Beh, dopo sette mesi, siamo quasi giunti al
termine del romanzo … Mancano solo due capitoli alla fine del “Canto
dell’arcangelo”.
Or dunque; solo due precisazioni … Troverete
i termini Clipeus e Amentum all’interno del capitolo; poca roba … Il Clipeus
non è altro che il nome latino dello scudo rettangolare in dotazione
all’esercito romano in un dato periodo storico.
L’Amentum, invece, è il
nome latino di una striscia di pelle posta sulle lance in modo da aumentarne la
gittata, e quindi l’efficacia.
Tale striscia di pelle imprimeva al giavellotto, e l’imprime tutt’oggi in alcune manifestazioni, un movimento
rotatorio in modo che fosse più aerodinamico e dunque arrivasse più lontano (anch’essa
era usata dalle truppe romane in un certo periodo storico).
Buona lettura:
18°
CAPITOLO
LA
MORTE DI MELKORE
In un luogo sotterraneo, illuminato da alcune
fiaccole accese, una grossa porta delimitava lo spazio di una stanza.
L’aria iniziò a distorcersi, come se qualcosa
disturbasse quel punto.
Alcune sagome apparvero proprio in quel
luogo.
I ragazzi partiti alla ricerca di Maximilian
comparvero d’improvviso e si guardarono intorno staccandosi l’uno dall’altro
poiché erano uniti in cerchio.
Hamza esclamò: «Ma questi sono i sotterranei
dell’accademia!».
Isak chiese: «Non mi dire che i maghi sono
ancora nell’accademia?».
I cinque si misero a girovagare nella grossa
stanza, ma ci vollero pochi minuti per capire che lì non c’era ombra di esseri
viventi.
Chaman lo confermò: «QUA PARE NON CI SIA
NESSUNO». Gridò dal fondo della stanza.
I ragazzi s’interrogarono su cosa fosse
successo.
Gerard chiese a Chaman: «Possibile che ti sia
sbagliato?».
Lui gli rispose: «Può essere. Ma di una cosa
sono certo … Qui, lui c’è stato».
Hamza ribatté: «E ci credo! Ci siamo stati
anche noi, direi pure tante volte».
Corine fece presente: «Comunque sia …
Dobbiamo trovarlo». Poi si rivolse a Chaman e gli chiese: «Credi di riuscire a
trovarlo provando di nuovo?».
Lui le rispose un po’ imbarazzato: «Certo.
Sono sicurissimo di riuscire a portarvi da lui questa volta».
I ragazzi si riunirono nuovamente in cerchio,
misero le mani uno sull’altro, in modo da toccarsi, e Chaman fece presente:
«Tranquilli … Questa volta vi porto nel luogo giusto. Anche se temo che quel
posto non vi piacerà molto». Facendo una faccia poco rassicurante; di seguito
chiuse i suoi occhi e tutti insieme si smaterializzarono.
***
In una zona impervia, intanto, sei figure si
spostavano velocemente; sembrava che qualcosa li stesse seguendo e, di tanto in
tanto, uno di loro si girava indietro per controllare la distanza degli
inseguitori.
L’uomo si girò verso i suoi colleghi tutti
vestiti di bianco ed esclamò: «Ci stanno seguendo! Sono abbastanza vicini».
A capo del gruppetto c’era Astral, che
girandosi verso il compagno, non diminuendo nemmeno di un po’ la sua velocità,
disse: «Non rallentate e seguite il piano. Vedrete che andrà tutto bene».
Tutto pareva calmo dietro di loro … Se
qualcuno li stava seguendo, lo stava facendo in maniera discreta.
I maghi arrivarono in uno spiazzo, libero da
rocce e da alberi, il quale dava inizio a una zona pianeggiante.
Un fiume scorreva in mezzo all’enorme
piazzale e i sei maghi furono costretti a fermarsi proprio sulle sponde del
fiumiciattolo.
Astral disse ai suoi compagni: «State pronti
… Stanno arrivando». Non finì di dire quelle parole che tutt’intorno a loro si
materializzarono dal nulla parecchi esseri magici.
I sei erano attorniati e senza via di scampo,
gli esseri che li avevano intrappolati erano quasi tutti boschivi, draghi dei
boschi della stazza di un essere umano senza braccia ma con possenti gambe che
terminavano con artigli altrettanto pericolosi.
Una voce provenne da quegli esseri: «Guarda
chi abbiamo trovato! Maghi bianchi che si aggirano in queste zone. Saranno un
bello spuntino per noi …». E detto quello si avventarono contro le loro prede
caoticamente, come solo bestie feroci erano in grado fare.
I maghi bianchi si prepararono a combattere;
uno di loro esclamò: «Elementum ventus …
Tutela!».
Un vortice si levò intorno a loro, formando
una semisfera e proteggendo così di fatto i sei maghi dall’attacco delle bestie
che non fecero in tempo a fermarsi, poiché avevano spiccato un salto verso
l’alto e nel ricadere urtarono su di essa.
Le bestie furono scaraventate lontane dal
vento impetuoso.
Il pericolo però non era finito … Si
rialzarono e, con maggiore ferocia, si sparpagliarono e attaccarono da più
fronti.
I maghi bianchi materializzarono le loro
spade elementali preparandosi a uno scontro diretto; i boschivi iniziarono a
usare il loro getto di veleno verdognolo, lanciato verso gli avversari dalla
bocca e dove dei denti aguzzi spiccavano minacciosamente.
Alcuni di loro riuscirono a evitare quegli
attacchi grazie a magie difensive; uno dei maghi però fu colpito e cadde a
terra privo di vita poiché il veleno dei boschivi non dava speranze a chi
veniva a contatto con esso.
Le grida di aiuto del mago attirarono
l’attenzione dei compagni che corsero in suo aiuto ma fu tardi poiché il suo
corpo era scomparso, corroso dal liquido verde.
I cinque si guardarono le spalle l’uno con
l’altro e tre draghi dei boschi furono abbattuti poiché colpiti dalle loro
spade.
Astral gridò: «SONO TROPPI!».
Tutti e quattro i suoi colleghi furono
d’accordo con lui e, spalla contro spalla, posizione in cui furono costretti
dagli esseri che gli ruotavano intorno come lupi, cercarono di difendersi.
Gli esseri ostili stavano quasi per
avventarsi sui maghi per dargli il colpo di grazia, quando, all’improvviso,
alcuni incanti lanciati da luoghi non ben definiti centrarono alcuni di loro.
I boschivi colpiti caddero a terra privi di
vita.
I rinforzi, costituiti solo da maghi bianchi,
accorsero in aiuto dei compagni travolgendo i nemici e uccidendoli.
Astral si avvicinò a Wotan e Asdar e disse:
«Abbiamo perso Abram nello scontro. Purtroppo non siamo riusciti a uscirne
indenni».
Wotan rispose: «È una grave perdita Astral.
Tuttavia, oggi non sarà l’unica … E tu lo sai».
Astral annuì e Asdar ribadì: «Oggi non sarà
facile …. Ma è necessario insistere. Dobbiamo scovarli a tutti i costi».
Asdar guardò verso l’orizzonte e chiese:
«Secondo voi avranno sentito il frastuono degli incanti?».
Astral rispose: «Ne puoi stare certo. Tra
poco si precipiteranno qui per controllare cosa sta succedendo e non ci saranno
solo i boschivi, avremo a che fare con esseri molto più pericolosi».
