La magia di narrare storie.

La magia di narrare storie.

La magia di narrare storie 2

La magia di narrare storie 2

Do you enjoy reading? Do you like stories? Well ... If the answer to the questions is yes, then you've come to the right place. This is a blog where you can read a lot 'of stories …

All the books featured on the blog are not published.
The rights were not given to anyone, they have been printed by the author unaided by any publishing house or publishing fee.

Per scaricare uno dei miei manoscritti (o più), andate alla pagina "Download book (libri in PDF scaricabili gratuitamente".
Il link è tra i collegamenti delle pagine sopra queste righe.
Dalla pagina dei download avrete accesso ai libri in PDF.

Trilogia stampata su carta

Trilogia stampata su carta
Inedito; stampato dall'autore in autonomia senz'appoggio di alcuna casa editrice o di print on demand.

Diario di un Aspirante Scrittore ...

Questo è il blog di un aspirante scrittore ...
Egli non scrive per soldi, non scrive per fama; scrive perché ha delle storie da raccontare.
Il blog non è stato pensato come forma pubblicitaria, ma come un diario; diario che testimonia il lavoro svolto da un qualsiasi aspirante scrittore, che vi assicuro è enorme.

L'aspirante scrittore è giorno e notte dedito alla stesura del proprio romanzo sottraendo tempo alle persone care; ciononostante, soprattutto se non ha la forza economica necessaria per accedere alla stampa, egli lo fa soltanto per puro amore dei personaggi del libro: affinché loro non muoiano.
Per chiunque pensi che scrivere un libro equivalga ad arricchirsi: beh, vi devo dare una spiacevole notizia ...

Nessuno vi aiuterà; non ci saranno amici; non ci saranno editori parsimoniosi che caparbiamente scruteranno il vostro testo, a maggior ragione per uno sconosciuto; ogni vostra richiesta ad una qualsiasi persona verrà intesa come fastidiosa poiché ognuno vuole ascoltare solo se stesso e non si è disposti ad ascoltare gli altri; tutto quello che vi guadagnerete non ve lo regalerà nessuno, ma ve lo suderete faticosamente e, a meno che non siate in grado di comprarvelo (facendo così ucciderete ciò che avete scritto però), sarà un calvario.
Scrivere significa dedicarsi interamente alla storia e nessuno lo fa per arricchirsi, soprattutto chi conosce il mondo dei libri nel nostro paese.
Io spero che questo diario informatico, un giorno, testimoni l’immane fatica che ogni scrittore esordiente fa per stendere il proprio romanzo; e a coloro i quali pensano che ognuno di noi scrive per soldi dico: «Scrivete per un po’ ... Poi darete il vostro parere».
Voi sarete soli, con una mole di lavoro da svolgere e nessun aiuto; noterete la diffidenza delle persone alle quali vi siete rivolti e avrete la necessità di raccontare una storia.

Ecco: questo è l’aspirante scrittore.

Scrittore è:

Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto e chi scrive in diverse forme e generi più o meno codificati.

E come esimersi dal citare:

« Io ho nelle ossa l'odio per l'apartheid; e più di ogni cosa io detesto la segregazione e la separazione di Linguaggio e Letteratura. Non m'importa quale di essi voi riteniate Bianco. »

"John Ronald Reuel T."

Questa poi, è bellissima:

« Il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l'obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto. »


"John Ronald Reuel T."

Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art. 27.

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

"La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame".

Sandro. P. (1896 – 1990)

mercoledì 11 marzo 2015

Disperso nel tempo 1942 – 10° capitolo da leggere online –.

