel posto; e solo quando scrutai bene l’orizzonte mi accorsi che quel tanfo proveniva da una zona non lontana di lì.
Un fumo nero s’innalzava verso l’alto, chiusi leggermente i miei occhi per scrutare meglio e vidi alcune ciminiere.
In quell’istante pensai a delle fabbriche o qualche diavoleria bellica e non ci feci molto caso a quel puzzo, ma era fastidioso e t’impregnava tutti i vestiti; persino la pelle ne fu impregnata.
Ritornai nel mio nascondiglio, raccolsi tutti i miei effetti nello zaino, lo caricai sulle spalle e dopo aver fasciato il fucile in una coperta, in modo che non si vedesse, iniziai nuovamente a camminare.
Mi regolai guardando la posizione del sole e, tenendo conto che nasce ad est, cercai di puntare a sud-ovest.
Dopo due o tre ore di cammino mi si parò dinanzi una piccola cittadina anch’essa recante i segni della guerra.
Pareva deserta e nessun uomo si vide in lontananza.
Sapevo che sarebbe stato saggio evitare di entrare al suo interno e decisi di aggirarla standomene in disparte e non facendomi notare.
Mai decisione fu più saggia …
Dopo circa mezz’ora si udirono spari di un mitra seguiti da delle urla femminili.
Dalla mia postazione non riuscii a vedere cosa stesse accadendo e di certo non era il caso di uscire dal mio nascondiglio.
Quando udii il rumore di una macchina allontanarsi, mi decisi a uscire allo scoperto; srotolai il fucile dalla coperta, lo armai e mi preparai alla difesa: avevo cinque colpi solamente, me li dovevo far bastare.
Mi avvicinai cautamente al posto dov’era avvenuta la sparatoria, feci attenzione ai cecchini poiché in guerra ero stato abituato a tutto, osservai i dintorni e dopo aver notato che non c’erano nascondigli adatti ai tiratori, mi avvicinai a quello che pareva un corpo senza vita disteso al suolo.
Quando arrivai nelle sue vicinanze mi accorsi che si trattava di una donna; una splendida donna.
I capelli biondi coprivano parzialmente il suo viso scarno che testimoniava la mal nutrizione che in quel periodo era prassi.
La donna giaceva al suolo e il suo stato fu indescrivibile; mi domandai chi avesse avuto quel barbaro coraggio.
Non ci fu bisogno di girarlo quel corpo, poiché era con il petto rivolto verso il cielo.
Era vestita con un lungo cappotto di lana e sul petto aveva una stella di colore giallo e con sei punte.
Il suo sangue arrossava la neve caduta da poco.
Era stata fucilata, ma non pareva un’esecuzione come tutte le altre: il suo corpo era tristemente straziato dai buchi, come se chi avesse commesso quell’abominio avesse voluto infierire su quel corpo crivellandolo di colpi.
Chiusi gli occhi per un attimo e dondolai la testa, poi bisbigliai: «Bestie; solo delle bestie possono commettere una simile atrocità».
Mi guardai attorno per controllare un’ennesima volta se c’erano pericoli e, resomi conto che era tutto libero, decisi di dare sepoltura a quel corpo.
Controllai il polso, ma fu tutto inutile: esso taceva, il cuore era fermo.
I suoi occhi puntati verso il cielo e spalancati oltremodo risultarono privi di quella luce che normalmente si riscontra nelle persone vive.
Chiusi dolcemente le sue palpebre, inginocchiandomi nei pressi della sua testa, mi feci il segno della croce e subito dopo mi rialzai.
Presi la paletta che avevo nello zaino e cercai un punto dove il terreno fosse più morbido, in modo da non fare tanta fatica.
Lo trovai poco distante da lei e incominciai a scavare.
Andai giù circa un metro, poi non ce la feci più: le forze vennero meno, il viaggio e la denutrizione si fecero sentire.
Quella profondità poteva bastare …
Presi il corpo dolcemente e mi sporcai del suo sangue; ma poco importava, il sangue di un innocente non imbrattava affatto, il lasciare quel corpo lì invece avrebbe macchiato in modo vile la mia anima e ciò non lo potevo permettere.