Intorno a loro c’era una calma surreale, non
si udiva nemmeno un cinguettio di uccelli e non si percepiva la benché minima
traccia di vita.
I cinque maghi bianchi, unitisi ai rinforzi
arrivati come se già avessero sentore di quello che stava per avvenire, si
affrettarono a riprodurre incanti difensivi e quasi tutti, armati di spade
elementali, si guardarono intorno aspettandosi che qualcosa arrivasse da un
momento all’altro.
Alcuni proposero di non fermarsi e di
continuare a muoversi e Astral era d’accordo.
Il mago affermò: «Penso sia giusto muoversi.
Se rimanessimo fermi saremo più vulnerabili».
Wotan, annuendo, confermò quelle parole: «Ci
conviene oltrepassare il fiumiciattolo e cercare riparo nella vegetazione». E
detto quello, passarono in mezzo al fiume dinanzi a loro.
Oltrepassarono il fiume e arrivarono alla
boscaglia non tropo fitta; lì, di fronte a loro, si ergevano molti alberi di
quercia che rimpiazzarono l’ambiente spoglio e privo di vita in cui avevano
appena combattuto.
Uno di loro disse: «Ci siamo! Lì avremo un
riparo e sarà più facile difenderci».
Il mago non fece in tempo a finire di parlare
che degli occhi minacciosi fecero la loro comparsa.
Essi erano appostati dentro la boscaglia e
dopo pochi secondi si materializzarono una miriade di creature, le stesse che
avevano affrontato in precedenza.
Un verso inumano in quel momento si propagò
nell’ambiente.
Le creature appena giunte si gettarono contro
i maghi e ne scaturì una cruenta mischia, dove sia i maghi sia i boschivi si
batterono strenuamente; ma il numero inferiore dei maghi bianchi, presto, fece
prendere una brutta piega a quella battaglia.
I rumori degli incanti e il frastuono si udì
per tutta la vallata lì vicina e i monti circostanti; quei frastuoni arrivarono
persino alle orecchie di Maximilian.
Egli era sulla groppa di Brot e si stava
avvicinando a quel luogo.
Maximilian disse al drago di ferro: «Hanno
già incominciato a combattere».
Il drago, che continuava a camminare, in modo
da non essere visibile, in mezzo a una ventina di maghi bianchi, confermò
quanto detto dal ragazzo.
«Sì … Ma dobbiamo sbrigarci; presto avranno
bisogno di tutto l’aiuto che possiamo offrirgli». Affermò Brot; e nel dire
quello aumentò il passo dirigendosi verso il punto da cui provenivano quei
suoni.
Astral e gli altri maghi continuavano la loro
lotta e gli esseri avversi che si gettavano contro di loro non accennavano a
diminuire.
Nel bosco la situazione precipitò, poiché gli
stessi esseri ostili in quell’ambiente si mimetizzavano perfettamente e
riuscivano a sferrare i loro attacchi con facilità.
I maghi bianchi furono decimati
sistematicamente in quel bosco.
I maestri, armati con le proprie spade
elementali, si ritrovarono ben presto a combattere l’uno accanto all’altro e
così fu anche per l’esiguo numero di maghi rimasti.
I superstiti erano al centro di uno spazio
erboso, tutt’intorno c’erano gli alberi di quercia e le siepi, dove delle ombre
minacciose parevano sfrecciare ad alte velocità e d’improvviso spuntavano fuori
dal nascondiglio cercando di colpire il loro obiettivo.
Le bestie, poi, tornavano nuovamente nel
luogo di partenza; e ciò avveniva in un batter d’occhio.
Astral si rivolse ai suoi compagni; in tutto
se ne contavano dieci, incluso Wotan e
Asdar, dicendo: «Non me lo aspettavo. Mi domando come facciano ad avere tanti
esseri in questo mondo, nonostante le sconfitte ricevute».
Wotan colpì con la sua spada di elemento aria
un boschivo, poi l’allontanò, infine asserì: «Siamo vicini al passaggio, non vi
è dubbio. È l’unica spiegazione plausibile a tutte queste presenze».
Asdar, alquanto preoccupato per la situazione
però, esclamò: «Dobbiamo chiamare i rinforzi. Non vedo altra soluzione; sono
troppi!».
E come dargli torto … La moltitudine di
boschivi lì presenti stava decimando i maghi bianchi.
Le sorprese però non erano finite: a un certo
punto si udì un terrificante ruggito.
I maghi già sapevano a chi appartenesse quel
tremendo verso e il tremore del terreno non faceva presagire nulla di buono.
A un tratto alcuni alberi furono catapultati
in aria e apparve, maestosa, la sagoma del drago nero proprio lì, dinanzi a
loro.
Il suo sguardo minaccioso si rivolse verso
quello sparuto gruppetto di maghi che tentava di difendersi dagli attacchi dei
draghi dei boschi.
Il grande drago abbassò il suo collo,
spalancò le fauci ed emise un altro agghiacciante ruggito; questa volta però,
fu subito seguito da un attacco: dalla sua bocca fu proiettato un getto di
fuoco poderoso che si diresse verso Astral e i compagni.
Vedendo quello che il drago aveva fatto, i
maghi corsero subito ai ripari e Astral eresse una barriera protettiva
esclamando: «Elementum iunctus; ventus,
aqua. Tutela!».
Una semisfera d’acqua, mista ad aria, si levò
in difesa del gruppo dei maghi ricoprendoli del tutto e salvandoli da sicura
morte.
L’impatto causò un rumore assordante, per
metà provocato dagli elementi vento e acqua che giravano su sé stessi e per
l’altra metà fu provocata dallo schianto del getto incandescente proiettato
verso di loro da Melkore.
All’interno della cupola i maghi bianchi
iniziarono a temere per le proprie vite e uno di loro disse: «Temo che questa
volta non ne usciremo vivi».
Wotan guardò Astral che cercava di non far
svanire il suo incanto.
La forza del getto di fuoco fu enorme e lo
stesso Astral faticò a tenere in piedi la cupola di elementi misti che li stava
proteggendo.
Asdar si affrettò a dire: «Dobbiamo fuggire
da qui. Se cede la cupola evocata da Astral siamo morti».
Il drago nero non accennava a diminuire il
suo getto di fuoco, fatto alquanto strano: i draghi non erano in grado di
eiettare tanto fuoco dalla loro bocca e soprattutto per tutto quel tempo.
Non c’era da stupirsi però, lui aveva stretto
un patto con i demoni e, pertanto, sarebbe stato capace di qualsiasi cosa.
Il calore all’interno della cupola protettiva
divenne insopportabile e gli occupanti sentirono le forze venire meno; lo
stesso Astral cadde sulle ginocchia ansimante e il suo sguardo andò a cercare
gli altri maghi, anche loro allo stremo delle forze e inginocchiati al suolo.
I maghi stavano cercando di respirare, poiché
l’aria era rarefatta.
Astral sussurrò: «Non riuscirò a reggere a
lungo. Se non succede qualcosa siamo spacciati».
La barriera innalzata incominciò a cedere e
le fiamme iniziarono a essere visibili, bucherellando a macchie la stessa
barriera.
I maghi sentirono l’avvicinarsi della fine e
il loro sguardo rassegnato s’incrociò nuovamente.
Wotan in quell’istante affermò: «Signori; è
stato un onor …». Ma il suo discorso fu interrotto da un ruggito che i maghi
avevano già udito in diverse occasioni e che riconobbero all’istante.