Finito anche il 10° capitolo.
Buona lettura:



CAPITOLO 10
LONTANO DALLA BATTAGLIA


I soldati incominciarono ad agitarsi e, sebbene non si sentisse nitidamente ciò che dicevano, mi parve di capire: «Ci sono problemi a Nikolajewka; dobbiamo dirigerci a Nord».
Essi iniziarono a smobilitare e a prendere munizioni e armamenti di tutta fretta.
Stando alle informazioni che io possedevo, in quel momento stava infuriando la battaglia tra le forze residue italiane e l’armata rossa; quasi sicuramente quelle truppe furono inviate a dare manforte ai loro compagni nell’abitato dove si stava svolgendo lo scontro …
Aspettai acquattato pazientemente e solo quando non udii nessun rumore rialzai la testa; fu allora che constatai l’effettiva mancanza di soldati in quella zona.
Era comunque tempo di cautela quello; dunque non potevo alzarmi temerariamente e dirigermi verso il rialzo della ferrovia: i soldati magari erano nascosti dietro di esso.
Arrivai a una buona distanza: da lì vedevo bene la zona dove i soldati si erano trincerati ma, ahimè, potevo anche essere visto.
Cercai riparo dietro dei cumuli di neve ghiacciati, scrutai attentamente e, non vedendo nessuno, mi affrettai a risalire il rialzo della ferrovia che avevo dinanzi.
Quel rialzo era alto all’incirca un paio di metri, mi sdraiai a pancia in giù e mi affacciai per vedere se vi fossero truppe nemiche dietro di esso.
Nessuna persona era nei paraggi, tutto deserto … C’era solo neve là.
A poca distanza dal luogo dove mi ero sdraiato c’era uno sparuto gruppo di case; più che a un paesello assomigliavano a catapecchie l’una accanto all’altra.
In quel posto non c’era anima viva.
Fu allora che mi alzai e corsi verso quelle case; se fossi riuscito ad arrivarci avrei trovato riparo e mi sarei nascosto per poi cercare di fuggire verso ovest, tentando di raggiungere Awilowka.
Sapevo che ci sarebbero voluti ben quattro giorni di marcia per poter raggiungere quel luogo; pertanto prima incominciavo, prima sarei sfuggito alla cattura.
Per mia fortuna pareva che proprio tutti i soldati fossero andati verso la zona della battaglia.
Arrivai nei pressi di una isba, mi avvicinai alla porta e provai a bussare per vedere se c’era qualcuno al suo interno; in un primo momento non udii nulla, mi stavo quasi per allontanare quando sentii bisbigliare qualcosa.
La voce sembrava quella di una vecchia signora.
Si udirono dei passi, l’andatura era tranquilla …
Una figura si avvicinò alla porta, la aprì appena e, dallo spiraglio che si creò, scrutò all’esterno.
Quando mi vide sembrò quasi contenta della mia presenza, forse mi aveva scambiato per uno del posto.
La signora aprì lentamente la porta, fino a quasi spalancarla.
Lei mi disse: «Fai presto, entra». Accennando con il capo verso l’interno.
Io ovviamente non me lo feci ripetere due volte, dovevo trovare un riparo e controllare che non vi fossero uomini ostili in quel posto.
Quando entrai, la signora chiuse immediatamente la porta e mi fece accomodare in una modesta casa che non si poteva definire lussuosa.
Mi avvicinai al fuoco acceso in un camino e mi riscaldai per almeno cinque minuti senza dire nulla, intanto la signora si avvicinò a me.
Mi guardò incuriosita, poi domandò: «Cosa ci fai da queste parti?».
Io allargai le braccia e feci cenno verso la mia bocca e le mie orecchie, cercando di far intendere che non parlavo e non capivo.
La signora annuì e bisbigliò: «Capisco …». Poi si andò a sedere su una sedia fatiscente.
Uno scricchiolio appena percettibile si udì non appena la signora si sedette, in seguito il rumore della legna che ardeva prese il sopravvento.
Io continuavo a scaldarmi le mani cercando di togliermi quel freddo di dosso; a un certo punto la signora disse: «Certo che è un gran brutto pasticcio la guerra».
