Finito anche il 10° capitolo.
Buona lettura:
CAPITOLO 10
LONTANO DALLA BATTAGLIA
I soldati incominciarono ad agitarsi e,
sebbene non si sentisse nitidamente ciò che dicevano, mi parve di capire: «Ci
sono problemi a Nikolajewka; dobbiamo dirigerci a Nord».
Essi iniziarono a smobilitare e a prendere
munizioni e armamenti di tutta fretta.
Stando alle informazioni che io possedevo, in
quel momento stava infuriando la battaglia tra le forze residue italiane e
l’armata rossa; quasi sicuramente quelle truppe furono inviate a dare manforte
ai loro compagni nell’abitato dove si stava svolgendo lo scontro …
Aspettai acquattato pazientemente e solo
quando non udii nessun rumore rialzai la testa; fu allora che constatai
l’effettiva mancanza di soldati in quella zona.
Era comunque tempo di cautela quello; dunque
non potevo alzarmi temerariamente e dirigermi verso il rialzo della ferrovia: i
soldati magari erano nascosti dietro di esso.
Arrivai a una buona distanza: da lì vedevo
bene la zona dove i soldati si erano trincerati ma, ahimè, potevo anche essere
visto.
Cercai riparo dietro dei cumuli di neve
ghiacciati, scrutai attentamente e, non vedendo nessuno, mi affrettai a
risalire il rialzo della ferrovia che avevo dinanzi.
Quel rialzo era alto all’incirca un paio di
metri, mi sdraiai a pancia in giù e mi affacciai per vedere se vi fossero
truppe nemiche dietro di esso.
Nessuna persona era nei paraggi, tutto
deserto … C’era solo neve là.
A poca distanza dal luogo dove mi ero
sdraiato c’era uno sparuto gruppo di case; più che a un paesello assomigliavano
a catapecchie l’una accanto all’altra.
In quel posto non c’era anima viva.
Fu allora che mi alzai e corsi verso quelle
case; se fossi riuscito ad arrivarci avrei trovato riparo e mi sarei nascosto
per poi cercare di fuggire verso ovest, tentando di raggiungere Awilowka.
Sapevo che ci sarebbero voluti ben quattro
giorni di marcia per poter raggiungere quel luogo; pertanto prima incominciavo,
prima sarei sfuggito alla cattura.
Per mia fortuna pareva che proprio tutti i
soldati fossero andati verso la zona della battaglia.
Arrivai nei pressi di una isba, mi avvicinai
alla porta e provai a bussare per vedere se c’era qualcuno al suo interno; in
un primo momento non udii nulla, mi stavo quasi per allontanare quando sentii
bisbigliare qualcosa.
La voce sembrava quella di una vecchia
signora.
Si udirono dei passi, l’andatura era
tranquilla …
Una figura si avvicinò alla porta, la aprì
appena e, dallo spiraglio che si creò, scrutò all’esterno.
Quando mi vide sembrò quasi contenta della
mia presenza, forse mi aveva scambiato per uno del posto.
La signora aprì lentamente la porta, fino a
quasi spalancarla.
Lei mi disse: «Fai presto, entra». Accennando
con il capo verso l’interno.
Io ovviamente non me lo feci ripetere due
volte, dovevo trovare un riparo e controllare che non vi fossero uomini ostili
in quel posto.
Quando entrai, la signora chiuse
immediatamente la porta e mi fece accomodare in una modesta casa che non si
poteva definire lussuosa.
Mi avvicinai al fuoco acceso in un camino e
mi riscaldai per almeno cinque minuti senza dire nulla, intanto la signora si
avvicinò a me.
Mi guardò incuriosita, poi domandò: «Cosa ci
fai da queste parti?».
Io allargai le braccia e feci cenno verso la
mia bocca e le mie orecchie, cercando di far intendere che non parlavo e non
capivo.
La signora annuì e bisbigliò: «Capisco …».
Poi si andò a sedere su una sedia fatiscente.
Uno scricchiolio appena percettibile si udì
non appena la signora si sedette, in seguito il rumore della legna che ardeva
prese il sopravvento.
Io continuavo a scaldarmi le mani cercando di
togliermi quel freddo di dosso; a un certo punto la signora disse: «Certo che è
un gran brutto pasticcio la guerra».