Il getto di fuoco che li stava bersagliando
da tempo si dissipò e con esso, subito dopo, scomparve anche la barriera protettiva
che Astral aveva eretto.
Quando essa svanì, una confortante visione
apparve loro: di fronte ai maghi esausti per la mancanza d’aria, si ergeva il
drago con le scaglie di ferro e tutt’intorno c’erano i rinforzi che tanto
aspettavano.
Alcuni maghi bianchi si precipitarono a dare
soccorso, aiutandoli a tirarsi su; qualcuno chiese loro: «Va tutto bene?».
Astral, alzando lo sguardo verso la figura
possente di Brot, rispose: «Adesso va meglio. Grazie».
Sul dorso del drago il mago riconobbe
Maximilian.
Il ragazzo si rivolse ai maghi stremati:
«Siamo arrivati appena in tempo. Maestro … Siete ferito?».
Astral fece un ghigno, poi rispose alla
domanda fattagli da Maximilian: «Ragazzo … Non ti preoccupare per noi, stiamo
bene. Piuttosto … Fai attenzione all’essere che stai per affrontare».
Brot disse: «Maximilian; dovresti scendere
adesso; se rimanessi lì, non riuscirei a combattere e … Oggi non è proprio il
caso di essere indulgenti con i nemici». Il drago non si girò affatto e
continuò a fissare il fratello il quale, anch’esso con sguardo minaccioso, lo
guardava intensamente.
Melkore chiese: «Come avete fatto ad arrivare
fin qui?».
Brot ribatté: «Non importa come abbiamo
fatto. Sappi che oggi chiuderemo la disputa che si è aperta tra noi tempo fa».
Il drago nero confermò le parole dette da
Brot: «Ah, lo puoi dire forte. Oggi morirete tutti in questo posto e stai pur
certo che non avremo pietà». Nel frattempo Maximilian scese a terra e si unì ai
maghi bianchi non lontani dal drago ricoperto dalle scaglie di ferro.
I boschivi avevano cessato di attaccare e,
stranamente, si celavano nella boscaglia.
Brot si rivolse al gruppo di maghi dietro di
lui: «Tra poco attaccheranno! State attenti». Chiamando poi in causa i maestri
dell’Asilum sottolineò: «Badate a Maximilian. Io sarò impegnato dallo scontro
con Melkore e non potrò assistervi».
Astral gli rispose: «State tranquillo; a lui
ci pensiamo noi».
Ma non ebbero il tempo di dire più nulla; gli
attacchi ripresero nuovamente e Melkore si avventò verso suo fratello nel
tentativo di colpirlo.
Maximilian fece appena in tempo a raggiungere
i maestri, quando lo smottamento d’aria provocato dall’incontro dei due draghi
gli fece perdere l’equilibrio; egli però fu prontamente trattenuto da Astral.
I due draghi, l’uno di fronte all’altro, si
stringevano in una morsa poderosa; le loro zampe cercavano di centrarsi in
continuazione ma come al solito le loro forze si equiparavano e nessuno dei due
riusciva ad avere la meglio sull’altro.
Anche i maghi ebbero le loro grane: dai
cespugli nella selva, dove si erano rintanati, vennero fuori i draghi dei
boschi.
Essi si avventarono velocemente su di loro,
ma questa volta il numero dei maghi fu sufficiente per contrastarli e,
nonostante la loro ferocia, i boschivi furono respinti.
I maghi, armati con le loro spade elementali,
non aspettarono ma attaccarono caricando verso le bestie.
I boschivi furono abbattuti e la maggior
parte di loro cadde al suolo priva di vita; i superstiti indietreggiarono,
nascondendosi nella boscaglia e, subito dopo, fecero ancora una volta la loro
comparsa una miriade di sfere infuocate.
Esse piombarono giù dal cielo e si diressero
verso i maghi.
Quando le sfere infuocate si schiantarono sul
terreno, si udì un rumore tremendo e tutta la flora fu incendiata.
Il fumo si levò alto nel cielo e la vista
degli uomini presenti sul campo di battaglia si annebbiò.
Il sapore acre del fumo fece bruciare anche
la gola di Maximilian che tossendo disse: «Bisogna fare qualcosa per questo
fumo». Poi, guardandosi intorno, vide molte sagome dal colore rosso che si
stavano dirigendo verso di loro.
I boschivi stavano approfittando del fumo per
sferrare un attacco verso i maghi.
Alcune grida umane fecero intendere che dei
maghi bianchi furono colpiti, era dunque necessario dissipare quel denso fumo
per avere una visuale migliore e cercare di contrapporsi ai draghi dei boschi
che continuavano ad accorrere numerosi.
Astral disse al ragazzo: «Stai vicino a me».
In seguito si rivolse ai colleghi asserendo: «È ora di porre fine a questo
stato di cose».
Come non essere d’accordo con quello che il
mago bianco dalla lunga barba aveva detto …
Lo stesso mago pronunciò ad alta voce: «Elementum ventus … Tutela!».
In quell’istante si alzò il vento che man
mano divenne sempre più forte, fino ad assumere le sembianze di un turbine vero
e proprio.
Esso spazzò via il fumo denso che aveva
oscurato il campo visivo dei combattenti, invadendo tutti gli spazi di
quell’ambiente.
Fu allora che tutti videro ciò che prima era
celato: non c’erano solo i boschivi ma anche altri esseri sul campo di
battaglia.
Là, le bestie li fissavano bramando la loro
carne e, riproducendo un respiro affannoso, si prepararono per ingaggiare una
nuova e cruenta battaglia.
Il fuoco divampava ovunque e divorava tutto
ciò che riusciva a raggiungere.
I maghi bianchi si scagliarono verso quegli
esseri e fu battaglia sanguinosa.
Sia da una parte sia dall’altra ci furono
numerose perdite; tuttavia, gli esseri avversi ai maghi si dimostrarono ancora
una volta più numerosi: molti di loro apparvero dal nulla in aiuto dei simili e
i maghi, di nuovo in minoranza, serrarono i ranghi stando l’uno accanto
all’altro.
Maximilian fu protetto nel miglior modo
possibile: era circondato dai superstiti, fra i quali si intravvedevano tutti i
suoi maestri.
Il ragazzo però sapeva che non poteva
esimersi dall’aiutarli e allora decise di intervenire.
La sua voce si sentì nitidamente: «Ianĭtōris
dies elementum … In fidem accipio omnis!».
Dopo pochi secondi si
materializzarono i quattro centurioni elementali: uno era costituito d’acqua;
un altro era fatto di fuoco; il terzo era composto di creta e l’ultimo era
formato interamente da aria che ruotava su sé stessa.
Questa volta
differenziavano dalle precedenti occasioni: tutti e quattro parevano più
muscolosi e possenti; essi erano armati di gladio e protetti dal Clipeus
rettangolare sul quale c’erano sfavillanti disegni che raffiguravano due ali
appartenenti al cavallo alato pegaso e tre lunghe frecce che lo percorrevano
per tutti i quattro i piedi di lunghezza.
La freccia centrale
era diritta, le frecce laterali parevano due fulmini che terminavano con la
punta a forma di freccia.
I due piedi e mezzo
di larghezza dello scudo coprivano i loro corpi interamente fatti di elemento.
I centurioni
osservavano minacciosamente i loro nemici con gli occhi di colore rosso
intenso.