Hm … Come darle torto.
Annuii e lei mi domandò: «Allora mi capisci?».
E non me la sentii proprio di dire una bugia a quella tenera signora un po’ pacioccona vestita con una lunga gonna marrone che pareva di flanella, una maglia di lana blu scuro e uno scialle.
Quello scialle era fatto all’uncinetto, si vedeva; lo riuscii a riconoscere perché anche mia nonna indossava la stessa tipologia di scialle: esso era rettangolare e abbastanza grande da ricoprire quasi tutto il busto.
I suoi occhi erano esattamente come quelli che mi fissavano quando ero bimbo e che tante volte mi avevano guardato con tenerezza.
Dopo quegli sguardi, di solito, arrivava sempre un gesto affettuoso oppure delle caramelle; sì, proprio come quelle che le mamme avevano dato ai soldati quando partimmo per la Russia tempo addietro.
In quella donna rividi mia nonna …
L’aver arrecato sofferenza alla gente, alla brava e umile gente, mi fece sentire una nullità.
Annuii e guardai quella donna con occhi di chi non aveva colpe per quell’azione che fui costretto a fare.
Io, come tanti compatrioti, non avrei mai torto un capello a nessuno, ma se ci fossimo rifiutati ci avrebbero fucilati.
Noi fummo obbligati a partire per una terra ostile e lontana e ragazzi poco più che adolescenti furono strappati alle loro famiglie e mandati al macello; e lo stesso fu per gli abitanti del posto.
Anche loro erano stati costretti a privarsi dei figli per mandarli al fronte; e là non c’era pietà alcuna per nessuno …
Ricordavo bene il volto di quei partigiani, poco più che sedicenni già imbracciavano un fucile, mentre io che avevo trentasei anni non avevo idea di come funzionasse prima che Mattia e Primo m’insegnassero a usarlo.
Mattia e Primo … Anche loro due erano dei bravi ragazzi che non avevano alcuna colpa, se non quella di essere giovani.
Mi domandai quale beneficio avrebbero avuto coloro che scatenarono quella pazzia; di lì a poco Mussolini sarebbe stato fucilato (28 Aprile 1945) ed esposto come un trofeo di caccia a testa in giù (29 Aprile 1945) assieme ad altri condannati e persino alla sua donna.
Hitler si sarebbe suicidato (30 aprile del 1945) nel suo bunker di Berlino assieme alla moglie.
Essi avrebbero portato con loro, sulla coscienza, ben 71.090.060 morti; una carneficina senza pari nella storia.
I miei pensieri vennero interrotti dalla voce flebile della signora che mi stava guardando: «Cosa speravate di trovare in Russia?». Mi chiese in un primo momento.
«Perché siete venuti qui?». Infine mi domandò.
Hm … La signora aveva ragione, a quelle domande nemmeno io sapevo rispondere e non potevo farle capire che non sarei mai arrivato nel suo paese come oppressore di mia spontanea volontà, anzi, io personalmente ci sarei andato come turista.
Dondolai la testa in segno di dissenso …
La signora mi comprese, infatti disse: «Sì penso che tu abbia capito ciò che io intendo. In fondo siamo tutti sulla stessa barca: sia noi, sia voi, siamo stati costretti dagli eventi. Ma quei delinquenti che hanno dato il via consapevolmente a quest’orrore … Ecco: quelli sono da biasimare e di certo non vorrei essere nei loro panni».
Quelle parole erano colme di saggezza tant’era la loro percezione della realtà; esse riuscivano a vedere oltre l’odio e l’apparenza.
Le mie impressioni furono avallate dalle sue affermazioni: «Quando faranno i conti con Dio, perché prima o poi loro li faranno, di questo io sono certa, ecco: in quel momento non si potranno sottrarre alle loro responsabilità. Aver mandato a morire tanta gente senza il minimo ritegno, di certo non deve essere un buon biglietto da visita. Io lo definirei un lasciapassare per l’inferno». E mi guardò tutt’arrabbiata.