Hm … Come darle torto.
Annuii e lei mi domandò: «Allora mi
capisci?».
E non me la sentii proprio di dire una bugia
a quella tenera signora un po’ pacioccona vestita con una lunga gonna marrone
che pareva di flanella, una maglia di lana blu scuro e uno scialle.
Quello scialle era fatto all’uncinetto, si
vedeva; lo riuscii a riconoscere perché anche mia nonna indossava la stessa
tipologia di scialle: esso era rettangolare e abbastanza grande da ricoprire
quasi tutto il busto.
I suoi occhi erano esattamente come quelli
che mi fissavano quando ero bimbo e che tante volte mi avevano guardato con
tenerezza.
Dopo quegli sguardi, di solito, arrivava
sempre un gesto affettuoso oppure delle caramelle; sì, proprio come quelle che
le mamme avevano dato ai soldati quando partimmo per la Russia tempo addietro.
In quella donna rividi mia nonna …
L’aver arrecato sofferenza alla gente, alla
brava e umile gente, mi fece sentire una nullità.
Annuii e guardai quella donna con occhi di
chi non aveva colpe per quell’azione che fui costretto a fare.
Io, come tanti compatrioti, non avrei mai
torto un capello a nessuno, ma se ci fossimo rifiutati ci avrebbero fucilati.
Noi fummo obbligati a partire per una terra
ostile e lontana e ragazzi poco più che adolescenti furono strappati alle loro
famiglie e mandati al macello; e lo stesso fu per gli abitanti del posto.
Anche loro erano stati costretti a privarsi
dei figli per mandarli al fronte; e là non c’era pietà alcuna per nessuno …
Ricordavo bene il volto di quei partigiani,
poco più che sedicenni già imbracciavano un fucile, mentre io che avevo
trentasei anni non avevo idea di come funzionasse prima che Mattia e Primo
m’insegnassero a usarlo.
Mattia e Primo … Anche loro due erano dei
bravi ragazzi che non avevano alcuna colpa, se non quella di essere giovani.
Mi domandai quale beneficio avrebbero avuto
coloro che scatenarono quella pazzia; di lì a poco Mussolini sarebbe stato
fucilato (28 Aprile 1945) ed esposto come un trofeo di caccia a testa in giù
(29 Aprile 1945) assieme ad altri condannati e persino alla sua donna.
Hitler si sarebbe suicidato (30 aprile del
1945) nel suo bunker di Berlino assieme alla moglie.
Essi avrebbero portato con loro, sulla
coscienza, ben 71.090.060 morti; una carneficina senza pari nella storia.
I miei pensieri vennero interrotti dalla voce
flebile della signora che mi stava guardando: «Cosa speravate di trovare in
Russia?». Mi chiese in un primo momento.
«Perché siete venuti qui?». Infine mi
domandò.
Hm … La signora aveva ragione, a quelle
domande nemmeno io sapevo rispondere e non potevo farle capire che non sarei
mai arrivato nel suo paese come oppressore di mia spontanea volontà, anzi, io
personalmente ci sarei andato come turista.
Dondolai la testa in segno di dissenso …
La signora mi comprese, infatti disse: «Sì
penso che tu abbia capito ciò che io intendo. In fondo siamo tutti sulla stessa
barca: sia noi, sia voi, siamo stati costretti dagli eventi. Ma quei
delinquenti che hanno dato il via consapevolmente a quest’orrore … Ecco: quelli
sono da biasimare e di certo non vorrei essere nei loro panni».
Quelle parole erano colme di saggezza
tant’era la loro percezione della realtà; esse riuscivano a vedere oltre l’odio
e l’apparenza.
Le mie impressioni furono avallate dalle sue
affermazioni: «Quando faranno i conti con Dio, perché prima o poi loro li
faranno, di questo io sono certa, ecco: in quel momento non si potranno
sottrarre alle loro responsabilità. Aver mandato a morire tanta gente senza il
minimo ritegno, di certo non deve essere un buon biglietto da visita. Io lo
definirei un lasciapassare per l’inferno». E mi guardò tutt’arrabbiata.