Avvolsi il corpo in una delle mie coperte e lo coprii nel migliore dei modi, lo posai in fondo alla buca da me scavata e incominciai a riempirla di terra; alla fine il solito rialzo tipico della tumulazione si delineò in modo cupo.
Dissi ancora delle preghiere, ma nel rispetto di quel corpo e della religione da essa osservata non misi alcun simbolo; anche se devo dire che fui tentato di fabbricare una croce.
Non sapevo nulla della sua identità e non potevo neppure scrivere il suo nome sulla vistosa pietra che misi sopra quel cumulo di terra, allo stesso tempo non me la sentii di iscrivere sconosciuta; incisi solo l’anno:  “Deat: 1943” lasciando “Born:” senza data.
Venne dunque il momento di riprendere il viaggio, non potevo permettermi ancora di rimanere in quel posto, poiché sicuramente coloro che avevano compiuto quell’omicidio sarebbero tornati.
Mi affrettai a rimettere a posto lo zaino e quando tutto fu pronto, lo caricai sulle spalle, ovviamente il fucile lo tenni ben stretto tra le mie mani ed era pronto per sparare all’occorrenza.
Stavo quasi per mettermi in marcia quando udii flebile un singhiozzo, tanto debole da essere percepito appena.
Inarcai le mie sopraciglia e mi acquattai poiché avevo timore che ci fosse un cecchino, poi cercai di capire da dove arrivassero quei rumori.
«Sigh …». Risentii nuovamente.
Era qualcuno che stava singhiozzando.
Gattonai verso quel posto in modo da tenerlo sotto tiro, poi mi avvidi che qualcosa si muoveva in un riparo fatiscente: lì c’erano due lamiere messe l’una su l’altra in modo da sembrare una tettoia e con i detriti che facevano da tappo tra i due pezzi di lamiera.
Una mano piccola, tanto piccola da sembrare quella di un bambino, apparve tra quelle lastre metalliche; allora pensai che qualche bimbo fosse rimasto intrappolato lì in mezzo.
Mi alzai cautamente e mi avvicinai a quel posto; quando arrivai rimasi impietrito per un attimo, poi mi ripresi e fissai due piccole figure che tremavano dinanzi a me, semicoperte dal riparo improvvisato.
Erano due bimbi: un maschietto e una femminuccia; avevano il viso scarno e si stringevano abbracciati l’un l’altro.
Il maschietto aveva i capelli di colore biondo cenere, ma non ne fui sicuro poiché erano belli sporchi; sembrava avesse otto anni.
La femminuccia, un paio di anni più grande, aveva i capelli biondi; era anche lei magra: più che altro si vedevano solo un mucchio di ossicini che si muovevano.
Singhiozzavano entrambi e, quando videro me, mi rivolsero parole che io non compresi; non avevo idea di che lingua si trattasse poiché non l’avevo mai udita.
Continuavano a parlarmi stringendosi e tremando, io continuai a riprodurre un’espressione stranita inarcando nuovamente le mie sopraciglia.
«Ma che …». Affermai.
Mi avvicinai lentamente cercando di fargli capire che le mie intenzioni non erano ostili; ma pareva che i due non capissero cosa io dicessi.
Poi avvenne nuovamente la stranezza di cui ero stato protagonista in Russia quando incontrai Anastasia: d’un colpo riuscii a comprendere ciò che stavano dicendo quei due pargoli e non erano proprio delle belle parole, soprattutto dette da bimbi che dovrebbero solo pensare a giocare.
«Ti prego non farci del male». Disse singhiozzando la bambina.
«Ma per l’amor di Dio». Affermai in un primo momento. Poi aggiunsi: «Perché dovrei farvi del male …».
Mi affannai a tirali fuori da quell’angusto spazio; in quell’istante assistetti a una scena angosciante di cui non avrei mai voluto essere testimone: i due piccoli iniziarono a tremare in modo più vistoso evidenziando un trauma profondo.