Ah … Quanto avrei voluto discorrere con quella signora; in essa albergava tanta saggezza e ciò che diceva, con il senno di poi, coincideva in modo macabro con la verità.
Provai a farmi comprendere con i gesti, ma questa volta fu inutile poiché la signora mi disse chiaramente: «Inutile che tenti di farti capire; non parlo la tua lingua». Sbuffò, mi guardò negli occhi e riprodusse un piccolo sorriso.
Si alzò, si avvicinò e mi pose una mano sulla spalla.
Poi mi disse: «I tuoi occhi sono buoni; si vede da lontano. Benché siano stati cambiati dalla guerra essi non possono affermare la bugia: sono lo specchio dell’anima; e chi li mostra così spalancati come lo sono i tuoi di certo non ha da nascondere nulla».
Sbuffò nuovamente, mi tolse la mano dalla spalla e si diresse verso una credenza malandata; l’aprì, frugò al suo interno e tirò fuori un pacco con dentro qualcosa.
Si avvicinò nuovamente a me e, con fare calmo, mi allungò quel pacco.
In seguito mi disse: «Predi, questi ti saranno d’aiuto durante il tuo viaggio».
Presi il pacco e al suo interno sembrava che ci fossero tanti pezzi appiattiti di forma circolare.
Lo aprii e con mia sorpresa ci trovai dei biscotti.
Mi domandai come fosse riuscita a farli, dato che in tempo di guerra non era facile trovare gli ingredienti.
Quel dubbio fu tolto dalle parole che la signora mi rivolse subito dopo: «Questi li avevo fatti per un probabile ritorno di mio nipote che è partito per il fronte. Ma sono troppo vecchia per credere che sia sfuggito alla furia di questa pazzia». Facendo cenno verso l’esterno.
«A me non servono, mi basta poco e con l’età che ho mi andrà bene se vivo ancora un altro annetto». Infine disse.
Provai a dire qualcosa, ma poi mi limitai solo a ringraziare chinando il capo.
Lei m’interruppe affermando: «No, non ringraziare; piuttosto: cerca di stare attento lì fuori».
Io osservai quei biscotti e non saprei dire cosa ci fosse al loro interno, ma ero troppo affamato per rifiutarli e ne assaggiai uno: non avevo mai assaporato dei biscotti così buoni in vita mia.
Volevo addentarli tutti, ma sapevo che mi sarebbero serviti lungo il viaggio che avrei affrontato e li misi in borsa.
Lei asserì: «Se porti pazienza e sopporti la compagnia di una vecchia per qualche centinaio di metri, ti mostrerò la strada per raggiungere i tuoi compagni».
In quell’istante si diresse verso la porta, prese una specie di cappotto malandato e strappato in alcuni punti e lo mise addosso, poi m’intimò di seguirla.
Io gli feci cenno che era pericoloso esporsi così all’esterno, ma lei mi diede una risposta che non avrei dimenticato facilmente: «Chi vuoi che spari a una vecchia. Sprecherebbero il loro colpo, poiché non c’è bisogno di quel proiettile per porre fine alla mia solitaria vita. La guerra mi ha già uccisa e mi ha portato via i miei cari: mia figlia, mio nipote e mio genero».
Infine aprì quella porta cautamente, guardando all’esterno, poi mi disse: «Seguimi».
Ed io feci ciò che mi fu detto; misi lo zaino sulle spalle e seguii quella signora che pareva sapere bene dove andare.
La signora mi accompagnò per circa mezz’ora e mi portò fino alla fine di quell’agglomerato di case.
C’era freddo, veramente un gran freddo; lei mi guardò, girandosi verso di me e dando le spalle alla steppa.
«Il sentiero è questo». Disse facendo cenno verso una strada ghiacciata.
«Esso ti porterà lontano dal fronte, nei pressi di Olchowy; Awilowka non dista molto da lì. A quanto dicono là ci sono molti stranieri e quel posto non è stato ancora raggiunto dai nostri soldati. Ma ti conviene muoverti, potresti trovare sulla tua strada parecchie insidie». Aggiunse scandendo bene le parole.
Quanto aiuto avevo trovato in quelle terre nonostante fossi un invasore; io sapevo il perché, lo avevo letto.
