Sono un po’ in ritardo, lo ammetto; quello
che conta, tuttavia, è che alla fine io sia riuscito a postare anche l’ennesimo
capitolo del romanzo.
Il tredicesimo è l’ultimo capitolo che conta
quasi 10000 parole; d’ora in poi i capitoli saranno di 6000 parole circa.
Mi pare che un solo capitolo, il penultimo
(diciannovesimo), sia composto di 8000 parole.
Permettetemi a questo punto di fare un
piccolo prologo (ciò per rendere partecipe i nuovi lettori del blog della
situazione).
Se siete lettori veterani, già la conoscete e
pertanto confido che saltiate queste righe e andiate direttamente al capitolo.
Or dunque, per i nuovi arrivati … Siete
giunti, per vostra fortuna o per vostra sfortuna (dipende dai punti di vista),
su un blog nel quale l’autore ha pensato bene di rendere pubblici i suoi
romanzi di genere fantasy in modo gratuito cercando di mantenere un contesto di
legalità.
Certo … Ho tentato molte volte di proporre i
miei dodici romanzi alle più svariate case editrici, tuttavia i riscontri non
sono stati positivi per quanto concerne l’editoria free.
L’unica possibilità era dunque quella di
pagare per la stampa dei miei romanzi; beh, in tal caso l’esito della proposta
sarebbe stato positivo senza alcun dubbio.
Ora … Io penso che pagare per far stampare il
proprio manoscritto nel 2015 sia come pagare una tangente; infatti, paghi una
tangente se non sei in grado di fare qualcosa ma vuoi farla a tutti i costi e
sei disposto a tutto … Lo stesso discorso vale per la stampa, secondo la mia
filosofia.
Fedele al mio pensiero, ho dunque optato per
la distribuzione gratuita di ciò che ho scritto; solo il tempo confermerà se
le mie scelte sono giuste o sbagliate.
Tale scelta però, impone al sottoscritto una
gran quantità di sacrifici poiché c’è molto lavoro da fare.
Il lavoro si divide in: stesura del romanzo,
correzione, impaginazione, cura della grafica, assemblaggio, trasformazione del
testo in pdf e, infine, fare l’upload in rete.
Si tenga ben a mente che io ho scritto dodici
libri i quali sono formati da circa 6000000 di parole (penso però che ne abbia scritte
molte di più).
A tutto ciò si deve aggiungere la cura di un
blog e di tutto quello che ne deriva.
Il lavoro che sto facendo, a mio parere, è
molto impegnativo.
Lo so; non è obbligatorio ma credo di farlo
poiché sono legato a ciò che ho scritto ed è mio desiderio che i testi non
vadano perduti.
Quello che ho scritto si evince dal fatto che
il testo è postato sul blog e dunque è accessibile a tutti liberamente.
Dopo molti anni sono stato finalmente in
grado di trasformare il testo che ho scritto in veri e propri libri (potrete
vedere le foto dei libri che ho stampato in autonomia e rilegato da solo
leggendo i post del blog); ciò, però, non assicurava che i testi da me scritti fossero
protetti dall’oblio.
Ecco perché ho aperto un blog; tutto ciò che
sarà scritto al suo interno, avrà una buona probabilità di essere letto.
Su questo blog è descritto tutto il lavoro
che ho fatto in questi lunghi anni; ognuno di voi, dunque, potrà frasi
un’opinione della storia narrata al suo interno (che sarebbe la mia) e potrà
persino valutare i testi che rendono tale blog simile a un contenitore (mi
piace pensare che il blog sia come una capsula del tempo).
E ricordate … Una storia, una volta
raccontata, diventa qualcosa di più di una storia.
Detto ciò, non mi rimane che augurarvi una buona
lettura:
CAPITOLO 13
IL DONO DI ISAK
I maghi ritornarono nel bosco del quale ormai
c’era rimasta ben poca cosa, dato l’enorme numero di sfere infuocate che
avevano colpito il suolo.
I numerosi feriti furono soccorsi e nella
confusione s’intravidero le sagome dei maestri i quali portavano anch’essi
soccorso ai bisognosi.
Maximilian si rivolse agli amici; erano
appena arrivati e sui loro volti c’era ancora l’espressione tesa per il
combattimento che si era da poco concluso: «Hamza … Tu sei stato formidabile.
Chaman … Ancora una volta ti siamo debitori».
I due, però, fecero intendere che avevano
fatto solo il loro dovere; dopotutto erano figli di maghi bianchi.
Hamza ribatté: «Piuttosto tu Maximilian … Sei
stato davvero fantastico nel riprodurre quell’incanto».
Anche Chaman era dello stesso parere:
«Esatto. Un giorno ci dovrai spiegare come hai fatto a imparare questo tipo
d’incanto».
Maximilian fece il modesto e disse: «Se non
avessimo collaborato l’uni con gli altri, a quest’ora quegli esseri sarebbero
ancora in vita. A ogni modo il pericolo è cessato ed è un sollievo sapere che
non faranno del male più a nessuno».
Il maestro Drenk sentì il loro discorso e si
avvicinò ai ragazzi; egli mise una mano sulla spalla di Maximilian e di Chaman
e poi disse: «Il merito di questa vittoria è di tutti voi che ci avete aiutato.
Tu, Chaman, ci hai salvato da morte certa e tu, Hamza, hai bloccato tutti gli
Ithannad permettendoci di colpirli. Infine tu, Maximilian, ci hai protetto con
i tuoi incanti dal loro attacco; tutti assieme abbiamo collaborato alla
riuscita de nostro piano. Che questo vi serva da lezione per il futuro;
traetene insegnamento e, insieme, crescerete forti e affiatati».
Nel frattempo si avvicinò a loro anche Astral
che aveva lottato nella mischia assieme agli altri mentori; quando li vide
disse: «Siete qui. Ragazzi … Bravi; siete stati magnifici durante il
combattimento. So che è stata per voi una prova difficile, ma era necessaria;
senza i vostri singoli doni, noi avremmo fatto ben poco. Ciò si evince dai
numerosi caduti che ci sono stati prima del vostro intervento».
Anche gli altri maestri si avvicinarono e,
quando furono tutti vicini, il maestro Wotan si rivolse ad Astral dicendo:
«Astral. I ragazzi qui non hanno più motivo di rimanere. Con il permesso di
Brot io li riporterei all’Asilum. Lì saranno al sicuro e, dato che per questa
notte ne avranno avuto abbastanza, penso che a loro non dispiaccia. Vero?».
Rivolgendosi in seguito verso i tre ragazzi.
Chaman non perse tempo e gli rispose: «Lo può
dire forte! Per questa notte ne abbiamo avuto abbastanza e per quanto riguarda
me … Non voglio sentire più parlare di esseri magici e demoni almeno per un
paio di mesi».
Hamza proferì: «Beh; In effetti anche io
sarei propenso a ritornare a casa. Quegli esseri sono stati degli ossi duri e
la stanchezza s’inizia a sentire».
Maximilian annuì e tutti i maestri erano
concordi con quanto detto.
Fu allora che Wotan si fece carico di
riportarli indietro; si avvicinò loro in modo da toccarli e gli disse: «Statemi
vicino».
I ragazzi fecero intendere che non si
sarebbero mossi di lì e il maestro dapprima salutò i suoi colleghi dicendo: «Ci
vediamo all’Asilum». Poi esclamò: «Reditus!».
