Ebbene, mi avvicino alla metà del manoscritto
…
Anche il nono capitolo è stato riesaminato e
corretto nel limite del possibile.
Sto tagliando tantissimo … Sono molte le
descrizioni che ho dovuto omettere poiché, essendo stato pensato come un
manoscritto tendente all’horror, certe immagini non erano propriamente consone alla
lettura di tutti.
Ovvio … Spero che io l’abbia reso scorrevole
e che il lettore si appassioni.
Dopo queste poche righe d’introduzione, vi
lascio dunque al 9° capitolo del romanzo.
Buona lettura:
CAPITOLO 9
IL
RIENTRO DALLE VACANZE
Nella stanza dove Maximilian, Gerard e Hamza
riposavano, c’era una calma surreale; non si sentiva volare una mosca.
Era palese l’assenza di Chaman che con il suo
russare aveva reso le notti trascorse assieme a lui indimenticabili per il
resto del gruppo.
Dal bagno si udì un rumore e la porta si
aprì; ne uscì fuori Maximilian.
Quel giorno si era svegliato prima degli
altri e fece notare ai suoi compagni che era tardi e dunque dovevano sbrigarsi
per raggiungere il refettorio e fare colazione.
Gerard e Hamza si alzarono dal letto di tutta
fretta, si prepararono in tempo record e i tre amici si avviarono verso la sala
mensa.
Durante il tragitto videro delle facce nuove.
Hamza disse: «Stanno di già arrivando i
ragazzi del primo anno; si vede che l’inizio delle lezioni è vicino».
Gerard, guardandosi anch’egli attorno,
sottolineò: «È proprio così. L’accademia si sta ripopolando e, con tutta
franchezza, devo dire che questo mi fa piacere».
Anche Maximilian fu d’accordo con quanto
detto e lo fece intendere sia dallo sguardo compiaciuto, sia con le sue parole:
«È una gioia rivedere un sacco di ragazzi. Dopo tutto, questi corridoi, senza
gente che li percorre sono deprimenti».
Gerard e Hamza annuirono e confermarono
quello appena detto da Maximilian.
I tre arrivarono di fronte alla sala pranzo,
ci entrarono e si misero in fila per accedere alle tavole calde da dove
prelevare il latte e le Brioche.
Mentre stavano prendendo la colazione, si
sentirono alcune voci che provenivano dal gruppo di persone nelle loro
vicinanze.
“Avete
visto chi c’è! ”, disse uno di loro.
Poi si udì: “Sono proprio loro; i ragazzi che hanno combattuto contro un mago nero”.
I ragazzi continuarono a borbottare frasi di
quel genere e gli sguardi di tutti erano rivolti verso i tre nuovi arrivati.
Hamza, Gerard e Maximilian strinsero le
spalle e fecero finta di niente, dirigendosi verso il loro tavolo e
incominciando a consumare la colazione.
Hamza si rivolse ai due suoi amici: «A quanto
pare siamo ancora sulla bocca i tutti». E girandosi verso la moltitudine di
ragazzi che riempiva il refettorio, aggiunse: «Siamo diventati famosi anche tra
le nuove leve; guarda lì, come ci osservano. Incomincio a sentirmi un
extraterrestre».
Maximilian richiamò la sua attenzione dicendo:
«Non ti preoccupare; presto si scorderanno di noi e la loro attenzione sarà
rivolta altrove».
Gerard sembrava non essere dello stesso
avviso: «Tu dici Max? A me invece pare che questa storia andrà avanti per un
bel po’».
In quell’istante in refettorio entrarono
Corine, Margharet e Sara.
Le loro tre amiche si avvicinarono al tavolo
dove i tre stavano facendo colazione e Corine chiese: «Possiamo sederci qui
accanto a voi?».
Gerard gli rispose quasi subito: «Ma
certamente. C’è posto, quindi accomodatevi». Facendo segno verso le sedie
vuote.
Le ragazze si accomodarono e incominciarono a
parlare; Margharet si rivolse a loro proponendogli: «Allora ragazzi, diteci
qualcosa delle vostre vacanze».
Anche Sara fu curiosa; lo si notava
dall’espressione che aveva assunto guardando i tre.
Il primo a parlare fu Gerard; lui sapeva bene
che non poteva dire quello che era successo durante il loro viaggio per
recuperare Ivan e pertanto si limitò a raccontare dei loro allenamenti: «Hm …
Noi non abbiamo fatto niente di divertente, ci siamo limitati a studiare le
materie nelle quali avevamo delle difficoltà durante l’anno passato; direi che
abbiamo trascorso l’estate tra le mura dell’Asilum e nel parco a provare alcune
formule magiche».
Astral gliel’aveva detto più volte; le sue
parole ancora erano ben scolpite nelle loro menti: “Nessuno all’interno dell’Asilum deve venire a conoscenza di quello che
è accaduto quest’estate. Conto su di voi per la massima discrezione e questo
vale anche per i vostri migliori amici”.
Margharet chiese ancora: «Ma davvero non
siete andati da nessuna parte?».
Questa volta fu Maximilian che confermò le
parole del fratello: «Esatto, siamo rimasti a esercitarci qui all’interno
dell’accademia».
Margharet poi aggiunse: «Che noia; avete
lavorato anche d’estate mentre gli altri si sollazzavano al sole in qualche
località turistica».
Maximilian anticipò il fratello dicendo: «No,
ti sbagli; per noi non è stata una noia, anzi … Abbiamo colto l’occasione per
migliorarci e l’estate è passata velocemente in questo modo. Credimi».
Margharet e Sara si guardarono ed entrambe
esclamarono: «Se voi siete contenti cosi!».
I due fratelli annuirono.
L’attenzione poi si spostò su Hamza e le
ragazze lo tempestarono di domande.
Il ragazzo iniziò a descrivere la sua estate:
«Quando sono arrivato a casa, la prima cosa che mi è stata detta è di essere
più giudizioso; questo si riferiva al fatto accaduto a fine anno, dove secondo
mio padre siamo stati sconsiderati. Mia mamma non poteva che dargli ragione e
dopo avermi fatto una bella ramanzina, siamo partiti alla volta della nostra
tenuta al mare. Arrivati lì, dopo aver messo in ordine la casa, ci siamo
organizzati per trascorrere più tempo possibile in spiaggia e mia madre, con la
supervisione di mio padre, si è assicurata che io facessi tutti i compiti
assegnati dai nostri maestri. Le giornate sono passate tutte in questo modo: al
mare e poi a casa per ripassare quello che avevo imparato, niente di più;
potrei definirla in un certo senso … Noiosa».
Le ragazze annuirono e Sara fece presente:
«Beh, a dir la verità, anche io ho fatto la stessa cosa: località balneare e
abbronzatura, poi a un certo punto mi sono stufata e non vedevo l’ora che la
scuola rincominciasse. Devo dire che quando mio padre ha detto a mia mamma
della partenza per riprendere la nostra vita, per me è quasi stato un
sollievo».
Margharet, invece, disse ai suoi amici di
essere stata in un posto di montagna: «Io sono stata in montagna e devo dire
che in confronto all’anno precedente mi sono riposata. Niente caos, poca gente
e, soprattutto, immersa nella natura. Ho fatto delle scampagnate con i miei
genitori e non poteva mancare lo studio, ovviamente sotto la supervisione di
entrambi; ma non mi sono privata dei divertimenti. La sera, durante le nostre
uscite, ci siamo imbattuti in molta bella gente e sono andata persino al
lunapark. Potete immaginare il divertimento che c’è in quei posti …».
Il tempo era trascorso velocemente e nel
refettorio quasi tutti erano andati via; erano rimasti in pochi all’interno
della grande sala e i ragazzi a quel punto decisero di uscire tutti assieme
all’esterno dell’accademia, dove avrebbero passato qualche ora.
All’uscita dal refettorio s’imbatterono nei
maestri; c’erano proprio tutti: da Astral a Wotan.