Ah … Quanto avrei voluto discorrere con
quella signora; in essa albergava tanta saggezza e ciò che diceva, con il senno
di poi, coincideva in modo macabro con la verità.
Provai a farmi comprendere con i gesti, ma
questa volta fu inutile poiché la signora mi disse chiaramente: «Inutile che
tenti di farti capire; non parlo la tua lingua». Sbuffò, mi guardò negli occhi
e riprodusse un piccolo sorriso.
Si alzò, si avvicinò e mi pose una mano sulla
spalla.
Poi mi disse: «I tuoi occhi sono buoni; si
vede da lontano. Benché siano stati cambiati dalla guerra essi non possono
affermare la bugia: sono lo specchio dell’anima; e chi li mostra così
spalancati come lo sono i tuoi di certo non ha da nascondere nulla».
Sbuffò nuovamente, mi tolse la mano dalla
spalla e si diresse verso una credenza malandata; l’aprì, frugò al suo interno
e tirò fuori un pacco con dentro qualcosa.
Si avvicinò nuovamente a me e, con fare calmo,
mi allungò quel pacco.
In seguito mi disse: «Predi, questi ti
saranno d’aiuto durante il tuo viaggio».
Presi il pacco e al suo interno sembrava che
ci fossero tanti pezzi appiattiti di forma circolare.
Lo aprii e con mia sorpresa ci trovai dei
biscotti.
Mi domandai come fosse riuscita a farli, dato
che in tempo di guerra non era facile trovare gli ingredienti.
Quel dubbio fu tolto dalle parole che la
signora mi rivolse subito dopo: «Questi li avevo fatti per un probabile ritorno
di mio nipote che è partito per il fronte. Ma sono troppo vecchia per credere
che sia sfuggito alla furia di questa pazzia». Facendo cenno verso l’esterno.
«A me non servono, mi basta poco e con
l’età che ho mi andrà bene se vivo ancora un altro annetto». Infine disse.
Provai a dire qualcosa, ma poi mi limitai
solo a ringraziare chinando il capo.
Lei m’interruppe affermando: «No, non
ringraziare; piuttosto: cerca di stare attento lì fuori».
Io osservai quei biscotti e non saprei dire
cosa ci fosse al loro interno, ma ero troppo affamato per rifiutarli e ne
assaggiai uno: non avevo mai assaporato dei biscotti così buoni in vita mia.
Volevo addentarli tutti, ma sapevo che mi
sarebbero serviti lungo il viaggio che avrei affrontato e li misi in borsa.
Lei asserì: «Se porti pazienza e sopporti la
compagnia di una vecchia per qualche centinaio di metri, ti mostrerò la strada
per raggiungere i tuoi compagni».
In quell’istante si diresse verso la porta,
prese una specie di cappotto malandato e strappato in alcuni punti e lo mise
addosso, poi m’intimò di seguirla.
Io gli feci cenno che era pericoloso esporsi
così all’esterno, ma lei mi diede una risposta che non avrei dimenticato
facilmente: «Chi vuoi che spari a una vecchia. Sprecherebbero il loro colpo,
poiché non c’è bisogno di quel proiettile per porre fine alla mia solitaria
vita. La guerra mi ha già uccisa e mi ha portato via i miei cari: mia figlia,
mio nipote e mio genero».
Infine aprì quella porta cautamente,
guardando all’esterno, poi mi disse: «Seguimi».
Ed io feci ciò che mi fu detto; misi lo zaino
sulle spalle e seguii quella signora che pareva sapere bene dove andare.
La signora mi accompagnò per circa mezz’ora e
mi portò fino alla fine di quell’agglomerato di case.
C’era freddo, veramente un gran freddo; lei
mi guardò, girandosi verso di me e dando le spalle alla steppa.
«Il sentiero è questo». Disse facendo cenno
verso una strada ghiacciata.
«Esso ti porterà lontano dal fronte, nei
pressi di Olchowy; Awilowka non dista molto da lì. A quanto dicono là ci sono
molti stranieri e quel posto non è stato ancora raggiunto dai nostri soldati.
Ma ti conviene muoverti, potresti trovare sulla tua strada parecchie insidie».
Aggiunse scandendo bene le parole.