Ad un certo punto
piantarono i Clipeus al suolo disponendoli ai quattro angoli del gruppo di
maghi e una folta barriera visibile, fatta di pura energia, circondò quel
gruppo ponendolo al riparo dagli attacchi degli assalitori.
Chiunque ci andasse a
sbattere s’inceneriva all’istante.
Due dei quattro
centurioni si posero dinanzi al gruppo di maghi; uno era fatto di elemento
terra e aveva la sua spada elementale ben stretta tra le mani, l’altro era
composto d’acqua ed era anch’esso armato di spada.
Entrambi uscirono
fuori dal perimetro protetto dalla barriera e fronteggiarono tutti gli esseri
che si avventarono nel tentativo d’infrangerla.
I due centurioni
rimasti, uno composto di aria e l’altro fatto di fuoco, penetrarono nella
barriera da loro creata e, quando furono al suo interno, le spade mutarono in
giavellotti del loro stesso elemento; al centro di esse s’intravedeva
l’Amentum.
I centurioni,
protetti dalla barriera, iniziarono a bersagliare i nemici con i loro
giavellotti; fu uno spettacolo assistere ai lanci: portavano i giavellotti
all’altezza delle orecchie e, con forza, li scagliavano verso i nemici.
Le lance in volo
roteavano su sé stesse riproducendo il comportamento di un proiettile e andando
a colpire nemici lontani anche duecento metri da loro.
La sorpresa di tutti
i maghi fu quella di osservare che quell’arma, una volta scagliata e colpito
l’obiettivo, aveva effetti differenti.
Se il giavellotto era
fatto di fuoco incendiava l’essere: quello sembrava fuoco Greco,
inestinguibile.
Se il giavellotto era
fatto d’aria vorticante e quasi invisibile all’occhio umano, faceva esplodere
gli esseri che colpiva.
I due centurioni, una
volta lanciata la propria arma, ne facevano apparire subito un’altra, bersagliando
con una vera e propria pioggia di giavellotti roteanti gli assalitori.
Maximilian aveva lo
sguardo fisso verso i nemici; i maestri, dal canto loro, si guardarono l’un con
l’altro e lo stesso fecero i maghi bianchi coinvolti nello scontro.
Nulla di simile era
mai stato fatto in loro presenza e, a bocca aperta, osservavano inermi quella
scena.
Asdar si rivolse ai
colleghi e domandò: «Cosa diamine sono quegli esseri? E perché hanno così tanta
forza magica?».
Astral gli rispose:
«Dovresti essere abituato oramai; da quando è arrivato Maximilian all’Asilum
non ci si può stupire più di nulla». E poi esclamò: «Elementum ignis … Impetus!».
Dalla sua mano destra, protesa verso i draghi dei boschi, partì una fiammata
poderosa; quel getto attraversò la barriera inaspettatamente e si diresse verso
l’obiettivo colpendolo e facendolo cadere al suolo.
L’anziano maestro
dalla lunga barba bianca, in seguito, si rivolse ai suoi colleghi alzando il
tono di voce: «AIUTIAMO MAXIMILIAN; LANCIATE INCANTI SUI NEMICI! APPROFITTIAMO
DI QUESTA SITUAZIONE».
I maghi vicini al
maestro non se lo fecero ripetere due volte: anche loro lanciarono i propri
incanti.
La lotta tra i due
draghi, che a poca distanza dai maghi bianchi si affrontavano senza esclusione
di colpi, continuava.
Melkore cercava di
colpire Brot in ogni modo possibile: lanciava incanti di ogni genere e usava
attacchi fisici possenti.
Brot rispondeva colpo
su colpo ai suoi attacchi ed era risaputo che i draghi bardati di ferro avevano
la corazza molto dura e negli attacchi fisici non avevano rivali.
La loro situazione
era sempre più in stallo, ma non si poteva ignorare il fatto che in aiuto di
Melkore stavano accorrendo molti esseri.
Brot non disse più
nulla a suo fratello e continuò nella lotta contro di lui; alcuni draghi dei
boschi tentarono di affrontarlo ma con un solo colpo di coda li fece volare
lontano.
D’un tratto il
terreno incominciò a vibrare violentemente e delle nubi dense di pioggia
occultarono il sole cocente che fino a pochi istanti prima rischiarava tutto il
campo di battaglia.
Brot notò il
cambiamento e, preoccupato, esclamò: «Questa non ci voleva! Di già … Sono in
troppi e ancora non abbiamo abbattuto Melkore». Poi, con un balzo repentino, si
portò nei pressi dei maghi che stavano combattendo dall’interno della cupola
protettiva creata dai quattro centurioni di elemento.
Egli si rivolse a
loro dicendogli: «Quella protezione non vi servirà più contro l’essere che sta
arrivando. Presto, sparpagliatevi e fate il segnale per richiamare Aschcore e i
suoi».
Il drago portò la sua
testa quasi radente al suolo e proiettò dalla bocca tanti minuscoli pezzettini
che parevano ghiaccio.
Essi colpirono la
maggior parte degli esseri avversi e li congelò all’istante, facendoli poi
rompere in mille pezzi.
A quel punto Melkore
tentò di caricare verso Brot ma il drago di ferro, con un abile colpo di coda,
lo fece cadere al suolo mirando alle sue zampe e centrandole.
Astral fece un cenno
verso Maximilian che di suo sciolse l’incanto e i guardiani di elemento
svanirono assieme alla barriera che li proteggeva; poi, lo stesso Astral,
guardò Asdar e fece un segnale.
Asdar annuì ed
esclamò: «Lux!».
Battendo entrambe le mani sopra la sua testa.
Un puntino luccicante
si levò in cielo e fu visibile a molti chilometri di distanza.
***
Su una pendice di un dirupo, nelle vicinanze del luogo in
cui stava avvenendo lo scontro …
Un grosso corpo era
nascosto in mezzo alla flora.
Una testa poderosa si
riconobbe e una criniera di leone fece intendere che quel corpo appartenesse al
drago Aschcore.
La solita voce si
levò echeggiando per tutto l’ambiente: «Ecco il segnale; siete pronti?».
Domandò.
Delle voci gli
risposero affermativamente.
Sotto di lui, appena
dentro una vallata, una moltitudine di esseri magici attendeva l’ordine del
loro capo; tra i tanti si vedevano: Mantivore; Lupocarni; Nat; Satiri, persino
Lucentole, le famose e pacifiche creature che svolazzavano nel rifugio visitato
l’anno precedente da Maximilian e i maestri dell’Asilum.
Si udì un sonoro:
«Certo!».
Quel rumore risuonò
forte in tutto l’ambiente.
Fu allora che il
drago baffuto annuì e disse loro: «Andiamo; i nostri amici hanno bisogno
d’aiuto!». E come per incanto svanirono tutti, lasciando il posto poco prima
affollato nella desolazione più completa.
***
Lontano
da quei posti …
Cinque figure si aggiravano in un ambiente
uguale a quello in cui erano arrivati i maghi bianchi poco tempo prima.
Uno di loro disse: «Niente; non c’è nessuno».
La voce era proprio quella di Gerard.
Un’altra figura chiese: «Sicuro di averci portato
dove si trova Maximilian?». Questa volta la voce apparteneva a Isak e la
domanda era rivolta verso Chaman.
Chaman non perse tempo e rispose: «Non
capisco; eppure sono sicuro di essermi concentrato. Ho pensato intensamente
proprio a Maximilian». E, dopo un attimo di pausa, esclamò: «Ci sono!».
Hamza gli chiese: «Cosa hai capito?».