Il maestro Wotan salutò i ragazzi: «Oh … I
nostri piccoli studenti». E con aria compiaciuta chiese: «Allora, vi state
preparando per l’inizio del nuovo anno accademico?».
Dal gruppo una voce si distinse, era
Maximilian … Lui salutò e poi affermò: «Siamo pronti per iniziare un nuovo anno
scolastico maestro; ci può scommettere … E quest’anno siamo ancora più
determinati di quello appena trascorso».
Astral, però, fece presente ai colleghi che
era ora di andare e poi si rivolse agli studenti asserendo: «Bravi; ricordate
che la volontà di lavorare influisce tanto nei risultati che otterrete,
pertanto … Dateci dentro e studiate con assiduità se volete diventare dei bravi
maghi bianchi». Infine, rivolgendosi verso i collegi, sottolineò: «Adesso è ora
per noi di andare, stiamo preparandoci per l’arrivo di tutti gli studenti e se
non riusciamo a organizzarci sarà dura accogliere tutti».
I sei ragazzi a quel punto s’incamminarono
verso il parco dell’Asilum, scomparendo nella flora che ammantava l’edificio.
I maestri, arrivati nella zona a loro adibita,
la oltrepassarono; nei corridoi il rumore dei loro passi echeggiava
incontrastato e d’un tratto il cigolare di una porta si udì nitidamente.
I maghi chiusero dietro di loro il portone
metallico che dava accesso ai sotterranei.
Le sagome dei maestri s’intravvedevano a
malapena durante la loro discesa delle scale e le ombre si dilungavano sui muri
rischiarate dalle flebili luci delle fiaccole.
Si udì una voce a un certo punto: «Certo che
questa non è una bella situazione; sono preoccupato». Era Wotan che si rivolse
ai colleghi.
Asdar ribatté: «Non siamo più in grado di
fronteggiare il demone trapassato. L’ultimo mago rosso è deceduto e con lui i
poteri che ci avrebbero permesso di abbatterlo. Mi domando se l’incanto che
nasconde l’Asilum reggerà ancora per molto».
Astral cercò di tranquillizzare tutti
dicendo: «Non vi preoccupate. I maestri Brot e Aschcore sanno quello che fanno
e dubito che un loro incanto possa essere infranto così facilmente».
Loky affermò: «Non dimenticate che parliamo
di due draghi celestiali, anche se hanno perso gran parte dei loro poteri. Sono
pur sempre tra i più forti rappresentanti della razza dei draghi».
Wotan rispose ai suoi colleghi: «Forse avete
ragione; ci stiamo preoccupando un po’ troppo. Sarà il caso di organizzarci per
bene e di provvedere agli studenti che si accingono ad arrivare qui
all’accademia».
Dian, che era il capo fila e faceva largo
lungo le scale, si fermò, interrompendo la marcia di tutti, si girò e si
dichiarò d’accordo dicendo: «Penso proprio che per il momento ci possiamo solo
limitare a fare il nostro lavoro e a programmare una strenua difesa
dell’Asilum. In caso il demone ci rintracciasse ci può essere utile un piano di
difesa e di evacuazione delle persone che non sanno riprodurre magia. Se quel
coso assume il suo vero aspetto, sarà capace di tutto».
Astral si affrettò a rispondere: «Non
risolveremo il problema discutendo; per adesso andiamo a colloquio dal maestro
Brot, poi ci penseremo e con il suo aiuto cercheremo di scoprire come porre
rimedio al caos che si è venuto a creare». Detto quello, Astral si iniziò a
muovere verso la porta, che in fondo alle scale era illuminata da due torce:
una sulla sua sinistra, l’altra sulla sua destra.
Così fecero anche gli altri maestri e,
arrivati dinanzi a quella porta, la aprirono oltrepassandola.
I sei camminarono lungo il cimitero dei
draghi nascosto sotto l’Asilum poi, a un certo punto, si fermarono di fronte a
una tomba, molto più piccola delle altre a giudicare dalla lapide in marmo
bianco che era posta sul rialzo del terreno.
Il terreno testimoniava l’avvenuta sepoltura
di un piccolo corpo dalle dimensioni umane.
La
lapide di forma ovoidale recava le seguenti iscrizioni: “Qui giace l’ultimo mago rosso: Ivan, gran
maestro della sua stirpe; caduto in combattimento nel tentativo di opporsi ai
demoni. Custode del futuro dei draghi e protettore del mondo magico”.
I maestri si erano fermati per rendere
omaggio al mago rosso, che era stato trasportato nel sottosuolo dell’Asilum
dopo lo scontro con Adrammalech.
Drenk parlò dinanzi alla sua tomba
insinuando: «Chissà cosa cela il fato. Si era nascosto per sfuggire ai maghi
neri e alla fine è caduto per mano di un demone, salvando la vita a
Maximilian».
Astral lo guardò e rispose: «Nessuno può
saperlo. Una cosa è certa: per aver compiuto quel gesto, doveva avere una buona
ragione; mi ha dato l’impressione di averlo fatto di proposito, non ha tentato
di difendersi e ha mostrato il petto al demone incurante delle conseguenze. Non
riesco a credere che un mago rosso, capace di contrastare il più potente
demone, sia caduto con quella facilità e ripensandoci … Il suo bastone a un
certo punto è sparito e non l’ho più visto nelle sue mani».
Anche gli altri maestri presenti durante lo
scontro erano d’accordo con Astral e Asdar, pensandoci su, affermò: «Io non ci
avevo fatto caso, ma adesso che ci penso è vero! Nel momento in cui è stato
colpito non aveva il bastone che in precedenza, quando ha combattuto contro i
nemici, è stato sempre ben saldo nelle sue mani. Non lo abbiamo trovato accanto
a lui; è strano questo particolare».
Drenk interruppe il discorso ricordando:
«Colleghi … Brot e Aschcore ci staranno aspettando, ci conviene fare in fretta
o arriveremo in ritardo». Consapevoli di
quanto appena detto, si avviarono verso la grossa stanza dove i draghi li
stavano di già aspettando.
I sei giunsero di fronte alla grande porta,
la aprirono ed entrarono all’interno della stanza.
Al centro di essa vi trovarono i due draghi
che stavano discutendo fra loro; al rumore del portone che si richiudeva su sé
stesso, i due si girarono e salutarono i sei maestri.
Brot, rivolgendosi a loro, gli disse: «Siete
arrivati. Volevamo mettervi al corrente di alcune scoperte recenti fatte da
Aschcore».
I maghi, udite quelle parole, si avvicinarono
ai due draghi.
Aschcore prese subito la parola: «Vi abbiamo
convocato poiché in questo mondo continuano ad arrivare entità estranee.
Possiamo affermare con precisione che si tratta di esseri potenti, anche se di
piccola statura, e, di sicuro, sono gli stessi che ci hanno attaccato all’epoca
dello sterminio dei draghi. Con tutta probabilità sono loro che hanno dato
manforte ai demoni durante l’attacco ai maghi rossi quando sono stati
sconfitti».
Le facce dei maestri diventarono più serie di
quanto già non lo fossero; tra loro vi fu Dian che chiese: «Di che esseri si
tratta?».
Il drago dalla folta chioma, dopo un attimo
di silenzio, ricominciò a esporre: «Si tratta di anime dannate; hanno venduto
la loro anima ai demoni senza condizioni e tuttora sono completamente assoggettati
ad essi che gli hanno fatto compiere ogni tipo di nefandezza. Hanno ucciso
tutti coloro che gli si sono parati davanti e si può dire che sono i più
spietati tirapiedi dell’oscuro. Non sono costretti a farlo, lo fanno perché gli
dona piacere; gli piace uccidere. Questi esseri noi li chiamiamo Ithannad.
Nessuno finora è riuscito a ucciderne uno, persino i draghi hanno avuto la
peggio contro di loro».