La signora, prima che io mi mettessi in marcia, volle aggiungere: «Sai: ti comporti come mio nipote. In te rivedo lui, ecco perché spero che tu ritorni dai tuoi cari, come spero che lui ritorni da me. Ora vai!». Esclamò infine.
Non aspettai oltre, salutai come si conviene la signora e partii immediatamente: ad occhio e croce dovevano essere le tre di pomeriggio, di lì a poco ci sarebbe stato lo sfondamento della linea da parte dei nostri.
Camminai veloce e a un certo punto decisi di voltarmi per scorgere un’ennesima volta la sagoma di quella dolce signora.
Lei mi stava fissando ed era appoggiata al suo bastone.
Io la salutai alzando il mio braccio destro e l’ondulai, lei mi rispose allo stesso modo; fu allora che mi rigirai e continuai con passo veloce il mio cammino, che già sapevo sarebbe stato costellato di mille insidie.
Passarono un paio d’ore da allora e sentii di nuovo i rumori della battaglia: ero nei pressi di Nikolajewka.
Si udirono nitidamente i colpi di mortaio e le sventagliate delle mitragliatrici; dovevo allungare il passo, c’era la possibilità d’essere avvistato e sapevo che quei posti erano colmi di cecchini.
Camminai più veloce che riuscii e finalmente i rumori si allontanarono.
Il sole stava tramontando …
Pensai alla moltitudine di persone che stavano combattendo strenuamente e a come veniva descritto nei libri quello che successe; in verità si diceva poco sull’accaduto, quando esso meritava più visibilità.
Lo sforzo dei soldati italiani fu enorme: nell’anno 1943, il giorno 26 Gennaio, una colonna di uomini, affamati, assetati, di cui la maggior parte disarmati, con alla testa la divisione tridentina, l’unica in grado di combattere, si gettarono contro il nemico asserragliato nelle case.
Il nemico era superiore sia in mezzi, sia in armamenti; tuttavia, spinti dalla forza della disperazione, i soldati dell’asse si diressero verso la città di Nikolajewka attraversando il sottopasso della ferrovia.
Una marea umana si riversò verso i soldati russi che difendevano quel posto.
I difensori di Nikolajewka furono presi alla sprovvista da quella inaspettata mossa e arretrarono lasciando sul terreno armi e feriti, permettendo così ai soldati italiani di rompere l’accerchiamento.
Dopo l’ordine dato dal Generale Reverberi, salito sull’unico semovente tedesco ancora utilizzabile, “Tridentina avanti!”, quella marea umana passò la cittadina dirigendosi verso Awilowka vedendo davanti a sé la salvezza e la possibilità di riabbracciare i propri cari.
Tuttavia sul campo di battaglia rimasero molti morti e  molti feriti, tant’è che quel campo di battaglia fu descritto come un campo pervaso da una neve tinta di rosso.
Le cifre furono eloquenti, ma ancor più lo furono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.
Dalla sacca di Nikolajewka uscirono circa 20.920 persone, fra loro c’erano anche feriti e congelati.
Il resto degli uomini rimase indietro (si stima che la cifra ammonti a 40.000 persone).
I miei pensieri furono disturbati dal freddo pungente e dal vento che iniziò a spirare.
Il sole scomparve del tutto e arrivò il momento di trovare un rifugio: la notte e le sue temperature gelide mi avrebbero ucciso se non ci fossi riuscito.
Come al solito iniziò la ricerca di un possibile riparo che in quel posto gelido e piatto non era facile da trovare.
Dopo un’oretta di cammino, all’orizzonte spuntò una struttura; più che altro un rudere …
Mi avvicinai e quel rudere si dimostrò veramente in condizioni pietose.
Entrai al suo interno e sembrava tutto crollato lì, poi mi accorsi che una porzione di casa, un angolo, era quasi intatta.
Scavai nella neve con la paletta che mi guardai bene dal buttare, essa era ben nascosta nel mio zaino da cui non mi separavo mai.