Quanto aiuto avevo trovato in quelle terre
nonostante fossi un invasore; io sapevo il perché, lo avevo letto.
La signora, prima che io mi mettessi in
marcia, volle aggiungere: «Sai: ti comporti come mio nipote. In te rivedo lui,
ecco perché spero che tu ritorni dai tuoi cari, come spero che lui ritorni da
me. Ora vai!». Esclamò infine.
Non aspettai oltre, salutai come si conviene
la signora e partii immediatamente: ad occhio e croce dovevano essere le tre di
pomeriggio, di lì a poco ci sarebbe stato lo sfondamento della linea da parte
dei nostri.
Camminai veloce e a un certo punto decisi di
voltarmi per scorgere un’ennesima volta la sagoma di quella dolce signora.
Lei mi stava fissando ed era appoggiata al
suo bastone.
Io la salutai alzando il mio braccio destro e
l’ondulai, lei mi rispose allo stesso modo; fu allora che mi rigirai e
continuai con passo veloce il mio cammino, che già sapevo sarebbe stato
costellato di mille insidie.
Passarono un paio d’ore da allora e sentii di
nuovo i rumori della battaglia: ero nei pressi di Nikolajewka.
Si udirono nitidamente i colpi di mortaio e
le sventagliate delle mitragliatrici; dovevo allungare il passo, c’era la
possibilità d’essere avvistato e sapevo che quei posti erano colmi di cecchini.
Camminai più veloce che riuscii e finalmente
i rumori si allontanarono.
Il sole stava tramontando …
Pensai alla moltitudine di persone che
stavano combattendo strenuamente e a come veniva descritto nei libri quello che
successe; in verità si diceva poco sull’accaduto, quando esso meritava più
visibilità.
Lo sforzo dei soldati italiani fu enorme:
nell’anno 1943, il giorno 26 Gennaio, una colonna di uomini, affamati,
assetati, di cui la maggior parte disarmati, con alla testa la divisione
tridentina, l’unica in grado di combattere, si gettarono contro il nemico
asserragliato nelle case.
Il nemico era superiore sia in mezzi, sia in
armamenti; tuttavia, spinti dalla forza della disperazione, i soldati dell’asse
si diressero verso la città di Nikolajewka attraversando il sottopasso della
ferrovia.
Una marea umana si riversò verso i soldati
russi che difendevano quel posto.
I difensori di Nikolajewka furono presi alla
sprovvista da quella inaspettata mossa e arretrarono lasciando sul terreno armi
e feriti, permettendo così ai soldati italiani di rompere l’accerchiamento.
Dopo l’ordine dato dal Generale Reverberi,
salito sull’unico semovente tedesco ancora utilizzabile, “Tridentina avanti!”, quella marea umana passò la cittadina
dirigendosi verso Awilowka vedendo davanti a sé la salvezza e la possibilità di
riabbracciare i propri cari.
Tuttavia sul campo di battaglia rimasero
molti morti e molti feriti, tant’è che
quel campo di battaglia fu descritto come un campo pervaso da una neve tinta di
rosso.
Le cifre furono eloquenti, ma ancor più lo
furono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era
costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della
Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.
Dalla sacca di Nikolajewka uscirono circa
20.920 persone, fra loro c’erano anche feriti e congelati.
Il resto degli uomini rimase indietro (si
stima che la cifra ammonti a 40.000 persone).
I miei pensieri furono disturbati dal freddo
pungente e dal vento che iniziò a spirare.
Il sole scomparve del tutto e arrivò il
momento di trovare un rifugio: la notte e le sue temperature gelide mi
avrebbero ucciso se non ci fossi riuscito.
Come al solito iniziò la ricerca di un
possibile riparo che in quel posto gelido e piatto non era facile da trovare.
Dopo un’oretta di cammino, all’orizzonte
spuntò una struttura; più che altro un rudere …
Mi avvicinai e quel rudere si dimostrò
veramente in condizioni pietose.
Entrai al suo interno e sembrava tutto
crollato lì, poi mi accorsi che una porzione di casa, un angolo, era quasi
intatta.
Scavai nella neve con la paletta che mi
guardai bene dal buttare, essa era ben nascosta nel mio zaino da cui non mi
separavo mai.