Sulla faccia dei maestri fu palese la
preoccupazione che quella situazione suscitava; Astral, sentite quelle parole,
tirò un sospiro e di seguito chiese: «Possibile che questi esseri siano così
temibili?».
Brot annuì e gli rispose: «Come vi ha già
detto Aschcore, non c’è modo di abbatterli; abbiamo provato con tutte le nostre
forze: siamo caduti uno dopo l’altro, solamente il celestiale può tenergli
testa e in quel momento nella nostra specie non esisteva alcun celestiale».
Anche Aschcore annuiva mentre il fratello
dava spiegazioni ai maestri, poi volle finire il suo discorso lasciato a metà e
continuò dicendo: «Questi esseri di forma demoniaca hanno grandi capacità
combattive. Essi riproducono malefici di ogni genere e nel corpo a corpo
utilizzano i loro artigli e le loro armi intrise di un veleno, il quale, una
volta entrato in circolo di qualsiasi organismo, provoca l’immediata paralisi e
la morte del malcapitato. È cosa certa che se si fronteggiano questi tipi di
esseri bisogna fare attenzione anche alle più piccole ferite; in quanto a quel
veleno … Non vi è antidoto».
Dal gruppo provenne ancora una domanda, la
voce era quella di Wotan: «Come possiamo allora misurarci con loro?».
I due draghi si guardarono prima negli occhi,
poi si girarono ancora una volta verso il gruppo dei maestri e Aschcore,
rivolgendosi al fratello, disse: «Brot; permetti che spieghi io».
Il drago ricoperto dalle scaglie di ferro
annuì e subito dopo Aschcore proseguì nel suo discorso: «Invero, da alcuni
studi su di un essere fatto prigioniero tempo fa, si è dedotto che un modo per
sopprimere quei cosi esiste, ma per il momento è solo su base teorica in quanto
non è stato possibile provarne gli effetti. L’essere di cui parliamo è riuscito
a liberarsi e a uccidere tutti i suoi carcerieri; dopo di che è fuggito,
facendo perdere le sue tracce. Quando arrivammo nel posto in cui era custodito,
non incontrammo nessun superstite. Ben quindici esseri erano stati uccisi, tra
cui anche tre umani: maghi rossi che erano sul posto per cercare di capire di
che esseri si trattasse. Con nostra sorpresa, dopo un’accurata ispezione del
posto, trovammo documenti di studi effettuati sullo stesso essere che aveva
provocato quella carneficina. Quei documenti affermavano che il soggetto poteva
essere soppresso solo nel modo in cui potevano essere sconfitti i demoni: la
decapitazione. Con molta probabilità era l’unico modo con il quale poterli
fermare».
Quelle parole furono di sollievo per i
maestri e Loky si affrettò a dire: «Allora il problema non sussiste;
l’importante è mirare alla testa».
Ma il drago lo interruppe contraddicendolo:
«Ti sbagli. A parte che è solo teoria e bisogna vedere se funziona; poi c’è
bisogno di colpirli e, di certo, non se ne staranno con le mani in mano durante
il combattimento aspettando di essere colpiti. Aspettate di vederli per poi
valutare voi stessi di cosa stiamo parlando».
Nell’ambiente per un istante non si sentì una
parola, solamente il lento bruciare delle torce che rischiaravano l’ambiente in
cui si svolgeva la conversazione.
Brot interruppe quel silenzio dicendo:
«Sappiate che sono ben dieci gli esseri che sono trapassati ultimamente e si
tratta proprio di loro. L’oscuro li ha mandati tutti, poiché sono dieci le
anime perse al suo servizio. Dieci anime che hanno scelto volontariamente la
perdizione in cambio di indicibili poteri e accettando una mutazione che
ripugnerebbe chiunque. Dieci esseri umani con fame di potere, quale arma più
spietata poteva mai schierare sul campo il nostro avversario? È dunque deciso a
farla finita in un tempo breve; questo può solo significare che è imminente il
suo arrivo in questo mondo al fine di sottometterlo. Dobbiamo essere più cauti
del solito; per adesso l’Asilum è salvo grazie a un incanto che io stesso ho
apposto. Come voi sapete quest’incanto è difficile da rompere e rende
impossibile a un cuore pregno di malvagità infrangerlo. Tuttavia, all’esterno
si è venuta a creare una situazione a dir poco preoccupante; non solo c’è
Adrammalech in mutazione, pronto a sferrare un attacco non appena essa sarà
terminata, ma c’è Melkore che tenterà in tutti i modi di stanarci. Adesso sono
arrivati persino questi nuovi esseri e, temo, che presto si faranno sentire».
Asdar disse: «Attaccheranno gli esseri
umani».
Il drago dalle scaglie di ferro annuì e
rispose: «Esatto. Tutto questo per attirarci nella zona da loro scelta e così
cercare di ucciderci. È fuori questione mandare un gruppo di maghi a tentare di
contrastarli, verrebbero tutti uccisi senza alcuna pietà. Se questo avviene, l’unica soluzione è cercare
di andare a fermarli in gran numero e persino io e Aschcore ci aggregheremo
alla spedizione. È dunque fondamentale distribuire più informazioni possibili
su questi esseri e sul modo di ucciderli a tutti i maghi dell’Asilum. I maghi
devono essere pronti per un’eventualità del genere».
Astral, dopo che Brot finì di parlare, si
rivolse ai due draghi dicendo: «Provvederemo a informare tutti i maghi di
quanto voi ci avete detto, ma abbiamo bisogno di sapere anche l’aspetto
dell’entità in questione».
Aschcore rispose: «Siamo a conoscenza del
loro aspetto; tutto è stato documentato e trascritto sui documenti che vi
consegneremo alla fine della nostra discussione. Ricordate di dare la massima
diffusione a queste informazioni, poiché non tarderanno a muoversi».
I maestri annuirono, assicurando che
avrebbero dato la massima diffusione alla notizia; poi Aschcore cambiò
discorso: «È ora di parlare di Adrammalech … Abbiamo motivo di credere che il
demone stia accelerando i tempi della sua mutazione con qualche tipo di
maleficio. Sapete tutti che per portare a termine la mutazione ci vogliono
almeno sette o otto mesi, ma da quello che si percepisce temiamo che di tempo
ce ne sia di meno. A tal proposito: bisogna addestrare Maximilian con estrema
urgenza e fargli completare il suo ciclo di apprendimento; presto avrà bisogno
di tutta la magia possibile per difendersi dall’attacco dell’orda malefica che
si sta preparando alla battaglia».
Astral, che seguiva da vicino l’addestramento
di Maximilian, gli rispose: «Io ho seguito il ragazzo fin dal principio. I suoi
miglioramenti sono enormi e tutti sappiamo quello che è stato capace di fare;
manca ovviamente il tempo utile per fargli apprendere gli incanti più complessi
tipo l’evocazione della spada elementare, ma confido che entro cinque mesi
possa fargli imparare come evocarla».
La voce di Brot si sentì nella sala interrompendo
il discorso di Astral: «È ovvio che Maximilian non può essere considerato un
ragazzo, bensì un uomo. Vista la presenza di Bithor e quello cui abbiamo
assistito pochi giorni addietro, bisogna dargli i mezzi per potersi difendere
al meglio e … Questa fase è una di quelle in cui non ci troviamo a combattere
con esseri magici qualsiasi, ma contro entità superiori capaci di combattere
contro i draghi e i maghi rossi alla pari; se non con superiorità. È di vitale
importanza insegnargli la maggior parte delle cose nel più breve tempo
possibile».
Astral annuì e di seguito disse: «Cercherò di
fare le cose per bene in modo da fargli riprodurre anche gli incanti più
difficili».
Wotan poi chiese: «Dato l’arrivo imminente
della scolaresca bisognerà organizzarci per bene in previsione di un loro
attacco e, di certo, non possiamo permetterci di sottovalutarli; rischieremo di
subire ingenti danni. Meglio siamo organizzati, più probabilità avremo di
portare in salvo tutti gli studenti e gli abitanti».