A un certo punto udii un tonfo, la paletta aveva sbattuto contro qualcosa: sembrava legno quello.
Liberai il passaggio ostruito e, quando tutta la neve fu tolta, mi ritrovai dinanzi a una porta di legno.
Il rialzo di neve, celato in quella  struttura crollata, altri non era che una porzione di casa rimasta in piedi.
Aprii la porta cautamente per evitare crolli e vidi che dietro di essa c’era una stanza.
Dovevo però controllare se fosse agibile; e fu allora che tastai ovunque: prima iniziai dalla trave che sorreggeva il soffitto, essa parve robusta, poi mi addentrai nella stanza, fermandomi appena sull’uscio della porta.
A quel punto chiusi la porta e accesi il mozzicone di candela che possedevo.
La luce illuminò una piccola stanza, ad occhio e croce era quindici metri quadri, piena di polvere e cianfrusaglie di ogni genere.
Guardai il soffitto ed era intatto, perfettamente integro e senz’alcuna crepa.
Osservai bene, in fondo dovevo passarci la notte lì, e quando fui sicuro che quel soffitto avrebbe retto, chiusi definitivamente la porta dietro di me, serrandola in modo che il freddo non entrasse.
Non che esso non si sentisse … Il gelo era percettibile anche all’interno di quel rifugio, ma per lo meno ero al riparo dal vento gelido.
In quel posto avevo la certezza che nessun nemico mi avrebbe avvistato.
Mi adoperai per pulire almeno la zona dove dovevo dormire; con la pala spostai quelle cianfrusaglie e quando finii presi dallo zaino una coperta che ero riuscito a non perdere e me la misi addosso.
Mi sedetti al suolo, mi appoggiai alla parete fredda e alla luce flebile di quel mozzicone di candela mi rimisi a pensare.
Cercavo di capire il tragitto da fare e a come riuscire a tornare in Italia nel posto dove era iniziato tutto.
Poi  mi venne in mente Gabriele: chissà se era riuscito ad arrivare nel punto in cui era apparso.
Frugai nello zaino poiché quando si è soli in un posto sperduto qualsiasi oggetto rievoca fatti del passato e fa viaggiare la mente.
Tirai fuori il fazzoletto legato intorno ai soldi che Gabriele mi aveva dato, l’aprii e con mio stupore vidi che c’erano proprio tutti: circa ottocentomila lire di allora che nel mio tempo sarebbero state una bella cifra.
Pensare che un operaio di quel periodo guadagnasse appena seicento lire al mese mi lasciò un po’ scosso, anche se di fatti strani ne avevo visto e a quel punto ormai niente poteva più stranirmi.
Li rimisi dentro al fazzoletto, arrotolandolo in modo che avvolgesse quei soldi, lo legai e lo riposi nel posto che prima occupava.
Nel farlo la mia mano urtò il cellulare; un piccolo sorriso comparve sul mio viso, poiché pensai a quante volte io avevo chiamato con quell’arnese.
Lo tirai fuori dallo zaino e provai ad accenderlo.
La batteria al litio era carica, tant’è che si accese in un istante; la sua luce verdognola illuminò in modo lieve il mio viso.
Incominciò la ricerca della rete telefonica; in cuor mio sperai che trovasse almeno una tacca di segnale, perché avrei immediatamente telefonato a Simona, così avrei risentito la sua voce, per non parlare di Giacomo …
Però sapevo che era impossibile che succedesse, poiché a quel tempo i satelliti non sapevano nemmeno cosa fossero; infatti apparve il display verde senz’alcun simbolo, ma non mi stupì la cosa visto che ci avevo provato già altre volte.
Lo spensi e lo misi nuovamente nello zaino, poi feci la stessa cosa con il mozzicone di candela.
Il buio calò in quella stanza e il rumore del vento gelido che soffiava all’esterno fu l’unica cosa che udii.
Ero stanco, i piedi ribollivano e il sangue pulsava all’interno di essi; non avevo più i pidocchi che mi davano fastidio e ciò mi aiutò a sprofondare in un sonno pesante.