Il ragazzo che poco prima aveva fatto
l’esclamazione spiegò ai suoi amici: «Non sono io che sbaglio; ma sono loro che
continuano a spostarsi».
Gerard chiese maggiori spiegazioni: «Eh?».
Chaman precisò: «Si stanno dirigendo nel
posto in cui devono andare senza l’ausilio della magia, spostandosi in mezzo
alla flora».
Isak aggiunse: «Probabilmente non vogliono
farsi scoprire».
Chaman confermò: «Esatto».
Corine, che fino a quel momento era rimasta
in disparte, asserì: «Questo significa una sola cosa … Siamo vicini al
nascondiglio di quegli esseri spietati».
Chaman annuì e lo stesso fecero gli altri;
poi, Gerard fece presente: «Da adesso in poi ci conviene fare molta attenzione.
Se ci scoprono per noi è la fine».
Isak annuì, poi sottolineò che Maximilian
andasse avvisato ad ogni costo: «Non c’è altro modo per avvisare Max. Dobbiamo
trovarlo e voi sapete che, se non fosse necessario, nemmeno io sarei qui … Ma
nell’accademia».
Vista la sua determinazione anche i suoi
compagni annuirono.
I cinque, timorosi e cauti, setacciarono la
zona; d’un tratto udirono un terremoto.
Le loro espressioni mostrarono chiaramente lo
stato d’animo in cui versavano e si chiesero cosa stesse succedendo.
La scossa durò almeno un paio di minuti; non
avevano mai assistito a una cosa del genere e loro, benché fossero solo
ragazzi, sapevano che un terremoto normale non poteva durare così tanto tempo.
Era dunque palese che stava succedendo
qualcosa nelle vicinanze; poi udirono dei rumori che già avevano sentito in
precedenti occasioni.
Riconobbero gli schianti degli incanti e fu
ben chiaro da dove provenissero; tutti, rivolti verso la zona da cui arrivavano
quei rumori, si accorsero che da un’area precisa si ergeva verso l’alto del
fumo denso di colore nero.
Delle fiamme appena visibili si alzavano
verso il cielo: i ragazzi avevano trovato il luogo dove i maghi bianchi si
stavano scontrando con gli esseri magici.
Quella zona era poco lontana dalla loro
posizione.
Isak affermò: «Lo so … È rischioso». Poi si
girò verso i suoi amici e disse: «Andiamo; cerchiamo di rintracciare
Maximilian». Tutti furono d’accordo e si riunirono in cerchio.
Chaman chiese: «Siete pronti?».
I cinque annuirono e in seguito lui disse: «Non
temete; cercherò di materializzarmi più lontano possibile dalla battaglia che è
in corso». Poi, tutto l’ambiente divenne impalpabile e i ragazzi scomparvero.
***
Non
lontano da quel luogo la battaglia infuriava …
Il tremore del terreno fece presagire
l’intervento di un’entità possente.
Tutti pensarono al drago Aschcore, ma furono
subito avvertiti che si trattava di qualcosa di oscuro e nero come la notte.
Astral, Asdar, Wotan, tutti i maghi loro
vicini e Maximilian, non riuscivano a capire di cosa stesse parlando Brot.
In seguito anche Maximilian cambiò
espressione e lo fece perché sentì la voce di Bithor che gli diceva: “Ragazzo! Stai attento, sta arrivando. Presto
ci troveremmo dinanzi a uno dei più crudeli esseri che il mondo abbia mai conosciuto”.
Maximilian capì immediatamente di chi si
trattava e lo volle riferire subito ai maestri: «Questo terremoto non promette
nulla di buono. Lui sta arrivando!».
I maghi bianchi non ebbero il tempo di capire
da dove sarebbe arrivato il nemico: quegli esseri che continuavano ad
attaccarli parevano non finire mai ed essi furono di nuovo in minoranza.
I boschivi e i vari esseri che combattevano
in nome dei maghi neri stavano avendo la meglio.
La terra iniziò a mutare e una piccola
collinetta crebbe all’improvviso non distante da loro.
Brot gridò verso i maghi: «ANDATE VIA DI
LÁ!». E loro non attesero altro tempo e cercarono di allontanarsi il più
possibile.
Da quella piccola collina iniziò a
fuoriuscire uno strano fumo nero, denso e maleodorante; in seguito si formarono
delle crepe sulla sua estremità e, subito dopo, una mano fuoriuscì dal
sottosuolo.
Maximilian riconobbe quella mano, era la
stessa che aveva cercato di schiacciarli in occasione dello scontro con gli
Ithannad; essa non aveva la pelle e i muscoli erano visibili con tutti i loro
filamenti e i tendini.
Un liquido rosso colava verso il basso e a un
tratto, dietro la mano, che si allungò verso l’alto, apparve l’avambraccio.
La crepa si allargò e da essa fuoriuscì
l’intero busto del demone.
Le sue due mani si poggiarono al suolo e un
verso agghiacciante provenne da esso; sul campo di battaglia tutti si fermarono
a guardarlo per un attimo, impauriti
dalla sua presenza.
Dopo poco però, ripresero a combattere con
più impeto di prima.
Astral e gli altri maghi compresero che le
cose si mettevano veramente male; e mentre il demone cercava di uscire dal
sottosuolo, Astral si rivolse ai suoi colleghi: «Conviene ritirarci per il
momento; sono in troppi e adesso ci si mette anche Adrammalech».
Tutti i maghi parevano essere d’accordo e
cercarono di individuare una via di fuga sicura.
Non vi fu il tempo però di tentare nulla: gli
esseri attaccavano con impeto e persino Maximilian fu attaccato ripetutamente.
Astral fece una buona guardia e abbatté tutti
i nemici che si avvicinavano.
Brot voleva porre fine immediatamente al suo
combattimento con il drago nero e l’uno di fronte all’altro si fissavano
attentamente.
Il drago nero si rivolse a Brot e gli disse:
«Inetti! Siete senza speranza. Vuoi sapere cosa succederà?».
Il drago di ferro non rispose a quella
domanda, ma si avventò su suo fratello nel tentativo di colpirlo.
Melkore, però, svanì d’improvviso
incenerendosi prima che fosse colpito dall’attacco del grosso drago.
Le sue ceneri si sparsero per tutto il campo
di battaglia, passando addirittura dinanzi al demone che era quasi uscito del
tutto dal terreno.
Quelle stesse ceneri si andarono a
ricompattare nei presi del gruppo di Astral, dove anche Maximilian era alle
prese con i Boschivi e i Lupocarni.
Dalla loro unione si delineò la sagoma del
grosso drago nero; egli era in procinto di attaccare proprio Maximilian.
Melkore alzò la sua zampa e gli artigli
affilati erano ben visibili.
Mentre stava per portare a termine il suo
attacco però, fu scaraventato lontano e un altro ruggito si propagò ovunque.
Davanti a Maximilian e ai Maestri si ergeva
il drago dai lunghi baffi; la sua enorme mole aveva fatto sì che Melkore
venisse scaraventato lontano.
Il drago nero si alzò e con un ghigno
stampato sul viso mormorò: «Che bella riunione familiare. Ci siamo proprio
tutti; meglio così, oggi morirete qui».
Aschcore si rivolse ai maghi dietro di lui
dicendo: «Andate via; questo posto non è sicuro al momento. Capirete che non
possiamo affrontare il demone e Melkore allo stesso tempo». Poi si rivolse al
drago dinanzi a sé: «Temo che abbiamo fatto uno sbaglio a non sistemare le cose
con te quando ne abbiamo avuto la possibilità».