Drenk, che fino a quel momento era stato in
silenzio, si rivolse al gruppo dicendo: «Se attaccano non ci sarà posto sicuro
per nessuno, l’unica opzione è fermarli con la forza e ora che anche l’ultimo
mago rosso è stato eliminato, non vedo come opporci ai demoni. Di certo non
possiamo abbatterli e questo loro lo sanno benissimo».
Dian rispose: «Siamo preoccupati per la
situazione venutasi a creare, ma prima o poi questa situazione si doveva
presentare. Se l’anno scorso non fosse arrivato Bithor nel nostro mondo,
probabilmente non saremo stati a conoscenza di nulla. Se solo avessero
attaccato in massa, non oso immaginare cosa sarebbe successo; per conto mio non
siamo ancora spacciati. Bithor è un celestiale, ha tutto il potere che ci vuole
per fronteggiare quelle creature, anche se ancora non riesco a immaginare come
si possa aggirare l’incanto a protezione di questo mondo».
Aschcore espresse la sua opinione su quanto
appena detto: «Di certo, nostro fratello è consapevole del pericolo che stiamo
correndo e suppongo che abbia di già escogitato qualcosa. Noi possiamo solo
coordinare le nostre azioni e prepararci per un loro attacco. Voi che siete i
mentori dell’Asilum, abbiate cura dei suoi abitanti e qualora uno dei due
rifugi fosse attaccato, l’altro farà da riparo per gli eventuali sfollati.
Cercate di far sviluppare al piccolo più potere possibile, presto ci servirà il
suo aiuto».
Astral obiettò a quella affermazione: «Ma è
solo un bambino, come possiamo schierarlo tra le nostre fila di proposito?».
Aschcore gli rispose: «Mi spiace; ma nel
momento in cui Bithor si è rifugiato dentro di lui ha cessato di essere un
umano e, se vuole sopravvivere, farà meglio a imparare il prima possibile. Gli
esseri di cui parliamo non avranno alcuna pietà».
Dal canto suo, Brot, con un’espressione
rassegnata fece intendere che quelle parole rispondevano alla verità; annuì e
poi aggiunse: «Purtroppo tutto ciò risponde alla cruda verità. Maximilian è
l’obiettivo che si sono prefissati, se vogliamo proteggere il ragazzo la nostra
unica via è insegnargli quanto prima tutto quello che conosciamo. Quel segno,
in ultimo, è la prova di ciò che noi affermiamo».
Il drago di ferro sospirò e poi chiese: «Come
sta Maximilian; il segno sulla sua spalla gli fa ancora male?».
Il maestro Astral, informato sulle sue
condizioni, rispose: «Sta andando tutto bene. Domani ha una visita di
controllo, ma a detta del dottore non c’è da temere. Le analisi sono tutte
nella norma».
Il drago con le scaglie di ferro fu sollevato
da quelle parole e disse: «Ottimo. Per adesso tutto procede bene all’Asilum, ma
basta discutere … Bisogna passare ai fatti. Andate e preparatevi al meglio;
organizzate un piano di difesa e di sgombero dell’Asilum. Noi ci aggiorniamo
prima dell’inizio dell’anno accademico per i dettagli».
Anche il drago dalla folta chioma si congedò
e disse: «È giunto il tempo anche per me di ritornare al mio rifugio. Se ci
sono novità, voi sapete come trovarmi. Tenete a mente il nostro discorso,
poiché più ci prepariamo più probabilità avremo nel momento del bisogno». E dopo
aver salutato, sparì nel solito modo: alzando un gran polverone e di lui non vi
fu più nessuna traccia.
Nella sala rimasero i maestri e Brot, che non
perse tempo e consegnò a loro un piccolo libro che sulla copertina recava la
scritta “studio sulla razza degli
Ithannad”, dicendo: «In questo libro c’è quello di cui abbiamo parlato;
studiatelo per bene e passate tutte le sue informazioni». Poi il drago chiese:
«Come va con il libro lasciatoci da Ivan?».
Wotan, che si era preso l’incarico di
esaminarlo assieme a Dian e Loky, rispose: «Al suo interno ci sono tutti i
malefici usati dai maghi neri; stiamo passando anche quelle informazioni.
Presto, molto presto, saremo in grado di fermare la maggior parte della loro
magia».
Il drago esclamò: «Ottimo! Continuate ad
acquisire informazioni e a diffonderle. Noi ci ritroviamo tra pochi giorni,
quando dovremo decidere sul come agire in caso di pericolo».
Udite quelle parole i maestri si
allontanarono, ovviamente dopo aver salutato.
***
Era tardo pomeriggio e il sole stava
tramontando.
Maximilian e gli amici, ignari di tutto
quello che stava avvenendo, avevano appena trascorso una giornata all’insegna
del completo riposo.
Erano seduti in cerchio su di un prato con
dell’erba verde ben curata.
Alcune margherite spiccavano di qua e di là e
dal gruppo si udì la voce di Corine che fece presente: «Ragazzi inizia a fare
buio; sarà il caso di rientrare».
Era dunque giunto il momento di rincasare …
Si alzarono e si avviarono verso l’entrata
dell’Asilum; lì si salutarono e si diressero ognuno verso le proprie stanze.
Maximilian si rivolse a Gerard e Hamza
chiedendo: «Chissà se Isak e Chaman sono arrivati?».
I due sorrisero e Hamza rispose: «Dubito che
siano arrivati, altrimenti li avremmo di certo visti. La prima cosa che
avrebbero fatto sarebbe stata venirci a trovare; non credete?».
Anche Gerard fu d’accordo con quanto detto e
aggiunse: «Secondo me oramai arrivano domani o dopodomani; questa sera avremo
ancora a disposizione la camera tutta per noi. Ma guardate il lato positivo:
non sentiremo russare Chaman, dunque si dormirà tranquillamente». E dopo aver
udito quelle parole, scoppiarono a ridere.
I tre arrivarono vicino alla porta della loro
stanza, ci entrarono e constatarono che all’interno ancora non era arrivato nessuno
oltre a loro.
Si misero comodi, ognuno sul proprio letto, e
continuarono a chiacchierare.
Maximilian chiese: «Vi va di venire con me in
biblioteca dopo cena?».
I due lo guardarono e Hamza gli chiese:
«Scommetto che stai ancora documentandoti sui maghi neri; vero?».
Maximilian annuì e rispose: «Certamente.
Voglio sapere quanto più possibile sul loro conto. Sono certo che quelle
informazioni ci serviranno prima o poi, più ci documentiamo e più possibilità
avremo di capire come si muoveranno».
Gerard sbuffò e confermò quelle parole:
«Purtroppo è vero quello che dici. Andiamoci pure in biblioteca e, visto che
ancora le lezioni non sono cominciate, tratteniamoci un po’ di più del solito
nella speranza di trovare qualcosa di utile».
Maximilian esplicò ai compagni ciò che voleva
ricercare: «Cerco la gerarchia dei demoni e suppongo che nella biblioteca vi
sia qualcosa a riguardo. Mi pare di aver visto un libro che parlava
dell’argomento».
Hamza intervenne interrompendolo: «Parli
dell’ultima volta in cui ci siamo stati?».
Maximilian confermò: «Esatto. Era un libro
nero su di uno scaffale in alto, nella sezione libri sulla storia della magia.
Dopo cenato vi farò vedere dove mi sembra di averlo visto. Sarei però curioso
di leggere il libro di cui ci ha parlato Corine».
Gerard era d’accordo, ma sollevò un quesito:
«Impossibile consultarlo; lei stessa ci ha detto che si trova in un’altra
dimensione e non credo che noi, piccoli apprendisti, possiamo raggiungerla».
Anche Hamza era della stessa opinione e
confermò: «Esattamente; non possiamo consultarlo. Tuttavia possiamo parlarne
con i maestri, almeno per sapere se c’è una copia di quel libro».
