Ho finito anche il dodicesimo.
Buona lettura:
CAPITOLO 12
La luna emetteva una luce forte la sera
seguente e dunque c’incamminammo per il sentiero: lasciammo il cespuglio che ci
aveva ospitato fino a quel momento …
Di tanto in tanto io mi giravo a osservare il
masso strano che ospitava i Giganti Rosa, ma l’unica cosa che riuscivo a
scorgere era la forte luce che c’era al suo interno.
Nonostante noi fossimo abbastanza lontani
quel nascondiglio era visibile, questo fatto dimostrava la sua grandezza.
Il nostro gruppo marciava nel buio più
assoluto, in fila indiana, ci tenevamo d’occhio e cercavamo di non perderci; ci
precedeva il nostro Re.
D’un tratto si udì nuovamente un tonfo, in
seguito il terreno vibrò … Quasi perdemmo l’equilibrio per quelle vibrazioni,
ma nonostante il disagio continuammo a camminare.
Le vibrazioni però aumentavano d’intensità
man mano che il tempo passava; da quegli effetti comprendemmo che qualcosa si
stava avvicinando e, purtroppo, sapevamo che essere era in grado di riprodurre
quei disastri.
«Presto, riparatevi!». Ci suggerì Re Neon.
Noi non ce lo facemmo ripetere la seconda
volta: alcuni si ripararono sotto le pietre, altri si nascosero all’interno
della folta erba.
Tre figure maestose arrivarono
improvvisamente e incominciarono a frugare nell’erba.
Io ero accanto a Barlume e Gaia; sussurrai:
«Ma come fanno a raggiungerci così facilmente».
Per noi piccoli esseri il loro spazio di
movimento non era concepibile, i loro passi evidentemente coprivano distanze
inimmaginabili …
Un polverone si alzò fitto in quel luogo e
non si vide più nulla; i giganti stavano mettendo in subbuglio tutto il posto.
I nostri compagni iniziarono a gridare, poi
la triste visione: le prigioni trasparenti erano comparse nuovamente e
all’interno c’erano quattro lucciole; i giganti avevano rincominciato a fare
prigionieri.
Noi sapevamo dove fossero diretti con quei
malcapitati questa volta e conoscevamo anche il destino che avrebbe atteso
coloro i quali erano stati catturati: dovevamo fare qualcosa …
«Cosa facciamo?». Chiesi a Barlume.
«Niente!». Esclamò lui.
«Dobbiamo solo nasconderci». Affermò invece
Gaia.
Io però non volevo scappare ancora; c’era
bisogno di escogitare qualcosa: guardai Barlume e feci cenno verso i giganti.
Lui di tutta risposta disse: «No, non
possiamo».
Io annuii.
Barlume obiettò: «Non saremo in grado di
orientarci nel buio».
Normalmente avrebbe avuto ragione, ma lui non
sapeva che io ero abituato all’oscurità: sapevo muovermi al suo interno.
In quel momento bisbigliai: «Afferrati a me e
quando saremo in prossimità delle gabbie cerca di liberare i nostri». Guardai
poi Gaia e le dissi: «In quanto a te: allontanati più che puoi da questa zona».
Lei annuì, in seguito si nascose in mezzo
alla folta vegetazione e si diresse verso il lato opposto a quello occupato dai
tre giganti che ci stavano dando la caccia fin dall’inizio della nostra
avventura.
A quel punto non ci rimaneva che tentare
l’impresa disperata; ci alzammo in volo, cercando di non far percepire la
nostra presenza, e ci dirigemmo verso la prigione che conteneva le lucciole che
i giganti avevano catturato.
Quando io e Barlume arrivammo vicino alle
prigioni trasparenti, ci accorgemmo che le prigioniere, per la paura,
emettevano un’intensa luce giallo - verde e allora non ci avvicinammo per
timore d’essere scoperti.
Barlume era dietro di me e chiese:«Come
faremo ad avvicinarci se continuano ad emettere luce?».
«Non lo so!». Esclamai. «Dammi un po’ di
tempo per pensare». Poi gli dissi.
Dopo poco io mi accorsi che quegli esseri
puntavano l’obiettivo con la faccia, prima di scagliare il colpo su di esso; la
cosa m’incuriosì …
Salii di quota e Barlume mi seguiva da
vicino; quando fummo all’altezza della loro testa vedemmo una cosa brutta:
quella faccia era enorme e al suo interno c’erano due rigonfiamenti colorati in
strano modo.
Mi sembrò di vedere tre colori: il bianco
sulla parte esterna di quelle semisfere, un colore acceso che non avevo mai
visto, pareva il blu del cielo, e un cerchio nero pari alla grandezza di una
lucciola.
Il cerchio nero cambiava spesso la sua forma,
allungandosi all’occorrenza o rimpicciolendosi; penso che si trattasse di una
reazione alla luce.
Poi, di colpo, quelle semisfere mi puntarono
e una volta che mi notarono continuarono a seguirmi ovunque io andassi.
In quell’istante mi preoccupai, poiché anche
il corpo del gigante che mi aveva notato si muoveva orientandosi dove io mi
spostavo: temetti che stesse per
arrivarmi un colpo fatale.
«Barlume; stai in guardia!». Esclamai
preoccupato per il mio amico.
Quest’ultimo iniziò a lampeggiare;
probabilmente fu la paura che lo indusse a fare quell’azione.
«NO!». Urlai. «Spegni la tua luce». Gli
dissi.
Ma non feci in tempo a dire altro che il lume
riprodotto dal mio caro amico attirò l’attenzione del gigante che mi stava
puntando.
Fu allora che io vidi il suo movimento con
chiarezza: scagliò verso Barlume il barattolo aperto e lo centrò; riuscì infine
a imprigionarlo chiudendo il coperchio.
Se io non avessi fatto qualcosa, Barlume
sarebbe morto per colpa mia.
Non sapevo come muovermi, sentivo solo una
grande rabbia che cresceva dentro di me; e fu allora che senz’accorgermene mi
portai al livello delle sue semisfere strane e arrabbiato gli gridai: «VIA!
MOSTRI SENZA PIETÁ. LASCIATE IN PACE LA MIA SPECIE!».
Io mi concentrai talmente tanto che sentii un
bruciore allo stomaco, tanto doloroso che quasi mi accasciai.
Un lume apparve sotto di me e fu tanto
intenso che persino io feci fatica ad osservarlo; quella luce apparsa
all’improvviso era addirittura più forte di quella notata all’interno della
tana dei giganti.
Il Gigante Rosa, improvvisamente, lasciò la
prigione trasparente e si portò le mani sulle semisfere, coprendole entrambe;
poi crollò al suolo e si dimenò: qualcosa lo aveva ferito, ma io non riuscivo a
comprendere cosa fosse successo.
Quando mi girai per vedere dove erano i suoi
compari, mi accorsi che anche loro erano al suolo e si tenevano le mani proprio
dove le aveva messe il gigante vicino a me.
Intanto, il lume che era comparso rischiarò
tutta la zona e persino le vicinanze della tana di quegli esseri.
Il contenitore dove era stato imprigionato
Barlume era cascato al suolo ed era andato in mille pezzi; fu allora che mi
precipitai verso quel posto e temetti per la vita del mio caro amico.
Il testo che avete appena letto è così
costituito: parole 1024; caratteri spazi esclusi 5286; caratteri spazi inclusi
6264; paragrafi 48; righe 102.
Vi saluto tutti.
Ciao.