Lui e i tre ragazzi svanirono all’istante non
appena il mago terminò la parola.
Nel luogo rimasero solo gli adulti che si
avvicinarono ai due draghi i quali continuavano a fissare il campo di
battaglia.
Una voce richiamò la loro attenzione:
«Abbiamo fatto come ci avete detto. I tre ragazzi sono ritornati all’Asilum con
il maestro Wotan».
I due draghi si girarono verso la zona da
dove essa proveniva e videro che i maghi erano tutti lì; solo Wotan mancava
all’appello.
Aschcore e Brot si avvicinarono a loro con
passo calmo e iniziarono a discutere.
Il primo a parlare fu Brot che disse: «È
andata piuttosto bene. Siamo riusciti a sopprimere tutti gli Ithannad e il
demone si è ritirato, portando con sé Melkore; purtroppo, però, ci è costato
un’enorme quantità di caduti».
Il rumore del fuoco scandiva il passare del
tempo e superstiti erano indaffarati a portare soccorso ai bisognosi rimasti in
vita.
Le barelle sfrecciavano fluttuando in mezzo
al campo di battaglia, alcune erano vuote e altre trasportavano dei feriti;
esse si dirigevano verso una fessura magica dove dell’aria vorticava
magicamente e lì scomparivano per poi uscirne vuote dopo pochi istanti.
Il maestro Brot, intanto, continuava il suo
discorso: «Direi che siamo riusciti a fare ciò che ci siamo prefissati ma non
dobbiamo dimenticare che gira ancora Adrammalech nel nostro universo».
L’ambiente circostante era devastato dagli
incanti lanciati dai maghi e i rumori della città, che in precedenza erano
stati coperti dai frastuoni dei vari schianti, si udirono nuovamente.
Le case non erano state danneggiate, ma i
maghi erano consapevoli che dovevano fare in fretta poiché gli abitanti si
sarebbero presto avvicinati a quella zona.
Le auto della polizia già stavano accorrendo
…
Aschcore, girandosi verso il luogo da dove
provenivano quei rumori, fece notare: «Signori, credo che dovremo togliere il
disturbo prima che gli umani giungano sul posto. Non penso sia saggio rendere
nota la nostra presenza, soprattutto in questo momento».
Furono tutti d’accordo con lui e quando le
operazioni di soccorso furono terminate, Astral recitò: «Subterlabor volatilis! Lux lucis».
Una luce avvolse tutti i presenti, incluso i
due draghi, per poi rimpicciolirsi e volare velocemente verso il cielo stellato
scomparendo in esso dietro le nuvole minacciose che ancora erano presenti; con
essa erano sparite tutte le tracce del combattimento, incluso anche il
passaggio che permetteva alle barelle di apparire e scomparire portando i
feriti direttamente all’Asilum.
Proprio in quell’istante arrivarono alcune
macchine con i lampeggianti accesi; erano macchine della polizia e gli agenti
scesero da esse armati di tutto punto accorrendo verso il luogo da dove avevano
udito quegli strani rumori.
Lo spettacolo che si trovarono di fronte fu
devastante.
La flora era completamente distrutta e il
bosco era ancora in fiamme.
In loro aiuto arrivarono anche i vigili del
fuoco con le autobotti; tutti si diedero da fare per spegnere quel fuoco che
stava minacciando la loro città.
Uno di loro disse: «Cavolo! È un disastro …».
Egli fu interrotto da colui che doveva essere
il capo.
Lui disse: «Non perdiamo tempo … Tutti alle
manichette; cerchiamo di arginare il fuoco e di spegnerlo prima che arrivi alle
abitazioni».
Tutti i pompieri si adoperarono per domare
quel fuoco minaccioso che, spinto dal vento impetuoso, si dirigeva verso il
centro abitato.
I poliziotti, anch’essi accorsi in numero
consistente, diedero una mano ai vigili srotolando gli idranti e accorrendo
quando necessario armati di estintori.
Alcuni di loro, increduli, si chiedevano cosa
fosse successo ma nessuno seppe dare alcuna spiegazione all’accaduto.
***
Nell’Asilum
…
Una luce minuscola fece la sua comparsa in
cielo; scese fino a toccare il terreno e man mano si ingrandì.
Le sagome di Hamza, Maximilian, Chaman e
Wotan si materializzano poco per volta fino a diventare completamente visibili.
Il maestro Wotan esclamò: «Eccoci qua!
Finalmente a casa …».
Anche i ragazzi erano felici di essere di
nuovo nella loro amata scuola.
Chaman disse: «Finalmente mi potrò fare una
bella doccia». Poi si girò verso i suoi amici e continuò: «Non mi posso mica
presentare dinanzi alle ragazze in questo modo … Scapperebbero tutte».
Maximilian, Hamza e il loro maestro fecero
una strana espressione.
Hamza si rivolse a lui chiedendogli: «Ma
quello che abbiamo appena fatto non ti turba nemmeno un po’?».
Chaman rispose semplicemente: «Eh no, caro
amico; le ragazze vengono prima di tutto. Certo … Quei cosi erano veramente
brutti ma alla fine, quando vedo quegli angeli coi capelli lunghi e il loro
sorriso, mi passa tutto e di certo non mi ricordo nulla. Ecco … È come se mi
ritrovassi in un altro posto».
Sentite quelle parole Hamza, Maximilian e il
maestro si misero a ridere.
In fondo tutti sapevano che Chaman lo stava
facendo per distogliere la loro attenzione da ciò che era accaduto.
Wotan in quel momento disse: «Dobbiamo rientrare
nell’accademia. Ovviamente voi sapete che tutto quello che è successo deve
rimanere nel più totale riserbo. Tuttavia, a tempo debito, vi chiederemo
spiegazioni su quanto voi già sapevate».
I ragazzi annuirono, poi Maximilian rispose:
«Maestro … Ci può contare; di certo non lo diremo a nessuno».
Prima che i ragazzi andassero verso lo
stabile, Wotan aggiunse: «Suppongo che siate affamati data l’ora». Tutti e tre
fecero cenno di sì e il maestro gli disse: «In mensa i cuochi già sapevano che
saremo rientrati tardi ed io personalmente gli avevo chiesto di preparare dei
panini e di lasciarli nel refettorio. Passate di lì e prendete qualcosa da
mettere sotto i denti».
Un sorriso apparve sui volti dei ragazzi e
Chaman esclamò: «Oh … Finalmente una buona notizia. Si mangia!». In seguito
mise una mano sulla spalla di Maximilian e gli domandò: «Andiamo?».
Lui guardò Hamza e, facendogli cenno col
capo, fece intendere di voler andare verso la sala mensa.
I tre già pregustavano dei grossi panini da
addentare; salutarono il maestro e si diressero di corsa verso lo stabile.
Wotan però gli ricordò: «Non si corre
all’impazzata!».
I tre non lo udirono poiché erano già
spariti, inghiottiti dall’oscurità notturna.
Fu allora che il maestro alzò lo sguardo
verso il cielo e un sorriso apparve sul suo volto finalmente rilassato.
Quella notte in cielo non c’era nemmeno una
nuvola, al contrario del posto dove si era svolta la battaglia, e la luna piena
si scorgeva nitidamente.