A un certo punto udii un tonfo, la paletta
aveva sbattuto contro qualcosa: sembrava legno quello.
Liberai il passaggio ostruito e, quando tutta
la neve fu tolta, mi ritrovai dinanzi a una porta di legno.
Il rialzo di neve, celato in quella struttura crollata, altri non era che una
porzione di casa rimasta in piedi.
Aprii la porta cautamente per evitare crolli
e vidi che dietro di essa c’era una stanza.
Dovevo però controllare se fosse agibile; e
fu allora che tastai ovunque: prima iniziai dalla trave che sorreggeva il
soffitto, essa parve robusta, poi mi addentrai nella stanza, fermandomi appena
sull’uscio della porta.
A quel punto chiusi la porta e accesi il
mozzicone di candela che possedevo.
La luce illuminò una piccola stanza, ad
occhio e croce era quindici metri quadri, piena di polvere e cianfrusaglie di
ogni genere.
Guardai il soffitto ed era intatto,
perfettamente integro e senz’alcuna crepa.
Osservai bene, in fondo dovevo passarci la
notte lì, e quando fui sicuro che quel soffitto avrebbe retto, chiusi
definitivamente la porta dietro di me, serrandola in modo che il freddo non
entrasse.
Non che esso non si sentisse … Il gelo era
percettibile anche all’interno di quel rifugio, ma per lo meno ero al riparo
dal vento gelido.
In quel posto avevo la certezza che nessun
nemico mi avrebbe avvistato.
Mi adoperai per pulire almeno la zona dove
dovevo dormire; con la pala spostai quelle cianfrusaglie e quando finii presi
dallo zaino una coperta che ero riuscito a non perdere e me la misi addosso.
Mi sedetti al suolo, mi appoggiai alla parete
fredda e alla luce flebile di quel mozzicone di candela mi rimisi a pensare.
Cercavo di capire il tragitto da fare e a
come riuscire a tornare in Italia nel posto dove era iniziato tutto.
Poi mi
venne in mente Gabriele: chissà se era riuscito ad arrivare nel punto in cui
era apparso.
Frugai nello zaino poiché quando si è soli in
un posto sperduto qualsiasi oggetto rievoca fatti del passato e fa viaggiare la
mente.
Tirai fuori il fazzoletto legato intorno ai
soldi che Gabriele mi aveva dato, l’aprii e con mio stupore vidi che c’erano
proprio tutti: circa ottocentomila lire di allora che nel mio tempo sarebbero
state una bella cifra.
Pensare che un operaio di quel periodo
guadagnasse appena seicento lire al mese mi lasciò un po’ scosso, anche se di
fatti strani ne avevo visto e a quel punto ormai niente poteva più stranirmi.
Li rimisi dentro al fazzoletto, arrotolandolo
in modo che avvolgesse quei soldi, lo legai e lo riposi nel posto che prima
occupava.
Nel farlo la mia mano urtò il cellulare; un
piccolo sorriso comparve sul mio viso, poiché pensai a quante volte io avevo
chiamato con quell’arnese.
Lo tirai fuori dallo zaino e provai ad
accenderlo.
La batteria al litio era carica, tant’è che
si accese in un istante; la sua luce verdognola illuminò in modo lieve il mio
viso.
Incominciò la ricerca della rete telefonica;
in cuor mio sperai che trovasse almeno una tacca di segnale, perché avrei
immediatamente telefonato a Simona, così avrei risentito la sua voce, per non
parlare di Giacomo …
Però sapevo che era impossibile che
succedesse, poiché a quel tempo i satelliti non sapevano nemmeno cosa fossero;
infatti apparve il display verde senz’alcun simbolo, ma non mi stupì la cosa
visto che ci avevo provato già altre volte.
Lo spensi e lo misi nuovamente nello zaino,
poi feci la stessa cosa con il mozzicone di candela.
Il buio calò in quella stanza e il rumore del
vento gelido che soffiava all’esterno fu l’unica cosa che udii.
Ero stanco, i piedi ribollivano e il sangue
pulsava all’interno di essi; non avevo più i pidocchi che mi davano fastidio e
ciò mi aiutò a sprofondare in un sonno pesante.