***

Riaprii gli occhi e vidi una debole luce che proveniva dalla porta ben chiusa da me la sera precedente.
Mi alzai, andai verso la porta e l’aprii con cautela; guardai all’esterno cercando segni di eventuali nemici e mi sembrò che la zona fosse sgombra.
Osservai bene e dopo una decina di minuti decisi che era ora di rimettermi in viaggio.
Mi caricai lo zaino sulle spalle e mangiai un paio di biscotti che la signora mi aveva regalato il giorno precedente.
Li portai alla bocca e li mandai giù, in seguito presi la borraccia che la sera prima avevo riempito di neve e poi avevo messo sotto la coperta che mi avvolgeva; così facendo il calore del mio corpo aveva sciolto la neve che altrimenti, se portata alla bocca così com’era, avrebbe fatto più danno della mancanza d’acqua.
La colazione, soprattutto di quei tempi, era un lusso e quei biscotti tanto mi ricordavano quelli che mia mamma faceva nel periodo natalizio quando ero bambino.
Camminai ininterrottamente fino a quando notai che il sole era alto in cielo.
In quel momento decisi di fare una piccola sosta; mi dissetai nuovamente e, trascorsi dieci minuti, decisi di rimettermi in cammino: dovevo raggiungere il punto in cui avrei potuto riposare e unirmi agli altri per il rimpatrio.
Marciai tutto il giorno, fino ad arrivare a sera … Era giunto nuovamente il momento di trovare un riparo.
Questa volta trovai una costruzione fatta di pietre, tipo quelle che una volta si vedevano in Italia e che venivano chiamate “Case Cantoniere”.
Chiusi l’entrata della casa con un tronco d’albero che avevo trovato nel bosco a pochi passi da lì.
Il tronco era sotto la neve, ma io lo scovai e lo feci rotolare fino a quella casupola ponendolo proprio dinanzi all’entrata.
Non riuscii a chiudere tutta l’entrata però, ma per lo meno i suoi tre quarti risultarono occupati.
Il freddo entrava solo in parte …
Riempii la borraccia di neve, la misi sotto la coperta, mi appoggiai a un muro, al riparo dalla corrente d’aria che entrava dalla fessura rimasta aperta, e mi addormentai di botto.