Melkore però continuò a ghignare senza dar
retta a suo fratello.
A loro si unì Brot che si era precipitato nei
pressi dei maghi con l’intenzione di proteggere Maximilian; quando fu vicino ad
Aschcore si rivolse a lui facendogli presente: «Fratello … Dobbiamo attaccare
Melkore e sopprimerlo prima che possa agire in sinergia con quel diavolo».
Facendo cenno verso la figura del demone che stava uscendo dalla crepa da lui
stesso aperta.
Intanto, non lontano, molti esseri magici
fecero la loro apparizione; tra essi si notava Vorabor che guidando i nuovi
arrivati si stava facendo breccia tra Lupocarni, Mantivore, Foglionchi e tanti
altri esseri i quali si distinguevano dai buoni, anch’essi esseri magici, dal
colore dei loro occhi: le entità asservite ai maghi neri avevano gli occhi
rossi.
C’era anche Rotramir, agile come un felino,
che con la sua lama a coda di volpe mieteva numerose vittime e a capo di un
pugno di esseri magici alleati dei maghi bianchi si dirigeva verso il grosso
delle truppe nemiche.
La voce di Aschcore si udì quasi
impercettibile e le sue parole erano rivolte a Brot: «Prendi Maximilian e fuggi
lontano da qui; è più importante salvaguardare la sua incolumità che cercare di
sopprimere il reietto dinanzi a noi».
Il drago di ferro annuì e poi, rivolgendosi a
Maximilian e ai Maestri a lui vicini, disse: «Salite tutti sul mio dorso;
dovremo allontanarci per poi riorganizzarci».
Nessuno di loro fece obiezione, compreso
Maximilian che di certo si rendeva conto della situazione.
Melkore, accortosi di quanto stava avvenendo,
provò ad attaccarli ma fu bloccato da Aschcore che lo avvolse in una stretta
morsa, immobilizzandolo.
Questo diede il tempo a Brot di
indietreggiare e incominciare la ritirata.
Il demone vide anch’esso quello che stava
succedendo e, rivolgendosi a Melkore, gli intimò: «Drago! Non far fuggire il
Dragonkin. Fa qualsiasi cosa per sopprimerlo». E tirò fuori la sua gamba destra
dal buco che egli stesso aveva aperto nel terreno.
Lui era uscito completamente allo scoperto e
la sua figura spiccava tra tutte prepotentemente; data la sua mole si ergeva al
di sopra delle querce che lo attorniavano.
Intorno a lui c’erano fiamme ovunque e fumo
denso che si innalzava verso il cielo.
Il demone s’iniziò a muovere in direzione dei
fuggiaschi, ma fu temporaneamente fermato dagli attacchi elementali dei maghi.
Egli si girò verso la zona da dove
provenivano quegli incanti e riprodusse un verso agghiacciante, infastidito da
quelle piccole punzecchiature.
Quel verso attirò l’attenzione di tutti,
compreso quella di Aschcore, che rivolgendo lo sguardo verso il demone assunse
un’espressione preoccupata; ma lo fu ancora di più quando Melkore,
approfittando della sua distrazione, si sgretolò come cenere lasciandolo
sospeso per aria da solo.
I suo occhi si sgranarono e, di rimando,
cercò di capire in che direzione fosse andato; non ebbe modo di seguirlo però,
in quanto l’essere appena uscito dalla crepa lo attaccò con un poderoso pugno.
Aschcore lo scansò appena in tempo,
spostandosi dal posto in cui si trovava repentinamente.
Il demone si eresse nuovamente in piedi,
spiccando oltre tutti gli alberi che erano in fiamme.
Egli guardò il drago che era al suolo in
posizione guardinga e gli rivolse la parola: «Ancora voi. Fastidiosi moscerini;
lombrichi destinati a perire».
La sua voce era viscida e dal tono acuto,
infatti arrivava alle orecchie di chi lo stava ascoltando procurando fastidio.
L’essere affermò: «Non uscirete vivi di qui.
Lo sai; vero?».
Il drago dai lunghi baffi non fece una piega
e continuò a guardare il demone diritto nei suoi occhi rosso sangue.
In seguito egli proferì: «Hm … Non parlare
prima di aver ottenuto ciò che vuoi. Potresti scoprire che il fato ha in serbo
delle sorprese!». Dopo quell’affermazione il drago proiettò un getto di fuoco
in direzione di Adrammalech.
Il demone però lo scaraventò lontano solo con
la forza di una mano.
Aschcore si gettò contro di esso e provò a
colpirlo in svariati modi, ma quella cosa,
benché grossa all’inverosimile, si spostava agilmente e schivava gli
attacchi fisici del drago con facilità.
***
Nel
frattempo, all’interno del bosco …
I maestri dell’Asilum e Brot si stavano
allontanando dalla battaglia e alle loro orecchie giungeva impetuoso il rumore
degli incanti e delle spade che collidevano l’uno contro l’altra.
Astral, inginocchiato sulla groppa del drago
di ferro e con lo sguardo rivolto verso la zona in cui si stava svolgendo lo
scontro, si rivolse ai suoi compagni dicendo: «Mi sento un verme nell’aver
abbandonato i miei amici». Poi si girò verso Maximilian.
Lì, vicino a lui, c’erano anche Wotan e
Asdar; e continuò il suo discorso: «Potevamo essere d’aiuto e, di certo, avremo
evitato molte perdite».
Brot, che stava trasportando tutti in una
zona tranquilla, gli rispose: «Appena saremo in un posto sicuro da dove
Maximilian e due di noi partiranno per l’Asilum, io e te raggiungeremo gli
altri. Aschcore non può affrontare da solo Adrammalech».
Qualcosa però stava cambiando intorno a loro
e di questo si accorsero tutti, persino Maximilian.
L’aria divenne più calda e rarefatta e sopra
di loro comparve una cupola interamente fatta di lava bollente.
Brot si fermò e disse ai suoi compagni
d’avventura: «State in guardia. Siamo stati raggiunti».
I tre maestri, compreso Maximilian, cercarono
di capire chi fosse l’essere che li aveva
fermati.
Maximilian, guardando diritto davanti a loro,
disse: «È lì, proprio davanti a noi».
L’essere era celato in mezzo alla folta
vegetazione; e dopo poco venne fuori Melkore.
Il drago nero, dopo aver riprodotto un
ruggito, si gettò verso il gruppo nel tentativo di colpire Brot.
Egli però fu prontamente respinto da un
incanto riprodotto dal drago di ferro: una folata di forte vento lo spinse
lontano.
Brot si affrettò a dire: «Astral … Scendete;
avrò bisogno di tutta la libertà di movimento possibile. Non appena la barriera
si disperde, fuggite lontano».
Il mago interpellato accennò a un sì, poi si
affrettò a scendere come gli era stato chiesto e così fecero tutti gli altri.
Fu deciso però che non potevano limitarsi a
guardare: avrebbero dato una mano al drago di ferro.
Appena scesi furono attaccati dal drago nero
con una ferocia senza pari; i maghi furono colti di sorpresa, ma Brot
s’interpose fra loro e Melkore proteggendoli.
In quell’istante i tre maghi bianchi
lanciarono i propri incanti verso il loro nemico; tuttavia, anche se andarono a
segno, non scalfirono minimamente la sua corazza.