Maximilian si fece sfuggire che i maestri
possedevano di già delle informazioni a riguardo: «So per certo che i maestri
possiedono il libro in cui sono elencati tutti i malefici che i maghi neri sono
in grado di riprodurre, ma sarà difficile darci una sbirciatina; loro non ci
permetteranno mai di vederlo».
Hamza fu sorpreso da quello che Maximilian
aveva appena detto e, come normale che fosse, provò a chiedere delle
spiegazioni: «Di che cosa stai parlando Max?».
Gerard e Maximilian si guardarono in faccia:
ormai la cosa era stata detta e dunque lo stesso Gerard, guardando Maximilian
in modo imbronciato, disse: «E va bene … Visto che abbiamo incominciato il
discorso, tanto vale finirlo. Max, vuoi continuare tu?».
Maximilian annuì e incominciò a raccontare
parte di quello che era successo, naturalmente narrandogli giusto il
necessario: «Quest’estate ci siamo imbattuti in un mago; lui ha consegnato ai
maestri un libro, all’interno del quale sono elencati minuziosamente tutti i
malefici che i maghi neri sono in grado di fare. È da quel momento che mi
frulla per la testa di dargli un’occhiata; sono curioso di sapere cosa c’è
scritto al suo interno, ma allo stesso tempo sono convinto che nella libreria
ci debba essere per forza un qualche documento che parli di loro. L’anno scorso
io e Gerard abbiamo di già trovato qualcosa sui maghi neri. Ora … Se
riuscissimo a documentarci sui tipi di magia che riescono a riprodurre, sapremo
in parte come difenderci; ricordate Pectumatra che tipo d’incanti ci ha
lanciato contro?».
Hamza fece cenno di ricordare quello che era
accaduto pochi mesi prima e asserì: «Certo che ricordo; chi se lo dimentica!
Devo dire che la paura è stata tanta e meno male che siamo riusciti a uscirne
vivi. Quei poteri sono temibili; la bacchetta è la chiave di tutto, se
riusciamo a disarmarli non potranno nulla».
Maximilian, anch’esso d’accordo con lui,
rispose: «Siamo consapevoli che una volta privi di bacchetta non possono
riprodurre incanti, ma sento che c’è qualcosa di più; la stessa Corine ci ha
detto che i maghi neri diventano involucri. Mi pare abbia parlato di Lanfredo;
quell’involucro … Hm … Cosa significa?».
Entrambi i ragazzi di fronte a Maximilian
strinsero le spalle e assieme esclamarono: «Boh!». Di seguito fecero presente
che era ora di andare, la cena li stava aspettando e quello era un discorso che
potevano rimandare a dopo, quando sarebbero stati in libreria.
Appena finita la cena si spostarono in
libreria, dove consultarono una miriade di libri; ma del libro che stavano
cercando non trovarono nessuna traccia.
I tre ritornarono in camera, aprirono la
porta e con loro sorpresa si trovarono davanti dei bagagli.
Sulla soglia della porta c’era un borsone di
colore nero e una valigia munita di rotelle.
Un rumore d’acqua che scorreva si udì dal
bagno: qualcuno si stava lavando.
I ragazzi si precipitarono davanti alla porta
del bagno, bussarono ma nessuno rispose; allora Gerard si rivolse ai suo amici
sostenendo: «Mica si è sentito male in bagno».
Hamza rispose: «Mah; io direi che non ci ha
sentiti. Proviamo di nuovo …». E tutti assieme provarono a chiedere: «Chi c’è
in bagno?».
Non si udì nessuna voce; allora, tutti
preoccupati, decisero di fare irruzione nella stanza.
Hamza diede una spallata alla porta e l’aprì;
sotto la doccia c’era Chaman che stava fischiettando.
Al ragazzo sotto la doccia prese un colpo;
vide i suoi amici che per via della spallata e del cedimento della porta erano
cascati uno sull’altro.
La sagoma di Chaman si bloccò per un attimo,
poi disse: «Per la miseria; cos’è successo?». Affacciandosi oltre il box che impediva
all’acqua di schizzare in tutto il bagno.
Quando Chaman vide i suoi amici domandò: «È
possibile che non mi lasciate in pace nemmeno sotto la doccia?». E facendo
un’espressione imbronciata aggiunse: «Va bene che questi lunghi mesi senza di
me vi saranno sembrati un’eternità, ma diamine!». Poi, aprendo l’anta del box,
uscì da esso senza nessun asciugamano che lo coprisse e tutto bagnato.
Il bagno, che fino a quel momento era stato
salvato dagli schizzi d’acqua, ne fu pervaso e lo stesso Chaman, avvicinandosi
al gruppo per sincerarsi delle loro condizioni, fece in modo da bagnare anche
loro.
Maximilian gli disse: «Chaman, ci stai
bagnando tutti!».
Gerard a sua volta chiese: «E tutta
quest’acqua da dove arriva?».
Hamza, che di tutti era quello che aveva
avuto la peggio poiché sopra di lui c’erano Maximilian e Gerard, quasi
supplicò: «Se non vi spostate di lì, penso che tra poco esalerò l’ultimo
sospiro». Riferendosi al fatto che sia Maximilian sia Gerard erano caduti a
peso morto su di lui.
Maximilian e Gerard si alzarono quanto prima
per permettergli di fare lo stesso; davanti agli occhi di Hamza, ancora vicini
al pavimento del bagno, comparvero due piedi nudi.
La sua faccia assunse un’espressione strana e
alzando lo sguardo vide Chaman, come mamma lo aveva fatto, che gli tendeva la
mano dicendogli: «Tutto bene Hamza? Dammi la mano che ti aiuto a rialzarti».
La reazione del ragazzo fu di alzarsi di
scatto.
Egli rispose allontanandosi leggermente da
lui: «Che schifo! Chaman … Almeno copriti!».
Il ragazzo, sorpreso della reazione di Hamza,
gli chiese: «Ma perché? Cosa c’è che non va?».
Hamza, scuotendo il capo, gli fece osservare:
«E me lo chiedi pure? Copriti; almeno mettiti un asciugamano».
Il ragazzo, sempre più perplesso, si guardò
addosso con attenzione e poi aggiunse: «Mah … A me sembra che non ci sia nulla
di strano. Non capisco questa tua agitazione».
Maximilian attirò l’attenzione di Chaman
dicendogli: «Prendi questo per coprirti». E gli lanciò un asciugamano.
Chaman lo prese al volo e si coprì, dopo di
che si precipitò a chiudere l’acqua che da quando era uscito dalla doccia
continuava a scorrere.
In seguito, dopo essersi asciugato, si
rivolse a loro chiedendogli: «Allora! Come mai vi siete precipitati in quel
modo dentro il bagno? Sapete … Dalle mie parti non è cortese fare delle cose
simili».
Hamza, che nel frattempo si era rialzato e
asciugato con un asciugamano di colore verde scuro, gli rispose: «Siamo entrati
poiché pensavamo che qualcuno si fosse sentito male, visto che abbiamo chiamato
per quindici minuti senza che nessuno ci rispondesse».
Chaman ribatté: «Ma va! Giuro che non ho
sentito nulla, ero lì che me la fischiettavo
tranquillo; immaginate che spavento mi sono preso quando ho sentito quel
trambusto».
Maximilian e Gerard scoppiarono a ridere;
Hamza non riuscì a trattenersi e anche lui rise a crepapelle.
Chaman chiese: «Cos’ho detto di così
divertente?».
I ragazzi, tra una risata e l’altra, gli
dissero: «Niente. Chaman; dopo tanto tempo che non ti vedevamo, non eravamo più
abituati a questo tipo di trambusto». Poi, quando quel momento passò, tutti
salutarono l’amico dicendo: «Siamo felci di rivederti».
Chaman, dopo aver abbracciato tutti, affermò:
«Ero sicuro di esservi mancato».
