Questo è il penultimo capitolo del manoscritto,
dunque nel prossimo post potrete leggere la fine del primo libro rivolto ai
bambini che io ho scritto.
Buona lettura:
CAPITOLO 13
I cocci di quel materiale si sparsero ovunque
e i Giganti Rosa continuavano a stare sdraiati a terra; sembrava che i giganti
fossero immobilizzati dal dolore …
Io mi abbassai di quota e atterrai proprio
dove si era schiantata la prigione trasparente.
Là c’erano i corpi immobili delle lucciole le
quali erano state catturate; mi avvicinai a Barlume e gli domandai: «Come
stai?».
In un primo momento non mi rispose, poi una
flebile voce ribatté: «Come vuoi che stia».
«Ahia, che botta». Aggiunse in seguito.
Barlume aprì gli occhi e in quell’istante
vidi nitidamente che non aveva riportato alcuna ferita; anche gli altri stavano
bene, infatti si alzarono in piedi un po’ doloranti ma in buono stato.
Una luce strana stava illuminando tutta la
zona, pareva che fosse spuntato il sole tale era l’intensità del lume comparso.
Barlume disse qualcosa, ma non udii bene;
fino a quando alzò il volume della sua voce: «Luminos hai acceso la tua luce».
Affermò il mio compagno fissandomi esterrefatto. «E che quantità d’energia!».
Esclamò proteggendosi anch’egli gli occhi. «Da dove prendi tutta questa
forza?». Poi mi chiese.
«Non ne ho idea. So solo che la rabbia mi ha
assalito e poi mi sono accorto di aver riprodotto tale intensa luce». Ribattei
io.
D’un tratto vedemmo spuntare la sagoma di una
lucciola, era proprio quella di Re Neon; si avvicinò a noi e proteggendosi
anch’egli gli occhi chiese: «Chi è colui che emana uno splendore simile?».
Quando il Re mi vide rimase sorpreso e gli
sfuggì: «Tu. Luminos …».
Io penso che in quel momento si sia chiesto
come fosse possibile che emanassi una luce di quell’intensità, visto che fino a
pochi secondi prima non ne ero capace.
In verità anch’io fui sorpreso, ma forse ciò
che stava avvenendo, in fondo, me lo aspettavo, poiché avevo sempre creduto in
me stesso e nelle mie capacità; ero consapevole che non ero uguale agli altri,
ma avevo qualcosa in più: qualcosa che prima o poi avrebbe permesso di
distinguermi.
Ricordai quando i miei compagni mi prendevano
in giro poiché non ero in grado di accendermi: tante furono le offese che avevo
sopportato; tutti credevano di avere capacità superiori alle mie, come se fosse
una gara di sopravvivenza quella di mostrare le proprie doti agli altri.
Io invece avevo sempre sostenuto che agli
altri non bisogna dimostrar nulla; non ci sono lucciole meritevoli di privilegi
e lucciole incapaci e dunque di peso alle altre: prima o poi tutti dimostrano
il loro valore e proprio da chi non te l’aspetti potrebbero arrivare le
migliori sorprese.
Beh … Non ci crederete, ma ho sempre saputo
che potevo fare di più ed ero consapevole di quanto valevo.
Le lucciole della colonia avevano cercato di
capire del perché io non funzionassi per lungo tempo, ora però splendevo più
del sole ed ero stato in grado di affrontare addirittura gli spietati Giganti
Rosa.
La continua ricerca del diverso, la
classificazione forzata delle lucciole, mi avevano sempre infastidito … Ogni
essere è unico ed è da folli volerlo inquadrare ad ogni costo.
I miei pensieri, d’un tratto, furono
disturbati dalla voce del Re: «Dobbiamo scappare, prima che quei cosi si
rialzino». Riferendosi ai Giganti Rosa.
La mia luce intensa continuava a illuminare
tutta la zona, fino all’orizzonte.
Il Re si rivolse a me: «Quanto tempo pensi di
poter emanare la tua luce?».
«Non so. Per adesso non sento l’esigenza di
spegnerla». Ribattei io.
«Bene». Affermò Re Neon. «Giovane». Poi mi
disse. «In vita mia non ho mai visto nessuno splendere in quel modo».
Io annuii fiero; era la prima volta che mi
facevano un complimento.
Decidemmo di spostarci prima che i giganti si
potessero muovere, ma per il momento essi non si spostavano e continuavano a
proteggersi quelle strane protuberanze con le loro mani enormi.
Finché riuscivo ad emanare quella luce, non
ci avrebbero dato fastidio; poco male … Poiché non avevo idea di come
spegnermi.
Si avvicinò Barlume e mi chiese: «Come hai
fatto?».
Non lo disse con invidia, ma con stupore; si
vedeva però che era felice per me.
«Hai visto che è come io dicevo?». Domandò in
seguito.
Barlume però, non mi diede nemmeno il tempo
di rispondere e disse: «Adesso luccichi più del sole e di tutte le lucciole
messe assieme: nessuno prima di te ci è riuscito, sai?».
Un sorriso solcò il mio viso, fui felice di
quello che mi aveva appena detto.
«Ora non ha importanza; dobbiamo scappare».
Affermai.
Lui annuì e poi raggiungemmo gli altri;
fortunatamente nessuno si era fatto male in quell’attacco.
Ci dirigemmo verso la parte opposta al luogo
dove erano sdraiati i tre giganti e lo facemmo velocemente; in poco tempo ci
allontanammo abbastanza, intanto la mia luce continuava a splendere e quei tre
mastodonti non accennavano a rialzarsi: continuavano a proteggersi il viso.
«Siete pronti a spiccare il volo?». Chiese Re
Neon.
Noi annuimmo e dopo poco ognuno prese la
larva o la femmina a lui assegnata e volammo via di lì.
La luce che emanavo permetteva di scorgere la
via senza problemi e dunque potevamo volare velocemente; ci allontanammo molto
dai giganti, tanto da arrivare alla siepe che ci aveva ospitato fin dalla
nascita.
Tutte le lucciole ci stavano attendendo
attratte dal lume che emanavo; a quanto parve non si riuscivano a capacitare
dell’intensità di quella luce, addirittura c’era chi diceva che una stella era
scesa sulla terra.
Quando ci videro arrivare, con alla testa Re
Neon, tutti esultarono, felici di vedere il loro sovrano.
Io portavo Gaia, la lucciola che avevo sempre
rincorso e che probabilmente avrei voluto come compagna di vita.
La poggiai al suolo e atterrai anch’io;
inutile dirvi dello stupore di tutta la colonia nel constatare che quella luce
la emettevo proprio io.
Il testo che avete appena letto è così
costituito: parole 957; caratteri spazi esclusi 4739; caratteri spazi inclusi
5661; paragrafi 42; righe 90.
Vi saluto tutti.
Ciao.