Le cicale cantavano come al solito e una
brezza leggermente fresca accarezzava tutto l’ambiente.
La pace di quel posto parve al maestro un
tesoro di inestimabile valore.
***
Nell’antro da cui erano partiti i maghi alla
volta della battaglia, una luce comparve dal nulla e man mano si ingrandì.
L’intera stanza ne fu pervasa e per un attimo
non si vide nulla.
La luce perse d’intensità a un certo punto e
le sagome di coloro che avevano combattuto presero forma.
I maghi erano tutti stravolti; alcuni erano
aiutati dai compagni e molti avevano la faccia sporca di terriccio e la tunica
insanguinata.
Con loro c’erano anche gli esseri magici che
avevano partecipato alla battaglia.
Il generale Vorabor, anch’esso provato, si
guardò intorno e si rese conto che erano riusciti ad arrivare all’interno
dell’Asilum.
I dottori, in quell’istante, diedero soccorso
ai bisognosi appena giunti.
Aschcore e Brot si resero conto dello sforzo
che tutti i presenti avevano compiuto e il drago di ferro attirò su di sé
l’attenzione: «Signori!». Esclamò il drago.
I maghi e gli esseri magici volsero lo
sguardo verso il drago, il quale aggiunse: «Questo non è un bel momento per
noi. Tutti abbiamo perso un conoscente in questa battaglia, ma d’altronde non
c’era scelta: dovevamo fermare quelle entità. Tante persone sarebbero perite se
noi non l’avessimo bloccate; ma adesso, anche grazie al sacrificio di chi non
c’è più, ogni uomo, bambino e donna, non dovrà più temere quei sanguinari.
Tuttavia, come vi accennavo in precedenza, i pericoli sono ben lungi
dall’essere finiti. Ancora gira per questo mondo il più crudele degli esseri
mai apparsi tra noi; questo, però, è un problema che risolveremo a tempo
debito. Or dunque … Andate pure, tornate alle vostre famiglie e, quando
guarderete i vostri figli, siate consapevoli che oggi avete lottato per il loro
futuro».
Nell’ambiente non volò più una mosca, si
sentiva solo il rumore delle torce che bruciavano e illuminavano l’ambiente.
Il rumore dei passi provocato dai maghi
bianchi e dagli esseri in grado di camminare si affievolì dopo poco poiché le
loro figure scomparvero progressivamente dietro il grande portone in bronzo
ornato con minuscole sculture di angeli su tutta la sua superficie.
Il portone delimitava l’ingresso ai
sotterranei dell’accademia.
Gli esseri magici si radunarono invece vicino
al drago dalla folta chioma.
Aschcore si rivolse a loro dicendo: «Sono
consapevole che questa notte è stata difficile; anche noi draghi ci siamo
trovati in difficoltà. D’altro canto, tutti voi avete visto cosa abbiamo
combattuto. Quegli esseri hanno terrorizzato l’altro universo per lunghi anni e
voi abitanti di quel mondo lo sapete bene. Da questa notte però, essi non
nuoceranno più. Tuttavia, come diceva Brot, non possiamo ancora esultare e la
strada che ci porterà alla pace è ancora lunga. Di certo, questo scontro, sarà
ricordato per molto tempo come necessario alla liberazione del mondo dalle
presenze oscure. Andate pure adesso, ritornate al rifugio poiché le vostre
famiglie saranno in pensiero». Poi, rivolgendosi a Vorabor, disse: «Vorabor,
assicurati che i caduti abbiano degna sepoltura e che i feriti siano curati.
Quelli più gravi rimarranno qui, all’interno dell’accademia, nelle corsie
appositamente preparate per l’evenienza. Gli altri trasportateli pure al nostro
rifugio; è ora per noi di riprendere le nostre attività quotidiane».
Vorabor annuì e gli rispose: «Farò del mio
meglio». E si diresse verso il gruppo di esseri dietro di lui.
Il generale organizzò il loro rientro e dopo
pochi istanti quelle presenze iniziarono a muoversi.
Anch’esse scomparvero dietro la grande porta
che era stata oltrepassata dai maghi bianchi.
Vorabor si girò verso i draghi e i maestri
rimasti, salutò chinando leggermente la testa e chiuse dietro di sé il portone
in bronzo.
I loro passi pian piano si allontanarono.
Nella stanza regnò di nuovo il silenzio che
prima della loro venuta era padrone incontrastato di quell’ambiente.
Aschcore guardò i maestri e disse: «Prima di
andare volevo scambiare quattro chiacchiere con voi».
Il drago in seguito affermò: «Questa notte
siamo riusciti ad assestare un duro colpo ai maghi neri e ai demoni. Tuttavia …
Ci sono delle cose su cui riflettere: abbiamo avuto la conferma che Adrammalech
è nel nostro universo è sta mutando. Egli non ci ha affrontato seriamente in
quanto non ha assunto la sua forma completa. Ora … Se questo accade, bisognerà
porre freno alla sua avanzata ma di certo non sarà facile poiché abbiamo perso
sia il canto dell’arcangelo, sul quale noi contavamo tanto, sia la forza
dell’unico celestiale vivente. Rimane, comunque, una profonda e immutabile
verità: se il demone attacca, noi saremo indifesi. La sua potenza non può
essere contrastata coi mezzi di cui disponiamo in questo momento».
Brot, d’accordo con il fratello, disse: «Di
certo la morte di Ivan è arrivata inaspettata e il più potente incanto dei
maghi rossi è andato perduto. Non possiamo arrenderci, però, senza avere almeno
provato; in fondo i risultai che abbiamo ottenuto non sono malvagi e fanno
presagire che un barlume di speranza ancora esista. I ragazzi ne sono la prova;
a soli undici anni stanno già difendendo l’Asilum con un coraggio da leoni».
Aschcore annuì e poi ribatté: «Fratello …
Questo non basterà. Tu che hai visto di cosa sono capaci, dovresti sapere che
non si fermeranno fin quando non avranno raggiunto il loro obiettivo.
Ascoltatemi un attimo …». Dei sette nessuno parlò e si posero tutti all’ascolto
di quello che stava per dire il drago che continuò dicendo: «Oltre alla visione
di Adrammalech, questa sera sono successe un paio di cose che non mi sarei mai
aspettato. Nella dimensione da me creata, Bithor doveva essere in grado di
materializzarsi; perché non l’ha fatto? E poi … Come facevano i ragazzi a
sapere dell’imboscata che il demone ci avrebbe teso?».
Brot tentò di dare una spiegazione a quello
che era successo: «Penso che lo stesso Bithor avrà percepito la sua presenza e
quindi avrà allertato i ragazzi suggerendogli il modo in cui comportarsi».
Il drago dalla folta chioma ribatté:
«Impossibile; noi draghi non possiamo percepire così nitidamente la loro
presenza. Possiamo solo sentirla lievemente e non in modo continuo».
Il drago di ferro, infine, si convinse del
fatto che non potesse essere Bithor colui che li aveva avvisati; dunque si
arrivò alla conclusione che ai ragazzi bisognasse chiedere delle spiegazioni.
I maestri iniziarono a fare delle domande.
Il primo a chiedere come dovevano agire fu
proprio Astral, il quale disse: «Data la situazione, come dovremmo agire se
dovesse avverarsi quello di cui abbiamo appena discusso?».