Sentita quell’affermazione Maximilian, Gerard
e Hamza, ripresero a sorridere e Gerard allora gli disse: «Chaman, mentre tu
finisci di prepararti noi andiamo di là; parleremo quando sarai in condizioni
migliori».
Tutti furono d’accordo e usciti dal bagno si
andarono a sedere ognuno sulla propria sedia, di fronte alle scrivanie che di
lì a poco avrebbero nuovamente visto i nostri amici studiare.
Anche Chaman uscì dal bagno, era bello
profumato e si era di già messo in pigiama; vista l’ora, sia Maximilian sia il
resto del gruppo fecero lo stesso e poi si misero a discutere.
Tutti erano curiosi di sentire come aveva
passato le vacanze Chaman e allora Hamza gli chiese: «Chaman come sono andate
le tue vacanze?».
Il ragazzo assunse un’aria sconsolata, per
poi aggiungere: «Mah! Onestamente io mi aspettavo un’estate piena di
divertimento: al mare a sollazzarmi al sole e magari ci scappava anche la
conoscenza di qualche bella ragazza. Non sapete quanto mi sbagliavo; è stato un
tormento: mio padre e mia mamma mi hanno fatto lavorare come un somaro. Ho
studiato tantissimo e sono uscito sempre scortato da entrambi i miei genitori».
Maximilian ne chiese il motivo: «Come mai
sono stati così duri?».
Chaman allargò le braccia e poi rispose
grattandosi il capo e assumendo un’aria furbesca: «Purtroppo, alla fine
dell’anno, hanno parlato con i maestri i quali gli hanno spiattellato tutto
quello che ho combinato, ivi incluso quell’episodio della festa di primavera».
Tutti e tre i suoi amici esclamarono: «No!».
Maximilian gli domandò ancora: «E i tuoi
genitori come l’hanno presa?».
Chaman, dondolando la testa per testimoniare
la reazione ovvia dei suoi genitori, continuò il discorso lasciato a metà: «Eh
… E come vuoi che l’abbiano presa … Vi dico le parole di mio padre, mentre la
mia mamma dondolava la testa e mi guardava delusa». E poi, assumendo un’aria
seria, esplicò: “Figliolo, vedo che un
anno di accademia non ti ha ancora raddrizzato. Mi costringi a usare le maniere
forti con te …”.
Chaman si fermò un attimo, in seguito disse:
«Mio padre ha guardato la mamma e gli ha detto: “Non possiamo ignorare quello che ha combinato questa piccola peste
quest’anno e … Che dire di quello che ha fatto alla festa di primavera! Che
vergogna … Chissà cos’hanno pensato le fate e tutti gli altri. Non voglio
nemmeno immaginalo”. Io, poi, mi sono permesso di fargli notare che nessuno
mi aveva beccato dicendo: “Papà … Non mi
sono fatto beccare da nessuno; stanno ancora cercando di scoprire chi è stato”
… Non l’avessi mai detto; non ho mai visto mio padre così arrabbiato e
queste sono le parole dette in quel momento di arrabbiatura: “È gravissimo quello che hai fatto;
oltretutto ti giustifichi pure! Quest’anno non farai le ferie, andremo in
montagna, modificando il nostro programma, e io veglierò su di te facendoti
studiare a più non posso. Ripasseremo l’intero programma scolastico e uscirai
solamente scortato da noi. È vietata la tv; È vietato il gioco elettronico e al
minimo segno di recidività rimarrai chiuso in casa per tutta l’estate!”.
Mio padre si girò dicendomi di seguirlo; arrivammo a casa e si attivò
immediatamente per tenere fede a quello che mi aveva detto. Mia mamma non disse
altro, ma fu d’accordo pienamente con mio padre. Con tutta onestà, ho passato
delle pessime vacanze. Ho imparato a memoria tutto il programma dell’anno
scolastico appena trascorso».
Maximilian gli disse: «Deve essere stato
pesantissimo per te».
Chaman annuì per poi ribadire: «Lo puoi
giurare; senza vedere una ragazza tutta l’estate, che strazio!».
Tutti si guardarono in faccia con gli occhi
sgranati e di già s’immaginarono quello che doveva essere l’andazzo dell’anno
che stava per incominciare.
I ragazzi erano tutti seduti sui loro letti,
appoggiati su dei cuscini di colore bianco.
Durante il loro discorso, a un certo punto,
si accorsero che Chaman era crollato in un sonno profondo e il suo russare si
sentì nuovamente nella stanza.
Si guardarono in faccia e, accennando un
sorriso, uno di loro sottolineò: «Effettivamente si è fatto tardi, sarà ora
anche per noi di andare a dormire». Era stato Gerard a parlare.
Egli si rivolse poi a Maximilian: «Max
spegniamo la luce, altrimenti domani rischiamo di non svegliarci e di certo non
vogliamo perderci gli ultimi giorni di libertà; vero?».
Maximilian annuì, poi si girò verso Chaman
che era sulla sua destra, si alzò e si diresse verso di lui.
Egli prese un lembo di lenzuolo e lo coprì
per metà.
Il ragazzo non fece una piega e continuò
imperterrito a russare appoggiato allo schienale del letto.
Hamza, vista quella scena, si rivolse a
Maximilian: «Max, quello lì non lo sveglia nemmeno un boato di un cannone; mi
sa che domani avremo dei grossi problemi per svegliarlo».
Maximilian annuì dimostrandosi d’accordo con
lui, poi si girò e gli rispose: «Mi sa proprio di sì». In seguito sussurrò:
«Adesso siamo quasi al completo; chissà quando rivedremo Isak?».
Gerard lo sentì e gli rispose: «Non
preoccuparti, mancano pochi giorni all’inizio dell’anno accademico; di certo lo
vedremo arrivare o domani o dopodomani».
Maximilian chiuse gli occhi e spense la luce
premendo il pulsante principale che si trovava vicino al suo letto.
Dopo essersi disteso sul letto aggiunse:
«Probabilmente è come dici tu. Per adesso riposiamo, le forze ci serviranno nei
giorni a venire».
Si diedero la buonanotte e nella stanza calò
un silenzio surreale; si vedeva unicamente la luce lunare che filtrava dalla
finestra semiaperta.
Il blu e il buio s’intrecciavano e la polvere
che scendeva verso il suolo creava un effetto assai strano.
D’un tratto, come succedeva spesso quando
Maximilian si addormentava, tutto divenne distorto e a quel paesaggio si
sostituì uno ancora più bello.
****
Maximilian
era nell’universo magico; questa volta si trovava tra due enormi pareti.
Le due
pareti si ergevano maestose e sembravano non avere fine per quanto erano alte.
Nel
profondo di quella gola a stento arrivavano i raggi del sole e la luminosità
scarseggiava; lì s’intrecciavano colori e ombre.
Una
flora a lui sconosciuta apparve ai suoi occhi; in mezzo a essa c’erano animali
che non aveva mai visto di cui in un primo momento ebbe paura, ma ricordandosi
che era un sogno prese coraggio e tentò addirittura di toccarli.
Gli
animali che erano lì davanti si dileguarono non appena lui tentò di avvicinarli
però.
Dopo
pochi istanti si sentì il solito tremolio del terreno, man mano diventava
sempre più forte e da lontano, in mezzo alle pareti del canyon, una grossa
sagoma si faceva sempre più grande.
Quando
la sagoma fu vicina, Bithor apparve nitidamente ricoperto dalle sue scaglie
dorate.
Maximilian
lo salutò come suo solito, felice di rivederlo.
Bithor
si portò quanto più vicino possibile a Maximilian e gli rivolse la parola:
«Maximilian sono passati un po’ di giorni dall’ultima volta che ci siamo visti;
eh?».
Lui
annuì e rispose: «Pare proprio di sì … Da quando mi è apparso sulla spalla quel
rigonfiamento. Adesso però, non mi dà più fastidio e si sta rimpicciolendo
sempre di più. Se continua in questo modo, scomparirà in poco tempo».