Cercai in tutti i modi di tranquillizzarli, posi sulle mie spalle il fucile per non spaventarli ulteriormente, m’inginocchiai e provai ad allungare la mia mano verso di loro; ma come normale che fosse si allontanarono.
Qualcosa li aveva spaventati oltremodo …
Pensai un attimo e poi mi ricordai di quando giocavo con Giacomo, quando per farlo ridere riproducevo linguacce.
Feci allo stesso modo, ottenendo subito risultati: in un primo momento mi guardarono straniti mentre riproducevo le più impensabili espressioni.
I due bimbi non piansero più: mi guardarono in modo strano, poi finalmente sorrisero, singhiozzando di tanto in tanto.
A quel punto provai ad allungare la mano e in quel momento riuscii a toccare il più piccolo di loro, lo presi in braccio e allo stesso tempo presi per mano colei che pareva la sua sorellina.
Usciti dal loro nascondiglio li osservai bene: non erano che due bambini spaventati che singhiozzando si guardavano in giro.
«La mamma dov’è?». Domandò il più piccolo.
 «Non so; era qui con quegli uomini in divisa. Dopo quei forti rumori non l’abbiamo più vista». Gli disse la sorella.
«C’era la vostra mamma qui?». Chiesi io.
Entrambi mi risposero di sì e allora capii di chi era quel corpo che avevo sotterrato poc’anzi.
«Perché vi eravate nascosti?». Domandai in seguito.
«La mamma si era raccomandata di stare al coperto lì dove lei aveva appena costruito quel riparo e di non uscire finché non avessimo notato il più assoluto silenzio». Asserì la bambina.
In quell’istante successe una cosa ancor più strana: non solo riuscivo a capire quei due bimbi che in precedenza parlavano una lingua alquanto bizzarra, ma anche loro riuscivano a comprendermi; successe in un istante.
Capii tutto: la mamma aveva protetto con la propria vita i suoi due pargoli, nascondendoli agli assassini che l’avevano uccisa.
Ma mi fu presto chiaro che non potevamo ancora sostare in quel posto; mi guardai in giro e fu allora che vidi un buon luogo dove nasconderci.
Feci cenno ai due bambini di seguirmi e alla fine li presi per mano e li portai con me all’interno di una casa diroccata per metà.
Arrivati al suo interno ci sistemammo in modo da essere comodi e dopo averli messi a loro agio feci un po’ il pagliaccio per farli sorridere.
In seguito chiesi nuovamente: «Da chi stavate scappando?». Aspettai e pregai che mi capissero.
I due prima si guardarono, poi la bimba si fece coraggio e mi rispose: «Eravamo inseguiti da cinque uomini con la divisa, ci facevano paura. Ci hanno scoperto nel nostro nascondiglio e hanno preso papà e il nonno; noi e la mamma siamo riusciti a scappare».
Dunque era assodato: anche loro mi comprendevano.
Tuttavia non riuscii a spiegarmi come ciò potesse essere possibile, visto che io non avevo studiato alcuna lingua a scuola e che a malapena riuscivo a spiccicare qualche parola in inglese.
Infine mi rivolsi loro chiedendo: «Avete fame?».
Entrambi annuirono.
Poi io li guardai e pensai: “Che domanda stupida ho fatto …”.
Erano talmente magri che per forza dovevano avere fame.
Quando un bambino ti chiede qualunque cosa, cosa si può fare se non accontentarlo?
Tirai fuori tutto ciò che avevo, lasciai solamente del pane duro in borsa: gli diedi due scatolette di carne che aprii con minuzia, delle gallette e gli porsi la borraccia piena d’acqua.
Spazzolarono tutto in pochi minuti e poi sorseggiarono l’acqua che gli avevo dato.
Solo allora si calmarono un po’.
Ovvio: quello che gli diedi non saziò tutta la fame che avevano, ma era pur sempre qualcosa da mettere sotto i denti; e di quei tempi era difficile trovare vettovagliamento.

Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche il dodicesimo capitolo).