***
Riaprii gli occhi e vidi una debole luce che
proveniva dalla porta ben chiusa da me la sera precedente.
Mi alzai, andai verso la porta e l’aprii con
cautela; guardai all’esterno cercando segni di eventuali nemici e mi sembrò che
la zona fosse sgombra.
Osservai bene e dopo una decina di minuti
decisi che era ora di rimettermi in viaggio.
Mi caricai lo zaino sulle spalle e mangiai un
paio di biscotti che la signora mi aveva regalato il giorno precedente.
Li portai alla bocca e li mandai giù, in
seguito presi la borraccia che la sera prima avevo riempito di neve e poi avevo
messo sotto la coperta che mi avvolgeva; così facendo il calore del mio corpo
aveva sciolto la neve che altrimenti, se portata alla bocca così com’era,
avrebbe fatto più danno della mancanza d’acqua.
La colazione, soprattutto di quei tempi, era
un lusso e quei biscotti tanto mi ricordavano quelli che mia mamma faceva nel
periodo natalizio quando ero bambino.
Camminai ininterrottamente fino a quando
notai che il sole era alto in cielo.
In quel momento decisi di fare una piccola
sosta; mi dissetai nuovamente e, trascorsi dieci minuti, decisi di rimettermi
in cammino: dovevo raggiungere il punto in cui avrei potuto riposare e unirmi
agli altri per il rimpatrio.
Marciai tutto il giorno, fino ad arrivare a
sera … Era giunto nuovamente il momento di trovare un riparo.
Questa volta trovai una costruzione fatta di
pietre, tipo quelle che una volta si vedevano in Italia e che venivano chiamate
“Case Cantoniere”.
Chiusi l’entrata della casa con un tronco
d’albero che avevo trovato nel bosco a pochi passi da lì.
Il tronco era sotto la neve, ma io lo scovai
e lo feci rotolare fino a quella casupola ponendolo proprio dinanzi
all’entrata.
Non riuscii a chiudere tutta l’entrata però,
ma per lo meno i suoi tre quarti risultarono occupati.
Il freddo entrava solo in parte …
Riempii la borraccia di neve, la misi sotto
la coperta, mi appoggiai a un muro, al riparo dalla corrente d’aria che entrava
dalla fessura rimasta aperta, e mi addormentai di botto.
***
Giunse l’alba e, quando fui pronto, ripartii
nuovamente.
Ero diretto a nord-ovest; come sempre mi
orientavo a volte con il sole, a volte con il muschio che trovavo nei boschi.
Dopo due giorni di marcia, durante i quali
riuscii sempre a trovare dei buoni rifugi, arrivai presso un centro abitato.
Sembrava che non vi fosse stata battaglia nei
dintorni e in fondo al mio cuore speravo proprio che fosse Awilowka.
Mi avvicinai cautamente e da lontano
s’iniziarono a vedere dei movimenti, parevano soldati; come al solito mi
acquattai in modo che non mi vedessero, poi sentii delle voci.
Sembrava proprio lingua italiana quella …
Per me fu una gioia sentirla e gridai: «SIETE
ITALIANI?».
In un primo momento non mi rispose nessuno,
ma poi una voce domandò: «CHI SEI?».
«SONO UN SOLDATO ITALIANO DI RITORNO DAL DON.
DELLA 301°». Sbraitai con quanta più voce avevo in corpo.
E fu allora che mi dissero: «PUOI VENIRE
FUORI; PER IL MOMENTO NON CI SONO RUSSI IN ZONA, MA PRESTO ARRIVERANNO E
CONVIENE MUOVERSI».
Mi alzai e mi diressi verso quel centro
abitato di poche case; più mi avvicinavo, più si delineavano delle sagome con
le divise grigio verde.
Quando mi accostai, vidi che c’erano una
ventina di soldati; parevano alpini a prima vista.
«Da dove arrivi?». Mi domandò un sodato che
aveva i gradi di sergente sulle spalline del cappotto.
«Vengo dalla linea del Don. La mia compagnia,
la 301° fanteria, era dislocata sul
fronte quando siamo stati letteralmente travolti da un bombardamento a
tappeto». Affermai io.