Il
drago d’oro si abbassò, in modo da avvicinarsi a lui, poi guardandolo con i
suoi occhi minacciosi, come lo erano quelli dei draghi, gli disse: «Come ti ho
accennato in precedenza, quel segno lo porterai per tutta la durata della tua
vita. Ma non preoccuparti, non devi temerlo, anzi … A un certo punto sarà per
te un’ancora di salvezza». S’interruppe per un istante e rivolse il suo sguardo
verso il cielo, sembrava che qualcosa lo preoccupasse.
Maximilian
percepì subito il suo stato d’animo.
Il
ragazzo gli chiese il motivo di quella sua espressione: «Oggi ti vedo
pensieroso: cosa c’è che ti preoccupa?».
Il
drago smise di guardare il cielo e ritornò a fissare Maximilian, poi gli
rispose: «Purtroppo le cose non si stanno mettendo bene; abbiamo visite Max … E
questa volta avremo a che fare con degli esseri di enorme potere, capaci di
sconfiggere i maghi rossi e di sterminare un intero clan di draghi. Allo stato
attuale non vedo come possiamo fronteggiarli, benché i maghi bianchi tenteranno
di proteggerti a tutti i costi».
Maximilian,
dimostrando una calma glaciale, domandò al drago: «Di che esseri stiamo
parlando?».
Bithor
disse: «Esseri umani mutati in demoni … Reietti dei reietti, rifiutati anche
dagli inferi. I loro delitti riecheggiano ancora nei secoli; sono assassini
spietati e senza scrupoli, muniti di grandi poteri concessi dall’oscuro in
persona».
Il
ragazzo non riusciva a comprendere ancora la sua preoccupazione e volle
chiedere delle spiegazioni più esaustive: «Ma perché questi esseri ti
preoccupano così tanto? Non ci siamo arresi davanti al mago nero e nemmeno di
fronte a Melkore; perché mai queste entità dovrebbero darci più problemi degli
altri?».
Il
drago d’oro rispose: «Hm … Io ci ho combattuto all’epoca dello sterminio del
mio clan, non ero ancora un celestiale ma ricordo bene di che tipo di azioni
sono capaci. Lascia che ti spieghi con precisione: questi esseri sono agili e
veloci oltre ogni limite; difficile per noi aggredirli, in quanto riescono a
sfuggire a ogni incanto. Pare proprio che riescano a raggiungere velocità pari
a quelle della luce. Quando li attaccavo, fuggivano immediatamente per poi
ricomparire e tentare di colpirmi. Io fui il fortunato che riuscì a catturarne
uno, lo stesso che fu oggetto di studio da parte dei maghi rossi e dal quale
derivano tutte le nostre informazioni. Dieci di loro attaccarono e tra tutti
non riuscimmo a sopprimerne nemmeno uno; certo, adesso mi sono elevato a rango
di celestiale, le mie potenzialità sono triplicate in confronto ad allora, ma
non temo per me … Quello che mi preoccupa è che attaccheranno tutti quelli che
si porranno sulla loro strada; si deduce che attaccheranno gli umani per
cercare di stanarci».
Anche
sul volto di Maximilian si incominciò a vedere un’espressione preoccupata, dopo
pochi istanti di tentennamento si rivolse al drago dicendo: «Probabilmente
attaccheranno chiunque, proprio per attirarci da loro e finirci; ma dimmi
Bithor: io dovrò combatterci contro, ho bisogno di sapere ogni tipo
d’informazione su di loro. Come contrastarli, come ucciderli e soprattutto come
riuscire a difendermi, visto che ignoro tutti i loro poteri. Tu che ci hai già
combattuto puoi sicuramente dirmi quali sono le loro potenzialità».
Bithor
annuì, facendo intendere che di lì a poco si sarebbe parlato proprio di quello,
poi ribadì: «Ricordi quello di cui ti parlavo la scorsa volta?».
Il
ragazzo fece cenno di sì e il drago continuò: «Bene … Quando la mia
integrazione sarà completa, quel rigonfiamento che hai sulla spalla sparirà del
tutto. Ma non è questo che importa, quando accadrà io e te vivremo una simbiosi
mistica: uno dentro l’altro; sarebbe a dire che il nostro legame sarà più forte
al punto da poter comunicare l’uni con gli altri anche senza bisogno della
condizione del sogno».
Maximilian
fu sorpreso di quella notizia e allo stesso tempo ne fu contento; quando
sarebbe giunto quel momento, avrebbe avuto dalla sua parte un essere millenario
la cui forza era temuta persino dai demoni.
Bithor
continuò a parlare: «Questo di cui ti sto parlando dovrebbe avvenire
all’incirca tra una settimana. Nel frattempo, quello che a te pare un
rigonfiamento si appiattirà progressivamente, fino a sembrare una voglia.
Dunque tra poco saremo in grado di comunicare in tutti i momenti, persino in
quelli in cui ne avrai più bisogno».
Bithor
poi cambiò discorso e incominciò a parlare degli esseri dei quali aveva
accennato precedentemente: «È dunque giunto il momento di parlare di coloro che
noi chiamiamo Ithannad. Come ti ho detto in precedenza, questi esseri sono
umani mutati in qualcosa di abnorme: né uomini né bestie, ma ibridi. Non hanno
coscienza, non hanno una loro volontà, hanno solo sete di uccidere poiché è
l’unica cosa che gli dona sollievo. Bramano la morte come se fosse il loro
cibo. Nessuno li può uccidere, poiché possiedono un’altissima velocità, risulta
dunque impossibile immobilizzarli».
Il
drago d’oro fu interrotto da Maximilian che gli chiese: «Ma allora tu come hai
fatto a catturarne uno?».
Il
drago gli rispose: «Durante il loro assalto mi ritrovai a combattere contro due
di loro; mi puntarono e per mezzo delle loro alte velocità mi ferirono in molte
parti del corpo. Io attaccavo cercando di calcolare il posto in cui sarebbero
apparsi, ma tutto fu vano fino al momento in cui mi accorsi che si spostavano
sì velocemente, ma prima di loro appariva sul posto l’ombra. Era una frazione
di secondo, ma si doveva sfruttare quel piccolo vantaggio. Provai le mie teorie
e indirizzai il mio attacco verso il punto in cui vidi un’ombra apparire; dopo
pochi istanti l’essere venne colpito cadendo all’indietro, in seguito mi
precipitai a bloccarlo facendolo prigioniero. Tutti gli altri esseri, visto
quello che avevo fatto, si dileguarono immediatamente per paura di essere
colpiti anch’essi. La mia teoria funzionava, la loro ombra li precedeva durante
gli spostamenti come se viaggiassero nel sottosuolo; poi mi venne in mente che
quella era la chiave per affrontarli: si spostano ad alte velocità nel terreno
fondendosi con le loro ombre. Ma quando lo capii fu troppo tardi: la maggior
parte dei miei fratelli era stata abbattuta, eravamo rimasti in pochi. La
nostra fine era prossima, o così credevamo fino a poche settimane fa quando
avete ritrovato due cuccioli di drago. Gli esseri erano fuggiti perché avevano
capito di essere stati scoperti e di aver perso il vantaggio che avevano:
quello di non poter essere colpiti. Da quel momento non ho sentito più parlare
di loro, fino allo sterminio dei maghi rossi, e ora sono stati mandati qui per
cercare di sopprimere proprio me che non posso affrontarli poiché sono al tuo
interno. Adesso tutto è chiaro: sono stato mandato qui proprio per rendermi
inoffensivo, ma non hanno fatto i conti con le mie reali possibilità. Adesso
Maximilian, ascolta con attenzione: questi esseri hanno una mole pari a quella
di un essere umano, ma sono ricurvi su sé stessi; per farti un esempio, sono
come un enorme coniglio senza peli. La loro pelle è grigia e spessa ed è
impossibile penetrarla con qualsiasi tipo di arma, anche di tipo magico, su
tutta la superficie; è fatta eccezione per un solo punto: la gola».