Brot rispose: «Semplicemente continuando a
fare ciò che abbiamo fatto finora. Io rimango dell’avviso che solo il tempo e
l’addestramento di Maximilian potrà darci delle risposte. Come dissi lo scorso
anno, c’è l’urgenza di addestrarlo e insegnargli ciò che noi sappiamo». Il
drago sbuffò e affermò: «Astral … Ti occuperai sempre tu del ragazzo. So che
già possiede delle enormi possibilità di offesa e di difesa e che Bithor lo sta
istruendo. Tuttavia, deve imparare l’incanto più potente dei maghi bianchi: il
gladio».
Il maestro lo guardò e, chiudendo gli occhi,
fece un leggero cenno col capo.
Aschcore disse: «Presto verremo nuovamente
attaccati e questa volta lo faranno in massa. Nessun mago nero sarà tra loro,
ma ci dovremo confrontare col demone che abbiamo visto questa sera e col suo
esercito di anime spietate. Saranno in molti e dunque per noi sarà necessaria
una grande organizzazione». Guardò con espressione decisa i presenti e i suoi
occhi minacciosi fecero capire la sua determinazione, poi si espresse
nuovamente asserendo: «Quando attaccheranno, dovremo coordinare le nostre forze
e cercare di colpire il demone; esso soltanto è il nostro obiettivo. Soppresso
lui, tutti i suoi scagnozzi lo seguiranno».
Drenk chiese: «Ma come faremo a colpirlo? Con
quale incanto?».
Il drago dalla folta chioma rispose: «Non ha
importanza con che mezzo noi lo colpiremo, dobbiamo solo colpirlo con la
massima potenza di cui disponiamo. Ma badate bene: anche se riuscissimo ad
abbattere Adrammalech, avremo solo risolto temporaneamente il problema.
Possiedono un ingresso nuovo, il quale gli permette di entrare a piacimento nel
nostro mondo. Bisogna poi rintracciarlo e far sì che diventi inutilizzabile».
Tutti i presenti furono d’accordo con
Aschcore e infine Brot, prima di congedarsi, confermò: «È dunque deciso … Da domani
incominceremo a organizzarci per prevenire un loro attacco. Del demone ci
occuperemo man mano che si presenterà la necessità, nel frattempo Maximilian
deve essere istruito il più possibile».
Udite quelle parole, il gruppo si sciolse e
ognuno s’incamminò verso la propria destinazione.
Aschcore sparì nel solito polverone causato
dal suo incanto; Brot si incamminò in modo lento verso la grossa porta che dava
accesso alla parte più profonda dei sotterranei e i maestri si avviarono verso
le scale in marmo bianco che portavano alla loro zona.
I maghi cercarono di fare poco rumore per non
disturbare gli alunni che stavano dormendo.
I dottori e le infermiere, intanto,
continuavano a lavorare per portare soccorso ai feriti che erano appena giunti.
Nel refettorio tre figure si aggiravano
furtivamente e, dopo poco, la luce lunare fece in modo che quelle tre figure
divenissero più nitide.
I tre erano Maximilian, Hamza e Chaman e si
erano appena seduti su altrettante sedie.
Le tavole calde non erano lontane dal posto
dove stavano mangiando dei panini.
Uno di loro farfugliò qualcosa: «Buon … Gnam
…». Di quelle parole si capì ben poco.
Il ragazzo che gli era di fronte lo
rimproverò: «Chaman … D’accordo che hai fame, ma quando si mangia non si
parla». La voce era quella di Hamza.
Maximilian fu d’accordo con Hamza e, dopo
aver finito il suo spuntino, affermò: «È tardissimo». Si girò, guardò
l’orologio e vide che le lancette segnavano le tre di mattina.
Lui, infine, propose: «Ragazzi». Rivolgendosi
ai due suoi amici i quali avevano anch’essi finito il loro spuntino. «Ci
conviene andare a dormire, si è fatto tardi e anche se domani non si và a
lezione sarà dura per noi risvegliarci».
Chaman fece una strana espressione e poi gli
chiese: «E dopo tutto quello che abbiamo passato, tu ti preoccupi di andare a
dormire?».
Maximilian, come se non fosse successo
niente, gli rispose: «Questa notte abbiamo sì fatto un’esperienza diversa dal
solito; da quando mi è successo quell’incidente però, non mi meraviglio più di
niente e ho capito che oramai queste situazioni saranno all’ordine del giorno».
Chaman e Hamza lo guardarono prima
incuriositi, in seguito, dopo essersi scambiati uno sguardo di complicità,
Hamza gli disse: «Max … È dall’anno scorso che stanno succedendo cose di cui io
non immaginavo nemmeno l’esistenza, ma tutti assieme siamo riusciti a superare
quelle difficoltà e, nonostante la nostra età, ci siamo guadagnati il rispetto
dei maghi bianchi». Rivolgendosi poi anche a Chaman continuò il suo discorso:
«Ancora non siamo del tutto abituati alla loro visione, tant’è che ogni volta
che li incontriamo è come se fosse la prima volta. Ciononostante, finora, ci è
andata bene … Ma mi domando: hai visto cosa ha tentato di schiacciarci? Pareva
lo stesso essere che ha cercato di attraversare quel passaggio aperto durante
l’attacco all’Asilum non molto tempo fa».
Maximilian annuì e rispose: «Certo che l’ho
visto; è contro di lui che dovremo misurarci prima o poi».
I ragazzi rimasero in silenzio per un po’, in
seguito Chaman si decise a parlare: «Max; fin da quando ti ho conosciuto ho
sempre pensato che non fossi un ragazzo come gli altri. Non fraintendermi, non
in senso negativo, era come se una forza particolare ti avvolgesse. Poi i vari
incanti che, come niente fosse, riproduci. Ahaa … dal nostro punto di vista
sono stupefacenti: incanti che nemmeno il più abile dei maghi bianchi è in
grado di riprodurre. Ora … Io non riesco a capire come tu possa farlo, tenendo
presente anche la tua età; tuttavia, quegli esseri continuano ad attaccarci e
un motivo ci sarà».
Hamza era d’accordo con l’amico e si rivolse
a Maximilian: «Siamo consapevoli di trovarci in mezzo a una guerra tra maghi,
ma guardiamo in faccia alla realtà: siamo solo dei ragazzi e cosa possiamo fare
noi contro quella cosa che questa sera ci stava per spiaccicare al suolo?».
Maximilian però ribatté: «E vi sembra poco
quello che abbiamo fatto?». Per un attimo ci fu silenzio, i loro visi si
vedevano a malapena nell’oscurità appena rischiarata dalla debole luce lunare
che filtrava attraverso le finestre.
Maximilian non aveva ancora finito il
discorso iniziato e dunque riprese a parlare: «Per un intero anno li abbiamo
respinti; questa notte abbiamo dato una mano a eliminare entità che incutevano
terrore persino ai più esperti maghi e non solo … A quanto pare anche alla
razza dei draghi. Lo so che avete paura, e non pensate che io non l’abbia
poiché sbagliereste. Ce l’ho anch’io … E tanta. Tuttavia, esiste un mondo da
proteggere e, se non ci difendessimo, secondo voi ci risparmierebbero?».
Hamza gli rispose: «Ne sono consapevole». Ed
emettendo uno sbuffo si rivolse a Chaman: «A ogni modo ha ragione; se non li
fermiamo e riescono ad ammassare forze, per noi e le nostre famiglie è la
fine».