Anche Brot cercava di colpirlo, ma i suoi
attacchi furono schivati poiché molto potenti e, se fossero andati a buon fine,
i risultati si sarebbero sentiti e per il drago nero sarebbe stata la fine.
Egli però pareva non curarsi degli attacchi
dei maghi e del drago di ferro; mirava sempre a colpire Maximilian, ben
protetto dai suoi mentori.
Di questo si accorsero tutti quanti e Brot
raccomandò: «Non distogliete lo sguardo dal ragazzo; sta cercando di colpire
proprio lui!». E mentre diceva quelle parole, ingaggiò una furiosa lotta con il
fratello.
Tutto l’ambiente circostante risentì di
quella lotta e gli alberi di quercia, assieme a tutta la flora, furono
sradicati da quei due corpi che si scontravano.
Maximilian, attorniato da Astral, Asdar e
Wotan, disse loro: «Non posso rimanere a guardare».
Egli si inginocchiò toccando con la mano
sinistra il suolo ed esclamò: «Ianitoris
dies elementum;bellum indico alicui!».
I quattro centurioni fatti di elemento
ricomparvero nuovamente e, questa volta, attaccarono Melkore aiutando il drago
di ferro nella battaglia.
Il ragazzo si rivolse ai suoi maestri
dicendogli: «Se collaboriamo, è la volta buona che ci liberiamo di Melkore».
I maestri annuirono, consapevoli che
Maximilian avesse ragione: il drago nero andava soppresso.
I maghi esclamarono all’unisono: «Gladio!».
Tutti e tre si armarono di spada elementale:
Astral con la sua spada di luce; Wotan con la sua spada d’aria vorticante e
Asdar con la sua spada elettrica.
I maghi si guardarono in faccia, in seguito
Astral si rivolse a Maximilian e gli chiese: «Sei pronto?».
L’alunno capì cosa intendesse il suo maestro,
emise uno sbuffo e poi rispose: «Certo».
Il suo occhio sinistro era mutato nuovamente
e i suoi connotati erano simili a quelli di un occhio di drago; spiccava
l’iride di colore giallo paglierino.
Maximilian disse ai maestri: «Ho bisogno che
vi allontaniate. Potreste farvi male».
Il maestro Asdar assunse una strana
espressione e gli venne spontaneo chiedere: «Farci male?».
Anche Wotan pareva sorpreso ma egli, al
contrario di Asdar, non disse nulla e, sapendo che si trattava di Maximilian,
si rivolse ad Asdar dicendogli: «Asdar; non hai già visto abbastanza? Dovresti
sapere che quando si parla di Maximilian ormai niente ci deve stupire».
Una smorfia apparve sul volto del maestro
interpellato e, fissando Astral, annuì.
I tre si spostarono di poco e fu allora che
Maximilian esclamò: «Gladio!».
I due maestri accanto ad Astral sgranarono
gli occhi e rimasero a bocca aperta; Wotan si fece sfuggire: «Cosa?».
Asdar riprodusse un’esclamazione: «Non è
possibile!».
In quell’istante un turbinio violento fece la
sua apparizione e tutto fu attirato verso la mano destra di Maximilian.
Aria, acqua, terra, persino il fuoco distante
da loro era inesorabilmente attirato verso quel posto; tutto, nulla escluso, si
diresse verso il palmo aperto della mano di Maximilian.
Melkore perse addirittura l’equilibrio,
cadendo al suolo, e a stento riuscì a schivare l’attacco dei guardiani
d’elemento: le loro spade mancarono per poco il suo corpo, andandosi a
conficcare nel terreno.
I quattro esseri di elemento alzarono lo
sguardo e fissarono il drago nero; esso era riuscito a levitare ed era proprio
sopra di loro.
Due centurioni mutarono in uccelli mistici:
uno divenne fenice di fuoco, l’altro divenne aquila bianca d’aria; essi si
scagliarono contro il drago che per sfuggirgli si allontanò, o perlomeno, fece
un tentativo che non riuscì.
Melkore fu bloccato da Brot che con un
incanto di fuoco lo centrò, facendolo precipitare al suolo.
Il drago nero si rialzò e, notando qualcosa
in mano al ragazzo che voleva uccidere, si chiese: «Cosa diavolo sta
succedendo? Non ho mai visto una cosa del genere in tutta la mia vita».
Il forte turbinio era cessato e in mano a
Maximilian apparve la sua spada elementale in tutto il suo splendore: il colore
era di un giallo scuro e la sua forma identica a quella di un gladio romano.
L’elemento di cui era fatta, di tanto in
tanto, mostrava la sua instabilità e delle bolle apparivano sulla superficie di
quella spada.
Il drago nero ne fu sorpreso e si fece
sfuggire: «Cosa? Così piccolo già padroneggi il gladio elementale!». Ma non vi
fu per lui il tempo di dire altro: i quattro guardiani d’elemento non gli
davano tregua e, instancabili, lo braccavano ovunque lui andasse.
La sua intenzione era sempre la stessa però:
voleva colpire Maximilian e si avvicinò a lui nel tentativo di ucciderlo.
Questa volta furono i maestri che si
avventarono sul drago nero cercando di colpirlo con la propria spada ed egli si
guardò bene dall’essere centrato, in quanto quell’incanto era il più potente
che un mago bianco potesse esercitare e di certo avrebbe causato la sua morte.
I tre si frapposero tra lui e Maximilian, ma
nel tentativo di colpirlo lasciarono senza protezione il ragazzo.
Melkore era attorniato dai tre maghi che
stavano per dargli il colpo di grazia, a cui si aggiunse anche Brot il quale
stava per colpirlo con una possente zampata, nel tentativo di affondare gli
affilatissimi artigli nella sua carne.
Arrivarono anche i quattro guardiani
d’elemento con le loro spade elementali; per Melkore era la fine, ma il suo
corpo s’incenerì e quelle stesse ceneri si sparsero per tutto l’ambiente.
Brot esclamò: «Accidenti! Siamo nei guai».
Poi si precipitò verso Maximilian, non distante da loro.
Maximilian, dal canto suo, stringeva ben
salda in mano la spada elementale e i suoi occhi avvistarono il solito colore
rosso fuoco che si materializzava proprio lì davanti a lui.
Le ceneri si stavano raggruppando proprio
dinanzi a Maximilian.
La sagoma di Melkore si delineò e il dragò
levò al cielo la sua zampa; i suoi affilati artigli erano fuori dalle carni,
pronti a ridurre a brandelli l’esile corpo umano di fronte a lui.
Brot, fulmineo, si pose fra il fratello e il
ragazzo; e Melkore affondò i suoi artigli.
Un ruggito agghiacciante aleggiò nell’aria:
nessuno aveva mai udito una cosa simile.
***
Poco
lontano da lì …
Aschcore lottava contro Adrammalech, ma a un
tratto si sentì quel terrificante ruggito di dolore.
Il drago dai lunghi baffi fu distratto da
esso e, allontanandosi quanto bastava dal demone, volse lo sguardo verso il
posto da dove esso proveniva.
Egli esclamò: «No!».
Anche il demone si soffermò per un attimo su
quell’evento e la sua voce viscida si udì nitidamente: «Ha perso la vita;
stolto!». Poi con la mano destra prese una lingua di fuoco estraendola da
dietro la sua schiena, dove alcune fiamme violacee ardevano inestinguibili.
… Ed esso la batté al suolo, in direzione di
quel ruggito.