***

Giunse l’alba e, quando fui pronto, ripartii nuovamente.
Ero diretto a nord-ovest; come sempre mi orientavo a volte con il sole, a volte con il muschio che trovavo nei boschi.
Dopo due giorni di marcia, durante i quali riuscii sempre a trovare dei buoni rifugi, arrivai presso un centro abitato.
Sembrava che non vi fosse stata battaglia nei dintorni e in fondo al mio cuore speravo proprio che fosse Awilowka.
Mi avvicinai cautamente e da lontano s’iniziarono a vedere dei movimenti, parevano soldati; come al solito mi acquattai in modo che non mi vedessero, poi sentii delle voci.
Sembrava proprio lingua italiana quella …
Per me fu una gioia sentirla e gridai: «SIETE ITALIANI?».
In un primo momento non mi rispose nessuno, ma poi una voce domandò: «CHI SEI?».
«SONO UN SOLDATO ITALIANO DI RITORNO DAL DON. DELLA 301°». Sbraitai con quanta più voce avevo in corpo.
E fu allora che mi dissero: «PUOI VENIRE FUORI; PER IL MOMENTO NON CI SONO RUSSI IN ZONA, MA PRESTO ARRIVERANNO E CONVIENE MUOVERSI».
Mi alzai e mi diressi verso quel centro abitato di poche case; più mi avvicinavo, più si delineavano delle sagome con le divise grigio verde.
Quando mi accostai, vidi che c’erano una ventina di soldati; parevano alpini a prima vista.
«Da dove arrivi?». Mi domandò un sodato che aveva i gradi di sergente sulle spalline del cappotto.
«Vengo dalla linea del Don. La mia compagnia, la 301°  fanteria, era dislocata sul fronte quando siamo stati letteralmente travolti da un bombardamento a tappeto». Affermai io.
«Sì, conosco la situazione; è la stessa in cui ci siamo trovati noi. Nulla potevamo contro i carri armati e con i soli novantuno sarebbe stato un miracolo fermarli». Si soffermò un attimo e poi continuò: «Lì sono rimasti impantanati un sacco di soldati, solo l’altro ieri siamo riusciti a sfondare l’accerchiamento».
Sapevo bene cos’era successo, tuttavia dovevamo procedere verso Awilowka per poi dirigerci, via Charcow, a Gomel; da lì saremo stati rimpatriati.
Secondo le informazioni storiche da me lette, quel posto sarebbe stato raggiunto il 1° Marzo del 1943 dagli alpini.
Il sei di Marzo sarebbero incominciate a partire le tradotte per far rimpatriare i soldati in Italia.
Io chiesi: «Dove dobbiamo andare?».
Il sergente mi spiegò: «Dobbiamo dirigerci a nord-ovest al più presto». E dette quelle parole fece cenno verso gli altri.
Li raggiungemmo e feci la conoscenza del gruppo di alpini che cercava di orientasi in quella sperduta zona.
A quanto pareva erano indietro rispetto al grosso delle truppe che avevano combattuto a Nikolajewka.
Dovevamo camminare veloce per raggiungerli …
Dopo poco partimmo ed io mi ritrovai finalmente in compagnia, quel lungo viaggio solitario era terminato: ne iniziava un altro più lungo, ma per lo meno lo avrei fatto assieme ad altri.
Passammo quel paesino di cui non vidi il nome e d’altro canto nemmeno lo chiesi, sapevo solo che era il 30 di Gennaio 1943 e l’indomani ci sarebbe stato il passaggio di consegne del nostro esercito alle truppe tedesche, mettendo così fine ad ogni attività operativa dell’esercito italiano sul fronte russo.
Camminammo ininterrottamente per tutto il giorno, finalmente, al calar del sole, arrivammo in vista della nostra destinazione; ce ne accorgemmo poiché era meta di molti di noi: si vedevano soldati che camminavano verso quel posto in maniera disorganizzata.
Tutti gioivano per quell’avvistamento ma non in maniera eccessiva; pensai che avessero sofferto molto per festeggiare: ognuno di loro aveva visto morire qualcuno cui teneva e la morte gli era passata accanto molte volte.
Persino io ammiccai solamente; i primi pensieri andarono alle persone che non ce la fecero e a quanti si sacrificarono in combattimento per coprire la fuga agli altri.
Gli sguardi dei miei compagni non volevano proprio abbandonarmi e il ricordo del corpo carbonizzato e a brandelli di Primo ancora mi tormentava.
Per quanto riguardava Mattia … I suoi occhi spalancati erano ormai una costante presenza nei miei pensieri.
Arrivammo a destinazione e fummo subito alloggiati nel migliore dei modi.
Ci stavamo per aggregare alla marcia su Gomel, una volta lì saremo saliti sulle tradotte che ci avrebbero portato in Italia.
Lì c’erano altri soldati ma nessuno disse nulla.
Essi non parlavano, erano tutti pensierosi, tant’è che dopo circa una mezz’oretta io mi addormentai.

***

La luce del giorno preludeva il passaggio di consegna che quel dì ci sarebbe stato.
Mi alzai di tutta fretta, così come i miei compagni; tutti ci preparammo a partire per una nuova ed estenuante marcia verso i convogli ferroviari per l’Italia.
Si seppe che in quel giorno, 31 Gennaio 1943, erano state fatte le consegne e il nostro esercito si ritirava definitivamente dal fronte russo.
Ci aggregammo al nutrito gruppo di soldati e incominciammo l’ennesima marcia.
L’unica buona notizia fu che non c’era pericolo di scontri con il nemico; tuttavia rimaneva pur sempre il rischio di attacchi dei partigiani.
La marcia sarebbe stata estenuante e la dovevamo fare tutta senza l’ausilio di mezzi meccanici.


Un saluto a tutti i lettori; noi ci risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e impagini anche l’undicesimo capitolo).