I tre guardando l’ora e in seguito decisero
di ritirarsi nella loro stanza e, poiché erano arrivate le tre e mezza, lo
fecero con rapidità rimandando all’indomani il discorso che avevano lasciato a
metà.
I ragazzi camminarono nei corridoi dello
stabile e cercarono di non fare rumore, onde evitare di svegliare gli occupanti
del convitto o, peggio, di attirare l’attenzione dei censori che di sicuro li
avrebbero messi in castigo.
Arrivarono dinanzi alla porta della stanza e,
mentre la stavano per aprire, sentirono la voce di Gerard: «Dove diavolo sono
finiti! Sono già le tre e mezza e sono preoccupato che gli sia successo
qualcosa».
Isak tentò di tranquillizzare Gerard
rispondendogli: «Vedrai; stanno bene, tra poco saranno di ritorno. Adesso cerca
di stare tranquillo». Appena finito di dire quelle parole, la porta si aprì e
Chaman, Hamza e Maximilian entrarono all’interno della camera.
Gerard, appena li vide, si arrabbiò e si
rivolse a Maximilian: «Dove siete stati! Ero preoccupato. E poi … Guardate che
ora è; vi sembra l’ora di rientrare?».
Il primo dei tre che tentò di parlare fu
Hamza, che rivolgendosi a Gerard disse: «Maximilian è stato con noi; non c’è
bisogno di sgridarlo in questa maniera».
Anche Chaman cercò di calmare Gerard, ma il
fratello maggiore di Maximilian ribatté: «Non mi è rimasto più nessuno oltre a
te Max, se ti succedesse qualcosa non me lo perdonerei mai». Poi si calmò e
aggiunse: «A ogni modo … Meno male che non vi è successo nulla».
Isak annuì, si rivolse a Gerard, e ribadì:
«Hai visto, non è successo proprio nulla. Ora, non vorrei essere noioso, ma
visto l’orario ci converrebbe andare a letto». E così si decise di fare; tutti
gli occupanti della stanza si misero il pigiama e andarono a dormire chiudendo
l’unica luce che nell’accademia era ancora accesa.
Due occhi, appostati nel giardino dello
stabile, fissarono la finestra della camera dove i ragazzi alloggiavano.
Una sagoma uscì dall’oscurità e la folta
barba bianca risaltò in modo vistoso; il maestro Astral stava fissando quella
finestra e un sorriso si riconobbe dietro quei peli bianchi che rinfoltivano il
suo volto.
Intanto, nella camera, la pace era ritornata
e tutti i ragazzi si erano addormentati.
Chaman iniziò a russare e si era scoperto
lasciando le lenzuola da un lato del letto; Hamza, esausto com’era, crollò
immediatamente e anch’esso iniziò a russare; Isak e Gerard fecero lo stesso.
I due occhi di Maximilian però, si
riconobbero nitidamente nell’oscurità della stanza.
Lui fissava la finestra che permetteva di
guardare all’interno del parco e i suoi pensieri ritornarono alla battaglia che
quella sera si era svolta.
Tante furono le domande che si fece, come
d’altro canto c’era d’aspettarsi da un ragazzino di soli undici anni; com’era
possibile che il demone fosse arrivato lì senza che loro se ne accorgessero?
E poi … Isak … Come faceva a sapere
dell’attacco che il demone avrebbe sferrato contro di loro?
Fu allora che Maximilian pensò di chiedere
spiegazioni all’amico ed era intenzionato a farlo il giorno successivo.
Una voce, d’un tratto, attirò la sua
attenzione: «Max». Ella disse.
La voce rimbombò nell’ambiente.
Quel vocione poderoso Maximilian lo conosceva
bene; era Bithor che lo stava chiamando.
****
L’ambiente
iniziò a mutare e un nuovo paesaggio si delineò attorno a lui.
Maximilian
si alzò dal letto appena in tempo, prima che esso scomparisse.
Le due
pareti rocciose lo attorniarono: erano tanto alte che lo impressionarono e la
luce solare filtrava a malapena.
La
sagoma di Bithor iniziò a schiarirsi e i suoi passi echeggiarono dappertutto
poiché il terreno ondeggiava.
Il
drago si avvicinò al ragazzo e disse: «Maximilian, vi siete comportati bene
questa notte. Parte dei nostri più acerrimi nemici sono stati annientati e non
daranno più fastidio a nessun essere vivente». In seguito, com’era solito fare,
si abbassò e fece in modo da essere più vicino possibile alla piccola sagoma
che si ritrovava davanti.
Bithor
lo guardò e continuò il suo discorso: «Inoltre … In questa occasione siamo
venuti a conoscenza dei progressi fatti dal demone nella sua mutazione; è
dunque necessario che anche noi acceleriamo i nostri piani».
Il
ragazzo assentì e rispose: «Sono consapevole di ciò che tu dici Bithor. È anche
vero che se Adrammalech termina la sua mutazione, non ci rimane che tentare
quella via».
Il
drago però obiettò: «No Max … Quello che stiamo imparando a fare non è per
questo demone; ma, come già ti ho spiegato, lo terremo in serbo per un’entità
ancora più pericolosa».
Il
ragazzo non riusciva a capire come avrebbero potuto fronteggiare un demone
senza alcun incanto efficace che gli permettesse di bloccarlo e dunque furono
tante le domande che fece al drago: «E allora come faremo per bloccare quella
cosa?».
Bithor,
tuttavia, pareva non essere affatto preoccupato della situazione e sembrava
quasi celasse qualche segreto.
Eppure
Maximilian continuava a non comprendere; aveva visto bene l’essere che gli
aveva teso l’imboscata nei pressi della collina, era spaventoso ed enorme, del
tutto diverso dalla prima volta che lo aveva incontrato.
Il
demone non aveva più sembianze umane, aveva assunto forme demoniache; senza
contare che al termine della sua trasformazione avrebbe richiamato il suo
esercito di anime spietate.
Bithor
si rivolse a Maximilian dicendo: «Sai … Per il momento le cose non sono ben
chiare, ma devi sapere che Ivan il rosso ha assolto ai suoi doveri è il suo
ruolo in questa storia avrà ancora un peso; direi anche consistente. So che
nella situazione in cui versiamo le cose appaiono complicate; tuttavia, alla
fine ti sarà chiaro il perché del mio comportamento. Ora però, presta
attenzione … Adrammalech è solo uno dei quattro demoni di cui si è circondato
l’oscuro e, come ti ho spiegato la scorsa volta, non è lui il nostro obiettivo
finale; è all’oscuro che dobbiamo mirare. Tieni presente che costui non può
essere paragonato a nessuno degli esseri umani e nemmeno a nessun essere
magico. La sua brama di potere lo ha consumato al punto da divenire un
involucro e quello contro cui ci troveremo a combattere un giorno, sarà ben più
oscuro e crudele di quel demone che tu hai incontrato questa sera».
Maximilian
ovviamente non era in grado di comprendere poiché le parole del drago gli
suonavano misteriose e dunque decise di non fare più domande.
Il
drago d’oro, a quel punto, si alzò, lo guardò e gli disse: «Adesso Maximilian
dobbiamo andare; io e te abbiamo ancora tanto da fare e insieme riusciremo nel
nostro intento. Or dunque … Dirigiamoci nel solito posto e non perdiamo tempo».