«Sì, conosco la situazione; è la stessa in
cui ci siamo trovati noi. Nulla potevamo contro i carri armati e con i soli
novantuno sarebbe stato un miracolo fermarli». Si soffermò un attimo e poi
continuò: «Lì sono rimasti impantanati un sacco di soldati, solo l’altro ieri
siamo riusciti a sfondare l’accerchiamento».
Sapevo bene cos’era successo, tuttavia
dovevamo procedere verso Awilowka per poi dirigerci, via Charcow, a Gomel; da
lì saremo stati rimpatriati.
Secondo le informazioni storiche da me lette,
quel posto sarebbe stato raggiunto il 1° Marzo del 1943 dagli alpini.
Il sei di Marzo sarebbero incominciate a
partire le tradotte per far rimpatriare i soldati in Italia.
Io chiesi: «Dove dobbiamo andare?».
Il sergente mi spiegò: «Dobbiamo dirigerci a
nord-ovest al più presto». E dette quelle parole fece cenno verso gli altri.
Li raggiungemmo e feci la conoscenza del
gruppo di alpini che cercava di orientasi in quella sperduta zona.
A quanto pareva erano indietro rispetto al
grosso delle truppe che avevano combattuto a Nikolajewka.
Dovevamo camminare veloce per raggiungerli …
Dopo poco partimmo ed io mi ritrovai
finalmente in compagnia, quel lungo viaggio solitario era terminato: ne
iniziava un altro più lungo, ma per lo meno lo avrei fatto assieme ad altri.
Passammo quel paesino di cui non vidi il nome
e d’altro canto nemmeno lo chiesi, sapevo solo che era il 30 di Gennaio 1943 e
l’indomani ci sarebbe stato il passaggio di consegne del nostro esercito alle
truppe tedesche, mettendo così fine ad ogni attività operativa dell’esercito
italiano sul fronte russo.
Camminammo ininterrottamente per tutto il
giorno, finalmente, al calar del sole, arrivammo in vista della nostra
destinazione; ce ne accorgemmo poiché era meta di molti di noi: si vedevano
soldati che camminavano verso quel posto in maniera disorganizzata.
Tutti gioivano per quell’avvistamento ma non
in maniera eccessiva; pensai che avessero sofferto molto per festeggiare:
ognuno di loro aveva visto morire qualcuno cui teneva e la morte gli era
passata accanto molte volte.
Persino io ammiccai solamente; i primi
pensieri andarono alle persone che non ce la fecero e a quanti si sacrificarono
in combattimento per coprire la fuga agli altri.
Gli sguardi dei miei compagni non volevano
proprio abbandonarmi e il ricordo del corpo carbonizzato e a brandelli di Primo
ancora mi tormentava.
Per quanto riguardava Mattia … I suoi occhi
spalancati erano ormai una costante presenza nei miei pensieri.
Arrivammo a destinazione e fummo subito
alloggiati nel migliore dei modi.
Ci stavamo per aggregare alla marcia su
Gomel, una volta lì saremo saliti sulle tradotte che ci avrebbero portato in
Italia.
Lì c’erano altri soldati ma nessuno disse
nulla.
Essi non parlavano, erano tutti pensierosi, tant’è che dopo circa una mezz’oretta io mi addormentai.
***
La luce del giorno preludeva il passaggio di
consegna che quel dì ci sarebbe stato.
Mi alzai di tutta fretta, così come i miei
compagni; tutti ci preparammo a partire per una nuova ed estenuante marcia
verso i convogli ferroviari per l’Italia.
Si seppe che in quel giorno, 31 Gennaio 1943,
erano state fatte le consegne e il nostro esercito si ritirava definitivamente
dal fronte russo.
Ci aggregammo al nutrito gruppo di soldati e
incominciammo l’ennesima marcia.
L’unica buona notizia fu che non c’era
pericolo di scontri con il nemico; tuttavia rimaneva pur sempre il rischio di
attacchi dei partigiani.
La marcia sarebbe stata estenuante e la dovevamo
fare tutta senza l’ausilio di mezzi meccanici.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo fra qualche giorno (tempo necessario affinché io corregga e
impagini anche l’undicesimo capitolo).