Maximilian,
mentre ascoltava, si chiese dove avesse attinto a quelle informazioni e alla
fine volle chiedergli: «Bithor, ma tu come fai ad avere tutte queste
informazioni dopo solo una volta che li hai incontrati?».
Il
drago si spiegò meglio: «Durante il combattimento bisogna essere in grado di
capire i punti deboli dei nemici, o fai questo o perisci; questo è il grande
segreto di un combattente. Quando tu combatti contro un nemico devi osservare i
suoi movimenti e da quelli dedurre i suoi punti deboli; in poche parole, per
farti capire: quando atterrai l’essere lo addentai, ma i miei denti non
penetrarono nelle sue carni. Lui, in tutta risposta, non sembrava preoccuparsi
di quello che capitava al suo corpo; ma la cosa cambiava se puntavo alla sua
gola: la difendeva con ogni mezzo. Di lì capii che doveva esserci una
connessione tra la sua paura e la protezione di quel punto; in seguito l’essere
fu portato nelle segrete di Elder, roccaforte dei maghi rossi, appunto per
studiarlo e cercare di capire i suoi punti deboli. Non ci fu nemmeno il tempo
di capire se le mie teorie fossero esatte che fuggì, lasciandosi dietro una
scia di morti incalcolabile e tornando presso i suoi compagni».
Maximilian
ribatté: «Allora questi esseri possono essere sconfitti. Basta puntare alla
loro gola e cadranno».
Il
drago d’oro annuì dicendo: «Esatto. Ma non è di questo che mi preoccupo … Se si
tratta di fronteggiarli, io come celestiale possiedo delle capacità le quali mi
permettono di tenergli testa; ma quando a fronteggiarli sono delle altre
creature, sappi che nessuno ne ha mai sconfitto uno … E ti parlo anche di
esseri leggendari quali i draghi. Mi preoccupo per i maghi bianchi e per gli
esseri umani oltre che per tutte le vite che falceranno. Dove passano loro non
rimane nulla: uccidono persino gli animali per incutere terrore nelle proprie
vittime; ciò per renderti l’idea di chi ci apprestiamo a combattere».
Maximilian
non sembrava per nulla impressionato e a farlo capire fu la sua risposta:
«Dobbiamo cercare di prevenire un loro attacco alla gente comune, ci sarebbero
molti morti e questo proprio non possiamo permettercelo. Io pensavo di
tendergli una trappola nel tentativo di fermarli».
Il
drago questa volta rimase sorpreso e domandò: «E dimmi … Come avresti
intenzione di opporti a loro?».
Il
ragazzo, con estrema decisione, rispose: «Ancora non lo so, ma se riuscissimo a
bloccarli mentre si spostano tutti, allora saremo in grado di colpirli tutti;
io potrei utilizzare i guardiani di elemento per ucciderne quattro o più, il
resto lo farebbero i maestri dell’Asilum. Non focalizzo ancora bene la cosa, ma
ti confido che potrebbe funzionare». Poi s’interruppe per un istante per
riprendere e dire: «Ti ricordi dello scontro con Pectumatra e cos’è successo durante
la battaglia?».
Il
drago rispose: «Certo che mi ricordo; ma questo cosa c’entra?».
Maximilian
replicò: «L’avete ucciso perché la sua bacchetta è stata bloccata a
mezz’aria?».
Il
drago ci pensò un po’ su per poi dire: «Hm … Astuto Maximilian, molto astuto;
se aumentassimo quell’effetto, di certo potrebbe funzionare. Ma per farlo
abbiamo bisogno di una dimensione alternativa».
Il
ragazzo chiese: «Perché abbiamo bisogno di una dimensione alternativa?».
Bithor
rispose: «Semplice. L’incanto con cui amplificheremo quegli effetti lo posso
riprodurre soltanto io. È dunque necessario che qualcuno trasporti tutti gli
esseri in una dimensione diversa dalla vostra, affinché io possa prendere le
mie sembianze».
Maximilian
volle ancora domandare: «Ma chi può riprodurre un simile incanto e trasportare
più persone in un'altra dimensione?».
La
risposta fu: «Solo due esseri possono fare quello che abbiamo appena detto.
Porta a conoscenza del nostro piano sia Aschcore sia Brot; uno di loro
certamente può fare ciò che abbiamo detto».
Maximilian
annuì e confermò: «Io stesso parlerò con loro quanto prima e in seguito ci
organizzeremo per fermare il loro assalto».
Dette
quelle parole, l’intero ambiente intorno a lui iniziò a essere impalpabile e a
divenire sfocato fino a quando la stanza dove si era addormentato non fu
chiara.
****
Maximilian si era appena risvegliato ed era
già mattina inoltrata, ma a quanto parve lui era il primo ad aver aperto gli
occhi.
Chaman era in catalessi, rannicchiato sul suo
letto; Hamza era completamente coperto dalle lenzuola e Gerard non dava alcun
segno.
Egli si alzò, si diresse verso il bagno e
dopo una decina di minuti ne venne fuori pronto, lindo e cambiato; senza fare
alcun rumore uscì dalla porta richiudendola delicatamente e s’incamminò verso
l’aula magna al primo piano.
Nei corridoi una marea di studenti
camminavano diretti verso le proprie destinazioni e avevano già in mano dei
libri.
Di tanto in tanto qualcuno lo guardava in
modo curioso e da questo, Maximilian, era sempre stato imbarazzato; ma continuò
verso la sua destinazione.
Lui scese le scale che portavano all’aula
magna, attraversò la sala fino ad arrivare all’entrata dell’accademia; lì,
vicino al portone, scorse una figura a lui familiare.
Guardò bene e alla fine ebbe la certezza che
si trattasse di Isak; non perse tempo e si avviò verso di lui.
Isak stava portando due enormi valigie e
voleva raggiungere la camera dove ad aspettarlo c’erano i suoi amici.
Una voce attirò l’attenzione di Isak: «Isak.
Finalmente ti sei deciso ad arrivare!».
Il ragazzo poggiò le sue due enormi valigie
accanto a sé e incominciò a scrutare in giro per rintracciare chi fosse la
persona che lo aveva chiamato.
Non ci mise molto a vedere Maximilian che gli
stava andando incontro e anch’egli fece lo stesso.
I due si abbracciarono e Isak gli disse: «Oh
… Max; sono contento di rivederti. Sapessi quante volte ho pensato a voi
quest’estate. Ma dimmi: dove sono gli altri; sono arrivati tutti?».
Maximilian annuì e gli rispose: «Certo. Sono
nella stanza che russano beatamente, direi che si stanno godendo proprio il
penultimo giorno di vacanza».
I due risero e poi Maximilian si offrì di
aiutare Isak a portare i due bagagli ingombranti ai piani superiori.
Isak accettò di buon grado e assieme
risalirono le scale che li avrebbero portati al convitto, percorsero i corridoi
che brulicavano di gente e, arrivati di fronte alla loro stanza, l’aprirono per
poi entrarci e trovare i tre amici che si crogiolavano nel proprio letto.
Isak, alzando un po’ il tono di voce, disse:
«Allora! Fannulloni. Vogliamo svegliarci o intendete passare l’intera giornata
a letto?».
I ragazzi saltarono giù dai loro letti
impauriti dal rumore improvviso; Chaman balzò in piedi dicendo: «Eh … Cosa sta
accadendo; io non sono stato, le ragazze non le ho importunate».
Udite quelle parole si misero tutti a ridere
e quando lo stesso Chaman si rese conto di quello che era accaduto, anch’egli
si unì a loro.
Isak li salutò tutti dicendo: «È un piacere
rivedervi ragazzi; pronti a ricominciare un nuovo anno scolastico?».
I suoi amici, di rimando, fecero cenno di no
e poi risero ancora.
Un saluto a tutti i lettori; noi ci
risentiremo tra un po’ di giorni (tempo necessario affinché io corregga “riscriva”
il 10° capitolo).