Entrambi
scomparvero in mezzo alla vegetazione che cresceva rigogliosa tra quelle pareti
rocciose.
****
In un antro oscuro, nel quale la visione era
offuscata dal fumo, delle voci discutevano: «Com’è potuto accadere una cosa
simile?». Domandò una di esse.
Un verso agghiacciante seguì quella domanda;
poi con un tono ancora più oscuro un’altra voce echeggiò nell’ambiente: «Non
avrei mai immaginato che fossero capaci di una cosa simile! Oltretutto hanno
anche intuito il mio inganno». E dopo un attimo di silenzio continuò dicendo:
«Drago; i tuoi simili ci stanno dando parecchio fastidio. Mi assicurerò personalmente
che non diano più seccature».
La risposta dell’interlocutore non tardò ad
arrivare: «Sono scaltri, non cadranno di nuovo nella stessa trappola».
Una luce brillò nell’oscurità, era una luce
naturale che proveniva da un crepaccio proprio lì nella caverna dove stava
avvenendo la conversazione.
L’odore acre dello zolfo rendeva l’aria
irrespirabile per una persona, ma coloro che vi erano rifugiati all’interno
parevano proprio non avere nulla di umano.
Il loro vero aspetto fu svelato dalla luce
proveniente dal magma incandescente lì presente, dal quale dei vapori
continuavano a innalzarsi verso l’alto.
Nel grande spazio che si celava in fondo al
crepaccio, c’erano diversi esseri magici tra i quali Melkore e il tanto temuto
Adrammalech.
C’erano i Villici, alcuni Carnolupi ed esseri
che parevano dei Troll sotterranei coperti parzialmente con dei bendaggi.
Lì, davanti al demone, ascoltavano le sue
parole.
Una voce ancor più tetra di quella del demone
echeggiò minacciosa tra quelle pareti di roccia lavica: «È dunque questo quello
che i miei servi sanno fare?». Ella domandò.
Sui volti dei presenti si vide l’espressione
di chi teme qualcosa.
La voce oscura continuò dicendo: «Non solo
avete perso buona parte delle forze da me inviate, ma anche i più crudeli
alleati che mi ero procurato. Ora … A quale punizione dovrei pensare per
l’artefice di questa disfatta?».
Il demone lì presente disse: «Siamo stati
colti di sorpresa; tuttavia, è imminente la mia completa trasformazione. Una
volta avvenuta, sarò in grado di richiamare il mio esercito e mi occuperò
personalmente della questione».
Davanti a loro il passaggio che in precedenza
girava vorticosamente pareva essersi fermato; una fiammata imponete ne venne
fuori e andò a colpire il soffitto, anch’esso fatto di pietra lavica.
In seguito ritornò a girare in senso orario e
la voce che in precedenza si era udita cessò di parlare.
Il demone si rivolse a Melkore: «Questa volta
non dobbiamo dargli scampo. Organizza delle ricerche per stanare i maghi
bianchi e quando li avrete trovati datemi conferma».
L’essere era sempre più inguardabile e,
vicino alla sua forma finale, a malapena riusciva a celarsi nell’antro poiché
il suo enorme corpo quasi toccava la volta della caverna.
Dal drago nero, che annuì al suo ordine, non
provenne alcun segno; egli si girò e si diresse verso l’uscita risalendo il
sentiero che lo avrebbe portato in superficie.
Dietro di lui c’erano numerosi esseri di
piccole dimensioni tra i quali Boschivi e Carnolupi.
***
In un altro posto, attorno a un tavolo rotondo,
un gruppo di persone stava discutendo dei fatti recentemente accaduti.
Le voci di alcuni esseri umani vestiti con
delle tuniche bianche si udivano chiaramente in quella stanza.
Astral disse: «Siamo a buon punto con i
soccorsi e tutte le persone bisognose sono state portate in infermeria».
Dinanzi al gruppo c’era il drago di ferro che
annuì e di seguito chiese: «I corpi dei caduti sono stati recuperati tutti?».
Il maestro Astral rispose: «Sì, li abbiamo
sistemati qui nel sottosuolo per il momento in attesa di sepoltura. In prima
mattinata provvederemo ad avvisare le famiglie».
Nella sala ci fu un attimo di silenzio,
interrotto poi da Brot: «Che siano avvisate le famiglie; quei valorosi hanno
sacrificato la loro vita pur di proteggere questo mondo». La luce delle
fiaccole appese alle pareti rischiarò la sua figura e quella dei maghi presenti
alla riunione.
Il drago, a quel punto, disse: «Per questa
sera avete fatto abbastanza, andate pure a riposare. Ci incontreremo dopodomani
notte; vi farò sapere l’ora».
Udite quelle parole, ognuno di loro si avviò
verso la propria abitazione.
Nella sala rimase solo il drago di ferro.
***
Il sole rischiarò tutto l’ambiente
dell’accademia, quel giorno sembrava che il giardino fosse ancor più bello del
solito.
Alcune figure con la divisa arancione e il
berretto dello stesso colore stavano ripulendo lo stupendo parco che attorniava
l’accademia.
Nei corridoi dello stabile non c’era anima
viva.
Un personaggio basso, grassottello e mezzo
calvo, si stava dirigendo verso la stanza dove Maximilian e i suoi compagni
erano alloggiati.
Egli incontrò un’altra persona, costui era
magro e alto almeno un metro e ottanta e a differenza di lui aveva una folta
chioma.
Entrambi vestivano in giacca e cravatta; il
loro abito era di color grigio chiaro e la cravatta era di colore nero.
Il primo dei due, quello più basso, si
rivolse alla figura longilinea che lo stava aspettando e domandò: «Allora;
tutto bene questa notte?».
Colui a cui fu posta la domanda sbadigliò e
poi rispose: «Niente di sospetto per tutta la notte».
La persona bassa però, accennò a un problema
avvenuto nella notte: «Mah! A quanto pare, questa notte, ci sono stati dei
problemi e si è resa necessaria la mobilitazione di molto personale».
Il suo compagno fu sorpreso da quell’affermazione
e rispose: «Non ho sentito niente, altrimenti lo avrei riferito».
L’uomo minuto annuì e ribatté: «D’accordo.
Allora procediamo a darci il cambio». E detto quello, i due si separarono
andando ognuno verso un punto diverso del corridoio.
Due porte si aprirono e si udì il cigolio dei
cardini che finì quando esse furono richiuse.
Nella stanza dei ragazzi la luce solare
illuminò gran parte dello spazio e i rumori contribuirono a far svegliare i
suoi occupanti.
Il primo a svegliarsi fu Isak che si diresse
verso il bagno, facendo attenzione a non fare rumore onde evitare di svegliare
gli altri suoi amici.
Tutti, però, erano già svegli.
Quella mattina non avevano fretta e
aspettarono il loro turno per poter andare alla toilette.
Chaman era nervoso e girava su sé stesso; si
alzò e si diresse verso la porta, bussò e disse: «Hm … Presto! Se non liberi il
bagno subito, potreste ritrovarvi in un bel pasticcio». Ma dal bagno Isak fece
presente: «Chaman, sei sempre tu. Possibile che non riesci a resistere almeno
un po’?».
L’amico insistette: «Ho mal di pancia! Devo
andare in bagno». E mentre lo diceva, continuava a saltellare.