Da quella lingua di fuoco che pareva una
frusta, partì un muro altissimo, tanto alto da non vederne la fine, che in un
battibaleno circondò tutto quello che era visibile, fino all’orizzonte; esso
inglobò anche la zona in cui stavano combattendo Maximilian e i suoi mentori.
Dopo poco, con scatto repentino, il demone si
diresse verso quella zona ma gli attacchi dei maghi bianchi, assieme a quelli
degli esseri giunti in loro aiuto, lo rallentarono.
Egli, in quell’istante, si accorse di ciò era
accaduto intorno a lui: tutti gli esseri ostili erano stati abbattuti.
Adrammalech era rimasto solo ed era
attorniato dai suoi nemici.
Anche Aschcore si avvicinò minaccioso a lui,
poi gli rivolse una domanda: «Allora, demone venuto dall’altro universo … Sei
ancora convinto di avere la meglio?».
Il demone, per nulla intimorito, rispose
immediatamente: «Poveri stolti; non avete ben chiara la situazione. Voi dovete
solo morire!». Allargò le sue braccia prive di pelle e un liquido nerastro colò
da esse, poi la sua voce cupa esclamò: «Muinam
siledurc ocovni!». O almeno così parve di comprendere ai presenti sul campo
di battaglia.
Una scossa di terremoto, uguale a quella
udita in precedenza, si propagò per tutto il teatro della battaglia.
Il tremore durò più di tre minuti e dopo
pochi istanti dalla sua fine, un alone oscuro aleggiò per il campo di
battaglia.
Una fitta nebbia calò sul posto e i maghi e i
loro alleati non riuscirono a vedere più nulla; poi, d’un tratto, la nebbia si
diradò e dinanzi a loro apparvero esseri intangibili ma altrettanto
terrificanti.
Ce n’erano a migliaia, al punto che ogni
angolo ne era pervaso.
Il demone, pronunciando parole indicibili e
incomprensibili, comunicò con quelle creature appena apparse.
Esse si presentavano come creature dalle
fattezze umane, vestiti di stracci sporchi e armati di spade e lance, bardate
con scudi ed elmi con sopra scritture indecifrabili che parevano in lingue
arcane e antiche.
Gli esseri non avevano occhi, ma solo la nuda
orbita concava e la pelle putrida attaccata alle loro ossa.
La loro dentatura era palesemente abnorme, in
quanto possedevano zanne simili a quelle di una belva.
Dopo che il demone finì di parlare essi si
mossero implacabilmente verso i nemici assumendo una formazione a falange, dove
i primi erano dotati di lunghe lance e gli esseri all’interno della formazione
erano armati con spade arrugginite ma ben affilate.
Adrammalech, incurante di quello che stava
avvenendo vicino a lui, riprese il suo cammino verso la zona dove avevano
combattuto i maestri e Melkore; dal canto loro, sia Aschcore sia i suoi
alleati, non poterono far nulla per fermalo: avevano ben altre problematiche.
L’esercito di anime spietate stava marciando
contro di loro e quel muro di fuoco violaceo li teneva in trappola.
***
Nel
luogo dove si stava dirigendo il demone …
I maestri che avevano assistito alla scena si
ritrovarono di fronte una visione poco chiara: a terra giacevano sia Brot sia
Melkore; di Maximilian non c’era traccia ed essi si affrettarono a cercarlo
avvicinandosi al luogo dove era avvenuto l’ultimo contatto tra lui e Melkore.
Astral si rivolse ai due suoi colleghi:
«Presto, cerchiamo Maximilian. Io vado a dare un’occhiata vicino a Melkore; voi
cercate di verificare le condizioni del maestro Brot». E ognuno di loro si
precipitò verso il posto convenuto.
Una voce si levò dal posto in cui giacevano i
due draghi: «Non preoccupatevi per me, sto bene; è solo un graffio».
I tre videro che il drago di ferro si stava
rialzando e tirarono un sospiro di sollievo.
Asdar esclamò palesemente sollevato: «Maestro
Brot … Allora siete vivo!».
Il drago che si era completamente rialzato
rispose: «Sì, sono vivo; devo tuttavia ringraziare il ragazzo».
I maestri non capirono a cosa si riferisse
Brot poiché non avevano visto niente nel polverone alzatosi per via dello
scontro; poi, Astral richiamò la loro attenzione e si accorsero che Melkore
giaceva al suolo immerso in una pozza di sangue e privo di vita.
Le sue mascelle spalancate permettevano di vedere i denti
aguzzi.
Sul lato sinistro del drago nero c’era uno
squarcio ben visibile e il suo petto non dava segni di movimento; anche la sua
coda era immobile, tutto faceva supporre che il drago nero, finalmente, fosse
stato abbattuto.
Ma una domanda tormentava i tre magi bianchi:
chi aveva ucciso Melkore? E dove era svanito Maximilian?
La risposta non tardò ad arrivare: un’altra
voce provenne da Melkore; tutti riconobbero in essa la voce di Maximilian: «Che
schifo! Ma come ci sono finito qui».
I maghi si guardarono attorno e videro che
l’incanto riprodotto da Maximilian era sparito e i guardiani elementali non
erano più nei paraggi.
La stessa voce disse: «Devo uscire altrimenti
vomito».
Questa volta i maghi capirono da dove
provenisse quella voce: arrivava proprio da Melkore.
I tre si avvicinarono al corpo senza vita del
drago nero e, con sorpresa, si accorsero che qualcosa si muoveva all’interno
della carcassa poggiata sul suo lato destro.
Acchiapparono quella piccola sagoma che
cercava di uscire dal corpo senza vita del drago e la tirarono su: Maximilian
uscì fuori da quello squarcio tutto sporco del sangue del drago e, quando fu
poggiato al suolo, disgustato da quello che era appena successo, disse: «Sento
che sto per vomitare».
Wotan gli diede una boccettina con del
liquido di colore bluastro e disse: «Coraggio. Bevi, ti farà bene e vedrai che starai
meglio».
Il ragazzo fece quello che gli aveva
suggerito il suo maestro e subito dopo si calmò, gli era passato il malessere;
quell’intruglio risultò miracoloso.
Astral gli diede la sua borraccia e affermò:
«Togliti quel sangue da dosso, presto dovremo fuggire».
Brot e Wotan si avvicinarono e, quando furono
accanto a lui, Wotan chiese tutto curioso: «Ma cos’è successo?».
Il ragazzo, non appena finì di lavarsi la
faccia con l’acqua, rispose: «Non ricordo esattamente; ma quando ho visto
Melkore puntarmi con i suoi artigli, la spada ha reagito come se avesse
un’anima propria. Ha fatto tutto lei … Si è diretta verso il petto del drago,
trascinandomi con sé. In seguito è svanita».
Il loro sguardo si riposò sulla carcassa
inerme del grosso drago nero: quella ferita non l’avevano mai vista prima,
pareva fosse stata provocata da un’arma potentissima e, oltre a essere ampia,
tutta la carne lungo il suo perimetro era bruciata come se fosse stata esposta
a un calore immenso.
I presenti, tuttavia, non ebbero il tempo di
fare altro poiché, dopo poco tempo, si materializzò la sagoma di Adrammalech.
Il demone, minaccioso, osservava il gruppo
intorno al cadavere di Melkore.
Brot a quel punto disse: «Non possiamo fare
altro che combattere».
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo tra un po’ di giorni (tempo necessario affinché io corregga “riscriva”
il 19° capitolo).