Fu allora che lo strepitio della serratura
fece intuire che di lì a poco la porta si sarebbe aperta; nemmeno il tempo di mettere
fuori il naso che Isak fu spostato letteralmente.
Chaman esclamò: «Permesso!». E la porta fu
chiusa repentinamente.
Quando tutti furono pronti, si avviarono
verso la sala mensa per fare la colazione.
I cinque incontrarono le loro amiche; anche
loro si stavano dirigendo in refettorio.
Corine salutò e chiese a Maximilian: «Dove
eravate finiti ieri? Vi abbiamo cercato per tutta l’accademia».
Maximilian rispose: «Sai; siamo stati
occupati col maestro Astral. I soliti allenamenti, solo che questa volta sono
venuti con me anche Hamza e Chaman».
La ragazza, udite le sue parole, affermò:
«Non ti danno un attimo di tregua eh?».
Maximilian annuì e poi sorrise, in seguito
disse: «Pare proprio di sì».
Il gruppo scese a fare colazione e come al
solito sulle tavole calde c’era di tutto: c’era il latte e il caffè,
dell’ottimo tè al limone, le brioche alla crema di nocciole e al naturale,
i panini caldi e fragranti, il burro e
le marmellate di vario gusto.
Ogni studente passava col suo vassoio e lo
riempiva con una brioche, un panino, del burro, della marmellata e una tazza
che, a seconda dei gusti, veniva colmata con del tè o del latte.
I vassoi erano di colore marrone chiaro e il
materiale di cui erano fatti era resistente.
I ragazzi si accomodarono al loro tavolo assieme
alle ragazze e mentre facevano colazione discorrevano del più e del meno.
L’argomento di cui si parlò fu quello
didattico; si parlò delle varie materie e di come si sarebbe affrontato quel
nuovo anno.
Margharet a un certo punto chiese: «Ma voi
questa notte non avete sentito nulla?».
Hamza, facendo finta di niente, pose a sua
volta una domanda alla ragazza: «E cosa avremo dovuto sentire?».
Margharet, leggermente sorpresa, ribadì: «Non
ci credo che non abbiate sentito nulla. Pareva un trambusto creato da un bel
po’ di gente».
Maximilian affermò: «Mah … Onestamente,
questa notte ho dormito come un sasso e non mi pare che ci siano stati rumori
molesti».
Anche Corine aveva notato qualcosa di strano
nella notte appena trascorsa: «Anche io ho sentito strani rumori e per
sincerarmi di cosa stava accadendo, mi sono affacciata alla finestra e, dato
che essa dà direttamente sul parco, mi è sembrato di vedere alcuni maghi
bianchi e delle infermiere che per buona parte della serata andavano avanti e
indietro».
Chaman e i suoi compagni cercarono di sviare
le ragazze e continuarono ad affermare di non aver notato niente di strano
durante la notte.
Quando la discussione giunse al termine,
tutti, avendo finito di consumare il pasto, decisero di uscire fuori dallo stabile
visto che per due giorni le lezioni erano sospese.
Uscirono nel parco, dove molti studenti si
erano recati, e fecero una passeggiata.
Nel parco molti studenti si stavano
esercitando con la magia e di tanto in tanto si incontravano alunni degli anni
superiori che si cimentavano in incanti per apprendere a manipolare gli
elementi.
Tutti loro non disdegnarono di fermarsi ad
ammirare quello che gli studenti più grandi stavano facendo.
Alla fine si fermarono sotto un pino.
Si accomodarono su una panchina che era ben
riparata dai raggi solari, anche grazie all’ombra che lo stesso albero
riproduceva.
Le ragazze furono attratte dai ragazzi del
quinto anno; stavano gareggiando tra loro e a turno invocavano la spada
elementale.
Si diressero verso il posto in cui si stavano
esercitando, pressappoco a duecento metri dalla panca dove Maximilian e i
compagni si erano sistemati.
Corine chiese ai ragazzi: «E voi non
venite?».
Gerard si stava muovendo ma Maximilian gli
disse: «No grazie, preferiamo riposarci qui all’ombra di questo pino».
Maximilian stava trattenendo per il braccio
sinistro il fratello, che girandosi gli chiese: «Perché non mi lasci andare con
lei?».
Corine, in quell’istante, si era rigirata e
si era incamminata verso le amiche le quali già avevano preso posto vicino a
quei baldi giovanotti.
Maximilian si rivolse al fratello dicendogli:
«E non te lo immagini perché ti ho trattenuto? Dobbiamo parlare».
Gerard comprese che si trattava di qualcosa
d’importante e si accomodò sulla panca.
Il primo a parlare fu lo stesso Maximilian,
che guardando Gerard disse: «Fratello, tu sai quasi tutto quello che sta
accadendo; pertanto non vedo il motivo di nasconderti quello che è accaduto
questa notte».
Gerard non fu sorpreso per niente di ciò che
gli fu detto e rispose: «Non c’è bisogno di spiegarmi tutto; so già che questa
notte vi siete imbattuti di nuovo in quegli esseri».
Questa volta fu Maximilian a essere sorpreso
e non lo nascose affatto: «Come fai a saperlo?». Chiese al fratello.
Gerard non tardò ad affermare: «Fino a una
certa ora non mi era passato per la mente un’eventualità simile ma poi, visto
il trambusto che si è sentito, ho fatto uno più uno e sono arrivato alla
conclusione che vi eravate di nuovo ficcati nei guai».
A quel punto Maximilian esclamò: «E va bene!
Vorrà dire che ti metteremo al corrente di quello che è successo». Poi si girò
verso Isak che li stava ascoltando e gli disse: «Prima di spiegare a Gerard
cos’è successo, tutti noi saremo curiosi di sapere come facevi a conoscere le
intenzioni di quell’essere».
Isak accennò un ghigno, poi si rivolse a loro
con tono pacato: «Ah, giusto; volete che vi dica come sapevo che il demone
avrebbe cercato di schiacciarvi». Si fermò per un attimo e poi continuò: «Beh;
in verità non è che lo sapevo con certezza».
Hamza a quel punto lo interruppe ponendogli
un’altra questione: «Cosa vuol dire che non lo sapevi per certo?». Intanto,
nell’aria si sentivano le urla d’incitamento del gruppo lì dinanzi a loro.
Si udivano vari incitamenti, del tipo:
“Forza, fai vedere loro che noi dell’ultimo anno non abbiamo rivali”; e un
ragazzo abbastanza alto con la chioma dorata e riccioluta, le guance rosse, la
faccia allungata e di bell’aspetto riprodusse un incanto.
«Gladio!».
Esclamò quel ragazzo.
Una luce provenne dal centro di quel gruppo
che contava una trentina di persone, poi seguì un’esclamazione la quale fece
capire che tutti furono meravigliati da ciò che era successo.
I nostri amici però, non ci fecero caso;
erano più interessati alla storia di Isak e, tutti concentrati, aspettavano le
sue parole.
Il ragazzo, sentendosi al centro
dell’attenzione, disse: «Dai! Ragazzi … Non fissatemi a quel modo, non sono
mica un fenomeno da baraccone».
Chaman, un po’ indispettito, gli ribadì: «Eh
no! Caro Isak … Ti ricordo che quando mi avete scoperto, sono stato quasi
costretto a spifferarvi il mio segreto. Or dunque … Spiattella quello che
nascondi!». E avvicinandosi a lui assunse un’aria minacciosa, arricciando le
sue sopracciglia.
Quell’espressione fece ridere Isak che disse:
«Non c’è bisogno di fare così; se avete un attimo di pazienza vi dirò tutto».
Chaman annuì e aggiunse: «Ti ascoltiamo».
Isak allora iniziò a narrare ciò che aveva da
dire: «Tutti voi sapete che ogni mago bianco possiede alcune particolari
abilità che coltiva e sviluppa nel tempo. Ebbene … La mia famiglia, come quella
di Hamza e quella di Chaman, è da sempre custode di un’arte che prende il nome
di precognizione».
Chaman chiese: «Cos’è la precognizione?».
Hamza, mettendosi una mano sulla fronte,
ribatté: «Possibile che tu non sappia cos’è la precognizione?».
Chaman rispose: «Boh!».
Hamza, sentendo quelle parole, enfatizzò:
«Nooo!». Poi, rivolgendosi a Isak, disse: «Prego Isak, spiegaglielo tu di cosa
si tratta». E, rivolgendosi a Chaman, aggiunse: «Se solo tu studiassi un po’
invece di correre dietro alle sottane …».
A quel punto sul viso dei ragazzi apparve un
sorriso ma Chaman volle dire qualcosa in sua difesa: «Beh, volete fare paragoni
… I libri con le ragazze; no, no, non c’è confronto. Le ragazze vincono di
cento punti!».
Gerard aggiunse: «Lo sapevamo, non c’era
bisogno di ricordarcelo».
Isak però li interruppe dicendo: «Ascoltate …
Per quelli che non sanno cos’è la precognizione …». Si girò verso Chaman, che
era alla sua destra, e continuò: «È anche detta premonizione; sarebbe a dire
che un individuo riesce a vedere nel futuro ciò che accadrà». Poi si rigirò
verso gli altri dicendo: «Questo tipo di abilità viene insegnata nella nostra
famiglia da generazioni. Tuttavia, nessuno dei miei avi era riuscito a vedere
un evento così lontano nel tempo com’è successo a me. Senza contare che
chiunque abbia questo tipo di dono, non lo può sfruttare prima del suo
ventesimo anno».
Maximilian chiese: «Tu ne hai solamente
undici, come puoi già avere sviluppato la precognizione?».
La risposta di Isak fu: «E chi lo sa. Qui non
si capisce più nulla. Chaman che riesce a scomparire e ricomparire a
piacimento; Hamza che sviluppa la telecinesi e io che riesco ad avere
premonizioni a soli undici anni». Fece un attimo di pausa, poi riprese il suo
discorso: «Vi dicevo … Da un paio di settimane, d’improvviso, mi appaiono
visioni strane e tra queste c’era quella di cui vi ho avvisato. Ecco … Si
presentano all’improvviso; mentre parlavo con voi mi apparve quest’immagine e
nel caso del demone visualizzai la sua mano che si abbatteva sulla collina; dal
nulla compariva la sua faccia priva di pelle e i suoi muscoli rossi pulsavano
attraversati dal suo sangue rosso scuro. Poi ho udito persino il suo urlo,
quando si è accorto che voi eravate scappati e che il suo agguato non era
riuscito».
Hamza affermò: «Deve essere stato orribile
avere quelle visioni».
Il loro amico ribatté: «Inizialmente non
riuscivo a capire cosa fosse. Ma dopo un paio di episodi sono risalito alla
precognizione, poiché ne avevo parlato con mio padre e mia madre tempo
addietro. Solo che non riuscivo a capire di cosa si trattasse, poi le cose
furono più chiare quando mi apparvero Maximilian, Hamza e Chaman».
Maximilian lo interruppe dicendo: «Ecco
perché ci hai fermati dicendoci quelle parole».
Gli schiamazzi provocati dal gruppo in cui si
stavano sfidando i maghi dell’ultimo anno, intanto, aumentarono d’intensità.
Le ragazze si erano mischiate per bene in
mezzo a loro e quasi non si scorgevano, nascoste dalle sagome dei ragazzi più
grandi che facevano il tifo.
La voce di Isak si sentì a malapena: «Di
quanto è accaduto i miei genitori non sanno nulla. Già la vedo mia madre
preoccuparsi e, a quel punto, penso che mi farebbe ritirare dall’accademia;
questo proprio non voglio che accada».
Gerard mise una mano sulla spalla a Isak e
gli disse: «Ora capisco perché mi hai tenuto d’occhio per tutto quel tempo. Ma
ti posso assicurare che anche se venivo a conoscenza di quanto stava per
accadere, di certo, non mi sarei potuto opporre. Maximilian ora è un mago a
tutti gli effetti, lo abbiamo visto durante l’anno scorso e anche durante gli
allenamenti. Dunque non posso impedirgli di fare quello che è giusto e so che,
al momento, non posso essere di alcun aiuto; non possiedo particolari doti e non
sono abbastanza esperto da riprodurre incanti che possano aiutare. Tuttavia, la
prossima volta preferirei essere messo al corrente di quello che accade; vi
posso assicurare che non vi sarò d’intralcio in alcun caso».
Tutto il gruppo annuì e fece intendere che
d’ora in avanti avrebbero condiviso tutto.
In quel momento si udì una voce che proveniva
dal gruppo: “Accidenti, mi è andata male!”, e la gente applaudiva e inneggiava
a un certo Herdo.
Egli doveva essere il vincitore della sfida
poiché si vide il ragazzo dai capelli biondi inneggiare alla vittoria; poi egli
disse: «E vai! In questo incanto sono praticamente imbattibile». A quel punto
si allontanò con i suoi amici, mentre le persone che si erano radunate intorno
a loro si dileguarono.
Le ragazze si avvicinarono ai loro compagni
e, quando furono vicine, Margharet disse loro: «Non sapete cosa vi siete persi.
Due ragazzoni di quinta si sono sfidati nella materializzazione del gladio.
Ohooo … Dovevate vedere come splendevano le loro spade elementali».
I ragazzi smisero di parlare dell’argomento
di cui avevano discusso fino a quel momento.
Isak gli rispose: «Non avevano nulla di
speciale quei due. Tra qualche anno io saprò fare di meglio».
Margharet però ribatté: «Ahi, ahi; sento
odore di gelosia».
Isak affermò: «Non è vero».
Anche le altre ragazze furono d’accordo con
Margharet e a sottolineare la cosa ci pensò Sara: «Davvero?». Chiese al
ragazzo, che d’un tratto divenne rosso per poi non dire nulla.
Corine s’intromise dicendo: «Probabilmente
sarà come dici tu Isak. Ma, per il momento noi non siamo in grado di riprodurre
quel tipo d’incanto». Dopo aver detto quelle parole, gli strizzò l’occhio e, da
quel gesto, s’intuì che la ragazza ricordava bene gli episodi che si erano
verificati nella foresta amazzonica.
La mattinata trascorse velocemente e per
tutti fu l’ora di rincasare nelle proprie stanze e di pranzare; si doveva
studiare nel pomeriggio e di questo i ragazzi ne erano consapevoli: l’anno
scolastico era appena iniziato.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo tra un po’ di giorni (tempo necessario affinché io corregga “riscriva”
il 14° capitolo).
